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	<title>Lost Highways &#187; Album</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>Your Day Will Come &#8211; Chanel Beads</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 21:39:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’è un punto, ascoltando Your Day Will Come, in cui la musica di Chanel Beads sembra riflettere la skyline di Brooklyn: non quella da cartolina, ma quella vista alle tre di notte, quando i palazzi diventano ombre e le luci dei ponti tremano come nervi scoperti. Shane Lavers aka Chanel Beads cammina spesso così, nel &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52544" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/chanel_beads_your_day_will_come-200x200.jpg" alt="chanel_beads_your_day_will_come" width="200" height="200" />C’è un punto, ascoltando <strong><em>Your Day Will Come</em></strong>, in cui la musica di Chanel Beads sembra riflettere la skyline di Brooklyn: non quella da cartolina, ma quella vista alle tre di notte, quando i palazzi diventano ombre e le luci dei ponti tremano come nervi scoperti. Shane Lavers aka Chanel Beads cammina spesso così, nel buio, lasciando che le idee gli girino in testa finché non trovano la loro forma. E questo disco — il secondo con lo stesso titolo — è esattamente questo: una forma che non si stabilizza mai, un’architettura emotiva che si costruisce e si sgretola allo stesso tempo. La domanda che lo attraversa — <em>“Stiamo vivendo all’inferno, o l’amore basta?”</em> — non cerca una risposta. È un faro che illumina a tratti, come le insegne dei diner lungo Atlantic Avenue, come un neon che si accende e si spegne senza ritmo. <strong><em>Song For The Messenger</em> </strong>è la porta d’ingresso: una voce svogliata, un ritornello che sembra provenire da un appartamento accanto, filtrato da un muro sottile. È pop, ma come lo sarebbe un ricordo: familiare, ma impossibile da trattenere. Qui Lavers mostra la sua ossessione per la forma: camminare, ascoltare, ripetere, finché la canzone non si incastra come un mattone nella facciata di un palazzo. <em><strong>Opening In The Gate </strong></em>è il brano più compiuto del disco. Si apre con un urlo che svanisce prima di diventare significato, come un grido perso tra i palazzi di Bushwick. Poi arrivano il pizzicato del violino di Zachary Paul, i pad corali dei synth, la pedal steel di Mari Rubio che vibra come un filo teso tra due tetti. Il testo parla di scarafaggi nel cemento, di calore sotto i piedi: immagini che sembrano rubate alle strade di Brooklyn dopo la pioggia, quando l’asfalto fuma e tutto sembra più fragile. In <em><strong>Drunk Stupid In The Structure </strong></em>la voce di Maya McGrory si intreccia ai synth di Lavers come due fantasmi che si cercano tra le scale antincendio. La chitarra è leggermente scordata, come una finestra che non si chiude bene. «Sembra che un fantasma sia vicino», suggerisce il testo, e davvero il brano sembra abitato da presenze: un ricordo, un’ombra, un pensiero che non vuole dissolversi. E poi c’è <em><strong>Tyler Richard</strong></em>, il punto in cui il disco si apre come una ferita. È dedicata al fratello di Lavers, morto a 19 anni. Non è una canzone di consolazione: è una discesa. La progressione dei synth si avvita su sé stessa, come una scala che scende verso un seminterrato dove la luce non arriva. Le urla campionate — non reali, ma più vere del reale — sembrano provenire da un’altra stanza dell’esistenza, da un luogo che non dovrebbe essere ascoltato. Il sogno del fratello non è un abbraccio: è un ritorno che fa male, una presenza che non guarisce. Qui Chanel Beads mostra la sua capacità più rara: trasformare il lutto in architettura sonora, costruire un edificio emotivo che non crolla, ma vibra, trema, resiste. Lavers non produce: modifica la realtà. Prende le registrazioni dei suoi collaboratori e le smonta, le ricostruisce, le distorce finché non diventano qualcos’altro. Zachary Paul racconta di non riconoscere più ciò che ha suonato: «A volte chiedo: l’ho fatto io?». È qui che Chanel Beads diventa unico: nella capacità di trasformare un violino in un rumore metallico, una pedal steel in un drone spirituale, un urlo in un dettaglio semantico. La produzione non accompagna le canzoni: le crea. Ogni brano è un organismo che muta, un corpo che cambia pelle, un edificio che si sposta di qualche centimetro durante la notte. <strong><em>Your Day Will Come</em></strong> è un disco che non arriva mai davvero, e proprio per questo continua a chiamarti. È un’opera che vive nella soglia, nel tremore, nel punto in cui la skyline di Brooklyn sembra sul punto di crollare e invece resta lì, immobile, a guardarti. La genialità di Chanel Beads sta nel trasformare l’incertezza in linguaggio, il dolore in architettura, la notte in una forma sonora. Lavers non scrive canzoni: scrive città. E in quelle città ci muoviamo tutti, anche quando non sappiamo più dove stiamo andando.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Jagjaguwar – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Shane Lavers (voce, chitarre, synth, produzione, sound design) – Maya McGrory (voce) – Zachary Paul (violino) – Mari Rubio (pedal steel)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Drums Only<br />
2. Song for the Messenger<br />
3. The Coward Forgets His Nightmare<br />
4. Profane Break<br />
5. JBL in the Fireplace<br />
6. Tyler Richard<br />
7. Outside Your Life<br />
8. Dust in the Wind<br />
9. Silver Cup<br />
10. Opening in the Gate<br />
11. Spirit Showing<br />
12. Drunk Stupid in the Structure<br />
13. Boss<br />
14. Beaten With Sticks</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><a href="https://chanelbeads.bandcamp.com/" target="_blank">Sito ufficiale</a></p>
<h2>Song for the Messenger – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/TmZwOawm4OA?si=N2cpfmHPc8fv7TFc" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>The City Is Coming to Erase It All – Fink</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 21:16:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono dischi che sembrano scritti sulla pelle delle scogliere, dove l’oceano batte da secoli con la stessa ostinazione. The City Is Coming to Erase It All nasce lì: tra frangiflutti che resistono, fili d’erba che tremano al vento, sassi levigati da un tempo che non ha fretta. È un album che non racconta la &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52489" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/fink_the-city_2026-200x200.jpg" alt="fink_the city_2026" width="200" height="200" />Ci sono dischi che sembrano scritti sulla pelle delle scogliere, dove l’oceano batte da secoli con la stessa ostinazione. <strong><em>The City Is Coming to Erase It All</em></strong> nasce lì: tra frangiflutti che resistono, fili d’erba che tremano al vento, sassi levigati da un tempo che non ha fretta. È un album che non racconta la fuga dalla città: racconta il momento in cui la città ti raggiunge anche in riva al mare, e tu non puoi far altro che ascoltare il rumore delle onde per capire cosa salvare. Zennor non è solo un luogo: è un confine. Un punto in cui la terra finisce e l’acqua comincia a parlare. Greenall ci arriva come chi torna a un’origine che non ha mai davvero lasciato, e registra un disco che sembra scolpito più che suonato. Il vincolo del “<em>1974 o niente</em>” non è un vezzo nostalgico: è un modo per togliere il rumore del mondo e lasciare che resti solo il respiro dell’oceano. Michael Chapman, Joni Mitchell, D.H. Lawrence: non come riferimenti, ma come correnti sotterranee che attraversano il disco. E poi Adrianne Lenker, Lorma: anime che hanno scelto l’isolamento come forma di verità.  