
Roberto Colella per dodici anni è stato il frontman de La Maschera, band napoletana che con grande attitudine sperimentale ha immerso il dialetto in un mood unico e travolgente, firmando tre album accolti dal favore di critica e pubblico. Arriva il cammino in solitaria, annunciato da La casa sull’albero ovvero il singolo che anticipa Ce sta sempre na via, in uscita il 7 maggio per l’etichetta Full Heads. Un disco che si preannuncia come la grande prova di una delle penne più intense ed impegnate che la città partenopea vanta ben oltre i suoi confini. Il valore della memoria, l’entusiasmo del volo, la paura di cadere, la metafora della gabbia come alibi e che Colella immagina come sarebbe piaciuta a Magritte. Come dovrebbe piacere a noi tutti. Prigionieri di noi stessi… solo per timore della vita stessa.
Parlami della metafora al centro de La casa sull’albero…
La casa sull’albero in sé è la metafora del sogno e dell’evasione.
Il senso di tutto invece sta nella “paura di sentirsi vivi nel viaggio”. Viviamo l’epoca del progresso ma anche dell’incertezza, della paura, delle pressioni e delle ansie sociali. Il cuore del pezzo vuole sottolineare che, troppo spesso, la paura di cadere ci fa vivere in una gabbia inesistente.
E perciò il volo degli uccelli come metafora della vita. Si migra insieme di giorno e soli di notte, così come nelle luci e nelle ombre di tutti i giorni.
Dici che questa canzone ti ha ricongiunto all’adolescente che sei stato. Il rinnovamento passa sempre da ciò che siamo stati e dalla purezza dei sogni che ci hanno spinto…
Assolutamente sì. Volevo che il nuovo inizio affondasse le radici nello spirito con cui è iniziato tutto.
La paura di cadere. Abita in qualche modo questa nuova fase da solista?
È questo il punto. La paura di cadere abita qualsiasi fase. Ma è bellissimo che sia così! Mi fa percepire tutto più vivo!
Cosa ci svela questo singolo dell’universo sonoro e testuale del disco che uscirà a maggio?
È una piccola anticipazione, ma è soltanto una delle atmosfere. Il disco ha più anime. Sentirete suoni antichi, sonorità moderne e si racconteranno storie ben precise e storie di tutti. Ogni canzone aveva bisogno del suo universo ed è stato particolarmente stimolante sperimentare.
Sarà un disco più introspettivo o sarà sempre presente il tuo impegno sociale?
L’impegno sociale nelle canzoni è l’aspetto dominante della mia scrittura. Il 90% parte da lì, anche quando sembra parlar d’altro. Avere un megafono a disposizione mi ‘obbliga’ moralmente ad usarlo per sensibilizzare in qualsiasi occasione su quelle che sono le ingiustizie inaccettabili che stiamo vivendo. Ascolterete un ‘canto della memoria’, un canto dei soli per i nuovi schiavi, una canzone di lotta in cui l’espediente narrativo è affidato a un Muhammad Ali della nostra periferia.
Si parlerà anche dei modi per fuggire dalla solitudine e, dal punto di vista testuale, La casa sull’albero è forse il pezzo più introspettivo.
Com’è stato collaborare con Massimo Blindur De Vita?
Con Max ormai c’è un rapporto consolidato da oltre dodici anni. È come parlare con la persona che meglio sa cosa voglio esprimere in quel determinato momento, con la giusta sensibilità e la giusta durezza. Due caratteristiche fondamentali.
Parlami del dialetto in questo disco e della sua commistione con l’italiano e l’inglese. Cosa conserva del tuo passato e cosa racconta oggi di te e della tua musica?
La lingua non è mai una scelta o un’imposizione. È un modo di essere, di parlare, di pensare. È una necessità. Il napoletano è alla base di ogni canzone. La frase in italiano o in inglese c’è solo nei momenti in cui racconta esattamente quello che voglio esprimere, nel modo in cui voglio esprimerlo. Ne La casa sull’albero sentivo di aprire il ritornello in inglese proprio per il senso di libertà che quella frase mi ha dato. È una citazione di un brano dei Queen Spread your wings, il primo a farmi innamorare della musica suonata, a sedici anni.
Dimmi dell’artwork del singolo. Mi ha fatto pensare al surrealismo di Magritte… Devo considerarla a sé stante oppure anticipa la grafica del disco?
Hai colto perfettamente. René Magritte è il riferimento visivo dell’artwork del singolo, che è anche un assaggio della direzione dell’album. Ho disegnato la gabbietta ricercando proprio quello stile surreale… motivo per cui, guardata attentamente, manca di alcune sbarre. Una gabbia che in realtà non può ingabbiare nessuno. E poi, nel pensiero e nell’arte di Magritte ho trovato una profonda affinità con le tematiche del disco
Cosa auguri a questo singolo e al disco imminente?
Che sia luminoso! E che possa darvi le emozioni che ha dato a me!

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