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Rock come resistenza e comunità: intervista agli Aimless

Aimless

Nell’eco delle chitarre distorte e delle parole che bruciano sotto pelle, gli Aimless si raccontano sulle nostre strade perdute. Un duo milanese viscerale, figlio del caos emotivo contemporaneo. Questo nuovo capitolo della rassegna Carne Fresca, Suoni dal Futuro ci conduce tra le vene pulsanti di Stain, il loro secondo EP, dove dolcezza e violenza convivono senza compromessi. Dopo le jam scolastiche e l’urgenza di dire “ci siamo”, ora si preparano ad aprire il 3 Agosto 2025 gli Afterhours alla Rocca Maggiore di Assisi: non un punto d’arrivo, ma una promessa accesa. Suonare è resistere, è costruire comunità. È dichiarare che c’è ancora spazio per essere autentici. Scopriamoli!

Quando, come e perché è nato il vostro progetto musicale?
Il progetto Aimless è nato un po’ per caso e un po’ per urgenza: ci siamo conosciuti al liceo, suonavamo alle feste della scuola. Ci trovavamo ogni settimana in sala prove, senza grosse aspettative, ma con una voglia forte di dare forma a qualcosa che ancora stavamo scoprendo.
Dopo tante cover e tante jam, è arrivato il bisogno di scrivere, registrare e portare inediti dal vivo. Così è nato tutto.

Cosa significa “suonare” rock per dei giovani come voi?
Per noi suonare rock è una forma di resistenza: un modo per dire che esistiamo, che sentiamo forte, che non ci basta scorrere video su video con il pollice.
È anche un modo per costruire comunità: anche piccola, ma viva. Non è una posa, è una valida alternativa a quello che vediamo quotidianamente intorno a noi.

Quali sono i vostri principali riferimenti musicali?
Ascoltiamo tanta musica diversa: siamo cresciuti con band come Radiohead, Queens of the Stone Age e Nine Inch Nails, più recentemente Idles, Turnstile e Fontaines D.C., accompagnati da artisti più elettronici o sperimentali.

Cosa significa per voi sperimentare e mescolare le carte?
Cerchiamo di non ripeterci, anche dentro un EP di quattro pezzi. Cambiare approccio, mischiare elettronica e chitarre, voce pulita e distorta, essere dolci e violenti insieme.
Non è solo estetica, per noi è una ricerca continua di sincerità, abbracciando le limitazioni dell’essere un duo.

Cosa significa per voi essere stati selezionati nell’ambito della rassegna “Carne Fresca, Suoni dal Futuro”?
È stato un onore e una spinta enorme a fare meglio. Sentirsi visti e scelti da persone che hanno fatto la storia della musica indipendente in Italia ci ha dato fiducia. Carne Fresca è uno spazio reale ed umano, dove il confronto è sincero e si respira un senso di possibilità.

Gli animi di Carne Fresca tipo Succi, Segale ed Agnelli vi hanno dato qualche consiglio?
Sì, e sono stati preziosi. Hanno ascoltato con attenzione sia i nostri brani sia ogni nostra domanda, e ci hanno incoraggiati a continuare a scavare nella nostra identità, a non accontentarci delle forme già rotonde.

Cosa rappresenta per voi Germi LdC di Milano?
È un posto in cui si percepisce che la musica (l’arte in generale) è ancora sacra, realmente al primo posto, senza sovrastrutture. È un luogo di vero ascolto, di scambio tra chi suona e chi ascolta. Entrarci come “Carne Fresca” ci ha fatto sentire parte di qualcosa che va oltre la singola serata: una scena in fase di costruzione.

Come sarà aprire un gruppo storico come gli Afterhours? Il fatto di ritrovarvi con altre band in un cartellone così prestigioso vi fa sentire effettivamente parte di una scena? La vostra generazione concepisce questo concetto oppure vi sentite delle monadi?
Gli Afterhours sono una delle ragioni per cui abbiamo iniziato a scrivere canzoni, hanno influenzato il nostro modo di stare sul palco e di pensare la musica come qualcosa di necessario. Condividere il palco con loro e con una band di amici (i Linfa, con cui abbiamo condiviso diversi palchi) sarà una grandissima e fortissima emozione, non vediamo l’ora.
La scena esiste, anche se frammentata, e per noi essere parte di qualcosa è importante: è qualcosa da costruire ogni giorno, non da dare per scontata.

Se un giorno qualcuno del mondo mainstream vi chiedesse di modificare radicalmente il vostro sound per raggiungere il successo mediatico, accettereste compromessi?
Dipende dal compromesso. Se si tratta di crescere e sperimentare, siamo sempre aperti, ma se si tratta di snaturarci per rientrare in una playlist o in un format, la risposta è no. La nostra musica nasce da un’urgenza personale: tradirla significherebbe allontanarci da ciò che la rende vera e unicamente nostra

Come vi rapportate all’attuale sistema di promozione fatto di doping su ogni canale social? Lo condividete in qualche modo oppure credete ci sia un modo per arginarlo?
Cerchiamo di starci dentro senza perderci. Usiamo i social per raccontarci a modo nostro, senza seguire particolari trend: condividiamo foto e video dei nostri live, annunciamo ogni tanto qualcosa di interessante (come l’uscita di un brano) e poco più. È dura emergere senza “doparsi”, ma preferiamo crescere meno, se questo vuol dire restare autentici. Speriamo che chi ascolta lo apprezzi, o almeno lo percepisca.

Cosa significa costruire un’alternativa per voi?
Significa non accettare tutto così com’è, ma provare a immaginare il diverso, anche solo per pochi minuti dentro una canzone. Costruire un’alternativa è resistere alla superficialità, alla fretta. È mettersi in gioco, ogni volta, per dire: “C’è anche questo modo di fare”.

Stain- EP

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