Greenall parla di <strong><em>nowstalgia</em></strong>: non un guardare indietro, ma un guardare dentro, come quando osservi la linea dell’orizzonte e capisci che non è un limite, ma una domanda. <em><strong>Wishing for Blue Sky</strong></em> è l’apertura di un cielo che si schiude sopra una scogliera. Un ragazzo che guarda l’oceano e sente che qualcosa lo chiama altrove. La voce è un’onda lunga, che arriva da lontano e si infrange senza fare rumore. <strong><em>Memorise Your Senses</em></strong> è il cuore del disco. Una strada costiera, stretta, scavata nella roccia. Il vento che porta odore di sale e di rabbia. La maschera che indossi per sopravvivere alla città, e che qui, davanti al mare, non regge più. È un brano che sembra scritto mentre il parabrezza si riempie di pioggia e l’oceano corre accanto come un animale antico. In <strong><em>Does the Shade Choose Who to Comfort?</em> </strong>c&#8217;è un’ombra che si allunga sulla spiaggia al tramonto. Una domanda che il mare non risponde, ma amplifica. La chitarra è un frangiflutto: resiste, ma trema. Poi <strong><em>Two Magpies</em> </strong>dove due gazze si posano su un muretto di pietra, guardando il mare. Due presagi, due possibilità, due direzioni del vento. La voce è un passo lento sulla sabbia umida. In <strong><em>I Buried All the Answers,</em> </strong>qui il disco si apre come una marea che si ritira. Le risposte sepolte sotto strati di alghe, conchiglie, detriti portati dalle tempeste. È la sorella più vulnerabile di <a href="https://www.losthighways.it/2014/08/25/hard-believer-fink/" target="_blank"><strong><em>Hard Believer</em></strong></a>: meno cielo, più scogliera nuda. <strong>Spirit of Place</strong> è il congedo. Un soffio d’aria che sale dalla costa. Un ultimo sguardo all’oceano prima che la città torni a reclamare tutto. Un brano che sembra una mappa tracciata con un bastone sulla sabbia. Il disco è essenziale come una spiaggia d’inverno. Legno, corde, respiro. Niente sovrastrutture, niente artifici: solo ciò che resiste all’acqua, al vento, al tempo. Rispetto a <strong><em>Beauty in Your Wake</em></strong>, qui tutto è più spoglio, più esposto, più vicino alla terra e all’acqua. Lì c’era ancora un’eco urbana, un battito berlinese. Qui c’è il rumore dell’oceano che entra nelle pause, nei silenzi, nei vuoti.  <strong><em>The City Is Coming to Erase It All</em> </strong>è un album che non chiede attenzione: la pretende. È un disco che si ascolta come si osserva una scogliera: sapendo che ogni onda è diversa, ma che tutte raccontano la stessa storia. Fink non cerca di cancellare la città. La lascia avvicinare. E mentre lo fa, trova un luogo — fatto di acqua, pietra, vento — che nessuna città potrà mai davvero cancellare.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>R’COUP’D – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial;">Fin Greenall (voce, chitarra) – Tim Thornton (batteria, chitarre) – Guy Whittaker (basso).<br />
</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Wishing For Blue Sky<br />
2. Does The Shade Choose Who To Comfort?<br />
3. Two Magpies<br />
4. Memorise Your Senses<br />
5. Dark Edges<br />
6. Keeping You Awake<br />
7. I Buried All The Answers<br />
8. Spirit Of Place</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><a href="https://finkmusic.co.uk/" target="_blank">Sito ufficiale</a></p>
<h2>Wishing For Blue Sky – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/YLermn1Fav8?si=BhkTtLxI7YTQZILK" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Honora &#8211; Flea</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 21:15:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Che fare dopo quarant&#8217;anni di carriera? Che fare quando la tua band principale ha sfondato a livello planetario, trasformando un esperimento di ardori giovanili in una formula mainstream che scala le classifiche e riempie gli stadi? Per molti questo ha significato una parabola discendente, essere imbolsiti e poco reattivi sotto il peso degli agi. Poi c&#8217;è &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Flea.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52116" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Flea-200x200.jpg" alt="Flea" width="200" height="200" /></a>Che fare dopo quarant&#8217;anni di carriera? Che fare quando la tua band principale ha sfondato a livello planetario, trasformando un esperimento di ardori giovanili in una formula mainstream che scala le classifiche e riempie gli stadi? Per molti questo ha significato una parabola discendente, essere imbolsiti e poco reattivi sotto il peso degli agi. Poi c&#8217;è chi non perde quella scintilla, lo abbiamo visto con McCartney, e sceglie di mettersi alla prova, di rischiare, seguendo la propria ispirazione per non perderla, coltivando la passione del suonare. Anche imparando nuovi strumenti, in questo caso una tromba che Flea impugna soffiandovi l&#8217;anima in un album di complessa meditazione, ma anche di arditi esperimenti, come l&#8217;intro da prova d&#8217;orchestra interstellare <strong><em>Golden Wingship</em></strong>,<strong><em> </em></strong>appena un minuto di suoni in orbita prima di precipitare all&#8217;apicentro di un terremoto. Perché <strong><em>A Plea</em></strong> è il pezzone che rischia di mettere se non proprio in secondo piano il resto della scaletta quantomeno di far fraintendere l&#8217;operazione di Flea, che qui mette a segno un vibrato riff di basso, degno del miglior crossover dei RHCP, a reggere una costruzione armonica di due soli accordi con groove di tale trascinante energia da catturare subito l&#8217;attenzione. Eppure già le divagazioni jazz della chitarra di Jeff Parker in dialogo con le frasi meditative della tromba dello stesso Flea dovrebbero mettere in guardia sull&#8217;orizzonte creativo emozionale alla base di questa sua inedita prova solista. Quegli stacchi sul tempo, quelle chiusure in picchiata, quei disegni di fiati intrecciati a movimentare lo sfondo, descrivono un mondo di bellezza costretta a lottare per la sopravvivenza. La foga delle spoken word imprime la giusta determinazione, &#8220;<em>there&#8217;s hate all around / I don&#8217;t care about your fucking politics</em>&#8220;, e anche se si chiude in calando come alla fine di un commosso funerale le parole, ormai un sussurro, incitano ad andare avanti &#8220;<em>Build a bridge, it&#8217;s where the courage is / Shine your light</em>&#8220;. In <strong><em>Traffic Lights</em></strong> Flea duetta nuovamente con Thom Yorke, a 13 anni da <strong><em>Amok</em></strong> della superband Atoms for peace, fondendo una ritmica d&#8217;ascendenza carioca e tribale alle frecce vocali sibilanti di Thom, cui fanno da controcanto una tromba arrotata e una chitarra di frammenti jazz dalle pause inaspettate, in un battito incessante di note variopinte. Orizzonte fumoso, pulsazione cardiaca, ipnosi, tromba di vapori sulfurei, aperture tropicali e un fraseggio che guarda al Davis cool per lasciare il posto al violino dolente di Warren Ellis, gli ingredienti dell&#8217;alchimia meditativa di <strong><em>Frailed</em></strong> che sfiora gli undici minuti come un derviscio in trance che si inerpica su una scala di Escher che conduce a uno specchio di Alice dal quale scrutare il proprio io nascosto. Ed è quindi questo, non solo per durata, il brano che racconta meglio il momento di Flea, la sua ricerca musicale, il suo intimo sentire. <strong><em>Morning Cry</em></strong> è invece una dichiarazione d&#8217;amore verso il be-bop di Charlie Parker e Dizzie Gillespie con quell&#8217;inciso scoppiettante e sincopato, per poi risolvere l&#8217;improvvisazione con lunghi fraseggi calanti, in coppia ancora con la chitarra di Parker, su un un gran lavoro ritmico di Deantoni Parks che modernizza gli schemi di batteria del genere. E ancora un omaggio è la seguente <strong><em>Maggot Brain</em></strong>, dall&#8217;omonimo album dei Funkadelic di George Clinton, certo tra le band faro dei RHCP, di cui Flea recita il breve testo introduttivo, che è un altro incitamento alla crescita, stavolta spirituale, dell&#8217;umanità, &#8220;For I knew I had to rise above it all / Or drown in my own shit&#8221;. Il lungo, doloroso e straziante assolo della chitarra di Eddie Hazel, dai lunghi singulti e wah-wah hendrixiano, viene qui raccolto dalla tromba di Flea, sulle ali dello stesso arpeggio d&#8217;armonia discendente ma qui retto da fiati e vibrafono, con intonazione vibrata e tavolozza crepuscolare ricca di pathos. Nick Cave presta una voce da crooner per l&#8217;incedere lento e colloso di <strong><em>Wichita