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	<title>Lost Highways &#187; Album</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
	<lastBuildDate>Tue, 15 Sep 2026 08:38:25 +0000</lastBuildDate>
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		<title>This Mirror Weighs a Ton &#8211; Interpol</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 18:44:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Entrando in una stanza, in cui lo specchio non riflette ancora il tuo volto ma già ti giudica. This Mirror Weighs a Ton nasce esattamente lì: nel secondo sospeso in cui la tua immagine non è ancora apparsa, ma la sua ombra sì. Gli Interpol tornano con un album che non reinventa la loro grammatica &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52723" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Interpol_This_Mirror_Weighs_a_Ton_album_cover_artwork_review_396-200x200.jpeg" alt="Interpol_This_Mirror_Weighs_a_Ton_album_cover_artwork_review_396" width="200" height="200" />Entrando in una stanza, in cui lo specchio non riflette ancora il tuo volto ma già ti giudica. <em><strong>This Mirror Weighs a Ton</strong></em> nasce esattamente lì: nel secondo sospeso in cui la tua immagine non è ancora apparsa, ma la sua ombra sì. Gli Interpol tornano con un album che non reinventa la loro grammatica — la affila. La piega. La osserva da dietro una telecamera di sicurezza, come se ogni nota fosse registrata da un occhio elettronico che non concede indulgenze. La copertina, <em><strong>Asymmetric Love Number 2</strong></em> di Addie Wagenknecht, è il primo indizio: un lampadario spione, un dispositivo di sorveglianza travestito da oggetto domestico. Sembra un drone che ha scelto di non volare, ma di restare sospeso sopra di noi, pronto a illuminare o a bruciare. È il cuore visivo del disco: un riflesso che pesa, un amore asimmetrico, un controllo che non è mai totale ma sempre insinuante. Paul Banks ha parlato di paternità, inquietudine, identità, tecnologia in una recente intervista. E questo album è la sua stanza degli specchi: ogni brano è un riflesso che non coincide mai del tutto con l’originale, come un Dorian Gray che non ha più paura di guardare il proprio ritratto. Dopo venticinque anni, nessuno pretende che gli Interpol diventino un’altra band. E infatti non lo fanno. Ma dentro la loro architettura — chitarre nervose, basso pulsante, batteria chirurgica, voce stentorea — qualcosa si muove. il disco è costruito come un specchio pesante, un oggetto che ti costringe a guardarti dentro. E la produzione di Andrew Wyatt e James Ford amplifica questa sensazione: archi, fiati, percussioni, synth, tutto concorre a creare un ambiente che non è solo sonoro, ma psicologico. La <em><strong>title track</strong> </em>è un rituale di smontaggio: parte da un telaio Interpol classico e lo disfa lentamente, come se qualcuno stesse manipolando la realtà con un joystick. Chitarre a spirale, texture deformate, lampi improvvisi: è un drone che scende in picchiata e poi risale, finché la voce di Banks non diventa il punto di gravità. <em><strong>See Out Loud</strong></em> è un brano che potrebbe stare sui primi due album, ma con una lucidità nuova. È un inseguimento: chitarra, basso e batteria corrono come tre vettori che si incrociano. Qui canta anche Daniel Kessler. È come se la band, per un attimo, si guardasse allo specchio e vedesse la propria versione del 2002. In <em><strong>Iron City</strong></em> Banks canta del Central Park, ma soprattutto di un dialogo con una intelligenza artificiale che governerà il mondo. È un brano che sembra scritto da un Orwell contemporaneo: un futuro che non è distopia, ma routine. La sua malinconia è cinematografica, come una New York vista attraverso una telecamera di sorveglianza. <em><strong>Wounded Soldier</strong></em> – Uno dei momenti più cupi e potenti del disco: suoni che rimbalzano nello spazio, un testo che parla di violenza, guerra, forse condotta con droni. <strong><em>So Rides the Reindeer</em> </strong>è<strong> </strong>Una ballata invernale, ma senza slitta. La neve c’è, il cervo pure, ma è un inverno interiore. Angolare, nervosa, con un ritmo che si apre come una porta automatica invece è <em><strong>Wake Up</strong></em>. Ricorda la frenesia controllata dei Talking Heads. <strong><em>This Mirror Weighs a Ton</em></strong> non è un album che reinventa gli Interpol. È un album che li rivela. Qui gli Interpol ampliano il loro suono senza tradirlo, consegnando un lavoro che appare oscuro, elegante, stratificato, e sorprendentemente compatto. Una delle loro opere migliori.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Partisan Records – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Paul Banks (voce, chitarra, testi) – Daniel Kessler (chitarra) – Sam Fogarino (batteria, percussioni) – Brad Truax (basso) – Brandon Curtis (tastiere, synth, arrangiamenti)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Produzione: </span><br />
Andrew Wyatt – James Ellis Ford (produzione) – David Fridmann (mix)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Artwork: </span><br />
Addie Wagenknecht – <em>Asymmetric Love Number 2</em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. This Mirror Weighs a Ton</p>
<p>2. See Out Loud</p>
<p>3. Iron City</p>
<p>4. Wounded Soldier</p>
<p>5. Wings on Fire</p>
<p>6. Ever the Actor</p>
<p>7. So Rides the Reindeer</p>
<p>8. Darling Thoughts</p>
<p>9. Wake Up</p>
<p>10. Enemy</p>
<p>11. Bird and the Serpent</p>
<p>12. Sudden</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><br />
<a href="https://interpolnyc.com" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2>This Mirror Weighs a Ton – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/KgJ8JBeJnXQ?si=l32KsV2rA3Jl6KMf" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>Interpol</strong><em><strong>This Mirror Weighs a Ton</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://amzn.to/4hc72PU" target="_blank"><br />
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</a></p>
</div>
<p>&#8220;`</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Soft Control &#8211; The Afghan Whigs</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/09/06/soft-control-the-afghan-whigs/</link>
