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Santo Sud – Dario Sansone

Dario Sansone - Santo SudTogli il pane a chi ne ha troppo
Dona il pane a chi non ha pane
Liberaci dalla guerra
Nemica della parola buona
Illumina le tue anime migliori
Oscura le peggiori

La sfida vinta di mutare restando sé stessi. Dopo la dolorosa e appassionata colonna sonora per il film Criature di Cécile Allegra, in sala dallo scorso dicembre, ancora in pausa dalla casa madre dei Foja, Dario Sansone prosegue il suo percorso di crescita e ricerca personale,  dando sfogo a un estro poliedrico che si muove tra musica, canto, disegno, cinema d’animazione e scrittura, tanto che questo nuovo album è anche un libro, Santo Sud – A Poetry Sketchbook (ed. Comicon), taccuino di viaggio con illustrazioni, poesie e testi di canzoni. Registrato tra Parigi e Napoli, Santo Sud vede la produzione artistica del francese Seb Martel, che ha un ruolo imprescindibile nella creazione del nuovo sound di Sansone, che preferisce la sottrazione ai pieni saturi di una rock band, la scarnificazione degli arrangiamenti desertici, solcati talvolta da improvvisi scrosci di pioggia benefica. Al netto di molte e significative collaborazioni, l’impianto dell’album è retto sostanzialmente dalla collaborazione tra Dario e Seb, polistrumentista in grado di strutturare i brani col suo stile versatile e misurato, illuminando idee di schietta visceralità. Così l’album si apre con la risacca di un territorio che non può prescindere dal mare, il Mediterraneo, che conserva la nostra memoria trasversale e antica, che deve tornare a unire i suoi popoli che oggi guerreggiano e massacrano senza pietà. La risposta alla domanda Where is my place? è in fondo semplice. Una preghiera che nasce dalle ceneri di un mondo caduto negli abissi, parte recitata parte intonata sull’ostinato ritmico contrabasso di Pierluigi D’Amore che regge anche un tappeto percussivo lacerato da litanie di un Medio Oriente tribale e antico. Ma il Sud non è solo dramma, ed ecco che arriva Mamma, un allegro reggae per il brioso ritmo di Ciccio Merolla, che inventa un pattern di accendini e cucchiarelle, il coro leggero di  Simona Boo e Irene Scarpato, la voce bassa e martellante di Dario, che vien fuori dalle profondità un pozzo senza luce a cercare i raggi caldi della speranza. La title track Santo Sud scarnifica il giro armonico della chitarra su un ritmo di colpi sommessi e veloce ticchettio dell’anima, con Dario intona un racconto di chi ne ha viste troppe e serba un ricordo rabbioso per chi non ha rispetto per la sacralità della propria terra, mentre gli archi taglienti di Marco Sica balenano in primo piano, solcando l’aria come il bagliore di un fulmine. Le tammorre salentine di Sole, percosse da Pasquale Benincasa, vivificano l’ansia claustrofobica dei bassi e del marchingegno inceppato delle chitarre, ed è sempre un ritmo di necessità vitale ad animare l’invocazione che innalza Sansone, con in mente l’ancestrale Jesce sole, incontrando la suggestione esotica della poesia recitata da Maisaa Hassan. Ancora improntato ad un piacevole lo-fi è l’arrangiamento di Cu’ ddoje parole in cui una melodia che riprende la tradizione napoletana di Sergio Bruni e Roberto Murolo s’innesta su un disegno di basso stoppato e penetrante, accordi di chitarra appena accennati e una batteria dal suono naturale e pattern industriale, linee di flauto che danzano al sole della sera come nelle malinconiche colonne sonore del miglior cinema italiano degli anni ’60. E da un tramonto solitario nel deserto arriva il lamento di lacrime copiose del violino di Marco Sica che introduce ‘Na poesia e ‘na jastemma, una ballad che unisce strofe da storie di polverosa frontiera western a un ritornello di arcaiche reminiscenze popolari campane, che rimanda a ‘O sciore e ‘o viento, ma ne rappresenta un’imprevedibile evoluzione che senza rinnegare