Lineman</em></strong> di Jimmy Webb, che rimuove il piano maestoso che rendeva tanto lirico l&#8217;originale, sostituendolo con un pattern di timpani lontani e ritmiche sommesse, contrabasso glissato e tromba liquefatta. Flea imbraccia ancora il suo amato basso in <strong><em>Thinkin Bout You</em></strong> trasformando in fluidi fraseggi sulle quattro corde la linea vocale soul del rapper Frank Ocean, autore del brano, su un tappeto di archi romantici che prepara il ritornello in cui i falsetti dell&#8217;originale diventano una tromba epica di un tramonto solitario. Simile trattamento riceve <strong><em>Willow Weep for Me</em></strong>, standard anni &#8217;30 di Ann Ronell dedicato a George Gershwin, qui trasposto in un visionario mondo di sintetizzatori krautrock in antitesi col frizzante fraseggio jazz della tromba. E la chiusura arriva con un riff black che risale al funk psichedelico ancora una volta di Clinton, ma anche di Sly Stone, per la dichiarazione anarchica <strong><em>Free As I Want to Be</em></strong>, coi suoi tempi spezzati, il basso slappato e rotondo, la chitarra satura e i cori da gospel blues, aperti da un improvvisa finestra sul minimalismo di Satie, poi richiusa con forza da una tromba distorta che richiama la svolta elettrica di Davis.<br />
Disco di una mente aperta, per menti aperte.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Nonesuch Records &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Flea (electric bass, 1–4, 8, 10; vocals, 2, 10; trumpet, 2–6, 8–10; Flumpet, 7) &#8211; Deantoni Parks (drums, 1–5, 7, 10; vocals, 2) &#8211; Mauro Refosco (percussion, 1–4, 7) &#8211; Nathaniel Walcott (Fender Rhodes, 1, 3, 4; vocals, 2; string arrangement; string orchestration, 8) &#8211; Anna Butterss (upright bass, 1, 2, 5, 7, 8; vocals, 2) &#8211; Jeff Parker (guitar, 1–5, 7, 9, 10; vocals, 2) &#8211; Chad Smith (drums, 1) &#8211; Josh Johnson (alto saxophone, 2, 3; vocals, 2, 10; piano, 4, 10; Moog synthesizer, 9) &#8211; Rickey Washington (alto flute, 2) &#8211; Vikram Devasthali (trombone, 2) &#8211; Chris Warren (vocals, 2) &#8211; Thom Yorke (vocals, piano, synthesizer, 3) &#8211; Warren Ellis (alto flute, viola, 4) &#8211; John Frusciante (treatments, 4, 9) &#8211; Sasha Berliner (vibraphone, 6) &#8211; Brian Walsh (clarinet, bass clarinet, 6) &#8211; Derek Davis (flute, 6) &#8211; Nick Cave (vocals, 7) &#8211; Suzie Katayama (conductor, 8) &#8211; Paul Cartwright (concertmaster, 8) &#8211; Luanne Homzy (violin, 8) &#8211; Alyssa Park (violin, 8) &#8211; Stephanie Matthews (violin, 8) &#8211; Jennifer Takamatsu (violin, 8) &#8211; Andrew Duckles (viola, 8) &#8211; Zach Dellinger (viola, 8) &#8211; Vanessa Freebairn-Smith (cello, 8) &#8211; Jacob Braun (cello, 8) &#8211; Thomas Harte (bass, 8) &#8211; Joel Virgel Vierset (vocals, 10) &#8211; Cyprienne Virgel Vierset (vocals, 10) &#8211; SJ Hasman (vocals, 10) &#8211; Julian Hasman (vocals, 10) &#8211; Melissa Dougherty (vocals, 10) &#8211; Jessica Vautor (vocals, 10) &#8211; Alejandro Montoya (vocals, 10)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>Golden Wingship</li>
<li>A Plea</li>
<li>Traffic Lights</li>
<li>Frailed</li>
<li>Morning Cry</li>
<li>Maggot Brain</li>
<li>Wichita Lineman</li>
<li>Thinkin Bout You</li>
<li>Willow Weep for Me</li>
<li>Free As I Want to Be</li>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;"><br />
Link: <a href="https://www.flea333.com/">Sito Ufficiale</a> <a href="https://www.facebook.com/flea">Facebook</a><br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/TmyjzvQv5bA?si=-UdswLa0lr1Wuw_j" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe><br />
<iframe style="border: 0; width: 350px; height: 470px;" src="https://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/album=450065828/size=large/bgcol=ffffff/linkcol=0687f5/tracklist=false/transparent=true/" width="300" height="150" seamless=""><a href="https://officialflea.bandcamp.com/album/honora">Honora by Flea</a></iframe></span></p>
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		<title>EI8HT &#8211; Shinedown</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 19:39:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è qualcosa di quasi miracoloso negli Shinedown. In un’epoca in cui il rock sembra aver smarrito la propria grammatica, loro continuano a suonare come gli ultimi superstiti di un linguaggio antico, figli di un decennio — i Novanta — in cui le chitarre erano confessioni e i ritornelli un modo per restare vivi. Eppure EI8HT &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52471" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/shinedowneight-200x200.jpg" alt="shinedowneight" width="200" height="200" />C’è qualcosa di quasi miracoloso negli Shinedown. In un’epoca in cui il rock sembra aver smarrito la propria grammatica, loro continuano a suonare come gli ultimi superstiti di un linguaggio antico, figli di un decennio — i Novanta — in cui le chitarre erano confessioni e i ritornelli un modo per restare vivi. Eppure <strong><em>EI8HT</em></strong> non è un esercizio di memoria. È un disco che usa le radici come trampolino, non come ancora. Fin dalle prime note di <strong><em>Safe and Sound</em></strong> si avverte quella fame primordiale che apparteneva alle band cresciute tra post‑grunge, alternative e hard rock da stadio. Ma qui c’è qualcosa di diverso: una lucidità nuova, una freschezza che non imita il passato, lo trasforma. Gli Shinedown non suonano come una band che sopravvive. Suonano come una band che resiste per evolversi.  Le chitarre sono ancora lì, ruvide e scolpite, come se venissero da un’epoca in cui il rock era una necessità. Ma la produzione, i colori, le aperture melodiche raccontano un’altra storia: una band che ha imparato a usare la propria storia come carburante, non come museo. In questo equilibrio fragile e potente si inserisce <strong><em>Three Six Five</em></strong>, il brano più emotivamente esposto del disco. Non è solo una ballad rock: è un pugno allo stomaco, un canto sul tempo che scivola via e sulle assenze che lasciano voragini. Eric Bass ci ha messo dentro tutto: il padre, la cognata sconfitta dal cancro, la zia, un mentore — quattro perdite in due anni. La canzone è un desiderio impossibile: tornare indietro, fermare l’orologio, stringere ancora chi non c’è più. Ma è anche un invito a vivere, a non rimandare, a restare vicini a chi conta davvero. È un tema profondamente novantiano — identità, fragilità, memoria — filtrato attraverso una scrittura moderna, luminosa, che vibra tra hard rock e ballad emotiva. E poi c’è <strong><em>Searchlight</em></strong>, il cuore vulnerabile del disco: una ballad che cerca un punto fermo nel buio, una voce che chiama da lontano e spera in una risposta. È un brano che parla di orientamento emotivo, di quella luce che ognuno di noi tenta di seguire quando tutto sembra sfocato. La voce di Brent Smith qui non è solo potente: è umana, incrinata, quasi sospesa. È la prova che gli Shinedown non hanno paura di mostrare la loro parte più fragile, quella che negli anni Novanta avrebbe riempito le radio e oggi riempie le arene. <strong><em>EI8HT</em></strong> è un disco che porta addosso le cicatrici degli anni Novanta — l’ombra dei Soundgarden, la malinconia degli Alice in Chains, la potenza melodica dei Def Leppard — ma le trasforma in qualcosa di nuovo, fresco, contemporaneo. Il resto del disco alterna impatto e delicatezza: <strong><em>Bear With Me</em> e <em>Burning Down the Disco</em></strong> conservano la furia controllata dei primi anni Duemila, mentre <strong><em>Dizzy</em> e <em>The Pilot</em></strong> chiudono il cerchio con una dolcezza che sa di resa, ma non di sconfitta. <strong><em>EI8HT</em></strong> non è un disco comodo. È un disco che rifiuta la comfort zone, che preferisce rischiare piuttosto che replicare. Gli Shinedown non celebrano i loro record, non si adagiano sulla loro storia. La usano come un ponte verso qualcosa che ancora non esiste. E così questo ottavo capitolo diventa un atto di fede nel futuro del rock, un futuro che non rinnega le sue radici ma le reinventa, le piega, le plasma. Gli Shinedown sono rimasti in piedi quando molti si sono fermati. E oggi, con <strong><em>EI8HT</em></strong>, dimostrano che essere superstiti non significa essere sopravvissuti. Significa essere ancora capaci di sorprendere.<strong> </strong></p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Atlantic Records – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial;">Brent Smith (voce) – Zach Myers (chitarre) – Eric Bass (basso, tastiere, produzione) – Barry Kerch (batteria).<br />
