Home / Editoriali / I Cani @ Alcatraz, Milano, 24 novembre 2025, un lunedì.

I Cani @ Alcatraz, Milano, 24 novembre 2025, un lunedì.

I Cani - Foto Renato Anelli

L’ennesimo perdibile report sul ritorno de I Cani. Che poi suona in apparente antinomia con Il sorprendente Album d’esordio de I Cani, titolo magistrale da cui tutto ebbe inizio. Era il 2011, ricordi?
Chiariamoci subito: all’Alcatraz di Milano, di quella nostalgia di cui tanto si parla in giro non ho respirato neanche una molecola. Nessuna traccia di falliti, delusi, depressi, frustrati o emo riciclati che arrancano tra un mugugno e uno sguardo disilluso da horror vacui dell’oggi. Ho visto invece tutt’altra umanità: una folla compatta, un corpo unico, come non mi capitava da molto in un concerto. Entusiasmo, gioia, affetto sincero. Un corpo unico e concentrato sul qui e ora, senza la minima tentazione di indulgere nel vagheggio compiaciuto di ciò che poteva essere. I Cani, dal canto loro, hanno messo in scena un concerto intenso, magnetico, emozionante. Uno di quelli che ti restano addosso anche dopo che le luci si accendono e il locale ti accompagna verso l’uscita. Uno di quelli di cui continui a parlare mentre torni a casa, mentre rimandi a mente i versi del tuo pezzo preferito, sotto una pioggerellina leggera come la linea melodica di Aurora. Niccolò Contessa, che mette piede sul palco per la seconda data milanese del tour — ormai un mosaico di aggiunte, in questo calendario trionfale che è il loro ritorno sulle scene dopo un vuoto durato nove lunghi anni — ti fa capire dall’istante zero che è lì per condividere la sua serata speciale: niente pose, niente sovrastrutture. Solo musica, diretta e sincera. La cura dell’intera esecuzione non sorprende: precisione quasi chirurgica senza perdere l’anima; un mix che non sovrasta la voce; arrangiamenti che respirano, lasciando emergere sfumature sottili, luci calibrate che non ingombrano. Di questi tempi, poter assistere ad un concerto così ben suonato e così ben cantato è evento raro, prezioso.
Si parte con un 1–2 micidiale da Post Mortem. In sordina emergono le note di Io, accolte da un’ovazione massiccia. Tutti già cantano, segno che anche l’ultima fatica, uscita ad aprile, ha fatto breccia. Io è un brano-ponte, cerniera ideale tra epoche, epitaffio scritto a sangue su un tempo finito e al tempo stesso manifesto programmatico per ciò che verrà. Sembra di scorgere tra i suoi versi anche alcuni sassolini, tirati fuori con sapiente noncuranza dalle proverbiali scarpe dell’autore. Poi arriva lo strappo di Buco Nero: accelerazione brutale, plastica, martellante. Una frustata che mette in moto tutto il locale. Il senso di Contessa per l’elettronica torna prepotente: lo conoscevamo bene dai tempi di Hipsteria o di Post Punk che non tarderanno ad affacciarsi in scaletta e lo ritroviamo qui in vari passaggi della serata in cui il ritmo dei bpm sale ben oltre la soglia di guardia e le luci scandiscono marzialmente il tempo. Nella parte del mondo in cui sono nato si staglia all’apice di questa traiettoria. Da lì in poi, sarà un alternarsi di esplosioni collettive e momenti fragili e sospesi in cui sembra che tutto l’Alcatraz trattenga il fiato.
Ti accorgi, o ti ricordi, del dono più grande di Contessa: la capacità di essere credibile, sia con un allure nativo che domina beat nervosi tipo dub step sia quando lascia libero il suo puro istinto melodico, tratto comune ai grandi della nostra musica leggera, e si offre al cospetto del pubblico accompagnato alternativamente solo dalla chitarra o seduto alla tastiera. Il filo rosso che tutto unisce è la qualità narrativa che non perde smalto, una penna sempre vivace e un po’ obliqua, uno sguardo attento di analista clinico del presente emotivo. I momenti lenti, introspettivi, servono anche a dare respiro al live e creano un saliscendi emotivo calibrato con grande sensibilità. Alcune scelte riarrangiate aggiungono profondità: non esercizi di stile, ma la dimostrazione di come certe canzoni