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		<pubDate>Sun, 06 Sep 2026 18:43:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è una frase che gira da anni: Nevermind è più vicino all’allunaggio che a noi. È una battuta crudele, ma dice la verità. Gli anni ’90 sono un continente perduto, un luogo dove gli Afghan Whigs erano una delle bande più incandescenti dell’alt‑rock: chitarre che graffiavano il cielo, psicodrammi sudati, soul sporco che si mescolava &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52736" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/afghan-whigs-soft-control-200x200.jpg" alt="afghan-whigs-soft-control" width="200" height="200" />C’è una frase che gira da anni: <strong><em>Nevermind</em></strong> è più vicino all’allunaggio che a noi. È una battuta crudele, ma dice la verità. Gli anni ’90 sono un continente perduto, un luogo dove gli Afghan Whigs erano una delle bande più incandescenti dell’alt‑rock: chitarre che graffiavano il cielo, psicodrammi sudati, soul sporco che si mescolava al rumore. Oggi, quattro decenni dopo, <strong><em>Soft Control</em> </strong>arriva come un disco che non vuole più incendiare nulla. Preferisce bruciare lentamente, come una brace che non si spegne.  In <em><strong>Jungle Roux</strong> </em>e <em><strong>House of I</strong></em> gli Afghan Whigs ricordano chi erano — groove scuro, voce che minaccia e seduce, batteria di Patrick Keeler che tiene tutto vivo come un motore nervoso. Poi il disco si apre in un crepuscolo più morbido: pianoforti elettrici, synth vellutati, ballate che odorano di heartland anni ’80. <em><strong>My Lover</strong> </em>è un deserto notturno, <em><strong>Duvateen</strong></em> un ricordo del 1986,<em><strong> 77</strong></em> e <em><strong>Loose Talk</strong></em> scivolano in un pop adulto che gli Afghan Whigs giovani avrebbero forse deriso. A volte il disco rischia la prevedibilità, ma la voce di Dulli — ancora capace di trasformare una frase in un abisso — e la batteria di Keeler impediscono la caduta. Non è un ritorno alla furia, non è una rinascita: è una sopravvivenza elegante. Chi cerca la vecchia tempesta resterà deluso. Chi cerca slow soul in giacca di pelle, troverà la sua notte.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Royal Cream / BMG – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Greg Dulli (voce, chitarra, piano, composizione) – John Curley (basso) – Patrick Keeler (batteria, percussioni) – Christopher Thorn (chitarre, synth) – Rick Nelson (archi, arrangiamenti) –<br />
Jon Skibic (chitarra) – Oltre a contributi aggiuntivi di vari collaboratori alle tastiere, fiati e produzione.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Jungle Roux</p>
<p>2. House of I</p>
<p>3. My Lover</p>
<p>4. Duvateen</p>
<p>5. The Deepest Part of the Darkest Shadow</p>
<p>6. Memphis, Texas</p>
<p>7. 77</p>
<p>8. Loose Talk</p>
<p>9. Mariah Luster</p>
<p>10. A Simulation</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><br />
<a href="https://www.theafghanwhigs.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2>A Simulation – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/2eEWIteoVcU?si=_i9RIILuLp0H_BVh" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>The Afghan Whigs</strong><em><strong>Soft Control</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://amzn.to/4xeyYYu"><br />
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</a></p>
</div>
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		</item>
		<item>
		<title>Be Human &#8211; Bruno Bavota &amp; Violeta Vicci</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/08/29/be-human-bruno-bavota-violeta-vicci/</link>
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		<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 12:12:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[La neo‑classica che torna a essere carne, respiro, imperfezione controllata. In un panorama neo‑classico sempre più levigato, dove la perfezione rischia di diventare stile, Be Human è un atto di sottrazione: un disco che non si progetta, ma si lascia accadere. Bavota e Vicci entrano in studio per registrare due brani e ne escono con &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52663" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/a1802768309_2-200x200.jpg" alt="a1802768309_2" width="200" height="200" />La neo‑classica che torna a essere carne, respiro, imperfezione controllata. In un panorama neo‑classico sempre più levigato, dove la perfezione rischia di diventare stile, <strong><em>Be Human</em></strong> è un atto di sottrazione: un disco che non si progetta, ma si lascia accadere. Bavota e Vicci entrano in studio per registrare due brani e ne escono con dieci. Una dinamica che ricorda la spontaneità dei primi esperimenti di Ólafur Arnalds e la nudità dei lavori iniziali di Goldmund, ma qui la scelta è ancora più radicale: registrare quasi tutto in take unici, senza editing invasivo, senza layering, senza la ricerca di una perfezione post‑produttiva. Il pianoforte di Bavota conserva quella purezza melodica che lo ha avvicinato, negli anni, alla scuola emotiva di Nils Frahm e Libray Tapes, ma in <strong><em>Be Human</em></strong> si fa ancora più essenziale, quasi un diario. Il violino e la voce di Vicci non accompagnano: respirano. Insieme costruiscono un linguaggio che ricorda la delicatezza di Hania Rani e la sospensione di A Winged Victory for the Sullen, ma senza la loro architettura ambient: qui tutto è immediato, vivo, non levigato. La stanza di registrazione non viene nascosta: il riverbero è reale, non aggiunto. Un ambiente piccolo, con riflessioni controllate, che restituisce una intimità quasi domestica. Non c’è la profondità artificiale dei riverberi Valhalla, né la spazialità costruita tipica della neo‑classica più recente: <strong><em>Be Human</em></strong> è un disco che non vuole sembrare grande, vuole sembrare vicino. <strong>Lumina</strong> è una luce che vibra, con un pianoforte che respira e un violino che entra come un soffio. <strong>Golden Raindrops</strong> è pioggia che consola, con dinamiche lasciate volutamente irregolari, senza compressione a livellare.  <strong>Moonrise</strong> è un cambio di colore del cielo, registrato con la stessa delicatezza dei primi lavori di Peter Broderick. <strong>Missing Rain</strong> è un vuoto che diventa ritmo, con la risonanza del pedale lasciata aperta come una confessione.La forza del disco sta nella sua assenza di artificio. Niente click track, niente quantizzazione, niente ricerca del “momento perfetto”. È musica che torna a essere gesto, incontro, presenza. Una neo‑classica che non vuole essere meditativa, né atmosferica, né cinematica: vuole essere umana. <strong><em>Be Human</em></strong> ci ricorda che la bellezza non nasce dalla perfezione, ma dall’ascolto reciproco. E che, a volte, la musica migliore è quella che non era prevista.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>bigo &amp; twigetti – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Bruno Bavota (pianoforte, composizione) –<br />
Violeta Vicci (violino, voce, composizione)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Lumina</p>
<p>2. Golden Raindrops</p>
<p>3. In Motion</p>
<p>4. Missing Rain</p>
<p>5. To The Stars</p>
<p>6. Mowlem Street</p>
<p>7. Afternoon Blues</p>
<p>8. Ever Changing World</p>
<p>9. Moonrise</p>
<p>10. Movement (Bonus Track)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><br />
<a href="https://bigoandtwigetti.bandcamp.com/" target="_blank">bigo &amp; twigetti – Official</a></p>
<h2>Missing Rain – Video</h2>
<p>&lt;<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/sy1t6hjVIyg?si=ru8nvsmBXuTLmUuH" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Lost Weekend &#8211; Phoebe Bridgers</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/08/26/lost-weekend-phoebe-bridgers/</link>
