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Candidi lottatori: intervista a Cristiano Godano (Marlene Kuntz)

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I Marlene Kuntz non hanno bisogno di alcun giro di parole di presentazione. Band simbolo di certa musica italiana alternativa (e non solo), hanno segnato e segnano il tempo con categorica e fascinosa densità. Dove il rumore si concilia con l’ardita melodia, la poesia serpeggia suadente e furente. Celebrano i trent’anni de Il Vile, un disco seminale che gode di forma smagliante e forza invidiabile. Per l’occasione un tour in giro per la Penisola ed una ristampa in versione speciale numerata e in edizione limitata, disegnata interamente dall’illustratore Alessandro Baronciani.
Abbiamo esplorato insieme a Cristiano Godano il significato profondo dietro questa celebrazione. L’attenzione cade sulla coerenza artistica che fin dagli esordi ha guidato una vena creativa autentica sempre aliena da compromessi e fedele alla libertà di evolversi, nonostante l’indolenza di certo pubblico intransigente. Questa forma di resistenza musicale spiega perché Il Vile e la musica tutta dei Marlene Kuntz continuino ad offrire legittimazione emotiva a diverse generazioni.

“Quando noi giochiamo facciamo così: musichiamo l’invincibile candore che asperge le nostre anime, dando voce al bisogno urgente di essere noi stessi”. Recita così la presentazione de Il vile (riportata autografa in Nuotando nell’aria – La nave di Teseo, 2019). Vorrei iniziare da qui, da questa verità di trent’anni fa, per chiederti quanto risuoni ancora oggi nello spirito della celebrazione di questo disco.
Beh, visto che lo stiamo eseguendo sui palchi uguale a sé stesso, senza riarrangiamenti di sorta, direi che ovviamente risuona ancora oggi: il candore di allora viene come minimo riproposto. Ma mi spingerei oltre e parlerei dello stesso candore con cui da sempre e per sempre abbiamo fatto le nostre musiche nel corso degli anni, inseguendo un ideale di compiutezza artistica e non il lenocinio dei tanti soldi, che non ci sarebbero di certo dispiaciuti. Ma non essendo capaci di comporre cose che non ci rappresentano al cento per cento, abbiamo passato una vita a lottare per rimanere, anche sfidando i noiosi contestatori del “i veri Marlene sono quelli dei primi tre dischi”. Siamo sempre stati candidi, in tal senso, dei candidi lottatori.

Continuo sulla stessa linea, citando ancora quella presentazione… “Tutto ciò di cui avete bisogno è amore per essere anche voi: voi stessi”. Parlami di quell’amore di allora. Quale significato aveva nel vostro rapporto di giovani musicisti con il pubblico? Oggi come lo percepite nel corso delle date dedicate al trentennale?
Oggi sentiamo come quell’amore fosse imperituro: a seguito di quel “i veri Marlene sono quelli dei primi tre dischi” molti si sono sfilacciati, e quella stupidissima frase ha fatto molti danni, ma chi è rimasto, tutt’altro che pochi, ne ha alimentato la sostanza, l’ha nutrita e sfamata, rendendola quel che è oggigiorno, un caloroso e commovente supporto affettuoso e pieno di ammirazione e rispetto, tanto da potersi beare di tutta la salvifica e stimolante autostima che ingenera. La nostra gratitudine si rispecchia negli occhi ammirati e commossi di chi, tantissimi, sta venendo a vederci in queste prime date di un tour che si spingerà sino in estate.

E ancora… “La musica è un’arte, la scrittura è un’arte”. Chiosasti così quella presentazione. Una dichiarazione di intenti che non ammette alibi. Quanto è stato difficile per i Marlene Kuntz starci dentro e quanto lo è oggi?
Non è stato facile, e sempre quella frase che non riporto più ha creato i presupposti per una lotta difficile in un paese che non ha il rock nel suo DNA: il nostro esserci ancora ha i tratti dell’eroismo. Sento il detrattore borbottare…

Ti giro intorno, dove la musica viene esaltata come occasione di “pura esaltazione, quasi di trasfigurazione”. Cosa provi ogni volta che esegui il brano a distanza di trent’anni, in un’era in cui la musica sembra aver perso la sua fascinazione?
Non empatizzo mai coi miei testi mentre li eseguo dal vivo, quindi la questione in realtà non si pone.

