Brindiamo alle ripartenze. Anche se non ci si è mai tolti davvero le scarpe da corsa. Dopo dodici anni di quello splendido percorso intrapreso con La Maschera, Roberto Colella, classe 1991, ma con uno spessore acquisito che contraddice sornione l’anagrafe, il 7 maggio ha dato alle stampe il primo lavoro solista per la Full Heads, con la produzione di Massimo Blindur De Vita, dal titolo desiderativo ed incoraggiante Ce sta sempe na via. Bene inteso che occorre cercarla, armati di lenti di ingrandimento, torce e coraggio, appunto. Anticipato dal singolo La Casa sull’albero, Colella va a comporre uno zodiaco di canzoni che indaga la necessità di non perdere i propri passi, tra i sentieri del cuore impigliati nelle reti di storie finite, come tra i mattoni rossi delle periferie affondate dall’ignobile cecità dei potenti, troppo spesso dimentichi che l’andatura di un paese o di un popolo la detta l’ultimo della fila e non chi sfila alla testa della carovana. Ed è proprio il singolo ad aprire una botola alla ricerca di ossigeno buono, con un’evasione a mezz’aria, in quella zona aulica abitata da McTominay e le sue rovesciate. In sospensione tra la lordura della terra coi suoi affanni e la purezza di un cielo dipinto da Magritte. In un rifugio dove lasciarsi piovere addosso la nostalgia per ciò che muta forma e sbiadisce, mentre cerchi di abituarti alle lenti progressive sperando di non inciampare sulle scale che il viaggio ti mette davanti ai piedi intorpiditi. Tutt’ ‘O Core mio è una vendemmia con cui fare vino dall’albero di lillà, come cantava il Messia di Orange County, a distillare un elisir per stordire, per dimenticare di aver bruciato i ponti che adesso impediscono di tornare indietro. Nel tardivo tentativo di dribblare la fermezza crucca dei punti esclamativi per accarezzare le curve dei punti interrogativi aizzati dal ricordo. Con Saul e Isabela Colella incastra tra la cornice di un quartetto di legni il primo cameo classico del disco, riprendendo la leggenda cilentana della “Pietra ‘ncatenata”. Dove l’amore calcifica un abbraccio impossibile in un’alleanza sacra ed immortale che si fa roccia inscalfibile ed eterna. Canto dei soli è quasi uno spiritual mediterraneo, che sembra sovrapporre le piantagioni di cotone ai cantieri e alle spiagge assolate, approdo e condanna dei nuovi schiavi dalle schiene spezzate e senza cura, tra le facce girate di chi cerca chi è più in basso solo per calpestarlo. Mentre basterebbe ascoltare Ken Loach che per bocca del suo Tj Ballantyne ricorda che “chi mangia insieme resta insieme”. Sozinho con gli Ondanueve String Quartet è il secondo episodio classico del disco e riprende una canzone tradizionale brasiliana di Peninha, portata al successo da Caetano Veloso. Una gouache che mescola nostalgia e assenza di soluzioni, a causa di affettività non modulate sulle stesse frequenze a creare distonie e delusione. Al centro del disco si materializza un dittico di gigante forza evocativa, un altare su cui bruciare soprusi e disuguaglianze soffiando sempre sui diritti della comunità. Gigante come quel Muhammad Alì che, con la voce di uno straordinario ed intenso (e non lo scopriamo certo oggi) Francesco Di Leva su un testo di Linda Dalisi, sdemonizza la parola negro, ripetendola fino a privarla completamente della sua ossatura ghettizzante, decenni prima dell’esperimento inverso di chi invece oggi nasconde la parola Partigiano dal palco di un concertino divenuto ormai un talent show. A ricordare che se non ci si alza, i figli dei gatti mangeranno sempre i topi e che bisogna pungere come api con la costanza dei tagliagole delle risorse umane, per minare l’illusione, rassicurante per chi esclude, che “Plush SAFE. He think” per usare un iconico slogan di Jean Michel Basquiat. E allora Alì Bomaye! è un grido di battaglia e di denuncia, come il “combattiamo contro a tutti quanti” di Diego dopo la partita persa tre a uno a Firenze nel 1987. Contro chi si pulisce la faccia sentendosi puro, mentre ha solo fatto la skincare usando secchiate di cemento. Perché la dignità si paga, anche gettando le medaglie in un fiume, levandosi i passamontagna per indossare maschere di Zorro, persuasi da Ian Curtis che non è una pistola carica a rendere liberi, ma è la forza dionisiaca della ribellione che può rendere di carne anche i sogni di cartone delle periferie. Tiempo perz’ su una linea melodica rallegrante e che guarda al passato introduce