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		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 14:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=52665</guid>
		<description><![CDATA[C’è un momento, nella parabola di ogni artista, in cui la luce che li ha resi onnipresenti diventa troppo accecante. Phoebe Bridgers quel momento l’ha attraversato dopo Punisher e l’avventura con i boygenius: arene, Grammy, tour titanici, la metamorfosi da “indie darling” a figura pop riconoscibile ovunque. Poi, all’improvviso, il silenzio. Una sparizione quasi rituale, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52671" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/PB_Lost_weekend_cover_2026-198x200.jpg" alt="PB_Lost_weekend_cover_2026" width="198" height="200" />C’è un momento, nella parabola di ogni artista, in cui la luce che li ha resi onnipresenti diventa troppo accecante. Phoebe Bridgers quel momento l’ha attraversato dopo <strong><em>Punisher</em></strong> e l’avventura con i <a href="https://www.losthighways.it/2023/09/03/the-record-boygenius/" target="_blank">boygenius</a>: arene, Grammy, tour titanici, la metamorfosi da “indie darling” a figura pop riconoscibile ovunque. Poi, all’improvviso, il silenzio. Una sparizione quasi rituale, necessaria, mentre la sua vita privata diventava materia da social e il lutto per la morte del padre si insinuava in ogni gesto. <strong><em>Lost Weekend</em></strong> nasce da quel silenzio. Non come un ritorno, ma come una riemersione controllata, un gesto di autodeterminazione. Bridgers torna al centro della scena, ma con un disco che non chiede attenzione: la reclama con la precisione di chi ha imparato a nascondersi in piena vista. Fin dall’impatto vocoder dell’opener <strong><em>The Outside</em></strong> e dall’esplosione di fiati di <strong><em>Lost Boys</em></strong>, è chiaro che Bridgers sta giocando su un campo diverso. La costellazione di collaboratori è ampia, quasi vertiginosa: Christian Lee Hutson, Marshall Vore, Tony Berg, Rob Moose, Ethan Gruska, e poi Alex G, Blake Mills, Jon Brion, Maya Hawke, Mike Kinsella, Jack Antonoff, Bo Burnham, fino alle presenze mascherate come “Son‑John Johnson”. Non è un disco di ospiti: è un disco che usa gli ospiti come strumenti di espansione emotiva. La produzione è minuziosa, calibrata al millimetro. Le confessioni acustiche di <strong><em>Kill Me</em></strong>, le architetture impressionistiche di <strong><em>Panorama</em></strong>, l’energia piena di <strong><em>Bobby</em></strong>: ogni brano sembra costruito per essere ascoltato dentro, non accanto. Quando Bridgers canta “Dancing ourselves clean, late New Year’s Eve” in <strong><em>The Governor’s Waltz</em></strong>, senti davvero il countdown filtrare dalla stanza accanto. Il disco è pieno di minuscoli scarti che diventano rivelazioni: un kick drum che entra in <strong><em>I Can’t Wait</em></strong> come un’iniezione di vita, un banjo che tintinna in <strong><em>Still Standing</em></strong> come un fantasma benevolo, intermezzi ambient che aprono varchi tra una canzone e l’altra. Il titolo <em><strong>Lost Weeken</strong>d</em> è un manifesto: nel brano omonimo, la struttura implode e si ricompone in un collage digitale di batterie sovrapposte, mandolini frenetici, synth che si spostano come luci d’auto nella notte. È il momento più radicale della sua carriera, il punto in cui Bridgers smette di essere “solo” una songwriter e diventa architetta di spazio sonoro. La prima metà del disco è la versione più affilata del suo lavoro su <em><strong>Punisher</strong></em>: compatta, luminosa, immediata. La parte centrale è sorprendentemente aperta, quasi solare: <strong><em>The Governor’s Waltz</em></strong> è Bridgers al suo più lieve, <strong><em>Bobby</em></strong> è un inno alla vertigine del nuovo amore, scritto con una sincerità che non cerca difese. Ma il cuore del disco è altrove: nel lutto. La relazione turbolenta con il padre attraversa <strong><em>Lost Weekend</em></strong> come una corrente sotterranea. In <strong><em>Still Standing</em></strong> Bridgers seziona la memoria con una precisione chirurgica: la scena del lavandino, il sangue, il “sorry” rivolto alla persona sbagliata. Poi la frase che spezza il respiro: non posso immaginarti morto, ma lo sei ogni giorno. La morte, tema ricorrente nella sua discografia, qui diventa materia viva, non simbolo. È un’eredità che non ha scelto, un peso che deve imparare a portare senza lasciarsi schiacciare. Il pugno nel muro dell’opener ritorna nel finale, <strong><em>Lost Weekend (Reprise)</em></strong>, come un gesto ereditato: “I am my old man’s oldest son / I fought the wall, and the wall won.” Bridgers non cerca redenzione: cerca continuità, anche nella frattura. Eppure, nel crepuscolo del disco, qualcosa si scioglie. <strong><em>As Above</em></strong> è un urlo che contiene rabbia, gioia, sfida. Il finale è una promessa: andrà tutto bene, io e te. Mi ami, e non ti lascerò dimenticarlo. Non ancora. <strong><em>Lost Weekend</em></strong> è il disco più compiuto della carriera di Phoebe Bridgers. Un’opera che tiene insieme assenza e rinascita, la ferita e la sua cicatrice, la stanza d’albergo dove si beve per non pensare e il palco dove si ricomincia a respirare. È un album che non chiede di essere ascoltato: ti invita a restare, a guardare da fuori, a entrare quando sei pronto.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Dead Oceans – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Phoebe Bridgers (voce, chitarra, composizione) – Christian Lee Hutson (chitarra, composizione) – Tony Berg (chitarra, produzione) – Ethan Gruska (piano, synth, produzione) – Jack Antonoff (chitarra, synth, produzione) – Alex G (chitarra, composizione, produzione) – Marshall Vore (batteria, percussioni, composizione) – Rob Moose (archi, arrangiamenti) – Bo Burnham (voce, composizione)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>0. Best Dressed (hidden track)</p>
<p>1. The Outside</p>
<p>2. Lost Boys</p>
<p>3. Kill Me</p>
<p>4. The Governor’s Waltz</p>
<p>5. Bobby</p>
<p>6. Lost Weekend</p>
<p>7. Haunted</p>
<p>8. Panorama</p>
<p>9. Still Standing</p>
<p>10. Liberty Tree</p>
<p>11. Never Going Back!</p>
<p>12. Other Plans</p>
<p>13. Lost Parade</p>
<p>14. I Can’t Wait</p>
<p>15. As Above</p>
<p>16. Lost Weekend (Reprise)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span> <a href="https://phoebebridgers.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2>Can’t Wait – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/hU-gnl8WLP0?si=Thk8bk4gJ9Ihp5IO" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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<img style="width: 120px; height: auto; border-radius: 6px; margin-bottom: 10px;" src="https://m.media-amazon.com/images/I/71wD4dyNnOL._AC_SL1500_.jpg" alt="Mojave 3 - Ask me tomorrow" /><br />
</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>Phoebe Bridgers</strong></p>
<p><em><strong>Lost Weekend</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://amzn.to/4xTDNH8"><br />
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</a></p>