</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Safe and Sound<br />
2. Bear With Me<br />
3. Three Six Five<br />
4. Burning Down the Disco<br />
5. Dizzy<br />
6. So Glad That You Asked<br />
7. Searchlight<br />
8. Outlaw<br />
9. Wide Open<br />
10. Dance, Kid, Dance<br />
11. Deep End<br />
12. At the Bottom<br />
13. Killing Fields<br />
14. Back to the Living<br />
15. The Pilot</p>
<p><span style="color: #971b7a;">Link: </span><a href="https://www.shinedown.com/" target="_blank">Sito ufficiale</a>.</p>
<h2>Three Six Five – Video</h2>
<p><iframe title="Three Six Five" src="https://www.youtube.com/embed/WMm6G1S9sIs" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"><br />
</iframe></p>
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		<item>
		<title>Blue Morpho &#8211; Ed O’Brien</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 05:25:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[I Radiohead non sono per caso una delle band più straordinarie di sempre: come accadde ai Beatles, ogni loro membro è un mondo a sé, un talento che continua a generare forme nuove anche quando si allontana dal nucleo. Per questo i lavori solisti dei suoi componenti hanno sempre un peso specifico, una necessità. Blue &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52382" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Ed_OBrien_Radiohead_Blue_Morpho_album_cover_artwork-200x200.jpg" alt="Ed_OBrien_Radiohead_Blue_Morpho_album_cover_artwork" width="200" height="200" />I Radiohead non sono per caso una delle band più straordinarie di sempre: come accadde ai Beatles, ogni loro membro è un mondo a sé, un talento che continua a generare forme nuove anche quando si allontana dal nucleo. Per questo i lavori solisti dei suoi componenti hanno sempre un peso specifico, una necessità. <strong><em>Blue Morpho</em></strong>, il secondo capitolo di Ed O’Brien, non fa eccezione: anzi, è forse il suo gesto più compiuto, la prova definitiva che la sua voce artistica non è un’appendice, ma un organismo vivo. L’album nasce in Galles, in un tempo di transizione personale, quando O’Brien sente il bisogno di ritrovare uno scopo, una connessione spirituale, un respiro più largo. Le sessioni diventano un rifugio e una rinascita, e l’incontro con collaboratori come Paul Epworth e Dave Okumu apre varchi inattesi: nuove geografie sonore, nuovi modi di abitare la fragilità. La libertà creativa e la qualità della scrittura scorrono in ogni traccia, come se la metamorfosi promessa dal titolo fosse già in atto. <strong><em>Incantations</em> </strong>è il varco d’ingresso: chitarre e synth si intrecciano in un rituale lento, stratificato, quasi ipnotico. Quando la voce entra — limpida, melodicamente precisa — sembra invitare a guardare nel buio per scoprire che lì, proprio lì, si nasconde la bellezza. È un brano che vibra come un punto di svolta, una dichiarazione d’intenti. La <em><strong>title track</strong></em> si apre invece come un respiro luminoso: un flusso che richiama i paesaggi emotivi dei Sigur Rós, con chitarre discendenti e archi che ampliano l’orizzonte. Da qui si scivola in <strong><em>Sweet Spot</em></strong>, forse il cuore segreto del disco: una sorta di chamber‑folk orchestrale, dove la voce si fa fragile e autorevole insieme, e tutto sembra sospeso in un equilibrio raro. Poi arriva <strong><em>Teachers</em></strong>, cambio di passo irresistibile: basso e batteria costruiscono un groove caldo, quasi funk, mentre O’Brien confessa di aver perso la strada. È un brano che danza sul limite tra smarrimento e liberazione, e quando la batteria entra davvero, il pezzo si accende come un faro. <strong><em>Thin Places</em></strong> è un drone meditativo, un ponte verso il finale monumentale: <strong><em>Obrigado</em></strong>. Dieci minuti che scorrono come un fiume in piena, mescolando atmosfera, funk, folk e un’eco di pop anni ’70. C’è qualcosa del Sun Ra Arkestra nel suo modo di suggerire un futuro possibile, luminoso, nonostante tutto. È il compimento della metamorfosi: un ringraziamento al mondo, un atto di grazia, un’apertura delle ali. <strong><em>Blue Morpho</em></strong> è un disco che non cerca di essere un altro capitolo dei Radiohead, ma un nuovo inizio. È un’opera piena di meraviglia, creatività e possibilità, che conferma Ed O’Brien come un artista completo, capace di trasformare la vulnerabilità in luce. Una farfalla che nasce dal silenzio e ci invita a seguirla nel suo volo.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Transgressive Records &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial;">Ed O’Brien (chitarre, voce) &#8211; Dave Okumu (chitarra, basso, arrangiamenti aggiuntivi) &#8211; Phil Selway (batteria (tracce 2–3)) &#8211; Dan See (batteria (tracce 1, 4, 7)) &#8211; Nick Ramm (tastiere).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span><br />
1. Incantations<br />
2. Blue Morpho<br />
3. Sweet Spot<br />
4. Teachers<br />
5. Solfeggio<br />
6. Thin Places<br />
7. Obrigado</p>
<p><span style="color: #971b7a;">Link: </span><a href="https://edobrien.bandcamp.com/album/blue-morpho" target="_blank">Sito ufficiale</a>.</p>
<h2>Blue Morpho &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/UpUcOeJ3I1U?si=Q8SipIzfnVdO-F65" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
]]></content:encoded>
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		<title>L’improbabile piena dell’Oreto – Dimartino</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 18:15:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Sodi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;improbabile piena dell&#8217;Oreto più che un disco è una poesia gentile, nella migliore tradizione del cantautorato italiano, dove la musicalità dei testi si accompagna a sonorità melodiche e leggere, nell&#8217;accezione calviniana di una certa “leggerezza della pensosità”. Con questo quinto album solista, ricco di omaggi letterari, Antonio Di Martino esplora con grazia il tempo e &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52459" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/0199584483610_0_1_464_0_75-200x200.jpg" alt="0199584483610_0_1_464_0_75" width="200" height="200" />L&#8217;improbabile piena dell&#8217;Oreto</em></strong> più che un disco è una poesia gentile, nella migliore tradizione del cantautorato italiano, dove la musicalità dei testi si accompagna a sonorità melodiche e leggere, nell&#8217;accezione calviniana di una certa “leggerezza della pensosità”. Con questo quinto album solista, ricco di omaggi letterari, Antonio Di Martino esplora con grazia il tempo e i sentimenti, regalandoci un disco fatto di armonie morbide e riflessive, mai invadenti, ricco di suggestioni, sia nella ricerca musicale che nei testi. Un disco da assaporare ad occhi chiusi, nell&#8217;intimità di un viaggio solitario. Un piccolo gioiello che Dimartino ci regala, con questo nuovo album uscito l&#8217;8 maggio 2026.<br />
Il cantautore palermitano descrive e racconta, lasciando all&#8217;ascoltatore il tempo di entrare nel flusso delle emozioni, senza giudizi, senza conclusioni: le dieci canzoni sembrano quasi pagine di diario ritrovate, dove la musica evoca immagini di ordinaria quotidianità, dense di tutti quei sentimenti che ci accompagnano nel fluire della vita che, in questo disco, sembra proprio scorrere davanti ai nostri occhi come le acque del fiume: la sabbia che si sgretola sotto i piedi, un cane che se ne va, libri prestati, stivali troppo stretti. Ogni brano porta con sé istantanee vivide in cui ciascuno di noi può ritrovare appunti dei propri ricordi. I brani sembrano piccoli racconti poetici, legati tra loro anche nell&#8217;aspetto musicale, in un&#8217;alternanza di chiusure e aperture che rendono meravigliosamente potente la metafora centrale del fiume che scorre, dove il fluire della vita non è solo raccontato ma è tangibile, nella musica, negli accordi, nelle pause, nei ritmi.<br />
