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Siamo quello che lasciamo: intervista a Mauro Ermanno Giovanardi

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Mauro Ermanno Giovanardi è una delle figure più rappresentative della musica alternativa in Italia. Con i La Crus prima e con i capitoli solisti poi, ha dato prova di un cantautorato colto e raffinato, dove la cura del suono e della parola è sempre stata categorica. Rock, pop, elettronica elegante serpeggiano lungo una carriera luminosa che ha ancora tantissimo da offrire al pubblico, in equilibrio perfetto tra i ruolo di interprete, autore, performer, produttore discografico e direttore artistico. Il 20 marzo è uscito E poi scegliere con cura le parole (Woodworm Label) il nuovo lavoro discografico che sarà presentato in una serie di date in giro per la Penisola.

Il titolo del tuo nuovo disco fa molto riflettere. Pone al centro la parola in un’epoca in cui è, invece, abusata fino ad essere svuotata. Parlami di questa scelta.
Un paio d’anni fa ho lavorato ad uno spettacolo su Alda Merini, e leggendo e studiando il suo materiale sono incappato in questa frase da una sua intervista: “Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire”.
Ho pensato fosse una frase stupenda, e che in fondo, da quando ho iniziato a scrivere in italiano, soprattutto, è quello che ho sempre cercato di fare. Di impormi. Ho sempre scelto con una cura smodata le parole. Forse era il caso di iniziare a sottolinearlo. Avevo solo paura che, in un tempo in cui tutto va velocissimo, dove la regola è l’immediatezza, questo titolo fosse un po’ troppo lungo, un po’ troppo Wertmülleriano. Ma alla fine sono super contento della scelta. Perché le parole non sono innocenti, hanno un peso, una responsabilità, una memoria. In un tempo che consuma e cancella tutto in fretta, scegliere le parole diventa un gesto etico prima ancora che poetico.

Di conseguenza i testi hanno un ruolo di primo piano. Hai voluto un lavoro corale per costruirli. Come mai?
Era da un po’ di tempo che pensavo a questa idea di un “Collettivo Della Parola”. Di lavorare a 4 mani con colleghi che innanzitutto e soprattutto stimi, con cui sei legato da grande e sincera amicizia, e con cui più volte ci si è detto: “dai, dovremmo scrivere qualcosa insieme” e poi non lo si è mai fatto. A questo punto del mio percorso, non avendo più nulla da dimostrare o tantomeno ego-trip da nutrire, ho pensato fosse la volta buona. Far confluire diverse teste in una narrazione collettiva, dove un verso può prendere una direzione piuttosto che un’altra e diventare qualcos’altro ancora. Mettere più colori nella tavolozza narrativa mi sembrava molto intrigante. Certo, poi quando lavori con dei numeri uno, devi agire più di fioretto che di spada, stare attento e muoverti con delicatezza con ogni personalità, però è stato molto più semplice e divertente di quello che può sembrare. Come in una partita di ping pong con i versi e le parole al posto della pallina.
C’è stato sempre massimo rispetto tra di noi, e con un patto non scritto. Che mettendoci la faccia e la mia voce, il mio modo di portare le melodie, l’ultima decisione doveva essere necessariamente la mia. Ma non c’è mai stata tensione. Mai. Diciamo che  è stato come dirigere un’orchestra con grandi Maestri agli strumenti. E che sanno il fatto loro.