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		<title>Bliss &#8211; Temples</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/08/24/bliss-temples/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2026/08/24/bliss-temples/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 08:27:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[La notte come punto di partenza. Kettering non è un luogo di miti, e forse per questo i Temples hanno sempre cercato altrove la loro identità. Dal debutto folgorante di Sun Structures, che li aveva proiettati nel cuore della nuova psichedelia britannica, la band ha attraversato anni di colori saturi e visioni caleidoscopiche(Volcano) fino alla parentesi &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52680" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Temples-album-Bliss-200x200.jpg" alt="Temples-album-Bliss" width="200" height="200" />La notte come punto di partenza. Kettering non è un luogo di miti, e forse per questo i Temples hanno sempre cercato altrove la loro identità. Dal debutto folgorante di <em><strong><a href="https://www.losthighways.it/2014/12/19/sun-restructured-temples/" target="_blank">Sun Structures</a></strong></em>, che li aveva proiettati nel cuore della nuova psichedelia britannica, la band ha attraversato anni di colori saturi e visioni caleidoscopiche(<a href="https://www.losthighways.it/2017/03/10/volcano-temples/" target="_blank"><em><strong>Volcano</strong></em></a>) fino alla parentesi irrisolta di <em><strong>Exotico</strong></em>. È da quella frattura che nasce Bliss: non un ritorno, ma una deviazione necessaria. Firmando con V2 e producendo tutto da sé, Bagshaw, Walmsley, Smith e Ottink si liberano da ogni vincolo. L’improvvisazione diventa metodo, la continuità tra i brani un principio estetico. E soprattutto, la band apre le porte alla memoria elettronica degli anni ’90: Massive Attack, Portishead, Underworld, Orbital, Prodigy, la notte europea che trasformava il dancefloor in introspezione. L’apertura, <em><strong>Jet Stream Heart</strong></em>, è un portale: pulsazioni orientali, campioni, voce filtrata che scivola sopra un groove da club europeo. <em><strong>Revelations</strong></em> porta il sacro nel beat con cori e canto gregoriano, mentre <em><strong>Blue Flame</strong></em> congela il trip‑hop in una malinconia al neon. La band osa con <em><strong>Waiting On The Echoes</strong></em>, tra drum’n’bass e rave, e ritrova un groove nervoso in <em><strong>Megalith</strong></em>, dove la psichedelia incontra un’ombra post‑punk. <em><strong>Vendetta</strong></em> arriva come una scarica controllata: un brano teso, pulsante, che unisce trance e ombre synth in un momento di liberazione perfettamente calibrato. Il vertice emotivo è <em><strong>Jaguar</strong></em>: break altissimi, un coro balearico, una nostalgia da Café Del Mar che profuma di fughe interiori. <em><strong>Fantasy Realm</strong></em> chiude il cerchio con un euro‑pop gelido, quasi irreale, come l’ultimo fotogramma di un sogno. <strong><em>Bliss</em></strong> è un disco che non scappa: ritorna, scava, attraversa la notte per ritrovare un centro. Dalla luce di <strong><em>Sun Structures</em></strong> alla penombra elettronica di oggi, i Temples dimostrano che correre via e correre verso sé stessi, a volte, è la stessa traiettoria.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>V2 Records – 2024</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>James Bagshaw (voce, chitarre, produzione) &#8211; Thomas Walmsley (basso, synth) &#8211; Adam Smith (tastiere, chitarre) &#8211; Rens Ottink (batteria, percussioni).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Jet Stream Heart</p>
<p>2. Revelations</p>
<p>3. Megalith</p>
<p>4. Glimmer</p>
<p>5. Blue Flame</p>
<p>6. Vendetta</p>
<p>7. Jaguar</p>
<p>8. Horizon</p>
<p>9. Waiting On The Echoes</p>
<p>10. Fantasy Realm</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><br />
<a href="https://www.templestheband.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2 class="sectionhead">Vendetta &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/j4j5zPsiNOk?si=TY20e32TqR4oDpsW" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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<p><a href="https://amzn.to/4cUNKMm" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;"><strong>Temples</strong><em><strong>Bliss</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://amzn.to/4cUNKMm"><br />
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</a></p>
</div>
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		<title>Grimalkin &#8211; Pattern-Seeking Animals</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/08/22/grimalkin-pattern-seeking-animals/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2026/08/22/grimalkin-pattern-seeking-animals/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 22 Aug 2026 11:04:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il prog come un gatto notturno: silenzioso, magico, inafferrabile. C’erano notti, nel Medioevo, in cui si diceva che i gatti grigi camminassero tra i villaggi come messaggeri. Non animali, ma segni: presagi, spiriti familiari, compagni delle streghe e dei viandanti. Creature che non appartenevano a nessuno, e che pure sembravano conoscere ogni porta, ogni soglia, ogni &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52658" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Pattern-Seeking-Animals-Grimalkin-Cover-RGB-fc8ed71a-200x200.jpg" alt="Pattern-Seeking Animals - Grimalkin Cover RGB-fc8ed71a" width="200" height="200" />Il prog come un gatto notturno: silenzioso, magico, inafferrabile. C’erano notti, nel Medioevo, in cui si diceva che i gatti grigi camminassero tra i villaggi come messaggeri. Non animali, ma segni: presagi, spiriti familiari, compagni delle streghe e dei viandanti. Creature che non appartenevano a nessuno, e che pure sembravano conoscere ogni porta, ogni soglia, ogni segreto. <strong><em>Grimalkin</em></strong> entra così: come un animale antico che attraversa la nostra epoca senza fretta, portando con sé un bagliore di magia e un’eco di tempi lontani. I Pattern-Seeking Animals non aprono un disco: aprono un varco. Un passaggio dove il prog non è più un genere, ma una forma di incantamento — un modo di raccontare storie che profuma di pergamena, di torce accese, di castelli immersi nella bruma. E dentro questo varco si muovono ombre familiari: la teatralità dei Genesis più visionari, le malinconie dei Marillion più notturni, le cavalcate melodiche dei Camel, e quella spiritualità tutta italiana che appartiene a PFM, Banco, Le Orme. Non come citazioni: come spiriti guida. Con<em><strong> Maybe All A Dream</strong></em> il disco si apre come una visione che potrebbe essere stata scritta in un manoscritto. La voce di Ted Leonard arriva come un canto da una torre lontana, un richiamo che non sai se provenga dal mondo reale o da un sogno. Il brano ondeggia, si piega, si rialza: un moto che ricorda certe aperture dei Genesis più