In Liminal, Marco Giambrone – alias The Silent Carnival – attraversa territori sonori sospesi, dove strumenti antichi, elettronica imperfetta e silenzi carichi di significato diventano materia viva. In questa conversazione con Losthighways.it, il musicista racconta la genesi di un disco più corporeo e nitido dei precedenti, nato da un periodo di fragilità e trasformazione, tra collaborazioni decisive, ricerca timbrica senza confini e un dialogo costante con la propria interiorità. Una testimonianza sincera di come la musica possa farsi spazio liminale, frattura e cura allo stesso tempo.
Nel disco sembra esserci una tensione costante tra strumenti antichi e un’elettronica volutamente imperfetta. Come hai lavorato per far convivere queste due anime senza che una prevalesse sull’altra?
La parte embrionale di queste canzoni è nata utilizzando prevalentemente una chitarra classica e, in origine, il mio progetto era quello di realizzare un disco estremamente scarno utilizzando pochi strumenti. Come spesso accade però, da sperimentazioni casuali nascono idee e ipotesi completamente differenti, quindi ho iniziato ad affiancare agli strumenti acustici i sintetizzatori, i loop, chitarre elettriche con riverberi lunghissimi, e rumori assortiti. Il mio rapporto con l’elettronica è totalmente istintivo e poco tecnico. Tiro fuori dalle macchine ciò che mi è utile, in modo spesso poco ortodosso, Alla fine credo si sia trovato un bilanciamento tra le due anime.
Il minimalismo di Liminal appare più corporeo rispetto ai tuoi lavori precedenti. Qual è stato il processo che ti ha portato a rendere il suono più “vissuto” e meno etereo?
Credo che nel corso degli anni, in un processo lento e graduale, questo progetto si sia focalizzato più sulla forma canzone. Intendo che nei primi lavori c’era molto più spazio per la musica strumentale, i droni e i suoni astratti. Forse l’utilizzo più frequente di strumenti acustici ha portato ad una maggiore sintesi e concretezza. Credo che l’utilizzo di uno strumento piuttosto che un altro, nella fase di scrittura possa determinare una identità ben precisa nel risultato finale del lavoro.
Brani come November e Song for a Mirror sembrano costruiti tanto sui silenzi quanto sulle note. Che ruolo ha il vuoto sonoro nella tua scrittura e come decidi quando “lasciare spazio”?
A volte credo che una canzone debba semplicemente “respirare”. Se ci muoviamo su dei ritmi lenti e affrontiamo un testo che parla di fragilità o nostalgia, allora immagino che ogni nota può rimanere sospesa e che ci sia spazio prima che arrivi la successiva. Se c’è silenzio allora ho la possibilità di inserire dei suoni fragili, appena udibili e questi ultimi hanno lo stesso peso di quelli principali per me. Ecco il silenzio ha sempre avuto un ruolo importantissimo nella mia scrittura e penso lo avrà sempre.
In Vertige la dimensione più instabile del disco prende forma attraverso rumori, strumenti autocostruiti e una tensione quasi fisica, a cui si aggiunge la presenza di Cesare Basile. In che modo questa collaborazione ha influenzato la costruzione della “frattura sonora” del brano e cosa rappresenta per te, a livello tematico, questo spazio di instabilità così profondamente umano?
Avevo appena registrato la struttura principale di Vertige e subito ho pensato che fosse necessario un intervento esterno che cambiasse direzione alla canzone in maniera forte. Ho sempre avuto la fortuna di collaborare con grandi musicisti che hanno portato sempre il loro linguaggio personale trasformando il mio punto di vista in qualcosa di più ampio. Cesare ha interpretato perfettamente il senso di un pezzo che parla di un periodo estremamente segnante per me e i suoni che ha scelto sono perfetti nello svolgersi di questo racconto. L’elettronica nervosa della prima parte, il raddoppio del tema principale con la chitarra acustica e le note finali di vibrafono che accompagnano una timida speranza.
La recensione parla di un folk quasi rituale, arcaico. Da dove nasce questa ricerca timbrica e quanto è legata alle tue radici o a un immaginario più universale?
Non ho mai cercato di seguire un genere preciso o appartenere a una scena. Fin dall’inizio furono utilizzati termini come dark-folk o musica rituale ecc…Ho solo seguito la mia sensibilità musicale, una predisposizione sicuramente per i ritmi rallentati e le atmosfere dilatate ma non avevo in mente una formula da ripetere. Non penso che questa ricerca timbrica sia strettamente legata alle mie radici. Siamo il frutto di tutto quello che abbiamo attraversato ma ho sempre cercato di guardare oltre, a volte lontano, a volte vicino. Di sicuro nel corso degli anni mi ha sempre più appassionato il mescolarsi di generi, strumenti, culture apparentemente lontane e mi auguro che nella musica ci sia sempre più spazio per l’ibridazione.
In Liminal sembra esserci un dialogo costante con un sé riflesso, fragile e distante. Quali sono i temi interiori che ti hanno guidato nella scrittura del disco?
Il distacco, la mancanza e l’elaborazione della perdita sono stati da subito dei temi ricorrenti nella scrittura di questi pezzi. Era proprio quello il periodo in cui tutti questi sentimenti mi attraversavano e a un certo punto ho deciso di esorcizzare il tutto scrivendo quello che sentivo e cercando di scegliere i suoni più adeguati. Tutto questo chiaramente è presente con maggior evidenza nei testi che in questo disco sono molto più diretti del solito.
Rispetto a Somewhere e My Blurry Life, questo lavoro appare più nitido, più incarnato. È stata una scelta consapevole o un’evoluzione naturale del tuo modo di stare dentro la musica?
Da “My blurry life” a oggi ho avuto modo di lavorare con musiche diverse. C’è stato il disco realizzato con Giuseppe Cordaro dove ci siamo mossi in territori ambient ed elettroacustici e il tour di Saracena di Cesare Basile in cui sono entrato in contatto con suoni per me nuovi ed estremamente affascinanti. Queste esperienze mi hanno dato tanto e mi hanno permesso di approcciare la musica con sempre crescente apertura e sperimentazione. Poi ahimè tendo a lavorare in maniera maniacale a ogni piccolo suono e non mi fermo fino a quando non sono completamente convinto. Quindi si, evoluzione naturale.
Se dovessi immaginare Liminal come colonna sonora di un film del passato, quale opera cinematografica senti più vicina al suo immaginario sonoro e perché proprio questa scelta?
Rispondo istintivamente, Il cielo sopra Berlino. Gli interrogativi sul senso della vita e della morte che pervadono il film credo si possano ricollegare bene ai temi dell’album. Il bianco e nero, la poesia e la sensibilità di Wenders e l’umanità di un angelo che rinuncia all’immortalità per il desiderio di un amore. Nel film ci sono già delle musiche intoccabili ma per un momento cerco di dimenticarle.
Lost Highways Seek your mood, Find your lost highways!