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	<title>Lost Highways &#187; Album</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>Piss in the Wind &#8211; Joji</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Mar 2026 09:28:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
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		<description><![CDATA[Piss in the Wind di Joji sembra nascere da un gesto minimo e disperato, un’immagine che porta con sé la poesia dell’inutile e la dignità del fallimento. Il titolo è già un manifesto: un atto destinato a dissolversi nell’aria, come se l’artista accettasse che ogni emozione, per quanto intensa, sia destinata a svanire. È un’immagine &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><img class="alignright size-thumbnail wp-image-51862" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Screenshot2025-11-04at8__-200x200.jpg" alt="Screenshot2025-11-04at8__" width="200" height="200" />Piss in the Wind</em></strong> di Joji sembra nascere da un gesto minimo e disperato, un’immagine che porta con sé la poesia dell’inutile e la dignità del fallimento. Il titolo è già un manifesto: un atto destinato a dissolversi nell’aria, come se l’artista accettasse che ogni emozione, per quanto intensa, sia destinata a svanire. È un’immagine che ricorda la malinconia quieta dei poeti maledetti e la fragilità dei cantautori che hanno fatto della resa un’arte — da Nick Drake a Mark Linkous degli Sparklehorse — figure che hanno trasformato la vulnerabilità in un linguaggio. L’album si muove come un diario di appunti sonori, una serie di frammenti che sembrano emergere da una stanza in penombra. Joji lavora per sottrazione: voci sussurrate, melodie che si aprono e subito si richiudono, beat che pulsano come un cuore stanco. Questa estetica lo avvicina a certi esperimenti di Arthur Russell, dove la canzone non è mai un oggetto compiuto ma un organismo che respira, si espande e si ritrae. In <strong><em>Pixelated Kisses</em></strong> c’è una malinconia che non si esprime con parole lunghe, ma con micro-esplosioni di suono. È come se Joji avesse preso un ricordo, lo avesse compresso fino a farlo quasi sparire, lasciando solo i pixel più luminosi: un bacio, un volto, un frammento di notte. La sua voce, pur immersa nel caos, resta un filo umano che attraversa il rumore. La voce di Joji sembra arrivare da lontano, come filtrata da un vetro appannato. <strong><em>Love You Less</em></strong> è uno dei momenti più intensi e risonanti di <strong><em>Piss in the Wind</em></strong>, un brano che trasforma la fragilità emotiva in un muro di chitarre, riverberi e confessioni sussurrate. Joji abbandona la sua malinconia lo‑fi più ovattata per entrare in un territorio shoegaze pieno, saturo, quasi catartico. Questa dinamica — un amore che si consuma a senso unico — richiama la poetica di artisti come Slowdive o My Bloody Valentine, dove la voce non domina il suono ma vi si dissolve dentro, diventando un altro strato di emozione. La produzione, firmata tra gli altri da Ricky Reed e Nate Mercereau, costruisce un paesaggio sonoro che ricorda gli anni ’90 ma filtrato attraverso una sensibilità contemporanea: chitarre sognanti, distorsioni vellutate, un ritmo che pulsa come un cuore affaticato. In <em><strong>If It Only Gets Better </strong></em>ci sono corde pizzicate, un’atmosfera sospesa, una voce che sembra parlare più a sé stessa che a un ascoltatore. È un’estetica che richiama la scuola del <em>bedroom pop</em> più introspettivo, ma anche la delicatezza di certi interludi di Sufjan Stevens o le confessioni lampo di Elliott Smith, dove ogni parola pesa più del tempo che occupa. Tra Neon e folk. <strong><em>Hotel California</em></strong> trova la sua forza: una malinconia che non vuole spiegarsi, ma che resta, come il profumo di una stanza dopo che qualcuno se n’è andato. È un brano che ricorda la fragilità acustica dei Red House Painters e la sospensione liquida dei primi Bon Iver: tutto è tenue, ma niente è vago. Ogni parola sembra un passo fatto su un pavimento che scricchiola. <strong><em>Piss in the Wind</em></strong> è un viaggio tra indie rock, club music e alt‑R&amp;B.<strong><em>  </em></strong>In tutto il disco, Joji continua a coltivare la sua vocazione per la ballata spezzata, per il canto che sembra arrivare da una stanza vuota. È un’eredità che lo avvicina ai grandi interpreti della fragilità emotiva, ma filtrata attraverso estetiche digitali, glitch, distorsioni e un minimalismo che appartiene pienamente alla nostra epoca. <strong><em>Piss in the Wind</em> </strong>è un disco che non cerca di imporsi: preferisce scivolare, evaporare, restare come un’impressione sulla pelle. È un lavoro che vive di sottili vibrazioni, di pause, di respiri. La sua forza sta proprio nella sua fragilità: un’opera che non pretende di essere ricordata, ma che proprio per questo riesce a restare.</p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Palace Creek &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Joji producer and songwriter.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Pixelated Kisses<br />
2. Cigarette<br />
3. Last of a Dying Breed<br />
4. Love You Less<br />
5. If It Only Gets Better<br />
6. Love Me Better<br />
7. Piece of You (feat. GIVĒON)<br />
8. Hotel California<br />
9. Tarmac<br />
10. Forehead Touch the Ground<br />
11. Past Won’t Leave My Bed<br />
12. Fade to Black (feat. 4batz)<br />
13. Can’t See Sh*t in the Club<br />
14. Sojourn<br />
15. DYKILY<br />
16. Rose Colored (feat. Yeat)<br />
17. Silhouette Man<br />
18. Fragments (feat. Don Toliver)<br />
19. Horses to Water<br />
20. Strange Home<br />
21. Dior<br />
<span style="color: #971b7a;">Link: <a href="https://www.facebook.com/jojikansai/">Facebook</a>.</span></p>
