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	<title>Lost Highways &#187; Album</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
	<lastBuildDate>Thu, 08 Oct 2026 10:50:29 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Terrifying Angels &#8211; Pure Reason Revolution</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 12:34:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Esistono album che conquistano per impatto. Altri per stratificazione. Terrifying Angels appartiene a una terza categoria: quella dei dischi che si insinuano lentamente, trasformando la complessità in un&#8217;esperienza sorprendentemente naturale. Dopo le contemplazioni soffuse degli ultimi lavori, i Pure Reason Revolution scelgono di attraversare territori più inquieti. Non appesantiscono il suono, ma ne tendono i nervi. &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52901" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Pure-Reason-Revolution-576x576-200x200.jpg" alt="Pure-Reason-Revolution-576x576" width="200" height="200" />Esistono album che conquistano per impatto. Altri per stratificazione. <strong><em>Terrifying Angels</em></strong> appartiene a una terza categoria: quella dei dischi che si insinuano lentamente, trasformando la complessità in un&#8217;esperienza sorprendentemente naturale. Dopo le contemplazioni soffuse degli ultimi lavori, i Pure Reason Revolution scelgono di attraversare territori più inquieti. Non appesantiscono il suono, ma ne tendono i nervi. Le chitarre fremono sotto la superficie, le ombre si allungano, la luce diventa più incerta. Eppure, nel cuore di questo labirinto continua a battere quella bellezza malinconica che sa trasformare la tensione in melodia, un equilibrio raro che può ricordare il miglior Steven Wilson, ma che appartiene ormai soltanto a loro. Fin dall&#8217;iniziale <em><strong>Spin Like Fire</strong></em>, riff dal sapore grunge e atmosfere cupe vengono continuamente attraversati da aperture luminose, sintetizzatori discreti e dagli intrecci vocali tra Jon Courtney e Annicke Shireen che rappresentano ancora il marchio di fabbrica della band. Come accade nelle opere più riuscite dei Porcupine Tree, il peso e la leggerezza dialogano costantemente, creando un equilibrio fragile ma affascinante. La vera qualità di <strong><em>Terrifying Angels</em></strong> è la gestione dello spazio. In soli sette brani, il gruppo attraversa cinquanta minuti senza mai dare l&#8217;impressione di eccedere o trattenersi. Le composizioni più brevi, come <em><strong>Haywire Heart</strong></em>, funzionano come improvvise scariche di energia, mentre i lunghi brani che occupano il cuore e la coda dell&#8217;album dimostrano una maturità compositiva rara. La <em><strong>title track</strong></em> si sviluppa come una lenta spirale. Basso e batteria alimentano una tensione costante mentre le chitarre oscillano tra forza e sottrazione, evitando ogni tentazione di sovraccaricare il racconto sonoro. Le sue derive psichedeliche evocano tanto la maestosità sospesa dei Pink Floyd quanto certe esplorazioni atmosferiche dei primi Porcupine Tree. È progressive rock nel senso più nobile del termine: dinamico, cinematografico, sempre in movimento. Ancora più ambiziosa è <em><strong>Hold Your Wrath</strong></em>, quasi quindici minuti che alternano paesaggi eterei, melodie immediate e improvvise esplosioni elettriche. Un brano che potrebbe conquistare gli estimatori dell&#8217;ultimo Anathema, grazie a quella capacità di trasformare la malinconia in tensione emotiva, senza mai ricorrere alla pura esibizione tecnica. Tra questi estremi trovano spazio l&#8217;anima quasi stoner di <em><strong>Rumination Ruin</strong></em>, la delicatezza sospesa di <em><strong>Below Radiance</strong></em> e una scrittura che continua a privilegiare il dialogo tra accessibilità e ricerca. Fondamentale anche il lavoro di Bruce Soord in fase di missaggio, una presenza che si percepisce nella limpidezza del suono e che inevitabilmente richiama alcune delle atmosfere care ai suoi The Pineapple Thief. Ma sarebbe riduttivo parlare di <strong><em>Terrifying Angels</em></strong> come di una semplice somma di influenze. Se agli esordi i Pure Reason Revolution sembravano l&#8217;anello di congiunzione tra la psichedelia floydiana, il progressive moderno di Steven Wilson e una sensibilità quasi dream-pop, oggi quella miscela è diventata un linguaggio autonomo. Le ombre, le aperture melodiche, le fughe