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Il suono crudo delle emozioni scomode: intervista agli Xylema

Xylema

Abbiamo incontrato gli Xylema, progetto punk-grunge che dal 2014 porta in scena un sound viscerale, tra ruvidità e introspezione. Siamo nella scia di band come i Verdena. Nati in provincia astigiana e cresciuti tra sale prove e piccoli locali, raccontano cosa significa suonare rock oggi, vivere la scena underground e difendere l’identità musicale in un’epoca dominata dai numeri e dalle piattaforme. Un’intervista schietta e appassionata, in cui la band si apre su percorsi DIY, resistenza culturale e sogni distorti a ritmo di chitarra, perfettamente nel credo della rassegna Carne Fresca.

Quando, come e perché è nato il vostro progetto musicale?
La band nasce nel 2014 in un contesto liceale della provincia astigiana. Francesco (voce, chitarra), che già da qualche anno componeva brani propri, decide di contattare Alessandro (basso) per svilupparli insieme a lui. Infine, alla band si unisce Margherita (batteria), completando così il trio. L’intento di questi primi brani era cercare di dare spazio alle emozioni più scomode scaturite dall’adolescenza. Negli anni successivi la formazione ha subito delle modifiche con l’entrata nel gruppo di Gioele al posto di Margherita alla batteria. Attualmente il gruppo é composto da Gioele e Francesco, in seguito alla recente uscita di Alessandro dal gruppo.

Cosa significa “suonare” rock per dei giovani come voi?
Per quanto il rock oggi non abbia più l’impatto e il significato che aveva negli anni ’60 e ’70 — quando le chitarre elettriche distorte, la batteria incalzante e le voci ruvide rappresentavano una rottura netta con il passato — è anche vero che la nostra generazione conosce poco questo genere e non ne comprende il linguaggio in profondità. Spesso viene percepito come qualcosa di legato al passato, più che al presente. Proprio per questo per noi suonare rock oggi, in chiave contemporanea, può avere un impatto significativo sulle nuove generazioni e tornare a essere uno strumento autentico per esprimersi in modo alternativo. Per gli stessi motivi, questo genere ci ha sempre fatto sentire un po’ ai margini rispetto alla nostra generazione, anche perché, essendo cresciuti in piccoli contesti provinciali, ciò che facevamo era spesso poco compreso. Oltre a questo, suonare rock per noi significa vivere una scena underground fatta di piccoli locali, band emergenti e appassionati, un mondo lontano dall’immaginario dominante della musica composto da grandi concerti e artisti mainstream.
Detto ciò, il rock resta il linguaggio che sentiamo più nostro, quello che scegliamo per raccontare chi siamo e ne troviamo una utilità per esternare aspetti della nostra personalità che in altri modi non riusciremmo a esprimere, essendo due persone introverse.

Quali sono i vostri principali riferimenti musicali?
I nostri riferimenti musicali provengono principalmente da gruppi anni 90’. I Fugazi sono un punto di riferimento per noi, soprattutto per la loro attitudine DIY e per la coerenza con cui hanno portato avanti il loro progetto musicale. I Nirvana sono sicuramente un’ispirazione per le nostre sonorità, soprattutto per le potenzialità espressive che un power trio può avere nella sua essenzialità.
Per citare dei nomi più recenti, potremmo parlare di Wavves e Cloud Nothings che ci hanno dato una visione più moderna del punk, nel loro caso indubbiamente influenzata dalle sonorità americane degli anni 2000.

Cosa significa per voi sperimentare e mescolare le carte?
Per noi sperimentare e mescolare le carte è un processo che avviene in modo naturale. Tanta della musica che ascoltiamo non l’abbiamo vissuta direttamente, quindi il nostro modo di interpretarla non è perfettamente autentico, ma proprio per questo ne risulta una riproposizione influenzata dal presente e dal nostro vissuto.

Cosa significa per voi essere stati selezionati nell’ambito della rassegna “Carne Fresca, Suoni dal Futuro”?
Queste cose ci aiutano a darci fiducia e a credere in quello che stiamo facendo. Rassegne di questo tipo sono fondamentali per tenere in piedi la musica alternativa e siamo onorati di essere stati selezionati.