<h2>Love You Less &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/ylFHA2hQPn0?si=KwfNlPgqNzg0zEss" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>A Hum Of Maybe &#8211; Apparat</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Feb 2026 13:06:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[A Hum of Maybe è il ritorno di Apparat dopo anni di silenzio forzato, un blackout creativo nato al termine del tour mondiale con Moderat. Tornato a Berlino, tra una figlia appena nata e una quotidianità improvvisamente muta, Sascha Ring ha dovuto reimparare a scrivere. Lo ha fatto imponendosi un rituale semplice e radicale: un’idea &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><img class="alignright size-thumbnail wp-image-51854" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Apparat-album-A-Hum-Of-Maybe-200x200.jpg" alt="Apparat-album-A-Hum-Of-Maybe" width="200" height="200" />A Hum of Maybe</em></strong> è il ritorno di Apparat dopo anni di silenzio forzato, un blackout creativo nato al termine del tour mondiale con Moderat. Tornato a Berlino, tra una figlia appena nata e una quotidianità improvvisamente muta, Sascha Ring ha dovuto reimparare a scrivere. Lo ha fatto imponendosi un rituale semplice e radicale: un’idea al giorno, senza giudizio. Da quei frammenti è nato un disco che vive nella soglia, nel “forse” del titolo, un luogo fragile ma fertile. <strong><em>A Hum of Maybe</em></strong> è un disco sull’amore – per sé stessi, per la propria famiglia, per ciò che resta quando tutto il resto vacilla – ma è anche un disco sull’ambiguità, sull’essere sospesi tra luce e ombra, tra analogico e digitale, tra micro e macro. Una poetica che richiama la delicatezza di <strong>Nils Frahm</strong>, la malinconia rarefatta di <strong>Bon Iver</strong>, la sensibilità atmosferica di <strong>Bonobo</strong>, ma sempre filtrata attraverso la firma inconfondibile di Apparat: quella capacità di far convivere fragilità e monumentalità, intimità e vastità. Le undici tracce oscillano tra elettronica e composizione cameristica. <em><strong>Glimmerine</strong></em> apre con un piano che si frantuma in crescendi distorti, un inno alla paternità come travolgimento emotivo. La <em><strong>title track</strong></em> è un piccolo manifesto: batteria spazzolata, piano esitante, parole che raccontano stanze troppo strette e tempo che si piega. <em><strong>Lunes</strong> e <strong>An Echo Skips a Name</strong></em> esplorano territori più rarefatti, tra synth diafani e relazioni che si sfaldano lentamente. I momenti più intensi arrivano con gli ospiti: KÁRYYN porta calore rituale in <strong><em>Tilth</em></strong>, mentre Bi-Disc contribuisce a un <strong><em>Pieces, Falling</em></strong> che richiama la spiritualità dei Talk Talk di <strong><em>Colour of Spring</em></strong>. <em><strong>Enough For Me</strong></em> sembra nata da una jam-session tra i Sigur Ros di <em><strong>Takk&#8230;</strong></em> ed il Bon Iver di <em><strong>22, A Milion</strong></em>.<em><strong> A Hum of Maybe</strong></em> non è un disco immediato. Non vuole esserlo. È un’opera che chiede tempo. Apparat ha dovuto reimparare il proprio linguaggio. E nel farlo ha scoperto qualcosa di più prezioso della perfezione: la possibilità di restare umani, vulnerabili, incompleti.  <strong><em>A Hum of Maybe</em></strong> è il suono di un artista che si ritrova mentre accetta di non avere tutte le risposte. E forse, oggi, non potremmo chiedere niente di più vero.</p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Mute &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Sascha Ring producer and songwriter.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Glimmerine<br />
2. A Slow Collision<br />
3. Gravity Test<br />
4. Tilth &#8211; w/ KÁRYYN<br />
5. Hum Of Maybe<br />
6. An Echo Skips A Name<br />
7. Enough For Me<br />
8. Lunes<br />
9. Williamsburg<br />
10. Pieces, Falling &#8211; w/ Bi Disc<br />
11. Recalibration</p>
<p><span style="color: #971b7a;">Link: <a href="https://www.facebook.com/apparat.official/">Facebook</a>.</span></p>
<h2>Hum Of Maybe &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/JgPsv1tqkAo?si=0sPSXb_ef1fz5RtP" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Croak Dream &#8211; Puma Blue</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Feb 2026 20:05:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è un momento, in Croak Dream, in cui sembra che la musica stessa trattenga il fiato. Non è un silenzio, ma un tremore: come se Jacob Allen avesse davvero intravisto la propria fine in un sogno profetico e, tornato indietro, avesse deciso di raccontare non la morte, ma tutto ciò che pulsa prima di essa. Il &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-51836" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/croak_dream_puma_blue-200x200.jpg" alt="croak_dream_puma_blue" width="200" height="200" />C’è un momento, in <em><strong>Croak Dream</strong></em>, in cui sembra che la musica stessa trattenga il fiato. Non è un silenzio, ma un tremore: come se Jacob Allen avesse davvero intravisto la propria fine in un sogno profetico e, tornato indietro, avesse deciso di raccontare non la morte, ma tutto ciò che pulsa prima di essa. Il disco vive in questo spazio sospeso, dove ogni scelta — un sussurro, un loop, un rumore sporco — diventa un atto di vita.<br />
Allen non costruisce canzoni: le ricuce. Le strappa, le incolla, le lascia sanguinare.<br />
C’è una sorta di tecnica cut‑up nel modo in cui frammenti improvvisati, registrazioni grezze, appunti sonori catturati al volo vengono riassemblati fino a diventare organismi respiranti. È come se avesse preso la spontaneità di  <em><strong>Antichamber</strong></em>, la disciplina emotiva di <em><strong>Holy Waters</strong></em> e le avesse fatte collidere in un laboratorio notturno, lasciando che il caos trovasse la sua forma.<br />
Il risultato è un disco che vive di contrasti: il trip-hop che si scioglie nel dub techno, la jungle che pulsa sotto melodie quasi liturgiche, l’elettronica che si incrina sotto il peso di una voce che non teme più di mostrarsi vulnerabile. Tutto inizia da una chitarra registrata con un telefono, nuda come un pensiero non ancora detto. In <em><strong>Desire</strong></em> c&#8217;è un gesto che ricorda Jeff Buckley quando lasciava che l’imperfezione diventasse verità, ma filtrato attraverso un’estetica che guarda ai Radiohead più viscerali: quelli che trasformano il rumore in confessione. Il brano è un manifesto: l’amore come impulso, come fame, come ritmo che non si lascia addomesticare. In <em><strong>Mister Lost</strong></em>, qui Allen diventa narratore di ombre. La voce è quasi spoken word, distante, come se parlasse da un corridoio mentale. Le texture trance e gli spazi vuoti evocano i Massive Attack più introspettivi, ma con una fragilità che appartiene solo a lui. La domanda “What are you escaping from, Mr. Lost” sembra rivolta a chiunque abbia mai camminato senza sapere dove andare. <em><strong>Hold You</strong></em> é un brano che respira nel negativo, nel non detto. La produzione sembra fatta di superfici che si graffiano tra loro, come se Morphine avessero sostituito il sax con un rumore di ferraglia e un battito lontano. La voce, invece, è un filo sottile che tenta di tenere insieme ciò che inevitabilmente si sfalda. La title track <em><strong>Croak Dream</strong></em> è un lento risveglio. Una costruzione paziente, quasi rituale, che cresce come un’onda che non si vede arrivare. Qui l’influenza dei Radiohead torna a farsi sentire: non nelle melodie, ma nella capacità di far convivere lucidità e vertigine, ordine e disordine. È un brano che sembra chiedere: &#8220;se sapessi come finisce, cosa cambieresti adesso?