elettroniche e i momenti più contemplativi convivono con una naturalezza che appartiene soltanto a loro. <strong><em>Terrifying Angels</em></strong> non è un album pesante nel senso tradizionale del termine. È pesante nel modo in cui possono esserlo certi pensieri che ritornano quando il rumore si spegne. Un lavoro che non impressiona per volume o aggressività, ma per equilibrio, profondità e capacità di trasformare la complessità in emozione. I Pure Reason Revolution continuano così la loro seconda giovinezza artistica, dimostrando che l&#8217;evoluzione non passa necessariamente dalla rivoluzione, ma dalla capacità di affinare una voce già riconoscibile fino a renderla ancora più autentica.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>InsideOut Music – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Jon Courtney (voce, chitarre, basso, tastiere, percussioni, produzione) – Annicke Shireen (voce) – Greg Jong (chitarre) – Ravi Kesavaram (batteria) – Mariusz Duda (basso ospite) – Kristoffer Gildenlöw (basso ospite) – Bruce Soord (missaggio)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Spin Like Fire<br />
2. Black-Arrow Acrobats<br />
3. Haywire Heart<br />
4. Terrifying Angels<br />
5. Rumination Ruin<br />
6. Below Radiance<br />
7. Hold Your Wrath</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><a href="&gt;https://www.purereasonrevolutionofficial.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2 class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Spin Like Fire &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/xx_XAc8uk0U?si=3UkzOg-jpTuEChIB" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;">
<p><a href="https://link.amazon/B06A5OVgE" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
<img style="width: 120px; height: auto; border-radius: 6px; margin-bottom: 10px;" src="https://m.media-amazon.com/images/I/71F2SihJT1L._AC_SL1500_.jpg" alt="Terrifying Angels - Pure Reason Revolution" /><br />
</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>Pure Reason Revolution</strong><em><strong>Terrifying Angels</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://link.amazon/B06A5OVgE" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
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</a></p>
</div>
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		<title>Hotel Usona &#8211; Protomartyr</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/10/03/hotel-usona-protomartyr/</link>
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		<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 19:52:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;è un albergo alla periferia del sogno americano. I neon tremolano, la moquette trattiene polvere e fantasmi, le porte delle stanze si aprono su schermi accesi, rabbie politiche, paure collettive e solitudini sempre più difficili da nominare. In Hotel Usona i Protomartyr trasformano gli Stati Uniti in una struttura decadente e infestata, metafora di un &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/hotel_usonia.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52889" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/hotel_usonia-200x200.jpg" alt="hotel_usonia" width="200" height="200" /></a>C&#8217;è un albergo alla periferia del sogno americano. I neon tremolano, la moquette trattiene polvere e fantasmi, le porte delle stanze si aprono su schermi accesi, rabbie politiche, paure collettive e solitudini sempre più difficili da nominare. In <strong><em>Hotel Usona</em></strong> i Protomartyr trasformano gli Stati Uniti in una struttura decadente e infestata, metafora di un Occidente che continua a restare in piedi pur avendo smarrito il senso della propria esistenza. Joe Casey ne attraversa i corridoi come un predicatore laico, annotando il disfacimento del presente con la lucidità di chi non cerca più risposte ma soltanto testimonianze. Negli ultimi quindici anni il revival post-punk ha prodotto grandi nomi come Idles e Fontaines D.C., ma i Protomartyr hanno sempre occupato una stanza diversa. Meno immediati, meno celebrativi, più letterari. Mentre molti osservano le macerie, Casey e compagni ne catalogano i frammenti, raccontando la crisi contemporanea senza slogan e senza soluzioni. Se <strong><em><a href="http://www.losthighways.it/2020/11/29/ultimate-success-today-protomartyr/" target="_blank">Ultimate Success Today</a></em></strong> sembrava scritto mentre la tempesta si