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Ilaria Graziano, live @ Palazzo dello Spagnolo, Napoli, 08/03/2026

IlariaGraziano_Live

Attraversare le strade di Napoli di un tardo pomeriggio domenicale, luci basse e poca gente, i più ancora a smaltire un pasto eccessivo, qua e là asiatici e africani si incontrano all’ingresso di un kebabbaro. Imboccare spinti dal vento che annuncia la sera l’ampia via dei Vergini, che dalla porta del centro antico taglia il quartiere Sanità, luogo magico nel quale ancora oggi convivono le forme di una nobiltà opulenta e decadente con quelle di un popolo vivace e multiforme. Fino a raggiungere il settecentesco Palazzo dello spagnolo, disegnato da Ferdinando Sanfelice, per salire i gradini della magnifica scala a doppia rampa aperta in fondo al cortile da un arioso ricamo di archi rampanti e archi a tutto sesto.
L’appartamento al piano nobile ospita la sede dell’associazione Brodo, oltre ad essere dimora delle tre fondatrici, due sorelle, Viola e Celesta, e la loro madre Mena, che da oltre un decennio omaggiano la memoria paterna rievocando le jam session che animavano la casa di famiglia e da lui scherzosamente chiamate per l’appunto “brodo“. Oltre alle rassegne organizzate in tanti spazi cittadini, l’associazione apre le sue porte ogni due settimane per un home concert che diventa happening di partecipazione a uno spazio antico ma vissuto, di travi rivestite di carte rococò e tele di pop-art acrilica dipinte da Celesta, pareti incrostate di libri e strumenti musicali da tutto il mondo, una cucina tanto grande quanto confortevole e saporita grazie alle mani sapienti di Mena.
Il salone, solcato dall’enorme drago di carta che pende dalla volta, opera del giapponese Yuhei Takada del Gruppo AU, ospita il set di Ilaria Graziano in duo col polistrumentista Simone De Filippis, produttore assieme a Gnut del nuovo Rive, preceduti dall’intervento accorato di Francesco Lettieri che esegue due brani per voce e pianoforte a coda, di minimalismo melodico che convive con passi di virtuosismo densi di personalità e con in mente l’estro di Giovanni Truppi.
Ilaria prende posto a passi lenti avanti al microfono munita di chitarra acustica con la quale si accompagna in gran parte dei brani e una tammorra che percuote con bacchetta da grancassa per effetti percussivi ancestrali che poco hanno in comune con le tammurriate. Simone si divide tra una magnifica Gretsch dal suono vintage e un tastierino Roland JU-06, attorniato da una selva di pedali per giocare a calibrare i suoni, oltre a due pedali da batteria coi quali riproduce grancasse e rullanti molto effettati. Così schierati sul fondo della sala eseguono l’intero Rive. Spoglio delle mani e della voce di Gnut udibili nell’album, il live prende una via tangente in cui Ilaria, che arpeggia l’acustica con tecnica differente da Claudio, esibisce e mette alla prova ancor di più la sua personalità musicale pura ed energica e si lascia più spesso andare come posseduta dalle voci liriche che vibrano nel suo corpo minuto. A partire dall’introduzione vocale di Cuore che, posta in apertura del concerto, diventa un vero e proprio rituale di iniziazione a un culto misterico di cui è sacerdotessa gentile, che avvia una scaletta che sovverte del tutto quella dell’album. Gli arrangiamenti per duo sono per forza di cose improntati a un maggiore minimalismo, con tastiere risolte in droni d’organi fruscianti e ombrosi, che mette in risalto le doti vocali di Ilaria, che spazia dai sussurri dell’anima di Paradiso agli acuti vertiginosi di DomaniStretti stretti, al crescendo teatrale e ai gorgheggi sinuosi de Il veleno e la cura. Annuncia Fuje raccontando di averla scritta a Napoli, ma precisa che non è dedicata alla città, mentre Simone trasporta l’inciso di tastiera dell’originale sui bassi rotondi e fluidi della sua Gretsch. Nei bis arrivano due canzoni dall’album From Bedlam To Lenane (2012) con Francesco Forni, Rosso che manca di sera, avvolgente e solitaria ballata affranta da cantare sottovoce, e La strada col suo incedere iberico e gitano incalzante, le brusche interruzioni e le improvvise accelerate, per chiudere con l’unica cover, Tonada de lluna llena del venezuelano Simón Díaz, dove Ilaria trova nel sangue caldo del floklore sudamericano una inscindibile affinità con la musica popolare partenopea e col suo profondo sentire. Degna conclusione di un concerto di intimità domestica, partiture ambiziose, sussurri silenziosi e voci possenti. Attendiamo con ansia una replica in full band.

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