fiabeschi, ma filtrato da una sensibilità moderna, quasi da cronaca di un sogno medievale. <em><strong>A Flower Yet To Grow</strong></em> è una ballata che sembra sbocciare in un giardino chiuso da mura, dove ogni fiore è una promessa e ogni promessa è un destino. La melodia ha un tocco italiano, un modo di piegare le frasi che ricorda la dolcezza di <em><strong>Impressioni di Settembre</strong></em> o la malinconia di <em><strong>Non Mi Rompete</strong></em>. Un fiore che non è ancora nato, ma già sa di esistere. Nello stessa scia è anche l&#8217;altra ballata <em><strong>Things I don&#8217;t do</strong></em>. In <em><strong>Jade Sky</strong></em> Jimmy Keegan costruisce un cielo di percussioni come se stesse battendo su scudi e armature. Ogni colpo è un lampo, un riflesso metallico che si incastra con la chitarra come due guerrieri che si studiano. È il brano più nervoso, più vivo, più “urbano” del disco. Un cielo che non è sereno: è vigile. In <em><strong>Traveler On The Wrong Road Home</strong></em> ritroviamo il viandante che sbaglia strada, una figura antica quanto le ballate medievali. Lo abbiamo visto nei racconti di Peter Hammill, nei personaggi smarriti di Fish, nei pellegrini di Banco. Qui torna come un uomo che non cerca la meta: cerca il motivo per cui si è perso. Il brano scorre come un sentiero che si biforca senza mai decidere dove portare. <em><strong>Traveler On The Wrong Road Home</strong></em> è un brano che lavora sulla disorientazione controllata: armonie familiari ma con deviazioni, ritmica stabile ma con micro‑spostamenti, melodia diretta ma con finali sospesi. Fantastiche le trombe‑ombra, trombe‑presagio, trombe che non dichiarano ma suggeriscono. In <em><strong>Slowly Falls The Flying Man</strong></em> la band costruisce un crescendo che non esplode mai, un’onda che si avvicina senza infrangersi. Tra Jethro Tull e Yes. È qui che <em><strong>Grimalkin</strong></em> mostra la sua natura più profonda: non è un disco che vuole stupire, ma un disco che vuole accompagnare. La chiusura è una carezza. E&#8217; <em><strong>I Dream The World</strong></em>. Una canzone che sembra uscita da un vecchio vinile di fine anni Settanta, quando il prog aveva smesso di essere titanico e aveva iniziato a diventare umano. Un sogno che non riguarda il mondo: riguarda chi lo guarda. <em><strong>Grimalkin</strong></em> è un disco che non si ascolta: si segue. Come un gatto che attraversa la casa di notte, lasciando dietro di sé una scia di silenzio e magia. I Pattern-Seeking Animals non cercano la complessità, non cercano la perfezione, non cercano il virtuosismo. Cercano immagini. E le trovano.  La band — Ted Leonard, Jimmy Keegan, Dave Meros e il compositore‑regista John Boegehold — continua a camminare lontano dall’ombra di Spock’s Beard, scegliendo un prog che non costruisce cattedrali ma visioni, un linguaggio meno ossessionato dalle architetture e più vicino alla luce delle immagini, alla materia dei film, a quella scrittura che non descrive: mostra.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>GEP – Giant Electric Pea – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Ted Leonard (voce, chitarre) – Jimmy Keegan (batteria, percussioni) – Dave Meros (basso) – John Boegehold (tastiere, composizione, produzione)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Maybe All A Dream</p>
<p>2. A Flower Yet To Grow</p>
<p>3. Jade Sky</p>
<p>4. Things I Don’t Do</p>
<p>5. Break Away</p>
<p>6. Traveler On The Wrong Road Home</p>
<p>7. Slowly Falls The Flying Man</p>
<p>8. I Dream The World</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><br />
<a href="https://www.psanimals1.com/" target="_blank">GEP – Giant Electric Pea</a></p>
<h2>Maybe All A Dream – Lyric Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/VtvseMWbKo4?si=je0EcWJob92Mkyl2" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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<img style="width: 120px; height: auto; border-radius: 6px; margin-bottom: 10px;" src="https://m.media-amazon.com/images/I/81bVd+8yzvL._AC_SL1500_.jpg" alt="Mojave 3 - Ask me tomorrow" /><br />
</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>Pattern‑Seeking Animals</strong></p>
<p><em><strong>Grimalkin</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;"><br />
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</a></p>
</div>
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		</item>
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		<title>Palomar &#8211; Palomar</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/08/17/palomar-palomar/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2026/08/17/palomar-palomar/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2026 17:41:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Muoversi nei meandri dell’ignoto sperimentale. Perdersi in una coltre di suggestioni cinematiche. I silenzi squarciati da improvvise folate di vento, dove l’ascoltatore è travolto da un muro di suoni. Oltre il post‑rock, contaminandosi senza bordi con l’avant‑folk e la musica classica. Climax ascendenti di fiati e sussurri che disegnano tempeste emotive al crepuscolo di una &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52649" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/HORA-023-2626-Album-artwork-Palomar-Palomar@3000x-100-200x200.jpg" alt="HORA-023-2626-Album-artwork-Palomar-Palomar@3000x-100" width="200" height="200" />Muoversi nei meandri dell’ignoto sperimentale. Perdersi in una coltre di suggestioni cinematiche. I silenzi squarciati da improvvise folate di vento, dove l’ascoltatore è travolto da un muro di suoni. Oltre il post‑rock, contaminandosi senza bordi con l’avant‑folk e la musica classica. Climax ascendenti di fiati e sussurri che disegnano tempeste emotive al crepuscolo di una giornata trascorsa in riva al mare. L’album di debutto dei senesi Palomar è un puro viaggio interiore: disarmonia e dissonanza non spaventano, impressionano. Osare diventa un gesto di libertà creativa. Come se i Gastr del Sol si incontrassero con i Do Make Say Think, mentre l’attitudine slow‑core si tinge di impeti avant‑jazz. Una scia innovativa che dialoga con il verbo post‑rock contemporaneo percorso da band come i Caroline. Il primo singolo, <em><strong>CaraCaraCara</strong></em>, è la loro dichiarazione di poetica: un gesto semplice e radicale, un mantra di cura che si ripete come un soffio gentile. Una miniatura sonora fatta di voci lontane, bassi morbidi (suonati dal produttore Marco Giudici) e micro‑gesti che sembrano emergere dal silenzio. Il secondo singolo, <em><strong>Sguardo da bambino,</strong> </em>chiude l’album riportando tutto alla prospettiva più sincera evocata da Giovanni Pascoli: quella dell’infanzia, dove la curiosità è ancora un modo di stare al mondo.  Il videoclip, realizzato con Noa Boucquillon, ruota attorno a un grande cono metallico ideato dalla band: un oggetto enigmatico che diventa lente, rituale, possibilità. Poi ci sono brani come <em><strong>Seconda prima volta</strong></em> che sembrano un treno di altri tempi dal cui finestrino ci scorre una vita intera. <strong><em>Palomar</em></strong> è l’inizio di un percorso. Uno splendido debutto per la visionaria Hora Records.<strong> </strong>Quattro artisti che hanno deciso di restare in ascolto perché, nonostante tutto, nascono dischi. E nelle pause, come scriveva Calvino, risuona quel messaggio semplice e necessario: <em>io sto ancora qui, sono sempre io</em>.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Hora Records – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Francesco Panconesi (sax, pianoforte, synths) – Marco Pasinetti (chitarra elettrica) – Davide Strangio (chitarra elettrica) – Iacopo Sichi (batteria, percussioni, pianoforte nel brano “Libera”) – Marco Giudici (basso in “CaraCaraCara”, produzione, mix) – Niccolò Fornabaio (registrazioni) – Matt Bordin (mastering)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Palomar<br />
