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Rive – Ilaria Graziano

IlariaGraziano_Rive_CoverCome dichiarato dalla stessa Ilaria, il suo primo album solista, Rive, non è solo approdo, “ma un confine mobile tra ciò che siamo stati e ciò che potremmo diventare”. Racconta la trasformazione, senza perdere la bussola, mettendo a frutto la memoria, esercizio di pensiero critico, scavando lentamente nel proprio bagaglio di ricordi emozionali, di musica, di vita, di dolori e gioie inaspettate, come dice senza parole l’immagine leggermente offuscata della copertina. Grazie alla produzione rispettosa e creativa di Simone De Filippis e Claudio Gnut Domestico, col quale aveva contribuito alla riuscita dell’ultimo suo album solista, Nun te ne fa’, Ilaria Graziano mette a segno una profonda e personale prova autoriale, lungo un percorso che diverge non poco dalle esperienze in coppia con Francesco Forni, raccontando un modo musicale ampio e colorato, di vena malinconica e passionale.
Lo si capisce sin dalle prime note di Paradiso, un inizio tanto lieve e grave come gli accordi spennellati di chitarra acustica che accompagnano il canto dolcemente denso, un canto terso di statura antica e dimensione moderna, capace di sussurrare la melodia con l’intimità adolescenziale di una Astrud Gilberto, di costruirla come estensione del piano in rapidi guizzi ascendenti, muovendosi tra le onde di una quiete beata. Ma le corde taglienti di Cuore squarciano quel telo di grazia come una caotica danza sfrenata nella kasbah, ordita da una filastrocca popolare che nasconde formule di fattucchiera tra le aspre pieghe del manto, e rischia di prendere una deriva techno prima di finire in un ritornello che stempera la tensione nei vocalizzi della tradizione popolare. Stretti stretti riflette sugli standard della canzone italiana degli anni ’60 come nella rara perla confezionata da Robertina & Gatto ciliegia contro il grande freddo, Cuore (2006), con la giusta misurata relazione di fraseggi noti per voci sottili, elettronica e archi drammatici, per non dire di quella splendida chitarra acida e morriconiana, partendo poi per la tangente ad abbracciare l’intero mondo visionario delle colonne sonore del decennio successivo, con quel canto muto sognante che ha fatto la fortuna di tante pellicole nostrane. Il veleno e la cura mette in scena una pièce teatrale a più voci, tutte incarnate da Ilaria, che si trascinano sul palco in bilico tra Giovan Battista Basile e Angelo Branduardi, pizzicati, mandolini e chitarre battenti, marcette grottesche, controcanti in loop di Gnut e gran finale vorticoso. Poi il teatro si trasforma in un jazz club raffinato, dove un pianista in abito scuro accompagna con minimale pathos e tre accordi da ballata romantica, venata di blues, l’invocazione mistica di Ilaria, che innalza con Domani note sacre e affilate oltre il soffitto della sala in maestoso evocativo crescendo. La dolcissima frase di una tastiera dal sapore vintage, sgangherato e amabile, introduce Fuje, duetto da lucciconi e singhiozzi, con Gnut in veste di basso profondo e Ilaria teneramente sul registro alto, per una ballata di semplicità disarmante e pacifica, di serena accettazione della vita e di quel che verrà: “ma quanno jesce fore e nun succede niente, nunn’è ca sì felice ma manco staje murenno“. Con impalpabili passi su tastiere eteree finiamo Oltre le favole, in una realtà sospesa e mobile, di echi distanti e tuoni silenziosi da attraversare al ritmo di un mantra universale, segnato da saette elettroniche e bassi gommosi, “un giorno è come un’ora senza tempo un’altra vita ancora un sogno ad occhi aperti, l’anima vola“. Con Primo si torna in teatro, per un dramma dell’arte più che una commedia, “restiamo uniti finché non si muore“, di pungenti pizzicati e corde stridenti, che si gonfia nella grandeur di vocalizzi spiritual, epici come nel finale sanguinoso di un western offuscato da polvere e sudore. E alla fine della rappresentazione troviamo il canto ancestrale Spirito d’o viento, che dialoga a distanza con le ricerche misteriche di Daniela Pes, quasi interamente costruito dalla voce delicata e possente di Ilaria, dapprima con sparute percussioni primitive, poi con un tenue crescendo che avvolge come un inno la trama vocale in lenta spirale armoniosa. È l’armonia decadente di un tempo perduto la cui ricerca scalda il cuore e rasserena mentre tutt’attorno infuria la tempesta, la sostanza celestiale della musica capace di annullare le brutture del mondo penetrando come nettare puro nei recessi dell’animo.

Credits

Label: Ad est dell’equatore – 2025

Line-up:
Ilaria Graziano (voci, cori, percussioni, synth, chitarre) – Simone De Filippis (batteria, basso, synth, chitarre, cori) – Claudio Domestico (chitarre – cori) – Michele Signore (archi – octave mandolin) – Andrea Pesce (piano – rhodes)

Tracklist:

  1. Paradiso
  2. Cuore
  3. Stretti stretti
  4. Il veleno e la cura
  5. Domani
  6. Fuje (feat. Gnut)
  7. Oltre le favole
  8. Primo
  9. Spirito do viento


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