&#8221;. <em><strong>(Fool)</strong></em> è un interludio di dolcezza, un piccolo altare dedicato all’amore ingenuo. La voce è vicinissima, come se Allen stesse cantando a un centimetro dal microfono, e il brano scivola in un alt‑R&amp;B che profuma di notte e di nostalgia. In <em><strong>Cocoons</strong></em> alberga forse il momento più ipnotico del disco. La ripetizione “we share the same moon” è un mantra, un incantesimo che avvolge e stringe. Le armonie stratificate ricordano certe aperture celestiali di Buckley, ma immerse in un ambiente sonoro che pulsa come un cuore elettronico. È un brano che parla di intimità come metamorfosi: due corpi che diventano bozzoli, due respiri che si intrecciano. <em><strong>Hush</strong></em> è un dolce sussurro nella memoria di ieri. <em><strong>Jaded</strong></em> è un intermezzo strumentale dove si intersecano l&#8217;impeto di <em><strong>The National Anthem</strong></em> ed il rumore danzante di <em><strong>Unfinished Sympathy</strong></em> in una coltre di nebbia senza tempo. <em><strong>Silently</strong></em> è sinuosa, è sexy, è la lacrima che resta attaccata durante il crepuscolo dell&#8217;anima. <em><strong>Croak Dream</strong></em> è un album che non chiede di essere capito, ma vissuto. È musica che si muove come acqua scura, che riflette solo ciò che vuoi vedere. Allen abbraccia la distorsione, l’imperfezione, il rischio: lascia che il suono si sporchi, che la voce tremi, che le idee si presentino in forma di frammenti prima di trovare un ordine possibile. In questo, il disco dialoga con i Radiohead più inquieti, con i Massive Attack più atmosferici, con la sensualità tragica di Jeff Buckley e con la crudezza notturna dei Morphine. Ma non imita nessuno: li usa come costellazioni, come punti di riferimento per orientarsi in un viaggio che è profondamente personale. <em><strong>Croak Dream</strong></em> è un memento mori che non spaventa, ma libera. Un disco che ti accompagna nei momenti in cui la vita sembra più fragile — e proprio per questo più vera. Un’opera che non si limita a raccontare un sogno di morte, ma che insegna a vivere con più coraggio, più desiderio, più presenza. È un album che non passa: resta, come un’eco che continua a vibrare anche quando la musica è finita.</p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Play It Again Sam &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Jacob Allen (Vocals, guitar) &#8211; Harvey Grant (Sax, Keyboards, co-production) &#8211; Cameron Dawson (Bass) &#8211; Ellis Dupuy (Drums) &#8211; Luke Bower (Guitar).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Desire<br />
2. Mister Lost<br />
3. Hold You<br />
4. Croak Dream<br />
5. Heaven Above, Hell Below<br />
6. (Fool)<br />
7. Hush<br />
8. Jaded<br />
9. Silently<br />
10. Cocoons<br />
11. Yearn Again</p>
<p><span style="color: #971b7a;">Link: <a href="https://www.facebook.com/pumabluemusic">Facebook</a>.</span></p>
<h2>Desire &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/GEu2tplmzs0?si=2YHNzOqux6nJ4C9s" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Saving Grace &#8211; Robert Plant</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Feb 2026 21:20:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Alle soglie degli ottant&#8217;anni Robert Plant ha abbandonato da tempo il sentiero guerresco degli dei del Walhalla, pur senza mai rinnegarlo, ritirandosi in un mondo di memorie passionali e quiete bucolica, serena accettazione del tempo, dell&#8217;invecchiare delle corde vocali, niente più ebbri falsetti infernali ma sicura e profonda meditazione, che nasconde dietro un sorriso bonario &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Robert-Plant-Saving-Grace.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-51843" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Robert-Plant-Saving-Grace-200x200.jpg" alt="Robert Plant Saving Grace" width="200" height="200" /></a>Alle soglie degli ottant&#8217;anni Robert Plant ha abbandonato da tempo il sentiero guerresco degli dei del Walhalla, pur senza mai rinnegarlo, ritirandosi in un mondo di memorie passionali e quiete bucolica, serena accettazione del tempo, dell&#8217;invecchiare delle corde vocali, niente più ebbri falsetti infernali ma sicura e profonda meditazione, che nasconde dietro un sorriso bonario il fuoco sacro che accende un diamante luminoso nel mezzo delle pupille di uno sguardo ancora magnetico, sempre vigile. Con la sua ultima fidata band, i Saving Grace, da cui il titolo di quest&#8217;album, Plant scava in un repertorio vasto, che va dalle radici all&#8217;attualità della tradizione blues e folk, in riletture potenti che navigano agli antipodi dei mari in secca della sterile nostalgia. A partire dall&#8217;apertura dell&#8217;album con la densissima versione di <strong><em>Chevrolet</em></strong>, che nel trattamento di Robert diventa un canto roots lontanissimo dalla dissacrante allegria giovanile delle versioni dei vari Donovan, che la suonò con piglio dylaniano e la chiamò <strong><em>The Gyp</em></strong> nel &#8217;65, e degli Animals, che la rifecero due anni dopo con irruenza rock&#8217;n&#8217;roll, forse le prime versioni ascoltate da Robert all&#8217;epoca. L&#8217;ex front-man del dirigibile risale fino all&#8217;archetipo fissato da Memphis Minnie &amp; Kansas Joe McCoy in <strong><em>Can I do it for you</em></strong> nel 1930, avendo bene in mente la versione tribale della <strong><em>Chevrolet</em></strong> di Lonnie Young e Ed Young, registrata da Alan Lomax nel &#8217;59. Nella sua versione, malgrado il ritmo sia ugualmente sostenuto, ma lo è come potrebbe essere quello d&#8217;un rito tribale, Plant diventa uno sciamano venuto a rievocare gli spiriti di un tempo remoto, sepolto sotto le braci ancora calde di un&#8217;epopea da tramandare, con voce rotta e profonda, le guance solcate da lacrime ardenti. <strong><em>As I roved out</em></strong>, un tradizionale arrangiato nel 2013 da Sam Amidon con dinamismo e urla roche, si profila lentamente all&#8217;orizzonte