<strong><em>L&#8217;oro del fiume </em></strong>apre in maniera delicatamente struggente, accompagnata da un bell&#8217;arpeggio di chitarra che raccoglie, come pietre d&#8217;oro, parole come insicurezza, paura, silenzio, quelle emozioni talvolta più difficili e intime, chiuse nel <em>silenzio che si prende tutto. </em>Forse è proprio questo il brano più simbolico, esplora la corrente della vita nel costante altalenarsi di desideri, pensieri e illusioni. Quei dubbi appena accennati diventano manifesti in <strong><em>Contemplare il cielo attraverso le dita </em></strong>che arriva con un&#8217;atmosfera inquieta, un incedere lento e cadenzato, per poi aprire in modo corale e lasciare il posto ad una riflessione sulla società, dove lo stupore dell&#8217;infanzia ci riporta a quella dimensione di magia e mistero che ci avvolge dolcemente mentre contempliamo l’esistenza intorno a noi, attraverso piccoli gesti. <strong><em>Meravigliosa incoscienza </em></strong>è il brano che più sembra essere influenzato da quel cantautorato italiano che riporta a Battisti, mentre l&#8217;inizio arpeggiato di <strong><em>Mare dolce </em></strong>ci riaccompagna nelle pieghe dello stile così caratteristico di Dimartino, dove la voce insegue lo scorrere dei pensieri senza mai essere banale.<br />
Il disco prosegue con <strong><em>Agua, ¿dónde vas?</em></strong> che traduce in musica la poesia di Federico Garcia Lorca, con un ritmo sempre delicatamente sostenuto ma fluido, poi con <strong><em>Gusci vuoti </em></strong>dove una leggera amarezza, rievocata in immagini quasi drammatiche, ci ricorda la nostra ricerca della forma dell&#8217;amore e del dolore. Il senso, forse, nel nostro vivere e fluire. Il cambio di registro sul finale della canzone sembra quasi volerci dare un attimo di respiro per poi introdurre le atmosfere di <strong><em>Petricore</em></strong>, quasi un invito a fermarci e riempirci di quel profumo di pioggia che cade sul terreno, pioggia che ingrossa i fiumi come i ricordi che riempiono i nostri pensieri. <strong><em>Fluire degli argini </em></strong>è la canzone più cinematografica, ricca di immagini dettagliate che ben esplorano la densità dei sentimenti, sempre con la grazia distintiva di Dimartino che ritorna con decisione al tema del fiume, e ci sorprende chiudendo con una musica vitale che in <strong><em>Conrad </em></strong>diventa solenne e quasi celebrativa. Chiude il disco <strong><em>Storia della mia rabbia </em></strong>dove l&#8217;autore esplora la forma del sentimento talvolta più ingestibile, eppure svanito in un orizzonte di consapevolezza che, talvolta, può anche renderci migliori, e un po&#8217; meno soli.<br />
Il viaggio lungo gli argini di questo disco così intimo ed emozionante ha tutto il sapore di una passeggiata estiva, dove la vita si racconta nella sua totalità, fatta di momenti di dolcezza, di dubbi e consapevolezze, che Dimartino ha reso poesia.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class="cc-editor">Sony Music &#8211; 2026</span></p>
<h3>Tracklist</h3>
<ol class="tracklist_list">
<li><span class="track_name">1. L&#8217;oro del fiume</span></li>
<li><span class="track_name">2. Contemplare il cielo attraverso le dita</span></li>
<li><span class="track_name">3. Meravigliosa incoscienza</span></li>
<li><span class="track_name">4. Maredolce</span></li>
<li><span class="track_name">5. Agua, ¿dónde vas?</span></li>
<li><span class="track_name">6. Gusci vuoti</span></li>
<li><span class="track_name">7. Petricore</span></li>
<li><span class="track_name">8. Fluire degli argini</span></li>
<li><span class="track_name">9. Conrad</span></li>
<li><span class="track_name">10. Storia della mia rabbia</span></li>
</ol>
<p><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/ctBwiR2VqQs?si=yt6cu-JWiXL4wyx7" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Inferno &#8211; Boards of Canada</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 16:57:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è un punto nella memoria collettiva in cui il futuro smette di essere promessa e diventa rovina. I Boards of Canada, da sempre cartografi dell’immaginario perduto, tornano dopo tredici anni con Inferno come se riemergessero da un bunker sotterraneo, portando con sé nastri magnetici corrosi, voci di culti dimenticati e l’eco di un mondo che &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52391" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Artwork-Inferno-200x200.jpg" alt="Artwork - Inferno" width="200" height="200" />C’è un punto nella memoria collettiva in cui il futuro smette di essere promessa e diventa rovina. I Boards of Canada, da sempre cartografi dell’immaginario perduto, tornano dopo tredici anni con <strong><em>Inferno</em></strong> come se riemergessero da un bunker sotterraneo, portando con sé nastri magnetici corrosi, voci di culti dimenticati e l’eco di un mondo che negli anni ’70 sognava astronavi e utopie, e che oggi invece si sgretola sotto il peso delle sue stesse profezie. Il duo scozzese — Mike Sandison e Marcus Eoin — nasce nel 1986, in un’epoca in cui i VHS educavano più della scuola e i documentari della National Film Board canadese sembravano finestre su un domani radioso. Da allora, con <strong><em>Music Has the Right to Children</em>, <em>Geogaddi</em> e <em>Tomorrow’s Harvest</em></strong>, hanno costruito un linguaggio unico: synth che odorano di polvere, melodie come ricordi d’infanzia distorti, voci che sembrano provenire da culti segreti o da trasmissioni radio perse nello spazio profondo. Con <strong><em>Inferno</em></strong> quel linguaggio non solo ritorna, si fa più nitido, più tagliente, più inquietante. Come se Carpenter avesse preso il controllo dei loro macchinari analogici. L’apocalisse non arriva con un’esplosione, ma con un segnale. <em><strong>Prophecy at 1420 MHz</strong> </em>è quel segnale: un battito meccanico, un synth che scruta l’orizzonte come un faro radio, una voce che sembra provenire da un culto sotterraneo. È la colonna sonora perfetta per attraversare un ponte sospeso su una città in rovina, come Snake Plissken in <em><strong>1997: Fuga da New York</strong></em>. Qui i Boards of Canada sembrano dialogare con Vangelis, ma in una versione corrotta, come se <strong><em>Blade Runner</em></strong> fosse stato girato su un pianeta morente. <em><strong>Hydrogen Helium Lithium Leviathan</strong></em> è un mostro che respira lentamente: un gigante robotico che pattuglia un deserto di cemento. Le sue percussioni ricordano certe derive krautrock dei <strong>Neu!</strong>, ma filtrate attraverso un sogno febbrile. In <strong><em>Inferno</em></strong> le voci non sono semplici texture: sono presenze, entità, messaggeri di un mondo che ha perso la bussola. <em><strong>Father and Son</strong></em> è un rito disturbante, un’audiocassetta ritrovata in una chiesa abbandonata. La voce non narra: <em>evoca</em>. È un sermone spezzato, un dialogo tra fede e follia, tra padre e figlio, tra uomo e divinità sconosciute. Qui i Boards of Canada sfiorano territori che ricordano i collage vocali di The Caretaker, ma con un’ironia sinistra che li rende ancora più perturbanti. La seconda metà del disco è un attraversamento. <em><strong>Into the Magic Land</strong></em> apre un portale: synth che tremano come luci al neon in un vicolo post-industriale, chitarre che sembrano mappe di un territorio proibito. <em><strong>Blood in the Labyrinth</strong></em> introduce un sitar che non consola, ma disorienta: un richiamo a religioni nate nel caos, come se l’umanità, perduta, cercasse nuovi dèi nei circuiti bruciati delle macchine. <em><strong>Arena Americanada</strong></em> è un’arena gladiatoria del futuro: un ritmo nervoso, quasi techno, che ricorda le pulsazioni più oscure dei Massive Attack di <strong><em>Mezzanine</em></strong>, ma immerse in un paesaggio radioattivo. E poi arriva <em><strong>You Retreat in Time and Space</strong></em>, forse il momento più luminoso del disco. Un decollo. Un distacco dalla Terra. Un attimo in cui tutto sembra possibile, come guardare il pianeta da un oblò e capire che, nonostante tutto, esiste ancora un margine di bellezza. È Boards of Canada allo stato puro: nostalgia, stupore, malinconia, come se i Tangerine Dream incontrassero un ricordo d’infanzia mai realmente vissuto. <strong><em>Inferno</em></strong> non è un semplice album: è una mappa mentale, un film di fantascienza senza immagini, un rituale sonoro per un’epoca che ha smarrito il futuro. I Boards of Canada tornano come profeti riluttanti, come archivisti di un mondo che non sa più distinguere tra fede e superstizione, tra progresso e rovina. E mentre le loro voci sussurrano da un altrove indefinito, ci ricordano che l’apocalisse non è un evento: è un sentimento.