2. Seconda prima volta<br />
3. Libera<br />
4. Nuotatrice<br />
5. Azzurro che non mente mai (2:09 / 5:26)<br />
6. CaraCaraCara<br />
7. Chi ricordo<br />
8. Babbo cantami una canzone<br />
9. Sguardo da bambino</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><br />
<a href="https://palomareilvento.bandcamp.com/album/palomar" target="_blank">BandCamp</a></p>
<h2>Sguardo da bambino – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/l7jFZxEfoGk?si=T7egsOnkqq1Ww5cH" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		</item>
		<item>
		<title>The New World &#8211; Shearwater</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/08/09/the-new-world-shearwater/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2026/08/09/the-new-world-shearwater/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2026 11:51:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=52602</guid>
		<description><![CDATA[La musica di Shearwater sembra emergere da una faglia del mondo, da un punto in cui la terra si apre e lascia filtrare storie che non abbiamo ancora imparato a leggere. Lì dove le mappe non arrivano, dove la geografia è ancora un’ipotesi, dove il reale e l’irreale convivono come due animali che si annusano &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52606" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Shearwater-The-New-World-200x200.jpg" alt="Shearwater+-+The+New+World" width="200" height="200" />La musica di Shearwater sembra emergere da una faglia del mondo, da un punto in cui la terra si apre e lascia filtrare storie che non abbiamo ancora imparato a leggere. Lì dove le mappe non arrivano, dove la geografia è ancora un’ipotesi, dove il reale e l’irreale convivono come due animali che si annusano nel buio. È da quel luogo – fisico e mentale – che Jonathan Meiburg torna con <strong><em>The New World</em></strong>, settimo capitolo di una ricerca che ormai non è più solo musicale: è biologica, geologica, quasi cosmologica. Meiburg è uno dei pochi musicisti contemporanei che non usa la natura come metafora, ma come materiale vivo. Biologo e autore, esploratore e frontman, attraversa l’Antartide come attraversa una canzone: con la stessa attenzione per le forme, le correnti, le creature che abitano gli interstizi. Il suo doppio sguardo – scienziato e musicista – è la chiave di volta del disco. Dove altri vedrebbero un paesaggio, lui vede un organismo. Dove altri sentirebbero un rumore, lui ascolta un linguaggio. <strong><em>The New World</em> </strong>è il risultato di questo sguardo: un album che sembra irreale, ma che è costruito con una fisicità quasi brutale. Le campane registrate a Berlino, il ronzio di un nastro trasportatore a Melbourne, il gracchiare dei corvi della Tasmania, il vento che scivola sulle Cascade Range: i field recordings non sono ornamenti, sono la prova che ciò che ascoltiamo è accaduto davvero. In un’epoca di deepfake e simulazioni, Meiburg risponde con il mondo com’è: imperfetto, rumoroso, vivo. Rispetto al precedente <strong><em>The Great Awakening</em></strong>, questo disco è più vasto, più mobile, più rischioso. Se il 2022 era un album di animali che osservavano l’uomo, <strong><em>The New World</em></strong> è un album in cui l’uomo si perde nel paesaggio. La musica non descrive la natura: la imita, la assorbe, la ricrea. La tavolozza sonora è un caleidoscopio migratorio: il ngoni di Mamadou Kouyaté, le percussioni maliane di Ngoni Ba, il qanun di Firas Zreik, i fiati di Doug Wieselman, le geometrie percussive di Thor Harris, la presenza liquida di Shahzad Ismaily, e il nucleo stabile di Emily Lee e Dan Duszynski. Su carta potrebbe sembrare caos. In realtà è biologia musicale: ogni strumento è un organismo che trova il proprio posto nell’ecosistema del disco.  Meiburg continua a camminare sul sentiero aperto da Mark Hollis: quell’art‑rock orchestrale che è insieme intimo e immenso, fragile e monumentale. Ma qui si aggiungono nuove ombre: la sensualità obliqua di Bowie, la lucentezza art-pop dei Roxy Music, la tensione emotiva di Anohni e Thom Yorke. <em><strong>Daydream Unbeliever</strong></em> è un vortice: archi che salgono come maree, percussioni che si spezzano come ghiaccio, una voce che sembra arrivare da un’altra epoca. <em><strong>A Mink In The Dust</strong></em> avanza come un animale nel sottobosco. <em><strong>Slugs In The Marigolds</strong></em> ondeggia in una posa glam, tra sax e malinconia. <em><strong>More And More</strong></em> è un blues sospeso, un incontro immaginario tra Talk Talk e Nina Simone. <em><strong>Anamnesia</strong></em> è il punto più ombroso del disco: un battito meccanico, catturato da un nastro trasportatore a Melbourne, che diventa memoria distorta. La voce di Meiburg scivola dentro questo ronzio come un pensiero che non riesce a fissarsi. Tutto è sospeso, tutto è in transito: un frammento di realtà che attraversa una musica in bilico tra sogno e disorientamento. E poi c’è la fine. <em><strong>You And Your Dog</strong></em> si apre come una sorgente: piano che scende a cascata, clarinetto che vaga, percussioni che respirano. Quando arriva la voce di Laurie Anderson, il disco cambia stato: diventa un film, un ricordo, una visione. La sua narrazione – un cane, una spiaggia, due amici che si perdono – è una carezza che contiene un presagio. Sembra un frammento di un film perduto di Wim Wenders, un momento in cui la musica smette di essere suono e diventa luce. <strong><em>The New World</em></strong> è un disco che parla di ciò che è reale, ma lo fa con una musica che sembra irreale. È questo il paradosso di Shearwater: per raccontare il mondo, deve prima ascoltarlo. E per ascoltarlo, deve immergersi nella sua materia: ghiaccio, vento, animali, macchine, oceani, città, silenzi. La natura non è un simbolo: è un testimone. E Meiburg, con la sua voce tesa e luminosa, è il suo interprete più fedele. <strong><em>The New World</em></strong> è forse il disco più compiuto di Shearwater. Un album che non descrive il mondo: lo rivela.</p>
<p><em>&#8230; It&#8217;s nice to imagine a version of you and me</em><br />
<em> That’s still walking around out there</em><br />