in fiamme per poi detonare nel mezzo della casbah facendo volar via le stoffe pregiate e le ceste di paglia dei mercanti per ritrovare nella coda le armonie vocali di <strong><em>The battle of evermore </em></strong>come un saggio eremita giunto finalmente a calmare gli animi. <strong><em>It&#8217;s a beautiful day today</em></strong> è una dolce ballata scritta da Bob Mosley per il terzo album dei Moby Grape (1969), in odore di folk rock byrdsiano, e la voce di Plant di tale melodiosa bellezza da ricordare i fasti armoniosi di <strong><em>Going to California</em></strong> e <strong><em>Tangerine</em></strong>. E dalle serafiche acque di un mitico lago <strong><em>Soul of a man</em></strong> trascina il gospel blues rurale di Blind Willie Johnson nel torrido deserto dell&#8217;Arizona dove tra banjo, mandolini, una ritrovata armonica di Plant e distorsioni ronzanti si perde nella sabbia una disperata ricerca esistenziale &#8220;<em>I&#8217;ve traveled in different countries, I&#8217;ve traveled foreign lands, I&#8217;ve found nobody to tell me, what is the soul of a man</em>&#8220;. <strong><em>Ticket taker</em></strong>, dal repertorio dei The Low Anthem, rispolvera una chitarra acustica che risale alle corde sognanti di <strong><em>Bron-yr-aur</em></strong> e si fonde al vero e proprio duetto accorato di Plant e Suzi Dian, che qui esce dal ruolo di seconda voce a riscaldare gli animi dei vagabondi in cerca di rifugio. <strong><em>I never will marry</em></strong> è un tradizionale irlandese affrontato sul piano di una coralità rarefatta e solenne, da inno religioso intonato su una vetta innevata col solo ausilio di un greve violoncello e vaghe chitarre estatiche nel chorus. <strong><em>Higher rock</em></strong> pesta sull&#8217;acceleratore portando il folk doloroso di Martha Scanlan, dai bassi sinistri e voce silenziosa, verso una spensierata cavalcata country nelle grandi pianure, con Suzi apripista e Robert ai controcanti, in armonie solari sgraffiate solo da un&#8217;armonica sferragliante. Con un inizio molto rispettoso dell&#8217;originale di Sarah Soskind, al netto delle diverse caratteristiche vocali dell&#8217;autrice,<em><strong> Too far from you</strong></em> vede Suzi Dian prendere la ribalta prima davanti alla sola acustica poi sull&#8217;incedere ostinato dei due accordi su cui è costruita, sferzati da un temporale di corde stoppate e cupi tuoni in mezzo ai quali arriva persino una chitarra pinkfloydiana a squarciare il cielo oscuro con trame di lampi, preparando l&#8217;ingresso del sacerdote Robert, ministro di un antico culto misterico. L&#8217;ardito indie rock dei Low si trasforma in <strong><em>Everybody&#8217;s song</em></strong> in una pericolosa danza in bilico sul filo di una sciabola di tensione mediorientale, mutando feedback e distorsioni in punte acuminate di banjo, elettrica e persino di un caraibico quatro, totalmente decontestualizzato, con cui dardeggiare il tramonto dalla cima di un minareto. <strong><em>Gospel plough</em></strong>, basata sullo spiritual Gospel plow interpretato tra gli altri da Pete Seeger con afflato partecipativo e da Dylan con piglio aggressivo, suona qui come una preghiera serale agli dei delle montagne e dei venti, a una natura boscosa, protettiva e misteriosa, cui tributare un canto profondo di gratitudine assorta, intimo inno alla vita di spiritualità panteistica. Dieci brani coi quali Plant si conferma un gigante della musica, capace di attraversare tutte le stagioni dell&#8217;esistenza camminando a testa alta, con la dignità di un sapiente artigiano che dona al mondo i suoi preziosi segreti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span> Nonesuch Records &#8211; 2025</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up:<br />
</span>Robert Plant (vocals, production, harmonica) &#8211; Suzi Dian (vocals, production, accordion) &#8211; Oli Jefferson (drums, production, percussion, backing vocals) &#8211; Tony Kelsey (production, acoustic guitar, electric guitar, vocals, baritone guitar, backing vocals) &#8211; Barney Morse-Brown (cello, production) &#8211; Matt Worley (production, banjo, vocals, acoustic guitar, cuatro, backing vocals)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>Chevrolet</li>
<li>As I Roved Out</li>
<li>It&#8217;s a Beautiful Day Today</li>
<li>Soul of a Man</li>
<li>Ticket Taker</li>
<li>I Never Will Marry</li>
<li>Higher Rock</li>
<li>Too Far from You</li>
<li>Everybody&#8217;s Song</li>
<li>Gospel Plough</li>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;"><br />
Link: <a href="https://www.robertplant.com/">Sito Ufficiale</a><br />
<a href="https://www.facebook.com/robertplant">Facebook</a></span></p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/Jq8vDzKdePg?si=JxuT7nwBmyFtaAPn" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Rive &#8211; Ilaria Graziano</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/02/04/rive-ilaria-graziano/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 19:14:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Come dichiarato dalla stessa Ilaria, il suo primo album solista, Rive, non è solo approdo, &#8220;ma un confine mobile tra ciò che siamo stati e ciò che potremmo diventare&#8221;. Racconta la trasformazione, senza perdere la bussola, mettendo a frutto la memoria, esercizio di pensiero critico, scavando lentamente nel proprio bagaglio di ricordi emozionali, di musica, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/IlariaGraziano_Rive_Cover.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-51791" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/IlariaGraziano_Rive_Cover-200x200.jpg" alt="IlariaGraziano_Rive_Cover" width="200" height="200" /></a>Come dichiarato dalla stessa Ilaria, il suo primo album solista, <strong><em>Rive</em></strong>, non è solo approdo, &#8220;ma un confine mobile tra ciò che siamo stati e ciò che potremmo diventare&#8221;. Racconta la trasformazione, senza perdere la bussola, mettendo a frutto la memoria, esercizio di pensiero critico, scavando lentamente nel proprio bagaglio di ricordi emozionali, di musica, di vita, di dolori e gioie inaspettate, come dice senza parole l&#8217;immagine leggermente offuscata della copertina. Grazie alla produzione rispettosa e creativa di Simone De Filippis e Claudio Gnut Domestico, col quale aveva contribuito alla riuscita dell&#8217;ultimo suo album solista, <a href="https://www.losthighways.it/2022/10/15/nun-te-ne-fa-gnut/">Nun te ne fa&#8217;</a>, Ilaria Graziano mette a segno una profonda e personale prova autoriale, lungo un percorso che diverge non poco dalle esperienze in coppia con Francesco Forni, raccontando un modo musicale ampio e colorato, di vena malinconica e passionale.<br />