avvicinava, <strong><em>Hotel Usona</em></strong> ne abita direttamente le conseguenze. Là c&#8217;era la profezia, qui c&#8217;è il resoconto. Là l&#8217;apocalisse imminente, qui la normalità del collasso. <em><strong>The Old Hotel</strong></em> apre il disco spalancando le porte dell&#8217;edificio con ottoni minacciosi e atmosfere quasi cinematografiche. È il contrario di <strong><em>Hotel California</em></strong>: non la seduzione del sogno americano ma il suo relitto. In <em><strong>Sounds We Cannot Hear</strong></em> Casey fotografa la paralisi digitale di un&#8217;epoca divorata dallo scroll infinito, mentre <em><strong>Converts</strong></em> mostra una band che continua ad espandere il proprio linguaggio sonoro oltre i confini del post-punk tradizionale. È soprattutto Greg Ahee a guidare questa trasformazione. Le sue chitarre si contaminano con suggestioni mediorientali, cromatismi inattesi ed echi exotica che rendono il disco il lavoro più ampio e ambizioso della carriera del gruppo. In <em><strong>Lavender &#8211; Gospel</strong></em> affiora persino una malinconia dal respiro morriconiano, mentre <em><strong>Feed The Sewer</strong></em> rimette al centro tutta la rabbia politica che da sempre alimenta la scrittura di Casey. La produzione di Dave Fridmann amplifica ogni dettaglio senza sacrificare la tensione. Gli ottoni, le percussioni e le chitarre sembrano muoversi come presenze nei corridoi dell&#8217;albergo, trasformando ogni brano in una stanza diversa dello stesso incubo americano. Con appena nove tracce, <strong><em>Hotel Usona</em></strong> evita qualsiasi ridondanza e si impone come uno dei lavori più maturi dei Protomartyr. Un disco che racconta un&#8217;America frammentata, alienata e insonne, ma che trova ancora spazio per una strana forma di bellezza tra le crepe. Un albergo dal quale è difficile fare davvero check-out. E se persino Iggy Pop ha deciso di aggirarsi tra questi corridoi consumati, affascinato dai fantasmi evocati da Casey e compagni, allora significa che i Protomartyr hanno costruito qualcosa che va ben oltre un semplice disco. Una delle vette del post-punk contemporaneo.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Domino Recording Co. – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Joe Casey (voce) – Greg Ahee (chitarra, sintetizzatori, co-produzione) – Scott Davidson (basso) – Alex Leonard (batteria) – Dave Fridmann (produzione, missaggio) – Jon Fridmann (ottoni)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. The Old Hotel<br />
2. Sounds We Cannot Hear<br />
3. Converts<br />
4. Exalted Eagles<br />
5. The Knife Dream<br />
6. Feed the Sewer<br />
7. Lavender – Gospel<br />
8. Third Country<br />
9. Checking Out</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><a href="https://protomartyrband.com" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2 class="MsoNormal" style="text-align: justify;">The Old Hotel &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/U_bvmYG1ybY?si=IsF5I7oEhfLYDl8f" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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<p><a href="https://link.amazon/B058uel3B" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
<img style="width: 120px; height: auto; border-radius: 6px; margin-bottom: 10px;" src="https://m.media-amazon.com/images/I/81zOqia3YpL._AC_SL1500_.jpg" alt="Hotel Usona - Protomartyr" /><br />
</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>Protomartyr</strong><em><strong>Hotel Usona</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://link.amazon/B058uel3B" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
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</a></p>
</div>
</div>
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		<title>Anatomy of a Brief Romance &#8211; Bloc Party</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/09/27/anatomy-of-a-brief-romance-bloc-party/</link>