<em> Where the beach ends and the sky begins&#8230; (from <strong>You And Your Dog)</strong></em></p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Polyborus Records / Secretly Distribution – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Jonathan Meiburg (voce, chitarre, pianoforte, field recordings, produzione) – Emily Lee (tastiere, synth, cori) – Dan Duszynski (batteria, percussioni, ingegneria del suono) &#8211; Shahzad Ismaily (polistrumentista) – Thor Harris (percussioni) – Mamadou Kouyaté (bass ngoni) – Moctar Kouyaté, Mahamadou Tounkara (calabash, tamma, yabara – Ngoni Ba) – Firas Zreik (qanun) – Doug Wieselman (clarinetto, sax) – Laurie Anderson (voce narrante in “You And Your Dog”)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Even Song</p>
<p>2. Daydream Unbeliever</p>
<p>3. A Mink In The Dust</p>
<p>4. Slugs In The Marigolds</p>
<p>5. More And More</p>
<p>6. The Only Sound I’m Afraid Of</p>
<p>7. Anamnesia</p>
<p>8. The High Ranges</p>
<p>9. You And Your Dog</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><br />
<a href="https://shearwater.bandcamp.com/" target="_blank">Sito ufficiale</a></p>
<h2>Daydream Unbeliever – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/iqfqt1XYuds?si=Dl_MkSfEk4H8zIym" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;"><a href="https://www.amazon.it/New-World-Shearwater/dp/B0H1JY1GPV?_encoding=UTF8&amp;dib_tag=se&amp;dib=eyJ2IjoiMSJ9.TZ9_3EAWOOVFzVbOH3xMQZcp9MmnY8RzBDq-oirQ2VhFok_T2YWJNDRO3fxxxiLoiLHVPLrAwQY0gFGedCPrEyK18R2dBPvBxBrnOpV8jqk.mDrZiZhvK4Ad2uXA0npjt4iHkRcImpAU1kW-JkLFKxE&amp;qid=1786275548&amp;sr=8-1&amp;linkCode=ll2&amp;tag=losthigit-21&amp;linkId=dba8a3aca6e5ef53e3e6f77a4c3127d6&amp;ref_=as_li_ss_tl" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
<img style="width: 120px; height: auto; border-radius: 6px; margin-bottom: 10px;" src="https://m.media-amazon.com/images/I/912yjB20S3L._AC_SL1500_.jpg" alt="The New World - Shearwater" /><br />
</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>Shearwater</strong></p>
<p><em><strong>The New World</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://www.amazon.it/New-World-Shearwater/dp/B0H1JY1GPV?_encoding=UTF8&amp;dib_tag=se&amp;dib=eyJ2IjoiMSJ9.TZ9_3EAWOOVFzVbOH3xMQZcp9MmnY8RzBDq-oirQ2VhFok_T2YWJNDRO3fxxxiLoiLHVPLrAwQY0gFGedCPrEyK18R2dBPvBxBrnOpV8jqk.mDrZiZhvK4Ad2uXA0npjt4iHkRcImpAU1kW-JkLFKxE&amp;qid=1786275548&amp;sr=8-1&amp;linkCode=ll2&amp;tag=losthigit-21&amp;linkId=dba8a3aca6e5ef53e3e6f77a4c3127d6&amp;ref_=as_li_ss_tl"><br />
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</a></p>
</div>
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		<title>Your Day Will Come &#8211; Chanel Beads</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/07/12/your-day-will-come-chanel-beads/</link>
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		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 21:39:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è un punto, ascoltando Your Day Will Come, in cui la musica di Chanel Beads sembra riflettere la skyline di Brooklyn: non quella da cartolina, ma quella vista alle tre di notte, quando i palazzi diventano ombre e le luci dei ponti tremano come nervi scoperti. Shane Lavers aka Chanel Beads cammina spesso così, nel &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52544" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/chanel_beads_your_day_will_come-200x200.jpg" alt="chanel_beads_your_day_will_come" width="200" height="200" />C’è un punto, ascoltando <strong><em>Your Day Will Come</em></strong>, in cui la musica di Chanel Beads sembra riflettere la skyline di Brooklyn: non quella da cartolina, ma quella vista alle tre di notte, quando i palazzi diventano ombre e le luci dei ponti tremano come nervi scoperti. Shane Lavers aka Chanel Beads cammina spesso così, nel buio, lasciando che le idee gli girino in testa finché non trovano la loro forma. E questo disco — il secondo con lo stesso titolo — è esattamente questo: una forma che non si stabilizza mai, un’architettura emotiva che si costruisce e si sgretola allo stesso tempo. La domanda che lo attraversa — <em>“Stiamo vivendo all’inferno, o l’amore basta?”</em> — non cerca una risposta. È un faro che illumina a tratti, come le insegne dei diner lungo Atlantic Avenue, come un neon che si accende e si spegne senza ritmo. <strong><em>Song For The Messenger</em> </strong>è la porta d’ingresso: una voce svogliata, un ritornello che sembra provenire da un appartamento accanto, filtrato da un muro sottile. È pop, ma come lo sarebbe un ricordo: familiare, ma impossibile da trattenere. Qui Lavers mostra la sua ossessione per la forma: camminare, ascoltare, ripetere, finché la canzone non si incastra come un mattone nella facciata di un palazzo. <em><strong>Opening In The Gate </strong></em>è il brano più compiuto del disco. Si apre con un urlo che svanisce prima di diventare significato, come un grido perso tra i palazzi di Bushwick. Poi arrivano il pizzicato del violino di Zachary Paul, i pad corali dei synth, la pedal steel di Mari Rubio che vibra come un filo teso tra due tetti. Il testo parla di scarafaggi nel cemento, di calore sotto i piedi: immagini che sembrano rubate alle strade di Brooklyn dopo la pioggia, quando l’asfalto fuma e tutto sembra più fragile. In <em><strong>Drunk Stupid In The Structure </strong></em>la voce di Maya McGrory si intreccia ai synth di Lavers come due fantasmi che si cercano tra le scale antincendio. La chitarra è leggermente scordata, come una finestra che non si chiude bene. «Sembra che un fantasma sia vicino», suggerisce il testo, e davvero il brano sembra abitato da presenze: un ricordo, un’ombra, un pensiero che non vuole dissolversi. E poi c’è <em><strong>Tyler Richard</strong></em>, il punto in cui il disco si apre come una ferita. È dedicata al fratello di Lavers, morto a 19 anni. Non è una canzone di consolazione: è una discesa. La progressione dei synth si avvita su sé stessa, come una scala che scende verso un seminterrato dove la luce non arriva. Le urla campionate — non reali, ma più vere del reale — sembrano provenire da un’altra stanza dell’esistenza, da un luogo che non dovrebbe essere ascoltato. Il sogno del fratello non è un abbraccio: è un ritorno che fa male, una presenza che non guarisce. Qui Chanel Beads mostra la sua capacità più rara: trasformare il lutto in architettura sonora, costruire un edificio emotivo che non crolla, ma vibra, trema, resiste. Lavers non produce: modifica la realtà. Prende le registrazioni dei suoi collaboratori e le smonta, le ricostruisce, le distorce finché non diventano qualcos’altro. Zachary Paul racconta di non riconoscere più ciò che ha suonato: «A volte chiedo: l’ho fatto io?». È qui che Chanel Beads diventa unico: nella capacità di trasformare un violino in un rumore metallico, una pedal steel in un drone spirituale, un urlo in un dettaglio semantico. La produzione non accompagna le canzoni: le crea. Ogni brano è un organismo che muta, un corpo che cambia pelle, un edificio che si sposta di qualche centimetro durante la notte. <strong><em>Your Day Will Come</em></strong> è un disco che non arriva mai davvero, e proprio per questo continua a chiamarti. È un’opera che vive nella soglia, nel tremore, nel punto in cui la skyline di Brooklyn sembra sul punto di crollare e invece resta lì, immobile, a guardarti. La genialità di Chanel Beads sta nel trasformare l’incertezza in linguaggio, il dolore in architettura, la notte in una forma sonora. Lavers non scrive canzoni: scrive città. E in quelle città ci muoviamo tutti, anche quando non sappiamo più dove stiamo andando.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Jagjaguwar – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Shane Lavers (voce, chitarre, synth, produzione, sound design) – Maya McGrory (voce) – Zachary Paul (violino) – Mari Rubio (pedal steel)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Drums Only<br />