Lo si capisce sin dalle prime note di <strong><em>Paradiso</em></strong>, un inizio tanto lieve e grave come gli accordi spennellati di chitarra acustica che accompagnano il canto dolcemente denso, un canto terso di statura antica e dimensione moderna, capace di sussurrare la melodia con l&#8217;intimità adolescenziale di una Astrud Gilberto, di costruirla come estensione del piano in rapidi guizzi ascendenti, muovendosi tra le onde di una quiete beata. Ma le corde taglienti di <strong><em>Cuore</em></strong> squarciano quel telo di grazia come una caotica danza sfrenata nella kasbah, ordita da una filastrocca popolare che nasconde formule di fattucchiera tra le aspre pieghe del manto, e rischia di prendere una deriva techno prima di finire in un ritornello che stempera la tensione nei vocalizzi della tradizione popolare. <strong><em>Stretti stretti</em></strong> riflette sugli standard della canzone italiana degli anni &#8217;60 come nella rara perla confezionata da Robertina &amp; Gatto ciliegia contro il grande freddo, <strong><em>Cuore</em> </strong>(2006), con la giusta misurata relazione di fraseggi noti per voci sottili, elettronica e archi drammatici, per non dire di quella splendida chitarra acida e morriconiana, partendo poi per la tangente ad abbracciare l&#8217;intero mondo visionario delle colonne sonore del decennio successivo, con quel canto muto sognante che ha fatto la fortuna di tante pellicole nostrane. <strong><em>Il veleno e la cura</em></strong> mette in scena una pièce teatrale a più voci, tutte incarnate da Ilaria, che si trascinano sul palco in bilico tra Giovan Battista Basile e Angelo Branduardi, pizzicati, mandolini e chitarre battenti, marcette grottesche, controcanti in loop di Gnut e gran finale vorticoso. Poi il teatro si trasforma in un jazz club raffinato, dove un pianista in abito scuro accompagna con minimale pathos e tre accordi da ballata romantica, venata di blues, l&#8217;invocazione mistica di Ilaria, che innalza con <strong><em>Domani</em></strong> note sacre e affilate oltre il soffitto della sala in maestoso evocativo crescendo. La dolcissima frase di una tastiera dal sapore vintage, sgangherato e amabile, introduce <strong><em>Fuje</em></strong>, duetto da lucciconi e singhiozzi, con Gnut in veste di basso profondo e Ilaria teneramente sul registro alto, per una ballata di semplicità disarmante e pacifica, di serena accettazione della vita e di quel che verrà: &#8220;<em>ma quanno jesce fore e nun succede niente, nunn&#8217;è ca sì felice ma manco staje murenno</em>&#8220;. Con impalpabili passi su tastiere eteree finiamo <strong><em>Oltre le favole</em></strong>, in una realtà sospesa e mobile, di echi distanti e tuoni silenziosi da attraversare al ritmo di un mantra universale, segnato da saette elettroniche e bassi gommosi, &#8220;<em>un giorno è come un’ora senza tempo un’altra vita ancora un sogno ad occhi aperti, l’anima vola</em>&#8220;. Con <strong><em>Primo</em> </strong>si torna in teatro, per un dramma dell&#8217;arte più che una commedia, &#8220;<em>restiamo uniti finché non si muore</em>&#8220;, di pungenti pizzicati e corde stridenti, che si gonfia nella grandeur di vocalizzi spiritual, epici come nel finale sanguinoso di un western offuscato da polvere e sudore. E alla fine della rappresentazione troviamo il canto ancestrale <strong><em>Spirito d&#8217;o viento</em></strong>, che dialoga a distanza con le ricerche misteriche di Daniela Pes, quasi interamente costruito dalla voce delicata e possente di Ilaria, dapprima con sparute percussioni primitive, poi con un tenue crescendo che avvolge come un inno la trama vocale in lenta spirale armoniosa. È l&#8217;armonia decadente di un tempo perduto la cui ricerca scalda il cuore e rasserena mentre tutt&#8217;attorno infuria la tempesta, la sostanza celestiale della musica capace di annullare le brutture del mondo penetrando come nettare puro nei recessi dell&#8217;animo.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Ad est dell’equatore &#8211; 2025</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up:<br />
</span>Ilaria Graziano (voci, cori, percussioni, synth, chitarre) &#8211; Simone De Filippis (batteria, basso, synth, chitarre, cori) &#8211; Claudio Domestico (chitarre &#8211; cori) &#8211; Michele Signore (archi &#8211; octave mandolin) &#8211; Andrea Pesce (piano – rhodes)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>Paradiso</li>
<li>Cuore</li>
<li>Stretti stretti</li>
<li>Il veleno e la cura</li>
<li>Domani</li>
<li>Fuje (feat. Gnut)</li>
<li>Oltre le favole</li>
<li>Primo</li>
<li>Spirito do viento</li>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;"><br />
Link: <a href="https://www.facebook.com/ilaria.graziano">Facebook</a></span></p>
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		<title>Genotype &#8211; Textures</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Feb 2026 10:45:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Genotype è il ritorno di una cometa che credevamo dissolta nel buio. I Textures riemergono dopo circa otto anni di silenzio come se il tempo non avesse fatto altro che affilare la loro identità: un metallo cangiante, nervoso, spirituale. L’album respira come un organismo vivo, un DNA sonoro che pulsa tra djent, atmosfere eteree e &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><img class="alignright size-thumbnail wp-image-51775" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/genotype_textures-200x200.jpg" alt="genotype_textures" width="200" height="200" />Genotype</em></strong> è il ritorno di una cometa che credevamo dissolta nel buio. I Textures riemergono dopo circa otto anni di silenzio come se il tempo non avesse fatto altro che affilare la loro identità: un metallo cangiante, nervoso, spirituale. L’album respira come un organismo vivo, un DNA sonoro che pulsa tra djent, atmosfere eteree e un lirismo introspettivo che parla agli invisibili, agli introversi, a chi abita mondi interiori troppo vasti per essere detti. Le prime note sembrano evocare la stessa tensione emotiva dei Karnivool, mentre le architetture ritmiche richiamano la precisione chirurgica dei TesseracT e la sensibilità melodica dei VOLA. Ma <strong><em>Genotype</em> </strong>non è un collage di influenze: è un prisma che rifrange