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Olimpo diverso – Umberto Maria Giardini

0e25d939-c4d9-47f7-802e-0245c0e331ef21 novembre 2025. La data finalmente cerchiata in rosso sul calendario da mesi. Precisamente da una sera del maggio scorso, quando prima della sua tappa campana di Prove tecniche sull’infelicità diffusa, magnificamente cordiale in una location e tra un rumoroso sottobosco umano che spingeva invece verso la sfiducia invincibile nel genere umano, avevamo parlato brevemente della lavorazione del disco, all’epoca in fase di completamento in uno studio d’oltralpe. Umberto Maria Giardini ritorna due anni dopo il precedente epocale e perfetto Mondo e antimondo. Gli apro la porta dopo aver lucidato bene le maniglie. Che gli ospiti graditi che lascio entrare nelle cuffie devono sentire la riconoscenza e comprendere che l’accesso diretto alle nuvole cariche che porto dentro dev’essere sorte di pochi. E nell’Olimpo diverso che, per necessità di aderenza a ciò che non è ordinario, disegno dai tempi della tarda adolescenza su pareti a volte affrescate dalla gioia, spesso crepate dall’inadeguatezza, ma mai lasciate ammuffire in compagnia del decadimento dell’industria musicale, Umberto Maria Giardini torna a lanciare fulmini e strali, eburneo nella severità dei suoi testi quasi ermetici, confortante nella sua eleganza acustica e graniticamente sprezzante verso chi si aggrappa alle liane sdrucciolevoli del mainstream. Distante e a schiena dritta nel mandare al diavolo chi vorrebbe solo “farsi fare il Bini, mentre ci sono bici da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere“, secondo la incorrotta lectio magistralis di Cesare Pavese.
Perché avere qualcosa di sensato ed artisticamente apprezzabile nelle mani e nella gola, in un’epoca attraversata dalla perpetua pioggia acida del psittacismo, è da ritenersi semplicemente eroico e da premiare con il caldo abbraccio dell’ascolto più rispettoso possibile. Due anni, dicevamo, dall’ultima nota del precedente lavoro, con in mezzo vari progetti paralleli come Sorelle gemelle lasciate in castigo, Selva oscura ed un Ep con Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura, Umberto Maria Giardini decreta il termine dell’attesa e ci regala dieci nuovi memorabili chiaroscuri racchiusi in un Olimpo diverso, per la label La tempesta dischi.
Ed è proprio la title track Olimpo diverso ad avviare il disco, una preghiera orizzontale, bisbigliata di lato, senza salmodiare verso l’alto. Denudati e arresi di fronte alla totale assenza di focalizzazione di una povera Italia stritolata dall’immobilità. Ad inquadrare un avamposto da difendere, dove l’antipatia rimane l’unico antidoto all’omologazione e dove ancora può avere un senso la selezione all’entrata, usando la lente di ingrandimento a cercare la sincerità nelle cose. Perché non è acquistando Romaneé-Conti-Latache, anche a casse, che si diventa intenditori di vini. Ed una carogna resta tale anche con i guanti bianchi, come insegnava un poeta andato via quasi un anno fa.
Frustapopolo sferza impietosa l’ipocrisia dilagante, la sete di dominio dell’uomo sull’uomo, parete divisoria dell’umanità in servi e padroni e che rende impossibile la normalità e la pace, per usare la definizione con cui Pasolini sintetizzò la ragione di tutto il male del nostro tempo. Strizzando l’occhio ad Amarillo Slim, che ci ricorda che puoi tosare una pecora molte volte, ma puoi scuoiarla una volta sola, ed invitando all’abbandono della sudditanza verso uomini scoloriti con il coraggio delle lepri, nuovi Ponzio Pilato, abili nel dare in pasto alle folle il martirio di un Cristo dallo sguardo straziante come dipinto da Antonello da Messina. Topazia, primo singolo estratto dall’album esibisce una pulsante diagonale elettronica a riavviare il battito impazzito di fronte allo spiazzamento, non compiaciuto ma dispiaciuto, per umani superbi partiti a cavallo e tornati a piedi, uscendo di scena mentre il motore dell’amore resta ingolfato a tossire, spezzando il respiro, in attesa della polvere da sparo delle ripartenze, consapevoli, facendo risuonare Giuseppe Aletti, che la parola confonde ed il gesto chiarifica. La magnetica ballad Paga la vita allunga le mani nel passato, epoca Moltheni. Con un finale a spirale, quasi una funambolica giravolta derviscia, a stravolgere le scenografie di una notte circoncisa dai coltelli del tempo. Dove la teoria del conflitto gioca a morra cinese con la teoria della cooperazione, lasciando nel cervello polvere bruciata dal passato, lattice per un tempo che si allarga e restringe a proteggere e ferro con cui colpire e parare i colpi. E allora nessuno scampo alla pistola fumante della routine, con le sue contraddizioni rumorose come parole accartocciate, a rendere inabitabili i posti in cui siamo stati felici. Approccio di difesa zero trust per una Vipera blu che striscia in direzioni diverse. In uno slalom nel tentativo di unire le strade, dopo aver superato tutti sulla destra, tagliando gli incroci, bardata nell’irrisolutezza della solitudine, dell’incostanza dei sentimenti, tra soggetti fallibili intenti a farsi una guerra intesa come sola igiene del mondo. Energia cola incessante in una struttura sonora che ti fa salire sulle punte per