Che poi a pensarci bene le ombre dipendono, volenti o nolenti, dalla luce. Alle volte hanno proiezioni lunghissime nel tempo e nello spazio, sciabolate ferali a rompere i vetri oscurati di un’auto che viaggiava fino a poco prima tra sprangate di luce contraria. Ed è lì che il concetto triangolare di questo ultimo intensissimo lavoro, ma sarebbe più coerente parlare di opera tout court, di Andrea Lazlo De Simone traccia la sua delicata geometria tra punti di luce rappresentati dalle inquadrature fisse della realtà, oggetti dipinti dai testi delle canzoni e le ombre disegnate dalla musica. A distanza di sei anni dall’ultimo lavoro discografico, l’artista torinese classe 1986, presenta Una lunghissima ombra, uscito il 17 ottobre per la 42 records. Una splendida e riuscita commistione tra un disco ed un poema visivo, a comporre uno zodiaco iperreale di sentimenti e paesaggi urbani, una indagine tra sbalzi d’amore e atterraggi su croccanti foglie d’autunno, condotta con gli occhi aperti e lirici di un cantautore inesausto, quasi un Gulliver in un paese di lillipuziani. Perché le 17 tracce, tutte accompagnate da quadri filmici a fare rimbombare i pensieri silenti che strisciano inquietanti come lo sguardo di Vitalik Buterin mentre parla di criptovalute, e che trasformano il respiro facendolo tracimare in affanno, hanno la sincerità violante di un buon Nebbiolo d’Alba per il quale hai aspettato il giusto tempo di decantazione, rubandolo alla cantina del nemico. E allora accomodarsi in poltrona, per consentire a vista ed udito di entropizzare nel perimetro cranico, tra paure ed insicurezze per poi aspirare alla ricomposizione di ogni bancarotta morale, consapevoli che l’amore è tutto quello che facciamo da vivi, a-mors appunto, per ricordare una lezione di quell’artista immenso che È Paolo Benvegnù. Il disco si accende con Il buio, uno dei cinque episodi strumentali, oltre agli interludi ( Neon/Diffrazione/Spiragli e Rifrazione) posti ai quattro punti cardinali, a dare orientamento riparando sotto i petali ampi di questa rosa dei venti durante le bufere, mentre si sta fermi a sentire le distorsioni che contorcono i bordi di una fotografia che prende fuoco dall’intorno verso l’interno, dopo aver ricoverato le mani sui fianchi per rifiatare. Ricordo tattile è come una carezza proveniente dalla Mão Santa di Oscar Schmidt, capace di tirare da tre basandosi solo sulla memoria, a ribadire che anche le dita hanno un database di emozioni incamerate da richiamare alla mente come schegge di perle che esplodono ad un attimo dalle pupille, proprio all’imbrunire di un giorno da cani. Cala La notte, complice di misfatti e nascondigli, un anfratto rimpianto come amaca su cui cullarsi al ventilato suono della malinconia ed al contempo un cortile neutrale dove “se uno muore non importa a nessuno, purché sia sconosciuto e lontano“, come scriveva Montale ne La fine del ’68. L’Io che china il capo e si accusa in Colpevole, tra code di paglia diventate tizzoni ardenti come il rimpianto, resta dignitosamente in piedi, nonostante gli interventi a gambe unite della vita, talvolta involontari ma pur sempre cattivi come il fallo di Gimona su Pesaola. In Quando invece la colpa prende le sembianze del respiro, dell’istinto, dell’amore da cui viene plasmata e viene lanciata via rabbiosa, come un sanpietrino contro i vetri del padrone dalle mani disilluse di un radicalizzato Folagra. La melodia, un sentiero di battiti in alternanza tra schianto e resurrezione, imprime un solco ed affonda come unghie del diavolo su carne immacolata, marcando un segno che a tratti fa sanguinare gli occhi rimasti incompatibilmente a guardarsi senza più capirsi. Aspetterò incalza dopo aver inserito un rapporto di marcia più elevato, a ricordarci che il tempo vola e noi no. E che se fosse vero il contrario, come illumina Bergonzoni, il cielo sarebbe pieno di uomini con gli orologi fermi. Stoici nella convinzione che la vita è una lunga attesa, ci si ritrova adulti e storditi, come violinisti sul Titanic che continuano a suonare ignari delle falle createsi a determinarne il destino, fiere ed incolpevoli vittime di un bias cognitivo e condannati all’ottusità del moto perpetuo, come squali che non possono fermarsi mai. Ad una figlia, abbagliante come la neve bianca sulla cima, Andrea Laszlo De Simone invia sussurrando le tenere promesse di Per te, testamento olografo per un eredità di affetti senza tempo né arrivo. Un momento migliore è una mea colpa senza arrossire. È scavare la terra a mani nude, tirare le somme e scoprire di essere in debito pesante con il destino, senza rimorso alcuno per la bellezza incendiata con l’assenza di sincerità, ottenendo