Qualche tratto di gesso bianco su una lavagna: venerdì due maggio – ore ventidue e trenta – Giuliano Dottori. Sul palco il contrabbasso e le chitarre. Ai tavoli di questo rettangolo di voci si consumano cene frugali e chiacchiere. Il soffitto è alto, la luce gialla, un angolo di penombra custodisce a stento una parentesi di silenzio necessario. I primi accordi scivolano dalle casse osando un richiamo, mimando un senso. Lucida, onesta e schiva, è il primo tratto di pennello su una tela senza cornice che gli accordi e i presentimenti ritmici restituiranno effigiata di una bellezza semplice, complice: di calore trattenuto, di colore condiviso. Endorfina insinua e si insinua, delicatamente, con la tenera prepotenza del gusto amaro delle cose. Quasi osasse bastarsi, Tenerti stretto un ricordo è un passo altrove, tra accordi nuovi, inediti, fanciulli saggi della saggezza delle premonizioni: difenditi dal freddo, difenditi da te, e non stancarti di precipitare.
Precipitare giù, fino Nel cuore del vulcano, luogo elettrico di tempi ipnotici, seducenti, che proteggono l’attimo perpetuandolo, come in un rito, in una danza di battiti. I grembi degli strumenti si intuiscono con una naturalezza che sorprende. La voce disegna simmetrie di seduzione e riscatto, di Rancori e
segreti; ri-arrangia le corde dell’istinto su un moto d’amore ed intona Something in my eye di Ed Harcourt, regalandone un’interpretazione meravigliosa; si scrolla le spalle e, indovinata dalle note scritte da Pasquale De Fina, ammette un presentimento: troverò la mia gioia, sarà di vetro, sarà leggera (E’ stato come). Mi specchio in te è una stretta acustica, un abbraccio dato perchè faccia un po’ male, giocato sul filo della fede e delle dimenticanze, dell’urgenza e di certe bugie, come Alibi, come Le cose semplici. Le dita sulle corde di basso ed il plettro sul nylon della chitarra emulano i gesti delle fughe e dei ritorni, degli indugi, dei corpi e dei silenzi, gesti scritti, protetti da immagini candide, trasparenti, leali come solo agli specchi riesce di essere. Marco Ferrara e Giuliano Dottori lasciano che il caso giochi con la sera senza che nulla venga lasciato al caso: By this river (Brian Eno) accarezza, confida un grazie a chi vuole intuire, mette un punto lasciando che sulle labbra si insinui l’ironia di un indocile dubbio, di un remissivo sorriso. Sorseggiando un amaro d’erbe di cui m’invento il sapore sento qualcosa di nuovo, qualcosa che ricorderò: una voce, una canzone, può difenderti dal giorno, può difenderti da te, e rendere il precipizio un posto adatto alle emozioni più inaspettate, più vere; un posto in cui è meno difficile incontrarsi e più facile svelarsi, riconoscersi, r-esistere. Senza cornice, dentro alle sfumature. (Lost Gallery)
Lost Highways Seek your mood, Find your lost highways!