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Zero algoritmi. Solo amplificatori: Intervista ai Palea

Palea

Un nuovo capitolo del viaggio musicale tra i progetti più promettenti selezionate dalla rassegna Carne Fresca, Suoni dal Futuro, fucina di talenti e visioni alternative. Stavolta a raccontarsi sono i Palea, band che si distingue per autenticità e spirito di ricerca. Dalla nascita quasi casuale alla condivisione del palco con gli Afterhours nella data di BOLOGNA al Sequoie Music Park del 26 Giugno. I Palea rappresentano la tensione vitale tra radici e sperimentazione, dal brit-rock al grunge verso un suono puramente indie. In questa intervista, aprono le porte del loro mondo emotivo e sonoro: dove il rock torna a parlare senza filtri e ogni nota è una dichiarazione d’identità.

Quando, come e perché è nato il vostro progetto musicale?
Il nostro progetto musicale è nato due anni fa, quasi per caso. Tutto è iniziato con Samuele (batterista) e Stefano (chitarrista), amici di vecchia data che si erano persi di vista per un po’. Quando si sono rincontrati, hanno deciso di provare a costruire qualcosa insieme, concentrandosi esclusivamente su brani inediti. Da subito c’era il desiderio di creare qualcosa di autentico, che ci volesse provare davvero.
Poco tempo dopo, Samuele va ad una serata a Modena con un suo amico a vedere un concerto e casualmente lì incontra Giulio, che suonava con una sua altra formazione. Quella sera non si parlano nemmeno, ma quell’incontro rimane impresso. Qualche mese dopo, d’estate, il nome di Giulio torna fuori in una conversazione. Infine si aggiunge quasi ad un anno di distanza dal primo incontro Marco, amico di Stefano, che completa la formazione a ridosso della pubblicazione dell’EP.
La nascita del gruppo in sé e per sé è stata quasi casuale, ma da questa casualità è nato in realtà un incontro di sinergie e mentalità sorprendentemente affini, che andando avanti col tempo, abbiamo scoperto puntare tutti sullo stesso fine: vivere di musica, ed è quello che vuole essere il nostro obiettivo.

Cosa significa “suonare” rock per dei giovani come voi?
Suonare per noi è tutto. È la nostra lingua quando le parole non bastano più, quando i pensieri diventano troppo complessi o intensi per essere detti semplicemente. La musica ci permette di comunicare emozioni in modo diretto, viscerale. È come un colpo nello stomaco, un brivido che attraversa il corpo, un’onda che ti travolge e ti lascia qualcosa dentro. A volte ci fa piangere, altre volte ridere. È un’esperienza liberatoria ma profondamente umana. Ci permette di viaggiare anche stando fermi, di fuggire da quello che ci circonda per entrare in un mondo nuovo, che costruiamo su misura e che qui, nel mondo vero, non c’è. Per noi suonare, è una rottura della verità. Il rock è morto.

Quali sono i vostri principali riferimenti musicali?
Ascoltiamo tutti quanti generi diversi e per quanto condividiamo l’amore spassionato per band iconiche come Verdena, Radiohead, Fontaines DC, Deftones e Cleopatrick. Nel nostro ep abbiamo cercato di trovare un punto di raccordo per questi gusti molto diversificati. Durante la scrittura non ci siamo imposti di seguire un modello preciso o di suonare “come” qualcuno. Abbiamo semplicemente suonato in modo spontaneo, lasciandoci trasportare dalle sensazioni. Solo dopo, riascoltando i brani, ci siamo accorti che certi suoni o atmosfere ricordavano band che conoscevamo. È stato quindi un processo inverso rispetto al classico “ispirarsi a”, e forse proprio per questo ancora più genuino.

Cosa significa per voi sperimentare e mescolare le carte?
Sperimentare, per noi, significa uscire dalla nostra zona di comfort. L’EP è stato frutto di una continua scoperta, anche personale. Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme non ci conoscevamo così a fondo, quindi ogni prova, ogni arrangiamento, è stato un modo per capire chi eravamo, cosa volevamo dire, dove potevamo spingerci.
Le parti strumentali sono nate da Samuele e Stefano, e Giulio e Marco si sono trovati a dover adattare il loro stile a un contesto totalmente nuovo. Non è stato facile, ma proprio per questo è stato importante: lo sforzo di mettersi in gioco ha permesso a ognuno di noi di crescere e di esplorare nuovi territori musicali.
Sperimentare è, in fondo, un’esigenza. Quando ti muovi in un terreno scomodo, che non ti appartiene del tutto, scopri davvero chi sei. È lì che capisci i tuoi limiti e impari a superarli.

