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The Gaia II Space Corps – Motorpsycho

Motorpsycho GaiaRock mortua est, vivat rock!

Per presentare il venticinquesimo album in studio la band norvegese parafrasa in latino un’antica massima riferita alla monarchia, inserendosi nell’annoso dibattito sulla presunta morte del rock. In tanti ne hanno dato il triste annuncio, dai reduci di un passato glorioso e mitizzato alle supponenti schiere della trap che guardano al passato con indifferente ignoranza. I nostri amano la musica, ed è questo il principale motore di buon album, in barba a trend, algoritmi e dividendi societari. E per mettere subito in chiaro le cose meglio iniziare con un solido riff hard-rock lanciandosi al galoppo in Fanny Again, Or, macinando ritmo sotto un basso debitore di Chris Squire con un piglio melodico avvolgente che rinverdisce i fasti degli Yes. Ma non si cerca di mettere il marchio progressive sull’intera operazione, ed ecco che la sanguigna chitarra blues di The Great Stash Robbery rispolvera il fortunato filone dei vari Blue Cheer e Grand Funk Railroad, quell’incedere indolente e polveroso, le chitarre di carta abrasiva a grattuggiare la superficie degli assoli, come fossero diamanti grezzi che non vanno levigati, ma apprezzati per l’intrinseca qualità della materia, dilagando in jam ribollente. Ancora una forma canzone tiratissima informa la dinamica di TSMcR che gioca nell’assolo alla modulazione dissonante di un tema ritmico portante, ritrovando una vocalità corale pronta al decollo verso le profondità dello spazio, come il razzo disegnato in copertina da Johan Harstad. Una drammatica acustica giunge nel mezzo dell’album a rallentare l’impeto della band, che si appresta con The Hornet a percorrere un desertico sentiero di morte, con le voci filtrate come in comunicazione con l’aldilà, accompagnati da tamburi tonanti in una vasta pianura, camminando sotto un cielo plumbeo squarciato dai lampi di una tempesta che incombe. La title track, The Gaia ll Space Corps, innesta un tema affidato a un sitar psichdelico sul ceppo vivo di uno space rock che importa i battiti di un funk scatenato, in una riedizioni futuristica del celebre Monterey Pop Festival, come cantato dagli Animal nella quasi omonima traccia del ’67. E non è un caso che nella successiva The Oracle si respiri un’aria di misticismo hippy che sarebbe di certo piaciuto a David Crosby. Ma dalle coste della California l’astronave dei Motorpsycho decolla nuovamente verso traiettorie stralunate che a tratti rimandano al mondo surreale immaginato da Gabriel per The lamb lies down on Broadway, riuscendo in un solo immaginifico di rara potenza. Con la conclusiva Black As Night si celebra con un inno il dio del rock, batteria forsennata, accordi in maggiore, luci abbaglianti, melodie corali, esotismi psichedelici, cambi di tempo sornioni che preludono all’epico gran finale sulle ali di Axis: bold as love e di tutti gli imprescindibili insegnamenti hendrixiani. Se il rock è morto gode stranamente di ottima salute.

Credits

Label: No label

Line-up: Bent Sæther (lead guitar, lead vocals, background vocals, electric sitar, acoustic rhythm guitar, electric rhythm guitar, bass, drums, percussion, synthesizer, effects, mellotron) – Hans Magnus Ryan (acoustic guitar, bass, percussion, lead vocals, background vocals, organ, hornet guitar, electric lead guitar, electric sitar, slide guitar, gong) – Reine Fiske (lead guitar, rhythm guitar, electric lead guitar, vocal treatments) – Olaf Olsen (drums)

Tracklist:

  1. Fanny Again, Or
  2. The Great Stash Robbery
  3. TSMcR
  4. The Hornet
  5. The Gaia ll Space Corps
  6. The Oracle
  7. Black As Night


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