in premio la condanna ad ergastoli relazionali ed isolamenti sentimentali. Ma di fronte a questo specchio deformante che inizia a crepare, germoglia la certezza che non esista un momento migliore di quello in cui si pagano i conti per non dover baciare più alcuna pantofola. La brillante tautologia di Pienamente mette a braccetto i due estremi dell’esistenza, tra abbandono dell’urgenza ed urgenza di abbandonarsi alle emozioni. Come a ricordare ad Esenin con la voce di Majakovskij che “bisogna strappare la gioia ai giorni futuri. In questa vita non è difficile morire. Vivere è di gran lunga più difficile“. In Planando sui raggi del sole, il soffio necessario per sgonfiare i polmoni oppressi dalla zavorra della ragione scivola in un assolo di tromba finale conciliante con un mondo respirato dall’alto. Ad occhi chiusi, ma con la luce del sole a rendere arancio acceso le palpebre guardate dall’interno dell’occhio. Quello che ero una volta, tra elettroniche minimali che rinviano rispettosamente a Thom Yorke, spinge a ricordarsi di se stessi, con gli abiti asciutti prima dell’ultimo tsunami, tirando fuori dalla tasca interna una istantanea della persona migliore che si era, svestendo finalmente i panni narcisisti da cicisbeo con un neo disegnato sulla guancia glabra. Non è reale è da considerarsi sintesi e manifesto del disco, come dichiarato dallo stesso autore. Un loop incessante da danzare come un Bacchino ebbro, scosso dai sussulti nel non trovare risposta alla sua ricerca di definizione di se stesso. Con il rasoio di Occam, appena passato a livellare tutte le ipotesi più complicate, togliendo i punti interrogativi ai pensieri più intrusivi. Sembra di vedere Battiato venire a sedersi con Lazlo De Simone, nell’ultima sala di questa fortezza lirico-cinematografica e che dà il titolo al disco Una lunghissima ombra. È la presa di coscienza di dover trovare un proprio posto che ristori, quando giungi lì con addosso la fatica di un paralitico che sceglie di iscriversi ad una gara di salto in alto, stanco di restare di spalle alla vita, dopo aver per una vita praticato senza soddisfazione lo shoulder surfing.
Lascio che le note ripartano, daccapo. Facendomi passeggiare tra una Parigi bohemienne ed una Forte dei Marmi in pieno boom economico. Ancora ed ancora. Perché non ti sembra mai di esserci entrato abbastanza dentro questo perimetro totalizzante di poesia e di immagini. Ed allora altro giro, cercando una sazietà che rotonda e confortante sopraggiunge. Perché è un disco che va ascoltato molto lentamente, e che ad ogni replay sa regalarti i tasselli dorati di completezza. Perché esistono le domande ed esistono le risposte che piacciono poco, ma che ci mettono allo scoperto. Necessarie. Perché questo fanno le indagini sull’essere umano ed il suo rapporto con il reale. Mettono in fila punti di luce, oggetti ed ombre ricavate ed accendono l’interruttore, consapevoli del rischio latente di un corto circuito, capace di spiazzare come l’idea che in Israele la domenica sia il primo giorno della settimana. Lasciandoti trafelato ad aprire il vano ascensore e non trovare alcuna cabina ad attenderti, ma solo la scelta tra precipitare o calarsi aggrappati ad una corda tagliente, vittima di un Effetto Lucifero come nel carcere di Stanford. È un disco delicatamente claustrofobico nel senso che ti accerchia, ti racchiude all’interno delle sue mura, invitandoti a guardare il cielo per scovare tra le nuvole, apparentemente simili, le sfumature differenti, proprio come le Variazioni di Goldberg di Johann Sebastian Bach suonate da Glenn Gould nel 1955 e nel 1981. Ed allora sì che questo Una Lunghissima ombra riesce davvero a far luce.
Credits
Label: 42 RECORDS – 2025
Line-up: ALDS Andrea Lazlo De Simone (Percussioni, Chalumeau, Sintetizzatori, Cori, Rumori, Batteria, Basso, Chitarra, Clavicembalo, Organo, Voci / Voce, Batteria Elettronica, Archi Sintetici, Flauto Sintetico, Arpeggiatore) – Giulia Pecora (Violino, Cori) – Clarissa Marino (Violoncello, Cori) – Stefano “Piri” Colosimo (Flicorno, Flautino, Tromba, Zoccoli, Marranzano) – Simone Garino (Sax Baritono, Sax Contralto, Clarinetto, Sax Soprano, Clarinetto Basso) – Zevi Bordovach (Flauto Traverso) – Federico Marchesano (Contrabbasso) – Irene Carbone (Cori) – Damir Nefat (Chitarra) – Lucia (Percussioni, Trombette)
Tracklist:
- Il buio
- Ricordo tattile
- Neon
- La notte
- Colpevole
- Quando
- Aspettero’
- Per te
- Un momento migliore
- Diffrazione
- Pienamente
- Planando sui raggi del sole
- Spiragli
- Quello che ero una volta
- Rifrazione
- Non è reale
- Una lunghissima ombra
Link: Sito Ufficiale
Facebook
Lost Highways Seek your mood, Find your lost highways!