2. Song for the Messenger<br />
3. The Coward Forgets His Nightmare<br />
4. Profane Break<br />
5. JBL in the Fireplace<br />
6. Tyler Richard<br />
7. Outside Your Life<br />
8. Dust in the Wind<br />
9. Silver Cup<br />
10. Opening in the Gate<br />
11. Spirit Showing<br />
12. Drunk Stupid in the Structure<br />
13. Boss<br />
14. Beaten With Sticks</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><a href="https://chanelbeads.bandcamp.com/" target="_blank">Sito ufficiale</a></p>
<h2>Song for the Messenger – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/TmZwOawm4OA?si=N2cpfmHPc8fv7TFc" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>The City Is Coming to Erase It All – Fink</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/06/28/the-city-is-coming-to-erase-it-all-fink/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2026/06/28/the-city-is-coming-to-erase-it-all-fink/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 21:16:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono dischi che sembrano scritti sulla pelle delle scogliere, dove l’oceano batte da secoli con la stessa ostinazione. The City Is Coming to Erase It All nasce lì: tra frangiflutti che resistono, fili d’erba che tremano al vento, sassi levigati da un tempo che non ha fretta. È un album che non racconta la &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52489" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/fink_the-city_2026-200x200.jpg" alt="fink_the city_2026" width="200" height="200" />Ci sono dischi che sembrano scritti sulla pelle delle scogliere, dove l’oceano batte da secoli con la stessa ostinazione. <strong><em>The City Is Coming to Erase It All</em></strong> nasce lì: tra frangiflutti che resistono, fili d’erba che tremano al vento, sassi levigati da un tempo che non ha fretta. È un album che non racconta la fuga dalla città: racconta il momento in cui la città ti raggiunge anche in riva al mare, e tu non puoi far altro che ascoltare il rumore delle onde per capire cosa salvare. Zennor non è solo un luogo: è un confine. Un punto in cui la terra finisce e l’acqua comincia a parlare. Greenall ci arriva come chi torna a un’origine che non ha mai davvero lasciato, e registra un disco che sembra scolpito più che suonato. Il vincolo del “<em>1974 o niente</em>” non è un vezzo nostalgico: è un modo per togliere il rumore del mondo e lasciare che resti solo il respiro dell’oceano. Michael Chapman, Joni Mitchell, D.H. Lawrence: non come riferimenti, ma come correnti sotterranee che attraversano il disco. E poi Adrianne Lenker, Lorma: anime che hanno scelto l’isolamento come forma di verità.  Greenall parla di <strong><em>nowstalgia</em></strong>: non un guardare indietro, ma un guardare dentro, come quando osservi la linea dell’orizzonte e capisci che non è un limite, ma una domanda. <em><strong>Wishing for Blue Sky</strong></em> è l’apertura di un cielo che si schiude sopra una scogliera. Un ragazzo che guarda l’oceano e sente che qualcosa lo chiama altrove. La voce è un’onda lunga, che arriva da lontano e si infrange senza fare rumore. <strong><em>Memorise Your Senses</em></strong> è il cuore del disco. Una strada costiera, stretta, scavata nella roccia. Il vento che porta odore di sale e di rabbia. La maschera che indossi per sopravvivere alla città, e che qui, davanti al mare, non regge più. È un brano che sembra scritto mentre il parabrezza si riempie di pioggia e l’oceano corre accanto come un animale antico. In <strong><em>Does the Shade Choose Who to Comfort?</em> </strong>c&#8217;è un’ombra che si allunga sulla spiaggia al tramonto. Una domanda che il mare non risponde, ma amplifica. La chitarra è un frangiflutto: resiste, ma trema. Poi <strong><em>Two Magpies</em> </strong>dove due gazze si posano su un muretto di pietra, guardando il mare. Due presagi, due possibilità, due direzioni del vento. La voce è un passo lento sulla sabbia umida. In <strong><em>I Buried All the Answers,</em> </strong>qui il disco si apre come una marea che si ritira. Le risposte sepolte sotto strati di alghe, conchiglie, detriti portati dalle tempeste. È la sorella più vulnerabile di <a href="https://www.losthighways.it/2014/08/25/hard-believer-fink/" target="_blank"><strong><em>Hard Believer</em></strong></a>: meno cielo, più scogliera nuda. <strong>Spirit of Place</strong> è il congedo. Un soffio d’aria che sale dalla costa. Un ultimo sguardo all’oceano prima che la città torni a reclamare tutto. Un brano che sembra una mappa tracciata con un bastone sulla sabbia. Il disco è essenziale come una spiaggia d’inverno. Legno, corde, respiro. Niente sovrastrutture, niente artifici: solo ciò che resiste all’acqua, al vento, al tempo. Rispetto a <strong><em>Beauty in Your Wake</em></strong>, qui tutto è più spoglio, più esposto, più vicino alla terra e all’acqua. Lì c’era ancora un’eco urbana, un battito berlinese. Qui c’è il rumore dell’oceano che entra nelle pause, nei silenzi, nei vuoti.  <strong><em>The City Is Coming to Erase It All</em> </strong>è un album che non chiede attenzione: la pretende. È un disco che si ascolta come si osserva una scogliera: sapendo che ogni onda è diversa, ma che tutte raccontano la stessa storia. Fink non cerca di cancellare la città. La lascia avvicinare. E mentre lo fa, trova un luogo — fatto di acqua, pietra, vento — che nessuna città potrà mai davvero cancellare.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>R’COUP’D – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial;">Fin Greenall (voce, chitarra) – Tim Thornton (batteria, chitarre) – Guy Whittaker (basso).<br />
</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Wishing For Blue Sky<br />
2. Does The Shade Choose Who To Comfort?<br />
3. Two Magpies<br />
4. Memorise Your Senses<br />
5. Dark Edges<br />
6. Keeping You Awake<br />
7. I Buried All The Answers<br />
8. Spirit Of Place</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><a href="https://finkmusic.co.uk/" target="_blank">Sito ufficiale</a></p>
<h2>Wishing For Blue Sky – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/YLermn1Fav8?si=BhkTtLxI7YTQZILK" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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