Dimmi degli artisti che hai scelto per il viaggio tra le parole di questi testi…
Con Francesco Bianconi dei Baustelle ci conosciamo da tantissimo tempo. Lui era un fan della prima ora dei La Crus, siamo amici, ci stimiamo, per me lui è una delle penne più interessanti che abbiamo… Facile, no? Con Pippo Kaballà era davvero da più di una decina d’anni che si diceva dobbiamo scrivere insieme. Colapesce lo conosco ancor prima che lui iniziasse a suonare. Davvero. Sono stato fidanzato con una ragazza siracusana per anni, e lui diciottenne metteva i dischi nei barettini più fighi di Ortigia, spesso brani dei La Crus. Abbiamo suonato insieme svariate volte. Anche lui mi disse “dai dobbiamo scrivere qualcosa insieme, mi ha svezzato tu”… Con Cheope ci siamo conosciuti al Premio Bianca D’Aponte tantissimo tempo fa. Le nostre anime si sono innamorate a vicenda, e anche con lui è stato facile. Con Peppe Anastasi avevo già collaborato in un paio di brani su Il Mio Stile.
Con Alex Cremonesi abbiamo scritto insieme con i La Crus per più di 30 anni, e con Matteo Curallo abbiamo scritto insieme Io Confesso. Lui aveva scritto la musica, io la melodia e il testo. A sto giro abbiamo fatto un up grade…

Hai definito questo disco come il più esistenzialista mai realizzato eppure immerso in un mood leggero. Raccontami della “leggerezza pensosa” che chiami in causa per sintetizzare l’umore delle nuove canzoni…
Arrivare a questo risultato è stato un lavoro faticoso, soprattutto a livello di equilibrio. Ho dovuto usare il bilancino sempre e in continua riflessione. Parlando di certi temi, il rischio della retorica è sempre dietro l’angolo, l’idea era proprio quella di scandagliare tematiche più profonde senza cadere nel maelstrom della pesantezza, pertanto bisogna lavorare sia sulla scrittura che sull’interpretazione.
Come diceva Hemingway, anche il genio è l’1% ispirazione e il 99% sangue e sudore. Niente di più vero. Non sai mai quando il lavorò è finito, ma a un certo punto però capisci che tutto risulta credibile, ha spessore senza essere pesante. Anche quando lo provi e lo canti. Allora forse ti dici dentro di te che ci sei riuscito. Anche questa è fatta.

L’universo sonoro si avvale della collaborazione con Leziero Rescigno e Lele Battista. Come sei giunto a questa scelta e com’è stato lavorare con loro?
Semplicissimo. Con Leziero ormai è il quinto disco che facciamo insieme. Lui è, secondo me, un produttore bravissimo che meriterebbe molta più visibilità. Abbiamo parlato come al solito tantissimo prima di iniziare. Ci siamo dati delle coordinate precise. La sua intuizione è stata quella di insinuarmi l’idea di fare un disco più elettronico, più contemporaneo, senza chitarre, bassi suonati e batterie vere; io l’ho elaborata e ho avuto la visione finale, quella di rendere più possibile raffinato il tutto per arrivare ad una canzone d’autore del terzo millennio. Con LeLe è il secondo disco che facciamo insieme, nel suo studio. Ha fatto parte della band che mi accompagnava nel tour de La Mia Generazione e ormai da una decina di anni tutte le mie voci voglio registrarle solo con lui e da lui. Ci conosciamo a menadito. È una persona bellissima, deliziosa, che ama quello che fa, ed è super professionale. Cosa volere di più?

Canzone d’autore ed elettronica di stampo new wave. Dimmi di più di questo connubio e della sua resa nei live.
Proprio per la natura e il carattere finale del disco non volevo più avere una formazione troppo “rock”, né un ensemble numeroso; cercavo qualcosa di più essenziale, coerente con il suono dell’album. Mi ha influenzato un ricordo di un concerto che vidi nel lontano 1979 (il mio primo concerto) di Iggy Pop dove in apertura suonavano gli Human League, ancora quando erano ancora un duo di tastiere e voci. Ho voluto ricreare quella dimensione: due postazioni, una più legata ai synth, temi e seconde voci con Chiara Castello (I’m Not a Blonde) e l’altra al pianoforte e alle sequenze con Eugene, riarrangiando anche i pezzi dei miei album precedenti e quelli dei La Crus, per far sì che tutto avesse una compattezza ed una coerenza musicale. Portiamo sul palco una scaletta che alterna momenti di elettronica a momenti acustici, in modo che il concerto respiri, passando da una quasi dance hall a momenti più intimi, due mondi lontanissimi che però mi appartengono molto entrambi, perché uniscono il mio background e tutto il lavoro fatto in teatro dai La Crus in poi, permettendomi di esprimere al meglio la mia anima performativa, a metà tra il rock’n’roll, in tutte le varie sfaccettare, e appunto quella più teatrale.

