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Ora sono un lago – Bono | Burattini

Bono BurattiniI am silver and exact
I am not cruel, only truthful
I have looked at it so long I think it is a part of my heart
Now I am a lake.

(da Mirror, Sylvia Plath, 1961)

Se la precedente sonorizzazione per film muti, Suono in un tempo trasfigurato, era una colonna dorica di essenzialità strutturale, il secondo capitolo del duo Bono Burattini, svincolato da un diretto collegamento a sequenze di immagini in movimento, rappresenta l’evoluzione in colonna corinzia. Si tratta pur sempre di un elemento architettonico basilare ma si apre a un ventaglio eccezionale di varianti ed evoluzioni che, senza mai mutare la sua natura necessaria, viaggia con fantasiosa versatilità per adattarsi alle forme più disparate. La title-track, Ora sono un lago è una stratificazione inquietante di tastiere cariche di echi che da Strangers things risale al primo insuperato Dario Argento, con quei sinistri rimbalzi e i mugugni di creature bagnate da pioggia inesauribile. Prove d’esistenza/Il gesto modula una pulsazione di tastiera, che porta Vangelis nella techno e, in accoppiata con la batteria, diventa una cavalcata ansiogena sferzata da schiocchi e battimani steampunk, per confluire in una coda di sirene e raggi laser. Nuda vela gioca sull’inquietante uso di minimali vocalizzi gotico, a metà tra Lisel e Kaytlin Aurelia Smith, nuotando lentamente in un lago di nebbie sulfuree e ghiacci fumanti, transistor diabolici e ululati distanti da scioccante trama horror. Come un riflesso amplifica il concetto lavorando su una trama ritmica altalenante, discontinua ma di continui ritorni e assalti frontali, che si gettano nella suspense adrenalinica di Acrobata, e pare quasi di vederlo, il funambolo, muovere passi accurati su una corda d’acciaio tesa mentre il pubblico, cioè chi ascolta, trattiene il fiato e vive tensione palpabile, con ansia che cresce, sudore che riga la fronte, in attesa di un lieto fine che non ci è dato conoscere, giacché la performance svanisce nel vuoto, risucchiata dalle tenebre. Tra le labbra accenna finalmente, pur su una ritmica di tumultuosa ossessione, una frase melodica che rimonta a Sakamoto e all’elettronica strumentale dei primi anni ’80, evaporando in mulinelli concentrici. Fragili danze discende dagli psichedelici cori orchestrali di Atom Earth Mother rievocando un medioevo immaginifico di contemplazioni e rituali di purezza incontaminata, magie e sortilegi di fate leggiadre, acque incantate e alberi dalle foglie dorate. All’opposto, Volo dell’Angelo è un presagio di tempesta caotica pronta ad esplodere da una mente consunta dai tarli, che si traduce in un moto sbilenco e irregolare, spezzato e ritorto, di potente suggestione. Oltre le palpebre gioca morbosa col suo pattern minimalista che si ripete con leggere e costanti variazioni ad ogni passaggio, aprendo porte su scenari distanti e profondità marine, da cui emergono pochi accordi di chitarra classica pizzicati come all’ingresso di una vecchia locanda. Chitarra che ritorna con fiondate dissonanti a scandire l’incedere claustrofobico di Lonely blue star, che trasfigura uno schema ritmico hard rock, come se i Led Zeppelin fossero una band di Labyrinth, poi sono ancora le sei corde a guidare i sinth verso una marcia processionale di impeto mitico, con la paura di non raggiungere la meta, il presagio di una sconfitta imminente che afferra al petto e obbliga a seguire l’eroe di un’impresa valorosa, soffrire assieme a lui, perdendosi nella nebbia. È un album di potente suggestione visiva ed emozionale, da ascoltare come una esperienza, nel senso hendrixiano del termine.

Credits

Label:  Maple Death Records – 2026

Line-up: Francesca Bono (synthesizers, keyboards, classic guitar and vocals) – Vittoria Burattini (drums, percussions and vocals) – Marcello Petruzzi (bass on track 6)

Tracklist:

 

  1. Ora sono un lago
  2. Prove d’esistenza/Il gesto
  3. Nuda vela
  4. Come un riflesso
  5. Acrobata
  6. Tra le labbra
  7. Fragili danze
  8. Il volo dell’angelo
  9. Oltre le palpebre
  10. Lonely blue star

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