guardare oltre i muri che decidiamo di tirare su. Tra echi di Protestantesima ed una batteria che traccia scie luminose. Questioni di battaglie con il solo scopo di tenere libere le mani, pronte a scagliare pugni di terreno su legno squadrato di una storia che ha finito per trovarsi con l’ossatura spezzata dal respiro e la colonna vertebrale frantumata dal destino. Mani che frugano nelle tasche dei ricordi, a trovare Pietre nell’accappatoio, senza peso, ma appuntite, come gli “avrei dovuto”, nemici giurati di ogni pagina da voltare, spine nel fianco che fanno sanguinare, quasi frecce velenose scagliate da una distanza troppo breve. A ricordare che anche i silenzi da divano e gli sguardi voltati verso le finestre sono armi di guerra, le più potenti ed al contempo le più insensibili di fronte alle bandiere bianche. In Capire prima che accada l’elettronica spinge, spiazzando per quasi tre quarti del pezzo, per poi farsi affiancare da un piano che lascia aperti scenari di allontanamento, misteriosi come la scomparsa di John Brisker. In un’atmosfera densa e senza ossigeno come una server room senza condizionatori, si respira la marziale intenzione di anticipare la fine. Ben consapevoli che nulla è eterno, neppure ai nostri problemi, come intuì un comico malinconico dello scorso secolo. Megaestate è un’avvolgente cavalcata solo strumentale, che inietta giovinezza e la sensazione che tutto sia sempre di passaggio, come se all’anagrafe avessero scritto il tuo nome a matita. Un tempo dilatato e sorridente che guarda agli anni novanta ed in cui l’assenza di abrasioni ai gomiti ed alle ginocchia alimentava onnipotenze pericolose da sindrome di Hubris. Mentre l’armonia, quasi ballabile (Dio mi perdoni), accarezza nella sua confortante e morbida ciclicità, quasi un triangolo di Sierpinski dai lati di velluto. Acquaforte chiude il lavoro, incidendo su metallo alcune fotografie da leggere. Tra dettagli in disapparizione, vittime dell’acido del tempo, ed a cui avremmo dovuto dare maggiore cura. Con la scure della fine che, tra indecisioni e parole di troppo a rendere agnelli avvolti in una pelliccia da lupo, anche qui non sorprende, ma offende.
Con Olimpo diverso Umberto Maria Giardini compone un puzzle sull’incomunicabilità, partendo dai pezzi lisci su di un lato a formare il contorno, per poi lasciare che l’interno venga da sé. Quello che viene fuori è un atlante della devastata geografia umana, con lo sguardo, riconoscibile ed inconfondibile come il volto iconico di Rossy De Palma, di un artista che in trent’anni di carriera non ha mai scordato di chiudere a doppia mandata le serrature delle porte che davano accesso alle scorciatoie. Guardando con giusta lontananza agli idoli da stadio, messi come tori dorati a bearsi di sold out di cui tutti ormai conosciamo la genesi, in un dissing perpetuo tra nullità tonanti e cretini fosforescenti dal sapore futurista e senza prospettive, utili come il gatto per andare a funghi. Un’opera magna sul vortice dell’alienazione in cui è scivolato l’essere umano, non esente da colpe, accorto solo alla ricerca del proprio posto assolato, ormai incapace di gesti granitici come le ginocchia appoggiate a terra da Kaepernich e che furono ghigliottina per le sue stesse gambe. Perché il chiodo che sporge viene martellato dalla cecità di circuiti respingenti ed autoreferenziali, popolati da orde di Crisippo capaci di morire delle loro stesse risate. Allora come per Derek Redmond a Barcelona 92 c’è da ricordarsi che l’ultimo passo sotto il traguardo è quello che conta e non l’ordine di arrivo. Che la fatica è la sola risposta da scolpire nella pietra, soprattutto mentre nell’industria il grido “buma-ye” come a Kinshasa nel 1974 si alza minaccioso a rendere più ripida la strada.
Umberto Maria Giardini si ascolta, ci si ripulisce il sangue come dopo una trasfusione salvavita e si attende con pazienza il prossimo passo. Facendosi nel frattempo attraversare dal deserto, schivando le truppe cammellate al soldo delle major. Qui non si grida al miracolo, per definizione estemporaneo. Per Olimpo diverso si sussurra all’ennesimo capolavoro in continuità, di un artista con un’idea verticale della musica e di ciò che può e deve trasferire senza ricorrere a tromp l’oeil e trucchi semantici, ma puntando al risveglio da apnee cerebrali che sembrano lasciare sempre meno spazio a chi sceglie, senza paura, di preferire un’invasione di locuste alla omologazione dei contenuti e alla Gerede di matrice heideggeriana che infesta la sudicia foresta del mainstream, con sempre più bassotti da salotto da accarezzare e meno cani da guardia del potere ad abbaiare.

 

Credits

Label: LA TEMPESTA DISCHI- 2025

Line-up:Umberto maria giardini (voce, chitarre, basso, percussioni) – Marco Marzo (chitarre, oud) – Michele Zanni (pianoforte, rhodes, basso, sintetizzatori e programmazione) – Filippo dalla magna (basso) – Alessio Alberghini (sax baritono, flauto traverso).

Tracklist:

  1. olimpo diverso
  2. frustapopolo
  3. topazia
  4. paga la vita
  5. vipera blu
  6. energia
  7. pietre nell’accappatoio
  8. capire prima che accada
  9. mega estate
  10. acquaforte

Link: Sito Ufficiale, Facebook

Energia – Video

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