un container di rimpianto per il tempo che a volte scivola tra le dita senza lasciare altro che cenere, come una sigaretta lasciata andare nell’attesa di un autobus. Ed è proprio quel tempo che lavora contro la loro indignazione a rendere tristi i giovani, come intuì Flaiano, fino ad immalinconirli come gli occhi trasparenti ed indifesi dalla vita di Massimo Urbani mentre fa piangere il suo sax tenore in una fabbrica abbandonata. Canto della memoria ci trasporta su strisce di terra assediate ed affamate, dove un solo shukran vale più di un milione di thank you, tra assassini avvoltoi, avvolti dentro bandiere con le stelle, a blaterare di religione piuttosto che far vedere la religione nelle proprie azioni come avrebbe voluto Lev Tolstoj. Con la memoria selettiva dei fascisti del nostro tempo che acceca e rende sfuocato il reale, come toccandosi gli occhi dopo aver preparato la genovese, con l’unico diabolico obiettivo di mettere in fila quanti più genitivi di possesso sul mondo. Rendendo muto il proprio sguardo di fronte al fatto che se uno muore non importa a nessuno purché sia sconosciuto e lontano, come già sessant’anni fa accusava Montale. In Pe’ fà ammore na vota, con il supporto corale dei Blu Gospel Singers e dei ragazzi dell’IC Falco di Scafati, si monta un grandangolo per cercare di ripulire l’orizzonte dalla solitudine ed i suoi grigiori. A braccia incrociate nel pensare sulla sabbia che pure uno tsunami dopo un po’ non genera più onde. Anche se lascia stratificazioni complesse e profonde come il suono di Larry Nocella con la sua vita breve e colpevolmente poco conosciuta. Il poeta punk Alessio Sollo interviene con le sue parole in Tutto passa, ultima stella classicheggiante che chiude il disco. Stringendo le mani di Brecht e della sua poesia dall’omonimo titolo, a ribadire che anche nella risacca del silenzio restano clessidre piene di quello che si è stati assieme. Quando sarebbe stato necessario solo avere più cautela con la propria felicità, senza finzioni, con gli attimi di gioia a fare da madeleine proustiane, quasi chiodi fuori misura messi agli angoli della memoria sorridente. Il disco continua ad andare gaudioso, anche in un territorio brullo come questa domenica pomeriggio in cui fatico a trovare punti di luce, nel ring in cui i problemi combattono in genere con problemi più grandi a ridimensionarli. Le domande arcuate tra le righe di queste canzoni piazzano mine, fanno piovere napalm ed al contempo annaffiano come Canadair le radure sentimentali rese disabitate dal disincanto e che si cerca di ripopolare seminando abbracci che non sono mai uguali. Continuo a setacciare la cesta degli aggettivi gassosi che ho accumulato da quando scelsi l’inchiostro come compagno di merende, per trovare quello più aderente e sincero per definire questo lavoro di Roberto Colella. Commovente. L’aggettivo che combacia perfettamente con la mistura di sensazioni che provoca l’ascolto. Ribellione, passato a bacchettare il futuro, puntualità intellettuale, centratura sull’uomo lasciando acceso e fiammante lo sguardo periferico con la sua volontà di denunciare l’astuzia che mangia l’ignoranza, in un conflitto perenne e da sempre impari, sin dai tempi dell’Antonio Barracano di De Filippo. Fin quando il pensiero sarà ancora legale, queste sono le voci profonde, le penne acute che non indietreggiano e che dovrebbero trovare sempre spazio negli ascolti di chi ancora “tene core”.
Credits
Label: FULL HEADS – 2026
Roberto Colella: voce, backing vocals, chitarra classica e acustica, chitarra elettrica, piano e tastiere, mandolino, sax soprano; Michele Maione: percussioni, balafon, drum machine; Massimo Blindur De Vita: basso, piano e synth, chitarra elettrica, percussioni, mandolino e octavemandolin; Riccardo Schmitt: batteria
Ondanueve String Quartet: archi in tracce 2 – 5;
Blue Gospel Singers: coro in tracce 4 – 7 – 10;
Vittorio Coviello: flauto in traccia 3
Agostino Napolitano: clarinetto in traccia 3
Lia Merlino: oboe in traccia 3
Giuseppe Daniel Zucchetto: fagotto in traccia 3;
Paolo Sessa: organo traccia 10
Francesco Di Leva: voce in traccia 6
I ragazzi dell’I.C. Falco di Scafati: voci traccia 9
Tracklist:
- LA CASA SULL’ALBERO
- TUTT’’O CORE MIO
- SAUL E ISABELA
- CANTO DEI SOLI
- SOZINHO
- ALI, NE*RO!
- ALI, BOMAYE!
- TIEMPO PERZ’
- CANTO DELLA MEMORIA
- PE’ FÀ AMMORE NA VOTA
- TUTTO PASSA
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