Cosa significa per voi essere stati selezionati nell’ambito della rassegna “Carne Fresca, Suoni dal Futuro”?
É stato un passo rivoluzionario che ci ha permesso di uscire dalla nostra bolla, dal piccolo spazio sicuro che ci stavamo costruendo, per affacciarci a un mondo più ampio: quello reale del mercato musicale.
È stato come aprire una finestra su ciò che potrebbe essere il nostro futuro. Senza togliere nulla al percorso fatto finora, che resta la base solida su cui stiamo costruendo il nostro futuro, questa opportunità ci ha dato la possibilità di confrontarci con realtà diverse, di imparare, di metterci alla prova su un altro livello.
È stata (e lo è ancora, così come lo sarà per sempre) un’esperienza di arricchimento della nostra musica e delle nostre persone come musicisti e non solo

Gli animi di Carne Fresca tipo Succi, Segale ed Agnelli vi hanno dato qualche consiglio?
Non esplicitamente, ma è proprio attraverso il loro esempio concreto che ci hanno trasmesso qualcosa di profondo: quanto nella musica conti la sostanza. Ci hanno fatto capire che non serve costruirsi aspettative o castelli in aria. Non serve rincorrere l’idea di “quello che funziona”. Se la musica che fai è sincera, se arriva, allora tutto il resto verrà da sé. È una lezione silenziosa, ma potente.

Cosa rappresenta per voi Germi LdC di Milano?
Germi è stato una vera e propria boccata d’aria fresca, arrivata in un momento in cui ce n’era davvero bisogno. Non solo per noi, ma per tutto il panorama underground italiano. In un contesto musicale sempre più saturo, dove diventa difficile distinguere cosa ha valore e cosa no, Germi è uno di quei luoghi dove la musica torna ad avere un cuore. Un punto di riferimento per chi cerca qualcosa di autentico, per chi vuole emergere non seguendo le mode, ma restando fedele a sé stesso. È un rifugio, ma anche un motore.

Come è stato aprire un gruppo storico come gli Afterhours? Il fatto di ritrovarvi con altre band in un cartellone così prestigioso vi fa sentire effettivamente parte di una scena? La vostra generazione concepisce questo concetto oppure vi sentite delle monadi?
Aprire agli Afterhours è stato qualcosa di indescrivibile. Per molti di noi è sempre stato un sogno suonare davanti a un pubblico così, su un palco così importante, e con una band che ha segnato la storia della musica italiana. È stato un riconoscimento, ma anche un punto di svolta.
Condividere questo tipo di esperienza con altre band ci ha fatto riscoprire il valore della comunità musicale. A volte non è facile sentirsi parte di una “scena”, soprattutto oggi, quando sembra tutto frammentato e liquido. Ma quando ci ritroviamo insieme a provare, a sudare, a condividere un backstage o un palco quel senso di appartenenza emerge e prende forma. Forse non sappiamo nemmeno bene a quale scena apparteniamo, ma sappiamo che c’è, che esiste, e che ci siamo anche noi.

Se un giorno qualcuno del mondo mainstream vi chiedesse di modificare radicalmente il vostro sound per raggiungere il successo mediatico, accettereste compromessi?
È una domanda che prima o poi chiunque voglia vivere di musica si pone. Il compromesso è sempre dietro l’angolo, così come la tentazione di percorrere la strada più semplice, quella che promette risultati rapidi con meno fatica.
Ma noi ci chiediamo sempre: come si raggiunge quel traguardo? E a quale prezzo? Per noi il successo non è solo arrivare a più persone possibili, ma lasciare qualcosa di vero in chi ci ascolta. Vogliamo che la nostra musica rimanga, che racconti qualcosa di noi, anche solo a una persona. Non vogliamo essere una voce tra le tante, ma una che lascia il segno.
Il mainstream non garantisce questa permanenza. E allora, se davvero crediamo nel nostro progetto, è giusto portarlo avanti con coerenza. Preferiamo essere ricordati per quello che siamo davvero, piuttosto che per quello che qualcuno ha voluto farci diventare.

Come vi rapportate all’attuale sistema di promozione fatto di doping su ogni canale social? Lo condividete in qualche modo oppure credete ci sia un modo per arginarlo?
Viviamo in un sistema dove i numeri sembrano dire tutto, ma in realtà dicono molto poco. Per noi, il modo migliore per contrastare questa logica è tornare al contatto reale: parlare con le persone, guardarle in faccia, suonare davanti a loro. Ogni strumento, se usato con criterio, può essere un vantaggio che puoi domare, al posto che trasformarlo in un mezzo che ti domina. Ma non deve diventare l’unico metro di misura. C’è una grande differenza tra un ascoltatore reale, attivo, coinvolto, e uno che scorre un reel e ti dimentica dopo due secondi. Il nostro obiettivo è creare relazioni vere, non accumulare numeri vuoti. La musica è fatta per restare, non per fluttuare nell’algoritmo.

Cosa significa costruire un’alternativa per voi?
Costruire un’alternativa significa creare una strada dove prima non c’era. È offrire un’altra possibilità, a chi ascolta e a chi sogna di suonare qualcosa di diverso. Significa andare controcorrente, ma non per forza per protesta: per necessità.
Per noi essere alternativi vuol dire non aver paura di fare scelte scomode, di rischiare, di dire “no” quando tutti dicono “sì”. È scegliere di essere sé stessi anche quando questo può significare restare fuori da certi circuiti o dinamiche.
È un lavoro lungo, faticoso, ma necessario. Perché se non ci proviamo noi a costruire quell’alternativa, chi lo farà?

I Palea Live – Opening act for Afterhours (Live at Sequoie Music Park) . Video/h3>

Everything Will Fall into Place EP Streaming

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