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That’s All Bad Folk – Peckinpah

Alla Canebagnato Records piacciono tanto le sonorità da pasticcio nevrotico, intimista, post folk, post pop e chi più ne ha più ne metta, rintanate per troppa timidezza nelle camerette italiane e ci tiene a diventare un avamposto sempre più interessato a dare i precedenti ad un canzoniere italiano del folk psichedelico di questo millennio. Che possa riuscirci o meno non appare importante vista la nobiltà degli intenti. E dopo le nenie elettro-bucoliche ma non troppo di Paolo Saporiti, le nevrosi posticce dei Don Quibol e le transazioni post rock degli ottimi Mauve, il cane bagnato va a fiutare anche il fiorentino (e romano di adozione) Roberto Bettazzi, in arte Peckinpah, ex bassista degli Zenerswoon, che si diletta nel suo secondo lavoro da cantautore solitario e che, imbracciata l’acustica ed un dizionario italiano-inglese, si misura con un songwriting tutto privato, intimista ma non troppo e dal respiro vagamente internazionale. That’s All Bad Folk è un lavoro che dichiara da subito gli intenti del nostro, contendendo la partita tra lente divagazioni folk dal retrogusto psichedelico e  ballad dall’estro più elettrico. Si subisce il fascino delle intuizioni melodiche nella drakeiana None Of Them, che si ritira in un sottobosco di confessioni tutte psichedeliche, memori di pomeriggi solitari trascorsi a trastullarsi su una chitarra a suonare Elliott Smith ed a ripeterci che tanto il mondo lì fuori non lo capiremo mai. Così è pure per il folk rock alticcio col rosso sulle guance di Drunken Lover, che va avanti un po’ a singhiozzi concedendosi ad un mood malinconico e regalando coralità diffuse in odor di pre-war folk. Altro respiro di sollievo la timidezza donovaniana di Morning Eye che si abbandona sul finale a strascichi corrosivi di distorsioni e delay. Meno convincenti appaiono invece le parentesi più elettriche di Elle e soprattutto di The Seed e di Call Me A Believer dove ci si disperde un po’ dando l’idea di non sapere bene da che parte stare, ripetendo all’infinito le stesse idee e strutture in maniera un po’ sterile. Nel finale di Grinder torna invece un talento semplice e puro, seppure ancora un po’ prolisso, per la ballad acustica, senza troppi orpelli e complicazioni. La via della semplicità che a saperla seguire ci porterebbe senz’altro prima e meno stanchi alla meta. Insomma, That’s All Bad Folk in definitiva è un disco che sa convincere solo per metà, che un po’ esalta ed un po’ affloscia. Si nota il talento, si nota il gusto, ma per ora non ce la sentiamo di eccedere in entusiasmo. Dalle parti della Canabegnato ci torniamo volentieri,  aspettando che riesca a colpire il bersaglio e fare presto il colpo grosso.

Credits

Label: Canebagnato Records – 2010

Line-up: Roberto Bettazzi

Tracklist:

  1. Elle
  2. In The Meantime
  3. None Of Them
  4. The Seed
  5. Drunken Lover
  6. Call Me A Believer
  7. Morning Eye
  8. Grinder

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