superino la prova del tempo, parlino ancora al cuore. È il caso di Nascosta in piena vista o di Questo nostro grande amore, per citarne due. Lo si nota ancor di più quando poi è il turno dei brani-simbolo — quelli che hanno segnato davvero quel periodo e influenzato molte delle uscite successive della scena indie di quegli anni — l’impatto è fisico: il pubblico esplode in un coro unico, una di quelle alchimie rare che fanno capire che certe canzoni non si ricordano soltanto: sono ormai memoria collettiva. Siamo dalle parti de Le Coppie o de I Pariolini di diciott’anni e di Velleità, suonate in rapida sequenza in una combo per cuori forti. La discontinuità è densa ed apre una vertigine, gli adesivi sui caschi, gli aperitivi a Monti, i sei giorni che ancora mancano al prossimo rendez-vous con l’analista. Strofe e ritornelli martellano implacabili e raccontano la storia di anni che pesano come decenni nel passare accelerato dei tempi che viviamo. E dopo quasi due ore di musica, l’idea che mi sono fatto è che siamo finiti col trovarci in una zona di confine molto precisa: quella in cui il presente è così vivido e coinvolgente da cancellare la distanza del passato, ma allo stesso tempo il passato è così stratificato, così pieno di simboli e di immagini, da riaffiorare spontaneamente in ogni vibrazione della musica: quante volte ho ripensato alle serate al Circolo, quante volte ho provato a ricordare il logo di Flickr, quante volte mi sono chiesto se l’ultimo libro di David Foster Wallace che ho letto fosse Questa è l’acqua o Il re pallido.
I Cani sono ancora oggi una delle realtà più significative dell’indie italiano, anche se il termine indie non lo usiamo più. No time for celebration, questa non è una reunion, non un revival: la loro è una presenza. Il live de I Cani ha funzionato stasera come una macchina di sospensione temporale. Non ti ha riportato al 2011: ha trascinato quel te stesso di allora nel 2025, lasciando che convivesse col presente. Non è nostalgia, è risonanza. Da un lato il ricordo continuamente evocato di quell’epoca ormai iper-etichettata – dall’altro la completezza del qui e ora, la folla che conosce tutti i testi e che non stona una sola nota, la voce nitida di Niccolò, la compattezza emotiva. Sulle note di Lexotan, cui spetta – oggi come nove anni fa – il compito di sancire il congedo, Contessa si abbandona fisicamente al pubblico e sorretto da decine di braccia scandisce: Non avrò paura se non sarò bravo come Thurston Moore / Cercherò di ricordare che / Nonostante tutto c’è / La nostra stupida, improbabile felicità / La nostra niente affatto fotogenica felicità / Sciocca, ridicola, patetica, mediocre, inadeguata, inadeguata felicità.
Assume così l’aria sacrale di una reliquia portata in ostensione dai suoi fedeli.
Poi tutto si quieta, le luci si riaccendono e nel chiarore morbido dell’Alcatraz rimane in testa un pensiero semplice: le canzoni vere riescono ancora a fendere il rumore del mondo. I Cani sono tornati senza clamori come è nello stile della casa e sostenuti solo dalla base granitica della loro gente hanno ricreato la magia di quello spazio fragile dove ci si riconosce anche quando non si vorrebbe, dove dallo sfondo riaffiorano come una storia mai davvero finita, che aveva solo bisogno di un’occasione giusta per ricominciare.

Setlist:

io
buco nero
colpo di tosse
Come Vera Nabokov
Hipsteria
Questo nostro grande amore
Carbone
Nella parte del mondo in cui sono nato
Nascosta in piena vista (inizio piano e voce)
Le coppie
Post Punk
Aurora
Sparire
Corso Trieste
Felice
Post mortem (brano riprodotto da nastro)
f.c.f.t.
Davos
Un’altra onda
I pariolini di diciott’anni
Velleità
Calabi-Yau
Il posto più freddo

Encore

Una cosa stupida
Lexotan

Photo: Renato Anelli

Ti potrebbe interessare...

BIS-2-700x1024

Fuori dal teatrino nazional-popolare: intervista a Umberto Maria Giardini

In occasione della recente uscita di Olimpo diverso, abbiamo incontrato l’autore di questo nuovo capitolo discografico …

Leave a Reply