i Foja plasma in nuova forma la stessa materia, anche grazie al gran lavoro alle tammorre di Pasquale Benincasa. Culla come un tenero abbraccio la dolcezza melodiosa di Namoury, due semplici accordi e un canto caldo di ferite brucianti, nostalgie amare, passioni vibranti come le sabbie di un deserto interiore soffiate via dal vento di un’arida estate, che sgorga dai polmoni di un coro sinuoso dalle tinte carioca. Lo slow blues sussurrato di L’ammore succere, scritto a sei mani con Gnut e Martel, avanza deciso col suo incedere quieto e profondo, si rischiara in refrain corali ed esotica coda strumentale di flauti ariosi e chitarre pizzicate, con affinità elettiva con le penombre popolari e veraci di Accussì di Flo, che pure vedeva la collaborazione in scrittura e produzione di Claudio e Seb. Sin dal titolo La legge del potere rimanda a certe invettive di De André col suo procedere al piccolo trotto sulle corde pizzicate, striate da chitarre sinistre, scagliandosi silenziosamente contro la meschinità “Di chi ha tutto e vuole tutto / E ne vuole sempre di piú“. La nostra canzone prende le mosse dalle corde barocche di Pe’ te sta’ cchiu’ vicino, Dario Sansone imbastisce una trama di chitarra classica che si gonfia come vela al vento, sospinta in un crescendo verticale di voci doppie e scariche elettriche, per imboccare poi un sentiero nel fitto di una verde boscaglia con passi di glockespiel e voce misteriosa. Scivolando sul soffio metallico di un’umanità ronzante, ‘A vita mia modernizza una classica canzone napoletana, che potrebbe essere Voce ‘e notteMaria mari’,  grazie al dinamico giro di uku bass, col suo sound ovattato e tondo, le tremule e graffianti chitarre western, le voci raddoppiate parimenti in profondità e in slanci acuti, le corde elettriche di Martel che sostituiscono i mandolini della tradizione. C’è tanta intimità nella sacra ricerca di questo Santo Sud, ma c’è anche la carica di chi non si arrende alle brutture del mondo, come della propria terra, e innalza un inno di gioia La canzone del sol (Maggiore), un accordo solo, ché la felicità non vuole complicazioni, canzone di una nota sola come la cercava McCartney suonando Long tall Sally, un basso ostinato che risale addirittura a My Girl di Otis Redding, che dichiarava al mondo con entusiasmo “I’ve got sunshine on a cloudy day“, mentre qui Dario urla felice “Oggi io non ho bisogno di niente / senza ragione so’ cuntento“. Allora celebriamo questa gioia ogni volta che ci assale, come spiega con concitazione Gianfranco Gallo nel suo breve cammeo, e condividiamola in rito collettivo e partecipato, perché “Alleluja! je d’ajere nun saccio niente / voglio vivere il presente“. Neanche a dirlo, Dario vive il presente e guarda al futuro ma conoscendo bene le sue origini, per questo dedica l’album a Roberto De Simone “che ha indicato la via“. E il Maestro avrebbe di certo apprezzato il suo modo di maneggiare la tradizione.

Credits

Label: INRI / Metatron – 2025

Line-up: Dario Sansone (voce, chitarra acustica, chitarra classica, basso, synth, cori, percussioni) – Seb Martel (chitarra elettrica, chitarra acustica, chitarra classica, basso, uku bass, percussioni, flauti, programming) – Ciccio Merolla (percussioni, accendino, cucchiarelle) – Irene Scarpato (voce, cori) – Simona Boo (voce, cori) – Pierpaolo Provenzano (cori) – Diego Abbate (cori) – Gianluca Capurro (chitarra, cori) – Pasquale Benincasa (percussioni, glockespiel) – Gianfranco Gallo (voce recitata) – Pierluigi D’Amore (contrabasso) – Marco Sica (violino) – Maisa Hassan (voce recitata)

Tracklist:

  1. Where is my place?
  2. Mamma
  3. Santo sud
  4. Sole
  5. Cu’ ddoje parole
  6. ‘Na poesia e ‘na jastemma
  7. Namoury
  8. L’ammore succere
  9. La legge del potere
  10. La nostra canzone
  11. ‘A vita mia
  12. La canzone del sol (Maggiore)


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