Gli animi di Carne Fresca tipo Succi, Segale ed Agnelli vi hanno dato qualche consiglio?
Ci hanno consigliato di continuare, di tenere botta e avere il coraggio di seguire le nostre idee senza svenderle mai. Ci è stato anche detto di avere fiducia in quello che potrà accadere nella musica e nell’ idea di creare un percorso indipendente, distante da chi pensa che la musica viva solo sui social o nei grandi concerti.

Cosa rappresenta per voi Germi LdC di Milano?
Per noi Germi è un luogo di resistenza, soprattutto in questi anni difficili in cui molti locali di musica dal vivo hanno chiuso i battenti, in modo particolare dopo il Covid. Locali come questo sono fondamentali per alimentare la cultura e offrire un intrattenimento alternativo, permettendo alla musica underground di continuare a esistere e a trovare un proprio spazio.

Come è stato aprire un gruppo storico come gli Afterhours? Il fatto di ritrovarvi con altre band in un cartellone così prestigioso vi fa sentire effettivamente parte di una scena? La vostra generazione concepisce questo concetto oppure vi sentite delle monadi?
Aprire una band come gli Afterhours è stato impattante, ci siamo trovati catapultati in contesto al quale non siamo abituati, dove la musica viene presa seriamente, non è più un gioco o qualcosa di poco conto, ma è una cosa seria.
Ci sentiamo parte di una scena che, al momento, è ancora in fase embrionale, la proposta musicale è qualitativamente buona ma mancano i luoghi e le iniziative musicali underground sono spesso difficilmente sostenibili.
Come spiegavamo prima, la nostra generazione spesso non comprende appieno quello che stiamo facendo e non è sempre al corrente di ciò che accade nel sottobosco musicale, probabilmente per una mancanza di interesse o di ricerca di un intrattenimento alternativo. Anche il fatto di provenire da contesti provinciali — un tema che abbiamo già toccato — amplifica questa distanza e in realtà come la nostra c’è meno consapevolezza rispetto a città più grandi come Torino o Milano, dove la scena è più attiva e il pubblico più ricettivo.

Se un giorno qualcuno del mondo mainstream vi chiedesse di modificare radicalmente il vostro sound per raggiungere il successo mediatico, accettereste compromessi?
No, non accetteremmo compromessi sul nostro sound all’unico scopo di raggiungere il successo mediatico, perché crediamo fermamente che il punto centrale del fare musica sia essere sé stessi e dare la propria visione. Oltre a questo crediamo che il “successo mediatico” ottenuto in questo modo sia un falso mito perché un artista disposto a piegare la propria proposta musicale con l’unico intento di raggiungere il successo è destinato a diventare un prodotto mediatico volatile e facilmente sostituibile, proprio perché la propria proposta sarà poco personale e omologata.

Come vi rapportate all’attuale sistema di promozione fatto di doping su ogni canale social? Lo condividete in qualche modo oppure credete ci sia un modo per arginarlo?
Purtroppo oggi siamo fortemente influenzati dai numeri degli artisti e tendiamo a dare maggiore credito o a giudicare la loro bravura in base ad essi, cosa che spesso non è veritiera. Inoltre, i numeri online spesso non si riflettono nella realtà, creando una rappresentazione falsata del seguito reale di un artista dal vivo.
Detto questo, noi siamo contro al doping dei numeri e crediamo che per arginare il problema bisogna innanzitutto non farne parte, ma piuttosto promuovere maggiormente la musica nel contesto offline e l’aggregazione che può generare.

Cosa significa costruire un’alternativa per voi?
Per noi costruire un’alternativa significa contribuire alla creazione di un percorso che si discosti dalle logiche di mercato, in cui solo chi suona nei grandi concerti e ha numeri importanti riesce a vivere di musica. Significa far parte di una comunità che nella diversità musicale cerca un senso, un’identità e una proposta culturale più ampia e autentica.

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