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Cosa significa celebrare? Ricordare o rinnovare? In cosa i trent’anni attraversati segnano la performance sul palco e condizionano la fedeltà a brani pensati nel passato?
Noi semplicemente ci divertiamo molto: tolti quei due o tre pezzi che eseguiamo spesso dal vivo, gli altri sono pur sempre pezzi che come minimo non eseguiamo da dieci anni a questa parte, quando festeggiammo il ventennale, e riprenderli è eccitante come con qualsiasi altro pezzo del nostro repertorio che venga ripescato dopo un tot di tempo. Celebrare significa, per me, festeggiare un disco che è nel cuore di molti. In tutta onestà se sapessimo che potesse funzionare così per ogni altro nostro disco, faremmo una celebrazione a ogni ricorrenza: sarebbe una magnifica occasione per continuare a farsi pagare per ciò che facciamo, visto che i dischi pagano zero (ecco il motivo per cui sempre più tardiamo a farne di nuovi). Ma, complice anche quello che è contenuto nella solita frase nelle due prime risposte a questa intervista, agli altri dischi non è concesso tanto onore: non verrebbe così tanta gente come quella che viene per Il vile o Catartica.

Il rapporto con una parte di pubblico “intransigente”, che poi è quello anche de Il vile, è diventato complicato negli anni. I Marlene Kuntz hanno esplorato nuove soluzioni, arrivando ad immergere il furore in una certa morbidezza e lentezza che hanno segnato poi le vostre produzioni. Con quel pubblico avete fatto pace?
Direi che dalle mie risposte precedenti si evince un “no”. Ma accolgo con estremo piacere e benevolenza chiunque abbia modo di ravvedersi, come il padre col figliuol prodigo. E d’altronde la mia benevolenza è disponibile a riconoscere sincera gratitudine per quella fedeltà, pur se relegata ai soli primi tre dischi. Sono sempre pronto a far pace, in caso di genuino ravvedimento. Se no, amici come prima del quarto disco.

Il vile ha segnato la musica alternativa italiana, spingendo l’inquietudine e la fragilità ad un nuovo linguaggio dove la delicatezza e l’impeto hanno innescato un gioco di specchi in cui più generazioni hanno trovato legittimità emotiva. Al di là della celebrazione del trentennale, parlami dell’attualità dei brani, della loro universalità proprio in questi tempi così vuoti e feroci, per la musica e per l’essere umano…
Questa domanda ricorre spesso, e pretende che io sottintenda, come immagino facciate voi, che questa attualità sia un evidente dato di fatto: io non lo sottintendo in verità, ma prendo a mia volta atto che parrebbe le cose stiano così, ed è molto soddisfacente. Di certo vi sono frasi che estrapolate dal loro contesto funzionano al giorno d’oggi: “Probabilmente io meritavo di più”, “Come stavamo ieri… sarà così domani? Dimmi di si”, le prime che mi vengono in mente. E poi c’è la canzone che apre il disco, 3 di 3, che è un threesome: direi che anche oggi il threesome è in voga…

Il brano che allora ti creava più difficoltà nell’esecuzione live? Ovviamente non parlo soltanto dell’aspetto tecnico. Oggi, invece?
Difficile ricordare, però a naso potrei forse dire L’esangue Deborah: una canzone delicata come ne avremmo fatte sempre più nel corso del tempo (mi sono sempre chiesto come mai proprio questa sia un pezzo “da veri Marlene” e altre tipo, che ne so, Adele no: misteri del fanatismo), che in quel periodo estremamente irruente e ancora inesperto poteva esser difficile da gestire e rendere con la giusta enfasi in mezzo a tanto caos. Ora come ora credo che la più difficile sia rimasta fuori scaletta: E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare, ma solo perché ha una quantità importante di parole nelle strofe, che temo mi avrebbe messo in difficoltà con la gestione del fiato, essendo passati trent’anni e non essendo più io un giovinotto. Devo dire che per come sto performando sui palchi, con mia stessa, somma sorpresa, avrei “portato a casa” anche lei. Ma va bene così.

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