vent’anni di evoluzione prog‑metal europea, con la stessa fame visionaria che un tempo animava Devin Townsend e la scuola più atmosferica del post‑metal scandinavo. Brani come <strong><em>At the Edge of Winter</em></strong> (impreziosito dalla voce di Charlotte Wessels) e <strong><em>Vanishing Twin</em></strong> mostrano una band che non rincorre il passato, ma lo trasfigura. Le chitarre si muovono come placche tettoniche, i synth aprono orizzonti crepuscolari, la voce alterna ferocia e fragilità con una maturità nuova. È un disco che non cerca l’impatto immediato, ma la risonanza profonda: un viaggio che si ascolta con la pelle prima ancora che con le orecchie. Se <strong><em>Phenotype</em></strong> era un corpo, <strong><em>Genotype</em></strong> è l’anima. Un ritorno che non suona come una reunion, ma come una rinascita. E in un panorama prog‑metal che negli ultimi trent’anni ha visto giganti come Meshuggah, Tool, Pain of Salvation e gli stessi Textures ridefinire continuamente i confini del possibile, questo album si colloca come un nuovo punto di riferimento: elegante, feroce, umano. Un disco che non si limita a esistere: <em>accade</em>. E quando accade, lascia un segno.</p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>K-Scope &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Stef Broks (Drums) &#8211; Bart Hennephof (Guitar) &#8211; Remko Tielemans (Bass) &#8211; Daniël de Jongh (Vocals) &#8211; Uri Dijk (Keyboards) &#8211; Joe Tal(Guitar).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>01. Void<br />
02. At The Edge Of Winter<br />
03. Measuring The Heavens<br />
04. Nautical Dusk<br />
05. Vanishing Twin<br />
06. Closer To The Unknown<br />
07. A Seat For The Like-Minded<br />
08. Walls Of The Soul</p>
<p><span style="color: #971b7a;">Link: <a href="https://www.facebook.com/textures/">Facebook</a>.</span></p>
<h2>At The Edge Of Winter &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/rQDkZeKkMrQ?si=TrtFsCLPOEaZukb2" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Liminal &#8211; Silent Carnival</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/01/18/liminal-silent-carnival/</link>
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		<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 16:56:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono dischi che si ascoltano e dischi che si attraversano. Liminal appartiene alla seconda categoria: non si limita a scorrere, ma apre una soglia. È un luogo di passaggio, un corridoio emotivo in cui Marco Giambrone – anima di Silent Carnival – invita l’ascoltatore a camminare piano, come in una casa abbandonata in cui &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/SC-LIMINAL-DIGITALE02.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-51759" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/SC-LIMINAL-DIGITALE02-200x200.jpg" alt="SC-LIMINAL-DIGITALE02" width="200" height="200" /></a>Ci sono dischi che si ascoltano e dischi che si attraversano. <strong><em>Liminal</em></strong> appartiene alla seconda categoria: non si limita a scorrere, ma apre una soglia. È un luogo di passaggio, un corridoio emotivo in cui Marco Giambrone – anima di Silent Carnival – invita l’ascoltatore a camminare piano, come in una casa abbandonata in cui ogni stanza conserva un’eco. <strong><em>November</em></strong> apre il disco con la delicatezza di una porta socchiusa. È un brano che sembra fatto di aria fredda e corde che tremano, un folk spogliato fino all’osso, che richiama certe malinconie di Elliott Smith ma filtrate attraverso una sensibilità più mediterranea, più terrena. Qui si percepisce subito la differenza rispetto ai lavori precedenti: il minimalismo resta, ma ora è più corporeo, più vissuto. In <em><strong>Liminal</strong></em> emerge una doppia anima: da un lato strumenti antichi – chitarra battente, balalaika, armonium – che evocano un folk arcaico, quasi rituale; dall’altro un’elettronica che non cerca mai la pulizia, ma la frattura. È una poetica che ricorda la folktronica più intima dei primi Tunng o dei Hood, dove il rumore non disturba ma rivela. In <strong>Salvation</strong> affiora un’aura da folk apocalittico che richiama i Current 93 nei loro momenti più visionari e l&#8217;attitudine ipnotica di <em><strong>Teardrop</strong></em> dei Massive Attack. <strong><em>Song for a Mirror</em></strong> è uno dei vertici dell’album. La lap steel di Marcella Riccardi scivola come un raggio obliquo su una superficie d’acqua, mentre la voce sembra parlare a un sé riflesso, fragile e distante. È un brano che potrebbe dialogare con la scuola slowcore più introspettiva – dai Low ai Boduf Songs – ma senza mai imitarla. Giambrone ha una sua grammatica emotiva, fatta di silenzi che pesano quanto le note. <strong><em>Vertige</em></strong>, con l’intervento di Cesare Basile, è la ferita aperta del disco. Le derive noise, gli strumenti autocostruiti, le vibrazioni irregolari: tutto contribuisce a creare un senso di instabilità che è però profondamente umano. È come guardare il pavimento muoversi sotto i piedi e accorgersi che, in fondo, non si cade.  In fondo, <strong><em>Liminal</em></strong> non rompe davvero con ciò che Silent Carnival è stato finora: ne raccoglie le ombre, le malinconie sospese, quel modo unico di far parlare i silenzi. Ma dove <strong><em>Somewhere</em></strong> e <em><strong>My Blurry Life</strong></em> sembravano muoversi come un ricordo sfocato, un diario lasciato aperto al vento, qui la scrittura si fa più nitida, più incarnata, come se Giambrone avesse deciso di attraversare fino in fondo ciò che prima osservava da lontano. La continuità sta nella fragilità, nella delicatezza con cui ogni suono viene offerto; la differenza sta nel coraggio di restare, di non arretrare davanti alle crepe. <strong><em>Liminal</em></strong> è così: un passo avanti senza strappi, un’evoluzione naturale che non tradisce la radice ma la approfondisce. Un disco che conferma Silent Carnival come uno dei pochi progetti capaci di trasformare l’intimità in paesaggio, la vulnerabilità in forma, il passaggio in destinazione. Un’opera che chiude un cerchio e, allo stesso tempo, ne apre un altro, con la calma di chi sa che ogni soglia attraversata è già un nuovo inizio.</p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Avium &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Written, produced, engineered and mixed by Marco Giambrone (vocals, acoustic guitar, electric guitar, classic guitar, chitarra battente, Mellotron, organ, harmonium, drums, piano, vibes, balalaika, synth, noises, loop).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. November<br />
