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Liminal – Silent Carnival

SC-LIMINAL-DIGITALE02Ci sono dischi che si ascoltano e dischi che si attraversano. Liminal appartiene alla seconda categoria: non si limita a scorrere, ma apre una soglia. È un luogo di passaggio, un corridoio emotivo in cui Marco Giambrone – anima di Silent Carnival – invita l’ascoltatore a camminare piano, come in una casa abbandonata in cui ogni stanza conserva un’eco. November apre il disco con la delicatezza di una porta socchiusa. È un brano che sembra fatto di aria fredda e corde che tremano, un folk spogliato fino all’osso, che richiama certe malinconie di Elliott Smith ma filtrate attraverso una sensibilità più mediterranea, più terrena. Qui si percepisce subito la differenza rispetto ai lavori precedenti: il minimalismo resta, ma ora è più corporeo, più vissuto. In Liminal emerge una doppia anima: da un lato strumenti antichi – chitarra battente, balalaika, armonium – che evocano un folk arcaico, quasi rituale; dall’altro un’elettronica che non cerca mai la pulizia, ma la frattura. È una poetica che ricorda la folktronica più intima dei primi Tunng o dei Hood, dove il rumore non disturba ma rivela. In Salvation affiora un’aura da folk apocalittico che richiama i Current 93 nei loro momenti più visionari e l’attitudine ipnotica di Teardrop dei Massive Attack. Song for a Mirror è uno dei vertici dell’album. La lap steel di Marcella Riccardi scivola come un raggio obliquo su una superficie d’acqua, mentre la voce sembra parlare a un sé riflesso, fragile e distante. È un brano che potrebbe dialogare con la scuola slowcore più introspettiva – dai Low ai Boduf Songs – ma senza mai imitarla. Giambrone ha una sua grammatica emotiva, fatta di silenzi che pesano quanto le note. Vertige, con l’intervento di Cesare Basile, è la ferita aperta del disco. Le derive noise, gli strumenti autocostruiti, le vibrazioni irregolari: tutto contribuisce a creare un senso di instabilità che è però profondamente umano. È come guardare il pavimento muoversi sotto i piedi e accorgersi che, in fondo, non si cade.  In fondo, Liminal non rompe davvero con ciò che Silent Carnival è stato finora: ne raccoglie le ombre, le malinconie sospese, quel modo unico di far parlare i silenzi. Ma dove Somewhere e My Blurry Life sembravano muoversi come un ricordo sfocato, un diario lasciato aperto al vento, qui la scrittura si fa più nitida, più incarnata, come se Giambrone avesse deciso di attraversare fino in fondo ciò che prima osservava da lontano. La continuità sta nella fragilità, nella delicatezza con cui ogni suono viene offerto; la differenza sta nel coraggio di restare, di non arretrare davanti alle crepe. Liminal è così: un passo avanti senza strappi, un’evoluzione naturale che non tradisce la radice ma la approfondisce. Un disco che conferma Silent Carnival come uno dei pochi progetti capaci di trasformare l’intimità in paesaggio, la vulnerabilità in forma, il passaggio in destinazione. Un’opera che chiude un cerchio e, allo stesso tempo, ne apre un altro, con la calma di chi sa che ogni soglia attraversata è già un nuovo inizio.

Label: Avium – 2026

Line-up: Written, produced, engineered and mixed by Marco Giambrone (vocals, acoustic guitar, electric guitar, classic guitar, chitarra battente, Mellotron, organ, harmonium, drums, piano, vibes, balalaika, synth, noises, loop).

Tracklist:

1. November
2. Salvation
3. Facing the outside
4. Song for a mirror
5. Clouds
6. Daze
7. Absence
8. Ready to drop
9. Vertige
10. We will meet again
Link: Facebook.

November – Video

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