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Warp Records &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial;">Mike Sandison (elettronica, synth, nastri, programmazione, generatori audio, batteria, percussioni, chitarre, basso, strumenti a corda, sound design, produzione, scrittura) e Marcus Eoin (elettronica, synth, nastri, processi sonori, sound design, artwork, fotografia, filmati, design grafico)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span><br />
1. Introit<br />
2. Prophecy At 1420 MHz<br />
3. Hydrogen Helium Lithium Leviathan<br />
4. Age Of Capricorn<br />
5. Father And Son<br />
6. Somewhere Right Now In The Future<br />
7. Naraka<br />
8. Acts Of Magic<br />
9. Memory Death<br />
10. The Word Becomes Flesh<br />
11. Into The Magic Land<br />
12. Blood In The Labyrinth<br />
13. Deep Time<br />
14. All Reason Departs<br />
15. Arena Americanada<br />
16. The Process<br />
17. You Retreat In Time And Space<br />
18. I Saw Through Platonia</p>
<h2>Introit / Prophecy At 1420 MHz &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/74NluS3jzTo?si=nF4npPqieyQ0zOHz" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		</item>
		<item>
		<title>The Boys of Dungeon Lane &#8211; Paul McCartney</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/06/12/the-boys-of-dungeon-lane-paul-mccartney/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 16:51:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=52425</guid>
		<description><![CDATA[See the boys of Dungeon Lane Along the Mersey shore Some of them will feel the pain But some were meant for more Cielo coperto, strada bagnata e pozzanghere (andate a verificare su Google Street View), un ragazzo attraversa di corsa in calzoncini corti e coppola scura calcata sul capo, reca sotto il braccio un &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/paul-mccartney-the-boys-of-dungeon-lane.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52426" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/paul-mccartney-the-boys-of-dungeon-lane-200x200.jpg" alt="paul-mccartney-the-boys-of-dungeon-lane" width="200" height="200" /></a><em>See the boys of Dungeon Lane</em><br />
<em> Along the Mersey shore</em><br />
<em> Some of them will feel the pain</em><br />
<em> But some were meant for more</em></p>
<p style="text-align: justify;">Cielo coperto, strada bagnata e pozzanghere (andate a verificare su Google Street View), un ragazzo attraversa di corsa in calzoncini corti e coppola scura calcata sul capo, reca sotto il braccio un cartello stradale che riporta la scritta <strong><em>The boys of Dungeon Lane</em></strong>. Una strada desolata e cieca, nel sobborgo di Speke, che costeggia la pista dell&#8217;aeroporto John Lennon di Liverpool. Sarà anche per questo che Paul McCartney, alla soglia degli ottantaquattro anni, ha scelto di intitolare a un luogo tanto anonimo (già menzionato nel verso di una demo per l&#8217;album <strong><em>Off the Ground</em></strong>) il suo ultimo lavoro discografico, sottendendo una memoria personale e un legame affettivo  che risale all&#8217;adolescenza. Come a dire non sono un vecchio che vive di ricordi, ma quello stesso ragazzino che scorrazzava nei campi alla periferia della città dove sono cresciuto, ne conservo intatta la curiosità, la voglia di fare e di fare musica. Posizione che suonerebbe saputella nella bocca di molti, ma Macca può permettersi questo ed altro, e anche se non sarà in grado di rivoluzionare la musica ancora una volta, e chiederglielo sarebbe ingiusto, mostra con limpidezza cristallina di avere ancora l&#8217;estro per scrivere bella musica. E come nelle sue migliori prove da solista fa quasi tutto da solo, l&#8217;elenco degli strumenti suonati è impressionante, raccogliendo stavolta l&#8217;aiuto in produzione e persino in scrittura di alcuni brani del molto più giovane Andrew Watt, polistrumentista eclettico capace di lavorare dietro le quinte per Ozzy Osbourne e Iggy Pop come per Dua Lipa e Miley Cyrus. L&#8217;apertura con <strong><em>As You Lie There</em></strong> è proprio una di quelle cose che scaldano il cuore pensando a ricordi remoti, trasmessi ormai solo da parole commosse, accennate da una voce consumata e impastata da vecchio, ma non c&#8217;è alcun rimpianto che anzi viene spazzato via da una chitarra satura e un canto d&#8217;improvviso urlato come nelle fasi più hard dei Wings, pescando un middle eight di cinguetti e zampilli elettrici tra George e Jimi.  <strong><em>Lost Horizon</em></strong> è uno slow-rock seventies a metà strada tra il glam britannico, con le sue molli cadenze, e le distese pianeggianti americane che si aprono nel ritornello alla Lynyrd Skynyrd, da percorrere col tettuccio aperto fino a raggiungere l&#8217;arpeggio in perfetto stile McCartney di <strong><em>Days We Left Behind</em></strong> soffice e malinconica ballata di soavi armonizzazioni, e fingerpicking dal vago sapore di <strong><em>Blackbid</em></strong>. È ancora un accurato intreccio vocale quello che imbastisce la trama melodica di <strong><em>Ripples in a Pond</em></strong>, armonia che potrebbe omaggiare i Roxy Music col suo brio nelle strofe per poi azzardare un&#8217;escursione quasi prog nel contrasto tra un breve solo dal suono prosciugato e l&#8217;impennata ascendente del riff finale, dai bassi inquietanti. Con simile approccio anche le spensierate movenze di <strong><em>Mountain Top</em></strong> sono imperversate da sortite improvvise e deviazioni sinistre che disorientano e proiettano in un mondo di possibilità surreali, come nell&#8217;accelerata finale che inzuppa il tema portante in una coppa grondante acido. Chitarroni da buon vecchio country e naturalmente si viaggia <strong><em>Down South</em></strong>, verso il mito dell&#8217;America, quello del rock&#8217;n&#8217;roll, che tanta impressione fece su un gruppo di geniali ragazzi di Liverpool. <strong><em>We Two</em></strong> parte come una tipica romanticheria di McCartney che va dritta al cuore col suo sound essenziale, il canto lineare, quel disegno di chitarra pulita, l&#8217;accenno distante del Mellotron che rispetta l&#8217;intimità degli amanti, per poi trovare una solitaria coda dissacrante. Parte subito esplicita, invece, <strong><em>Come Inside</em></strong> col suo riff hard e i ritornelli svegli che trascinano su chitarre graffianti. <strong><em>Never Know</em></strong> scorre lungo la corrente di un fiume fatato, con un piglio californiano degno del miglior David Crosby, che avrebbe di certo apprezzato i contrappunti vocali e quei reverse risucchianti, finché la navigazione conduce a un reame rigoglioso al suono di flauti sognanti e chitarre lisergiche che abbagliano come fari nella notte. È un disco basato sui ricordi e allora non poteva mancare il duetto tra Paul e Ringo, sorretti dai cori di Chrissie Hynde (Pretenders) e Sharleen Spiteri (Texas); Starkey non ha la scrittura di Macca ma è suo compagno ideale, qui anche alla batteria dagli inconfondibili cambi e fill, doppiando col suo timbro rude la tirata <strong><em>Home to Us</em></strong>, la sua scanzonata verve e fiera dichiarazione d&#8217;amore per le proprie origini: &#8220;<em>The place we used to live in, you could say it wasn&#8217;t much / But it was home to us</em>&#8220;. <strong><em>Life Can Be Hard</em></strong>, lo sa bene un vecchio <strong><em>Junk</em></strong>, e lo racconta come su un palco di Broadway in una di quelle scene in cui lo sventurato protagonista ripercorre la sua vita con martoriato trasporto e malinconica volontà di affrontare il domani, con delizioso equilibrio degli arrangiamenti. Lo stesso che si avverte in <strong><em>First Star of the Night</em></strong> che suona dolce come una ninna nanna, con quei cori soffusi e le chitarre di sogni liquidi. <strong><em>Salesman Saint</em></strong> è all&#8217;opposto una notturna ballata macabra in cui la tromba di Mike Davis, dopo un intro quasi mariachi, accende lampi provenienti direttamente dal Cotton Club di Harlem, mentre Paul racconta con voce lontana un dopoguerra di faticosa sopravvivenza &#8220;<em>My father was a salesman / My mother was a saint / Working every God-given minute / To make enough to pay the rent</em>&#8220;. Infine, <strong><em>Momma Gets By</em></strong> viene a spezzare i nostri cuori come l&#8217;inesorabile epilogo di <strong><em>The long and winding road</em></strong>, con la voce di Macca rotta, appassionata e lirica, in epica orchestrazione, ma qui fa tutto Paul, stringendo tra le mani il proprio cuore sanguinante mentre declama l&#8217;ardente sacrificio di una madre innamorata &#8220;<em>while papa gets high</em>&#8220;. Un album di ricordi che scavano un solco difficile da colmare, come l&#8217;annuncio di una tragedia incombente, l&#8217;ennesimo sigillo di un artista monumentale, ineguagliabile.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Capitol &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Paul McCartney (voce; chitarra acustica, 1-13; basso, 1-5, 7-14; chitarra elettrica, 1, 2, 4-7, 9, 10, 12, 13; batteria, 1, 2, 4, 5, 7-9, 11-13; sintetizzatore,  1, 5, 11; shaker, 1, 11; piano Rhodes, 1; armonium, 3; maracas, 4, 5, 11; piano elettrico Wurlitzer, 5, 8, 9; tamburello, 5, 11-13; bonghi; Moog, 5; Mellotron, 7, 9, 11, 13; battiti di mani, 8, 13; flauto dolce, 9; spinetta, 13; chitarra classica, 14) &#8211; Andrew Watt (chitarra elettrica, 1, 7, 9; sintetizzatore, 1, 4, 10, 11; piano elettrico Wurlitzer, 1; Mellotron, 4; tamburello, 4, 8, 9; chitarra acustica, 8, 10, 11, maracas, 8; batteria, 9) &#8211; Ringo Starr (voce, 10; batteria, 10; tamburello, 1, 10) &#8211; Mike Davis (tromba, 4, 13) &#8211; Chrissie Hynde (cori, 10) &#8211; Sharleen Spiteri (cori, 10)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>As You Lie There</li>
<li>Lost Horizon</li>
<li>Days We Left Behind</li>
<li>Ripples in a Pond</li>
<li>Mountain Top</li>
<li>Down South</li>
<li>We Two</li>
<li>Come Inside</li>
<li>Never Know</li>
<li>Home to Us (feat. Ringo Starr)</li>
<li>Life Can Be Hard</li>
<li>First Star of the Night</li>
<li>Salesman Saint</li>
<li>Momma Gets By</li>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;"><br />
Link: <a href="https://www.paulmccartney.com/">Sito Ufficiale</a> <a href="https://www.facebook.com/PaulMcCartney">Facebook</a><br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/ayTRw-CNTs4?si=1OscjrZqd_PkJASj" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></span></p>
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		<item>
		<title>The Gaia II Space Corps &#8211; Motorpsycho</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 13:32:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Rock mortua est, vivat rock! Per presentare il venticinquesimo album in studio la band norvegese parafrasa in latino un&#8217;antica massima riferita alla monarchia, inserendosi nell&#8217;annoso dibattito sulla presunta morte del rock. In tanti ne hanno dato il triste annuncio, dai reduci di un passato glorioso e mitizzato alle supponenti schiere della trap che guardano al &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Motorpsycho-Gaia.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-51880" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Motorpsycho-Gaia-200x200.jpg" alt="Motorpsycho Gaia" width="200" height="200" /></a><em>Rock mortua est, vivat rock!</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per presentare il venticinquesimo album in studio la band norvegese parafrasa in latino un&#8217;antica massima riferita alla monarchia, inserendosi nell&#8217;annoso dibattito sulla presunta morte del rock. In tanti ne hanno dato il triste annuncio, dai reduci di un passato glorioso e mitizzato alle supponenti schiere della trap che guardano al passato con indifferente ignoranza. I nostri amano la musica, ed è questo il principale motore di buon album, in barba a trend, algoritmi e dividendi societari. E per mettere subito in chiaro le cose meglio iniziare con un solido riff hard-rock lanciandosi al galoppo in <em><strong>Fanny Again, Or</strong></em>, macinando ritmo sotto un basso debitore di Chris Squire con un piglio melodico avvolgente che rinverdisce i fasti degli Yes. Ma non si cerca di mettere il marchio progressive sull&#8217;intera operazione, ed ecco che la sanguigna chitarra blues di <strong><em>The Great Stash Robbery</em></strong> rispolvera il fortunato filone dei vari Blue Cheer e Grand Funk Railroad, quell&#8217;incedere indolente e polveroso, le chitarre di carta abrasiva a grattuggiare la superficie degli assoli, come fossero diamanti grezzi che non vanno levigati, ma apprezzati per l&#8217;intrinseca qualità della materia, dilagando in jam ribollente. Ancora una forma canzone tiratissima informa la dinamica di <strong><em>TSMcR</em></strong> che gioca nell&#8217;assolo alla modulazione dissonante di un tema ritmico portante, ritrovando una vocalità corale pronta al decollo verso le profondità dello spazio, come il razzo disegnato in copertina da Johan Harstad. Una drammatica acustica giunge nel mezzo dell&#8217;album a rallentare l&#8217;impeto della band, che si appresta con <strong><em>The Hornet</em></strong> a percorrere un desertico sentiero di morte, con le voci filtrate come in comunicazione con l&#8217;aldilà, accompagnati da tamburi tonanti in una vasta pianura, camminando sotto un cielo plumbeo squarciato dai lampi di una tempesta che incombe. La title track, <strong><em>The Gaia ll Space Corps</em></strong>, innesta un tema affidato a un sitar psichdelico sul ceppo vivo di uno space rock che importa i battiti di un funk scatenato, in una riedizioni futuristica del celebre Monterey Pop Festival, come cantato dagli Animal nella quasi omonima traccia del &#8217;67. E non è un caso che nella successiva <strong><em>The Oracle</em></strong> si respiri un&#8217;aria di misticismo hippy che sarebbe di certo piaciuto a David Crosby. Ma dalle coste della California l&#8217;astronave dei Motorpsycho decolla nuovamente verso traiettorie stralunate che a tratti rimandano al mondo surreale immaginato da Gabriel per <strong><em>The lamb lies down on Broadway</em></strong>, riuscendo in un solo immaginifico di rara potenza. Con la conclusiva <em><strong>Black As Night</strong></em> si celebra con un inno il dio del rock, batteria forsennata, accordi in maggiore, luci abbaglianti, melodie corali, esotismi psichedelici, cambi di tempo sornioni che preludono all&#8217;epico gran finale sulle ali di <strong><em>Axis: bold as love</em></strong> e di tutti gli imprescindibili insegnamenti hendrixiani. Se il rock è morto gode stranamente di ottima salute.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>No label</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Bent Sæther (lead guitar, lead vocals, background vocals, electric sitar, acoustic rhythm guitar, electric rhythm guitar, bass, drums, percussion, synthesizer, effects, mellotron) &#8211; Hans Magnus Ryan (acoustic guitar, bass, percussion, lead vocals, background vocals, organ, hornet guitar, electric lead guitar, electric sitar, slide guitar, gong) &#8211; Reine Fiske (lead guitar, rhythm guitar, electric lead guitar, vocal treatments) &#8211; Olaf Olsen (drums)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>Fanny Again, Or</li>
<li>The Great Stash Robbery</li>
<li>TSMcR</li>
<li>The Hornet</li>
<li>The Gaia ll Space Corps</li>
<li>The Oracle</li>
<li>Black As Night</li>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;"><br />