2. Salvation<br />
3. Facing the outside<br />
4. Song for a mirror<br />
5. Clouds<br />
6. Daze<br />
7. Absence<br />
8. Ready to drop<br />
9. Vertige<br />
10. We will meet again<br />
<span style="color: #971b7a;">Link: <a href="www.facebook.com/silentcarnivalmusic/">Facebook</a>.</span></p>
<h2>November &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/Ekokr8OQoQ0?si=cfk3fxPvSwDU7JJt" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Music for Rapine &#8211; Wepro</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2025/12/22/music-for-rapine-wepro/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Dec 2025 10:24:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Con Music for Rapine, Wepro firma il suo lavoro più ambizioso e coeso. È un disco che intreccia elettronica, rock e scrittura cantautorale con una naturalezza rara nella scena italiana. Se l’esordio del 2023 mostrava un artista in piena espansione, qui prende forma una visione più nitida: un concept dedicato alle “rapine emotive”, come lui &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-51683" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Cover-Music-for-Rapine-200x200.jpg" alt="Cover - Music for Rapine" width="200" height="200" />Con <strong><em>Music for Rapine</em>,</strong> Wepro firma il suo lavoro più ambizioso e coeso. È un disco che intreccia elettronica, rock e scrittura cantautorale con una naturalezza rara nella scena italiana. Se l’esordio del 2023 mostrava un artista in piena espansione, qui prende forma una visione più nitida: un concept dedicato alle “rapine emotive”, come lui stesso le definisce nelle interviste, quei momenti in cui “qualcuno ti prende qualcosa senza chiedere, e tu glielo lasci fare”. È l’immagine che meglio sintetizza il cuore del progetto. La produzione rappresenta il salto più evidente. Wepro fonde analogico e digitale con una cura che richiama due mondi apparentemente lontani: da un lato i Daft Punk, evocati nei synth caldi, nei bassi filtrati e nei groove elettronici che animano i brani più danzerecci come <strong><em>Sexy</em></strong>; dall’altro i Nine Inch Nails, presenti nelle atmosfere più cupe e industriali, dove la tensione emotiva si traduce in distorsioni, pattern ripetitivi e un’inquietudine sempre controllata. Non sorprende: Wepro ha collaborato con musicisti provenienti da territori rock e sperimentali (Phil Palmer, Phil Spalding), e questo background affiora con chiarezza. All’interno del panorama italiano, il suo lavoro dialoga idealmente con artisti come Cosmo, per la capacità di trasformare l’elettronica in racconto emotivo; con i Subsonica, per l’ibridazione tra rock ed elettronica urbana; e con Iosonouncane, per l’approccio concettuale e la costruzione di mondi sonori coerenti. La scrittura, rispetto all’esordio, diventa più simbolica e narrativa. Nei testi emergono frasi che sembrano piccoli manifesti emotivi, come quando canta di “dire ti amo senza pensarci davvero”, riferimento al singolo <strong><em>Ti ho detto ti amo ma non lo pensavo</em></strong>, che incarna perfettamente il tema della dissonanza affettiva. Wepro ha raccontato che il disco nasce da un periodo di “osservazione feroce delle relazioni”, e molte canzoni sembrano davvero istantanee di momenti in cui ci si lascia derubare pur di sentirsi visti. È un approccio che richiama certo cantautorato introspettivo italiano, ma filtrato attraverso un’estetica elettronica decisamente internazionale. A differenza del debutto del 2023, più eclettico e orientato alla dimensione live, <strong><em>Music for Rapine</em></strong> è costruito come un flusso narrativo continuo. <strong><em>Music for Rapine</em></strong> è, in definitiva, il disco della maturità di Wepro: un lavoro che guarda all’elettronica internazionale senza perdere la sensibilità narrativa che lo caratterizza. Non cerca il singolo facile, ma un ascolto immersivo, quasi rituale. È un passo avanti netto rispetto all’esordio.</p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Sumo Records &#8211; 2025</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Scritto da: Wepro<br />
Prodotto: Wepro e Marco Mantovani; Wepro (Voce, Chitarre, Synth) &#8211; Andrea Colicchia (Basso) &#8211; Riccardo Minucci (batteria).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. SEXY<br />
2. PERCHÈ SEI COOL<br />
3. COME NEL GIORNO IN CUI<br />
4. NELLA RAPINA PIÙ BELLA<br />
5. TI HO DETTO TI AMO MA NON LO PENSAVO<br />
6. ED È VERO ANCORA<br />
7. TU MI FAI WAO<br />
8. PERCHÈ TI SENTO STRANIERA<br />
9. E TI VORREI FOREVER<br />
10. COME QUANDO<br />
11. IL TUO BACIO<br />
12. MI MORSE<br />
<span style="color: #971b7a;">Link: <a href="https://www.facebook.com/WeproMusic/">Facebook</a>.</span></p>
<h2>Sexy &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/dpOoevFloQo?si=eUw5phroHbmCnHsK" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Nun me Scetà &#8211; FANALI plays Sergio Bruni e Roberto Murolo</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2025/12/08/nun-me-sceta-fanali-plays-sergio-bruni-e-roberto-murolo-2/</link>
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		<pubDate>Mon, 08 Dec 2025 19:53:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il progetto Fanali riesce a costruire un ponte ardito ma affascinante tra la musica classica napoletana del Novecento e il mondo visionario dell’elettronica e del post-rock del nuovo millennio. L’impresa di accostare le atmosfere rarefatte di Sigur Rós, Mogwai e Apparat a quelle di Sergio Bruni e Roberto Murolo potrebbe sembrare impossibile, eppure la malinconia &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-51656" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/fanali_numsceta_2025-200x200.jpg" alt="fanali_numsceta_2025" width="200" height="200" />Il progetto Fanali riesce a costruire un ponte ardito ma affascinante tra la musica classica napoletana del Novecento e il mondo visionario dell’elettronica e del post-rock del nuovo millennio. L’impresa di accostare le atmosfere rarefatte di Sigur Rós, Mogwai e Apparat a quelle di Sergio Bruni e Roberto Murolo potrebbe sembrare impossibile, eppure la malinconia e la nostalgia di brani come <strong><em>Nun me scetà</em> e <em>Voce ’e notte</em></strong> si amplificano grazie all’uso sapiente di synth, archi e riverberi, che regalano nuova vita al loro mood sospeso e onirico. La voce della polistrumentista