Questo disco ha avuto una lunga gestazione. Come mai il percorso è stato così tortuoso?
Questo disco ha avuto una lunga, lunghissima gestazione, iniziato prima del Covid e poi messo in stand by per la lavorazione del disco dei La Crus e del relativo tour a seguire, per cui ho avuto modo, nel tempo, di affinarlo nei suoi minimi dettagli, in tutte le sue sfumature, di pensarlo al meglio nella sua complessità, riflettere su tutto fino a quasi un mese dalla consegna. Il mastering, ad esempio, l’ho rifatto più e più volte.
Pensa che durante la lavorazione di Per Cantare Più Forte, composto con Lorenzo (Colapesce), un giorno a casa sua, mi fece sentire in anteprima Musica Leggerissima.
È stato un percorso lungo, ma sono super soddisfatto di come è venuto. In tanti mi stanno dicendo che è forse il mio miglior disco solista. E questo fa un enorme piacere. Dopo aver superato la soglia dei 60 anni, che abbia ancora così tanta voglia di metterci tutta questa passione, energia, disciplina, tempo, mi sembra un vero atto d’amore. Insomma che la musica abbia ancora un ruolo così importante nella mia vita, da tutti i punti di vista. Anzi mi sto accorgendo di diventare sempre più esigente, perché alla fine noi siamo quello che lasciamo.

Dimmi dei riferimenti letterari e sonori di queste canzoni. Cosa leggevi, cosa ascoltavi mentre prendevano forma?
Cerco di non leggere o sentire niente durante la lavorazione di un nuovo disco. Proprio per non farmi influenzare troppo. Ma essendo durata cosi a lungo, necessariamente ci sono finite letture o ascolti diversi. Comunque vado a leggere miei appunti scritti nel tempo, più che leggere in funzione di. Anche se ormai le mie letture sono solo saggi di storia e antropologia, perché sono un cantante mio malgrado, avrei da sempre voluto fare lo storico, l’archeologo, l’antropologo. La mia vera passione è questa. Più di rincorrere le mode musicali.

In qualche modo sei stato chiamato in causa con Suoni dal Futuro, il progetto triennale di Germi e SIAE a supporto della nuova generazione di musicisti/autori. Come vedi tu i giovanissimi? Avverti questo fervore e ritieni sia possibile una costruzione di un’alternativa al modello proposto dall’attuale industria musicale?
Credo che Manuel stia facendo un lavoro davvero importante in questa avventura. Sento che tanti giovani iniziano a stancarsi dei modelli imposti dai social.  Non è che siano contro o non li usino, ma stanno acquisendo una consapevolezza diversa. Credo che stiano iniziando a capire che esiste un mondo reale dietro la facciata super wow e splendida, dove non esiste dolore, tristezza, ma dove tutto deve apparire assolutamente fantastico. Certo per ora sono ancora una minima parte, come lo eravamo noi quando abbiamo iniziato, ma è da una crepa che entra la luce.

Cosa può fare la tua generazione per questi giovani? Manuel Agnelli ha lanciato un messaggio chiaro. Credi che verrà colto?
La mia generazione piò metterci la faccia e l’esperienza. Cercare di fargli capire di non fare gli stessi nostri errori, che devono crescere senza l’ansia di fare i numeri a tutti i costi. Provare a spiegare loro l’importanza di fare tanta gavetta. Di suonare tanto e non pensare di fare lo Stadio di San Siro al primo disco.
Spero venga colto perché mi sembra che tanti giovani abbiano voglia di suonare per davvero. Percepisco che sentono la necessità di verità, di creare una comunità alternativa.

10 APRILE – TORINO – CPG Torino
23 APRILE – COMO – Strade Blu – Nerolidio Music Factory (Talk + showcase)
2 MAGGIO – PESARO – Urbica

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