Link: <a href="https://motorpsycho.no/">Sito Ufficiale</a> <a href="https://www.facebook.com/motorpsycho.official">Facebook</a></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/UjxkYQE69UA?si=D47QSY7yxEwTDYo4" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><iframe style="border: 0; width: 350px; height: 470px;" src="https://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/album=1556672695/size=large/bgcol=ffffff/linkcol=0687f5/tracklist=false/transparent=true/" width="300" height="150" seamless=""><a href="https://motorpsycho.bandcamp.com/album/the-gaia-ii-space-corps">The Gaia II Space Corps by Motorpsycho</a></iframe></p>
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		<title>Il sangue è pronto &#8211; Neoprimitivi</title>
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		<pubDate>Sun, 31 May 2026 11:50:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Azione 1: Orgia mistero. Con questo titolo sibillino il 5 gennaio 2023 inizia l&#8217;avventura della misteriosa formazione dei Neoprimitivi, band romana che anziché concerti promette riti di iniziazione, a cadenza mensile nella residence del Trenta Formiche. Celebrazioni di un culto misterico per adepti devoti di una setta occulta, tra lunghe jam strumentali e proiezioni tratte dalla &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Neoprimitivi-Il-sangue-è-pronto.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52366" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Neoprimitivi-Il-sangue-è-pronto-195x200.jpg" alt="Neoprimitivi - Il sangue è pronto" width="195" height="200" /></a>Azione 1: Orgia mistero</em>. Con questo titolo sibillino il 5 gennaio 2023 inizia l&#8217;avventura della misteriosa formazione dei Neoprimitivi, band romana che anziché concerti promette riti di iniziazione, a cadenza mensile nella residence del Trenta Formiche. Celebrazioni di un culto misterico per adepti devoti di una setta occulta, tra lunghe jam strumentali e proiezioni tratte dalla fantascienza di <em>Sul globo d&#8217;argento</em> del regista polacco Andrzej Żuławski, da cui è tratto anche il titolo del primo singolo, fatta di primi piano inquietanti e una fotografia virata sui blu che pare un alter ego glaciale del <em>Dune</em> di Lynch. Un singolo dalla durata per nulla radiofonica, trattandosi di una suite di oltre venti minuti (articolata in cinque movimenti, <strong><em>2067</em></strong>, <strong><em>Do it again</em></strong>, <strong><em>Arrivo sul pianeta</em></strong>, <strong><em>Ralph und Florian</em></strong>, <strong><em>Scolopendra</em></strong>,<strong><em> </em></strong>che sembrano alludere all&#8217;intreccio del film di Żuławski), poi inclusa come Lato A nell&#8217;esordio sulla distanza, chiamato appunto <strong><em>Orgia mistero</em></strong>.  A meno di un anno da quell&#8217;uscita i Neoprimitivi si cimentano in un nuovo capitolo discografico con <strong><em>Il sangue è pronto</em></strong>, nato da sonorizzazioni della pellicola del filone decamerotico <em>Riti, magie nere e segrete orge nel trecento</em>, diretta da Renato Polselli e uscita nelle sale nel 1973,  con musiche di Gianfranco Reverberi. Da quell&#8217;immaginario cinematografico e musicale, frequentato all&#8217;epoca anche da Morricone musicando film come <em>L&#8217;uccello dalle piume di cristallo</em> di Dario Argento o <em>Una lucertola con la pelle di donna</em> di Lucio Fulci, prende le mosse lo stile enigmatico dei Neoprimitivi, in movimento parallelo al recupero delle musiche dei polizziotteschi messo in campo dai Calibro 35, in totale controtendenza rispetto a un panorama mainstream che impone i tempi superficiali di un reel o di una storia. Le morbose gesta di vampiri del film di Polselli prendono vita nelle partiture dei Neoprimitivi, anche con citazioni dirette dell&#8217;<em>original soundtrack</em> di Reverberi, tenendo salda la rotta di una visione del tutto personale e innovativa, malgrado l&#8217;amore dichiarato per una stagione precisa del nostro cinema, che non si risolve mai in copia anastatica.<br />
<em>L&#8217;altare ti aspetta, le scale dorate, le mani donate alla nostra ricerca, di un dio indifferente, coperto di occhi, brilla stanotte e stanotte ritorni</em>. L&#8217;invocazione intonata dagli adepti che apre i sei movimenti di questa nuova suite e ripetuta sul bordone ossessivo che introduce a un viaggio lisergico nei rumori spettrali di un mondo fantastico, di droni inquietanti e laser vorticosi, la tensione sanguinolenta de <strong><em>L&#8217;atto di uccidere</em></strong>. Passaggio iniziatico, siamo pur sempre in un horror coi vampiri, per raggiungere <strong><em>L&#8217;estasi del corpo</em></strong>, musicalmente descritta da un jazz sensuale retto da un riff di contrabasso che risale ai noir anni &#8217;50, ma anche all&#8217;ironia dissacrante delle commedie di Monicelli, trasportato negli anni &#8217;70 dal suono vibrato del wah-wah, solcato dalle saette di un sax di erotica parsimonia, mentre voci femminili trasformano il titolo del film di Polselli in un ritornello leggero, mentre ridono ammiccanti lasciandosi andare al groove, prima di catturare la prossima preda nell&#8217;ombra. Placati i desideri arriva la contemplazione, <strong><em>La nostra fragile ieraticità</em></strong>, dai movimenti lentissimi, tempo dilatato e fluttuante, gli echi acuti e distanti di incantesimi di fattucchiere, mentre un sassofono in malinconico isolamento piange il suo dramma prima che arrivi l&#8217;alba. Ma poi una tarantella trasfigurata, quasi tribale, annuncia che <strong><em>Il sangue è pronto</em></strong>, ed ecco che parte il groove sfrenato dei Neoprimitivi, scagliato in orbita da tastiere dilatate tra Krautrock e Pink Floyd, passando per la rilettura disco psichedelica del tema del secondo movimento, <strong><em>L&#8217;estasi del corpo</em></strong>, in una cavalcata strumentale che macina ritmo infernale e agguanta momenti dub in stile Gorillaz, che finiscono risucchiati nei rumori sinistri di un enorme calcolatore impazzito. Una nebbia densissima avvolge tutto per il tema etereo de <strong><em>L’estasi dello spirito</em></strong> di minimalismo evocativo che, attraverso le parole pronunciate con italiano stentato da una voce straniera, conduce all&#8217;inquietante interrogativo del finale: <strong><em>Dove finisce l’uomo e quando inizia il suo padrone?</em></strong> Ma l&#8217;oracolo sa tutto tranne le risposte, così l&#8217;armata di spettri si rimette inesorabilmente in marcia con passo marziale spargendo terrore verso l&#8217;ignoto.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span> 42 Records &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span> Pietro Iranna (Kaospad, Molle, Noise Box, Theremin, Percussioni) &#8211; Eugenio Petrarca (Moog Subharmonicon) &#8211; Emilia Wesolowska (Voce) &#8211; Gaia Banfi (Voce) &#8211; Andrea Gonnellini (Voce, Basso, Sampler, Sassofono Contralto, Ciaramella, Percussioni) &#8211; Giacomo Onel (Voce, Batteria, Percussioni) &#8211; Martino Petrella (Voce, Chitarra, Balalaika, Congas, Vibrafono, Melodica, Percussioni) &#8211; Flavio Gonnellini (Voce, Organo Farfisa Tiger, Chitarra, Contrabasso, Percussioni)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>Il sangue è pronto (L’atto di uccidere &#8211; L’estasi del corpo &#8211; La nostra fragile ieraticità &#8211; Il sangue è pronto &#8211; L’estasi dello spirito &#8211; Dove finisce l’uomo e quando inizia il suo padrone?)</li>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;"><br />
Link: <a href="https://www.instagram.com/neoprimitivi/">Instagram</a></span><br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/LY7wMBypazw?si=uhxAGYZK0C8-mKLN" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe><br />
<iframe style="border: 0; width: 350px; height: 470px;" src="https://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/album=3432338750/size=large/bgcol=ffffff/linkcol=0687f5/tracklist=false/transparent=true/" width="300" height="150" seamless=""><a href="https://neoprimitivi.bandcamp.com/album/neoprimitivi-il-sangue-pronto">Neoprimitivi &#8211; Il sangue è pronto by Neoprimitivi</a></iframe></p>
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