Caterina Bianco incanta per la capacità di interpretare le sfumature e i molteplici colori della lingua partenopea. La rilettura di <strong><em>’Na bruna</em></strong>, affidata a Roberto Colella (La Maschera), conserva l’intensità di Bruni pur risultando più fresca e teatrale, illuminando il brano con una luce nascosta che si riflette nelle movenze post-rock. Il giro ipnotico di basso che sostiene <strong><em>Indifferentemente</em></strong> richiama la sensualità di Roger Waters in <strong><em>Money</em></strong>, valicando il confine sottile tra post-rock e psichedelia. In <strong><em>Canzone doce</em></strong> emergono le intuizioni chitarristiche di Michele De Finis e le ritmiche sospese di Jonathan Murano, incastonate in arrangiamenti elettronici dal sapore cinematografico. In <strong><em>Amaro è ’o bene</em></strong> spicca la splendida interpretazione di Altea, che insieme all’elettronica della band dilata la sospensione tra sogno e presentimento del brano del 1980, dove l’amore è dolce illusione e amara verità al tempo stesso. L’amore assoluto di <strong><em>Anema e core</em></strong> esplode in tutta la sua sensualità senza tempo, mentre il disco si chiude con <strong><em>Carmela</em></strong>, dove il calore della voce di <strong>Dario Sansone</strong> si fonde con le architetture post-rock del trio, creando un’alchimia unica. In definitiva, <strong><em>Nun me scetà</em></strong> è un sogno antico che si risveglia in suoni nuovi: la tradizione napoletana che si trasfigura in luce elettronica, malinconia sospesa e poesia senza tempo.</p>
<p class="MsoNormal"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Phonotype records &#8211; 2025</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Caterina Bianco (vocals, violin, synth) &#8211; Michele De Finis (vocals, guitars, bass, synth, programming) &#8211; Jonathan Maurano (clean and distorted drums).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Nun me scetà (Tagliaferri – E. Murolo)<br />
2. Voce ’e notte (De Curtis – Nicolardi)<br />
3. ’Na bruna (Bruni – Visco – Barrucci – Langella) feat. Roberto Colella<br />
4. Indifferentemente (Mazzocco – Martucci)<br />
5. Canzona doce (R. Murolo)<br />
6. Amaro è ’o bene (Bruni – Palomba) feat. Altea<br />
7. Scetate (Costa – Russo)<br />
8. Anema e core (D’Esposito – Manlio)<br />
9. Si tuorne a Napule (R. Murolo)<br />
10. Carmela (Bruni – Palomba) feat. Dario Sansone<br />
<span style="color: #971b7a;">Link: <a href="https://www.facebook.com/fanalirumori/">Facebook</a>.</span></p>
<h2>Nun me scetà &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/HJ30FL4EymI?si=eUw5phroHbmCnHsK" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Il Male &#8211; The Zen Circus</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Nov 2025 23:01:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Hanno ragione gli Zen Circus. In un mondo che pretende di apparire perfetto, la band pisana mette in luce come frustrazione, odio e invidia siano ormai diventati paradigmi della quotidianità. Andrea Appino e compagni scandagliano le molteplici sfaccettature dell’animo umano e individuano nel “male” il minimo comune denominatore, contrapposto a un “bene” percepito come artificiale. Il &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-51629" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/COVER-IL-MALE-ZEN-CIRCUS-200x200.jpg" alt="COVER-IL-MALE-ZEN-CIRCUS" width="200" height="200" />Hanno ragione gli Zen Circus. In un mondo che pretende di apparire perfetto, la band pisana mette in luce come frustrazione, odio e invidia siano ormai diventati paradigmi della quotidianità. Andrea Appino e compagni scandagliano le molteplici sfaccettature dell’animo umano e individuano nel “male” il minimo comune denominatore, contrapposto a un “bene” percepito come artificiale. Il disco invita ad accettare imperfezioni e incoerenze come fondamento di una consapevolezza della fragilità comune di esseri umani. Musicalmente, l’album oscilla tra radici folk-punk e un’attitudine cantautorale ironica e tagliente, capace di regalare ballate intime e memorabili. La <em>title track</em> si apre con un impatto diretto, tra richiami ai primi Afterhours e a Nick Cave. <strong><em>Miao</em></strong> gioca con il sarcasmo dei Beck più lo-fi e la teatralità degli Skiantos e Kurt Vile. <strong><em>È solo un momento</em></strong> è una ballata fragile che richiama le atmosfere sospese dei R.E.M., mentre <strong><em>Meglio di niente</em></strong> si presenta come un grido di sopravvivenza quotidiana in pieno stile Violent Femmes. Con <strong><em>Novecento</em></strong> si affronta la memoria collettiva, tra la gravità dei CSI e la narrativa di Fabrizio De André. <strong><em>Caronte</em></strong> si configura come una ninnananna ironica che traghetta nelle acque oscure della contemporaneità. <strong><em>Vecchie Troie</em></strong> riporta agli esordi italiani della band, con lo spirito punk dei Sex Pistols declinato in una satira feroce e senza compromessi. <strong><em>Virale</em></strong> prosegue su questa scia, celebrando il culto del falso. <strong><em>Adesso e qui</em></strong> esplora la vulnerabilità e l’importanza di vivere il presente: la musica cresce progressivamente, come un’onda, mentre il testo trasforma la sofferenza in lucidità. È uno dei brani più intensi e trasversali del disco. La chiusura arriva con <strong><em>La Fine</em></strong>, un brano catartico in cui l’addio diventa rinascita. <strong><em>Il Male</em></strong> conferma gli Zen Circus come una certezza del rock italiano, aggiungendo un nuovo capitolo di spessore alla loro discografia. Un lavoro che si colloca tra le uscite più rilevanti del 2025.</p>
<div> <span style="color: #971b7a;">Label: </span>Carosello Records &#8211; 2025</div>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial;">Appino, Karim Qqru, Ufo</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>01 Il male<br />
02 Miao<br />
03 È solo un momento<br />
04 Meglio di niente<br />
05 Novecento<br />
06 Caronte<br />
07 Vecchie troie<br />
08 Un milione di anni<br />
09 Virale<br />
10 Adesso e qui<br />
11 La fine<br />
<span style="color: #971b7a;">Links:</span><a href="http://www.thezencircus.com">Sito Ufficiale</a>, <a href="http://www.facebook.com/thezencircus">Facebook</a></p>
<h2>Un milione di anni &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/fE3MXIWNd4Y?si=F2MBNUSmiJf-zwEF" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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