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Il dolore che brilla: intervista a Wayloz

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Foto di Adriana Adiletta

Wayloz è il progetto solista di Osasmuede Aigbe, già membro dei Gemini Blue. L’identità italo-nigeriana impregna un songwriting dalla doppia anima: una radice acustica e folk alimenta una particolare architettura elettrica ispirata a sonorità rock e sperimentali. Attualmente Wayloz è parte integrante del progetto trinennale Suoni dal Futuro Live Tour, con protagonisti assoluti i musicisti e le musiciste della nuova generazione. Distante dalle logiche dell’algoritmo, dal delirio liquido degli streaming e delle views, dalle false seduzioni dell’AI, dalle manipolazioni dell’autotune, un manipolo di giovanissimi (tra i 15 ed i 30 anni) partecipa al piano visionario nato al Germi di Milano e supportato dalla proverbiale lucidità di Manuel Agnelli. Wayloz è tra questi giovani.

Da dove arriva il tuo sogno di fare musica? 
Arriva da una parte remota del mio universo emotivo. Fin da piccolo ho sognato ad occhi aperti ascoltando la musica, facevo questi lunghi viaggi in macchina con la mia famiglia e la musica ci accompagnava sempre e ovunque; guardavo fuori dal finestrino e immaginavo mondi, storie e tragedie. In quei momenti di astrazione ho sviluppato il desiderio di essere autore di quei luoghi e di quelle immagini che mi facevano stare bene e in seguito, scoprendo grandi artisti come Hendrix e i Led Zeppelin, mi sono convertito alla setta esoterica della chitarra e della nostra grande madre, l’elettricità.

Raccontami la storia del nome del tuo progetto e l’immaginario che porta con sé. 
“Wayloz” è l’unione tra il termine protoindoeuropeo ricostruito “Waylos” (nome tabù del lupo che doveva significare “colui che ulula”) e il mio soprannome conosciuto tra i musicisti, “Oz”. Ho “creato” questo nome perché ricerco nell’arte e nella musica il lato più viscerale e primordiale, anche quello più grottesco e inquietante. Inoltre mi piaceva l’idea del nome tabù, come qualcosa di troppo brutto o doloroso per essere nominato, ecco Wayloz vuole proprio prendere quel dolore e spogliarlo della sua omertà e farlo brillare sotto la luce del sole. Il male disarmato si risolve e diventa semplicemente un’energia che può essere convogliata in una magia rituale invisibile: la musica. Wayloz si veste quindi della natura e del senso primitivo dell’esigenza, della ritualità dei sentimenti e dell’inespresso, che è anche la fonte di molta forza naturale.

Cominci ora a farti conoscere di più dal pubblico. Se ti chiedessi di fare il punto del tuo percorso artistico fino ad ora e di preannunciare l’immediato futuro? 
Diciamo che comincio ora a suonare nei canali più sensati per il mio tipo di visione con Wayloz, ma il pubblico largo e piccolo, conscio e ignorante è da quando ho 14 anni che ci ho a che fare. Tra pub pieni di bifolchi leghisti, aperture a band internazionali e X Factor ho imparato a gestire le mille problematiche dell’apparire su un palco impersonificando il ruolo dell’artista e tutta questa gavetta spietata mi sta aiutando sui palchi di Suoni Dal Futuro, dove mi sento a mio agio e sicuro di quello che posso comunicare. Il mio percorso artistico, come quello di tutti, immagino, è dettato da una costante metamorfosi e dall’insoddisfazione, il voler comunicare e rendere vivo ciò che mi abita nella testa, arrabbiarmi con me stesso, gioire e frustrami. Provare e riprovare ancora, disfare. Finito il tour non vedo l’ora di tornare in studio e tentare di nuovo di spiegare al mondo e a me stesso quello che provo.

Quali sono i tuoi riferimenti musicali? 
Sono tantissimi e cambiano con le stagioni, vorrei essere un abete sempreverde con gli stessi ascolti, ma salvo qualche pietra miliare sono sempre in un ciclo di germogli e foglie che cadono. Ecco alcuni riferimenti: Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Jeff Buckley, QOTSA, All Them Witches, Om, John Fahey, Grizzly Bear, Comus, Fuzz, Tricot, Funkadelic, Kendrick Lamar, JPEGMAFIA, Bassekou Kouyate, Fela Kuti, Black Keys, Unknow Mortal Orchestra, True Widow, King Crimson, Milton Nascimento, Denzel Curry, Nujabes. E tutto il blues ancestrale, che per me è uno spirito antropomorfo e non una semplice influenza sonora.

Le tue origini posso diventare il tratto distintivo della tua identità artistica? Spingerai su questo? 
Il confine tra autenticità e superficialità quando si parla di cultura e appartenenza nella musica è sempre molto sottile. Sto provando a disinnescare l’ordigno delle mie origini senza saltare in aria. Credo che nella musica io ritrovi tantissimo la mia africanità, cosi come il mio essere un cenomano della terra dei laghi. La mia intenzione è unire nord e sud in unica visione musicale che tenda ad un tribalismo elettrico e non penso sarà un’identità costruita a tavolino ma un frutto di un percorso artistico dettato dal tempo e dalla pazienza. Rimane il fatto che quando arpeggio la chitarra a 12 corde percepisco la presenza di Eshu Elegba e il boato della ruota di Taranis, e finché sarò fedele a ciò che sento, credo che il messaggio arriverà, a prescindere che io indossi una tunica o dei segni Ogham sulle mani quando mi esibisco.

Come sei approdato a Suoni dal Futuro? 
È stata un’occasione inaspettata, stupenda e di cui sarò eternamente grato. Tutto è  incominciato a Milano, al Germi. Mi sono esibito a dicembre per la rassegna “Carne Fresca” e lì ho avuto la fortuna di farlo davanti a tutta la direzione artistica del locale e a Manuel Agnelli. Sono rimasti sopresi dalla mia musica e per mia incredulità mi hanno contattato un mese dopo per coinvolgermi in questo progetto visionario e lungimirante. In generale, Suoni Dal Futuro è stato ciò di cui Wayloz aveva bisogno, spero porti ad altro, ma sono già contentissimo così.

Senti anche tu il fermento di cui parla Manuel e che rende riconoscibile la scena della tua generazione? Ti senti parte di una collettività con un messaggio chiaro? 
Devo dire che più mi confronto con gli altri artisti della mia generazione (anche quelli più vicini a me) e più mi sento un weirdo che scende dalle colline attaccato ad un suono che sente solo lui. Ciò che crea fratellanza però è il bisogno comune di urlare, esprimere e riappropriarci di ciò che ci è stato tolto: l’importanza di un percorso serio e che generi solidità, le occasioni e gli spazi di essere ascoltati, ma anche la dignità nell’essere fragili e del convogliare un messaggio autentico.

Come stanno andando queste date insieme agli altri giovani selezionati per Suoni dal Futuro Live Tour? Che sensazioni stai vivendo? 
L’atmosfera con le ragazze e i ragazzi degli altri progetti è fantastica, c’è tantissimo rispetto ed entusiasmo. Ci ascoltiamo tutti con molto supporto e siamo sotto al palco quando non è il nostro turno di performare. È una bella carovana di matti e sono impressionato dalla quantità di talento che si tira dietro, solitamente gli ambienti artistici sono abitati da invidia e presomalismo, ma qui respiro un’aria fresca. We dont really give a fuck bout nothing but music!

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