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		<pubDate>Sun, 27 Sep 2026 11:47:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Bloc Party non sono più la band che correva nervosa tra le ombre del post‑punk revival. Non sono più i ragazzi di Silent Alarm, che trasformavano l’ansia urbana in chitarre a scatto e ritmi da inseguimento. O i funamboli elettronici di Intimacy, che cercavano di conciliare carne e circuiti. Oggi sono altro: una creatura luminosa, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52861" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/blocparty_anatomu_2026-200x200.jpg" alt="blocparty_anatomu_2026" width="200" height="200" />Bloc Party non sono più la band che correva nervosa tra le ombre del post‑punk revival. Non sono più i ragazzi di <strong><em>Silent Alarm</em></strong>, che trasformavano l’ansia urbana in chitarre a scatto e ritmi da inseguimento. O i funamboli elettronici di <strong><em>Intimacy</em></strong>, che cercavano di conciliare carne e circuiti. Oggi sono altro: una creatura luminosa, vulnerabile, pop. Una band che ha deciso di raccontarsi senza veli, lasciando che la vita privata di Kele Okereke diventi materia sonora, trama narrativa, universo emotivo. E questa metamorfosi non è una resa: è una rinascita.  <strong><em>Anatomy of a Brief Romance</em></strong> non è una raccolta di canzoni: è un calendario sentimentale, un diario che comincia con una data precisa, <strong>22.01.22</strong>, “<em>the first time I laid eyes on you</em>” . Bloc Party non avevano mai osato tanto. L’obliquità che li ha resi iconici — quel modo di parlare d’amore senza mai dire davvero amore — qui evapora. Al suo posto, un lirismo diretto, queer, intimo, che non cerca metafore per nascondersi ma immagini per mostrarsi. È la svolta pop di una band che ha smesso di proteggersi. Trevor Horn lucida ogni superficie: synth che brillano come neon bagnati, beat che pulsano come un cuore appena guarito, chitarre che non graffiano più ma accarezzano. Se <strong><em>Silent Alarm</em></strong> era un edificio di vetro e acciaio, e <strong><em>Intimacy</em></strong> un laboratorio di tensioni, <strong><em>Anatomy of a Brief Romance</em></strong> è una stanza piena di specchi: ogni riflesso è un frammento di Kele, ogni luce un ricordo che si accende e si spegne. <strong>22.01.22: </strong>Il disco si apre come un fotogramma ritrovato: un volto intravisto, un destino che comincia a muoversi. Le “<em>delicate layers of bass-heavy synths</em>” sono la pelle di un incontro che ancora non sa di essere amore. In <strong>Coming On Strong </strong>il desiderio accelera. Un funk nervoso, una chitarra che vibra come un filo d’alta tensione. “<em>Lightning couldn’t strike again / but here you are to prove me wrong</em>” : l’amore come seconda possibilità, come miracolo che non dovrebbe accadere e invece accade. Mentre in <strong>Love Bombs / Pigwig c&#8217;è</strong> la fase dell’euforia. L’amore che diventa iperbole, promessa, gioco. Okereke è teatrale, quasi febbrile: vuole imparare l’accordion, comprare ogni posto di un teatro, trasformare la vita in un gesto di devozione. È pop nella sua forma più pura: eccesso, colore, slancio. Quindi in <strong>Muscleworks / Clark Kent </strong>si manifesta<strong> </strong>la crepa. La gelosia che entra come un rumore di fondo. “<em>I’m starting to recognize the voice you use when you lie to me</em>” : la voce che cambia, la fiducia che si incrina. La produzione diventa più scura, più atmosferica: come se la stanza degli specchi cominciasse a deformare i volti. <strong>Worst Birthday Ever </strong>vi è il punto di rottura. Una festa che diventa un campo di battaglia, una famiglia che non accoglie, un silenzio che ferisce più delle parole. “<em>Your dad got his wish / his gay son’s no longer in love</em>” : la frase che taglia il disco in due. Quinid approdiamo alla discesa. Il dopo. Il vuoto che rimane quando l’amore se ne va ma continua a occupare spazio. Bloc Party trasformano il dolore in synth-pop danzabile: una contraddizione che funziona, perché il cuore spesso balla anche quando non dovrebbe (<strong>Not Your Problem / Now We Can’t Be Friends / Rotherhithe</strong>). In <em><strong>Moving On i</strong></em>l cerchio che si chiude. La chitarra che cita U2 (<strong><em>Where the Streets Have No Name</em></strong> come coperta emotiva) . La voce che non cerca più di accusare, ma di capire. La luce che entra dopo aver attraversato tutte le stanze del buio.  <strong><em>Eulogy</em></strong> assomiglia a una camera dei ricordi percorsa in punta di piedi. Come nell&#8217;omonimo episodio di <strong><em>Black Mirror</em></strong>, il passato non è un luogo da osservare ma da attraversare: un corridoio di immagini sbiadite in cui ogni dettaglio riacquista peso, ogni assenza una voce. Okereke ne emerge senza risposte definitive, ma con una consapevolezza nuova: alcune storie finiscono, eppure continuano a brillare nelle stanze che hanno abitato. Bloc Party non hanno più il passo frenetico di <strong><em>Silent Alarm</em></strong>, né la tensione erotico-elettronica di <strong><em>Intimacy</em></strong>. Hanno perso qualcosa? Sì: l’urgenza giovanile, la furia ritmica, la cripticità. Ma hanno guadagnato altro: una sincerità radicale, una scrittura che non teme di mostrarsi, una produzione che non cerca di essere cool ma vera. È un disco che non vuole piacere a tutti: vuole parlare a chi è disposto ad ascoltare.  <strong><em>Anatomy of a Brief Romance</em></strong> è un album che non corre: cammina dentro le stanze del cuore, raccoglie gli oggetti caduti, li osserva alla luce del mattino. È pop, sì — ma un pop che non semplifica, che non addolcisce, che non nasconde. Bloc Party hanno cambiato pelle, e in questa nuova pelle c’è una bellezza fragile, luminosa, ostinata. La bellezza di chi ha amato, ha perso, e ha deciso comunque di cantare.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>cOnTAGIOUS Ltd / Virgin Music Group – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span> Kele Okereke (voce, chitarra) – Russell Lissack (chitarra, tastiere) – Harry Deacon (basso, tastiere) – Louise Bartle (batteria) – Trevor Horn (produzione) – Alan Moulder (missaggio)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. 22.01.22<br />
2. Coming On Strong<br />
3. Love Bombs<br />
4. Pigwig<br />
5. Lagoon Blue<br />
6. Muscleworks<br />
7. Clark Kent<br />
8. Worst Birthday Ever<br />
9. Not Your Problem<br />
10. Now We Can&#8217;t Be Friends<br />
11. Rotherhithe<br />
12. Stories<br />
13. Moving On<br />
14. Eulogy</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><a href="https://www.blocparty.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2 class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Rotherhithe &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/HOeaoGDzEGY?si=cRNiokX2SF_g-aoo" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2>Supporta LostHighways</h2>
<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;">
<p><a href="https://link.amazon/B07FxFGVl" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
<img style="width: 120px; height: auto; border-radius: 6px; margin-bottom: 10px;" src="https://m.media-amazon.com/images/I/71HiyEaLdiL._AC_SL1200_.jpg" alt="Anatomy of a Brief Romance - Bloc Party" /><br />
</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>Bloc Party</strong><em><strong>Anatomy of a Brief Romance</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://link.amazon/B07FxFGVl" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
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</a></p>
</div>
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		</item>
		<item>
		<title>Ride Lonesome &#8211; Beck</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/09/21/ride-lonesome-beck/</link>
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		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 10:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Polvere che sale dalle scarpe, giorni di desolazione che tornano come stagioni, distanze negli occhi che non si colmano. Ride Lonesome si apre così: non con un gesto, ma con un paesaggio. Beck cammina dentro un mondo fatto di rose di carta, stelle dipinte, lune cave. Ogni immagine è un frammento di ciò che resta &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52801" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Beck-Ride-Lonesome-artwork-2026-200x200.jpg" alt="Beck-Ride-Lonesome-artwork-2026" width="200" height="200" />Polvere che sale dalle scarpe, giorni di desolazione che tornano come stagioni, distanze negli occhi che non si colmano. <em><strong>Ride Lonesome</strong></em> si apre così: non con un gesto, ma con un paesaggio. Beck cammina dentro un mondo fatto di rose di carta, stelle dipinte, lune cave. Ogni immagine è un frammento di ciò che resta dopo la fine, un segnale lasciato lungo una strada che non porta da nessuna parte, se non più a fondo dentro sé stessi. Il recente disco di cover <em><strong>Everybody&#8217;s Gotta Learn Sometime</strong></em> aveva già tracciato la rotta: voce nuda, chitarra come ossatura, folk come lingua madre. Beck sembrava voler ricordare che la semplicità non è un ripiego, ma un ritorno alla verità. <em><strong>Ride Lonesome</strong></em> prende quella intuizione e la trasforma in una geografia emotiva: canyon che scendono lenti, orizzonti che si spengono, fari che si allontanano nella notte. È un mondo fragile, ma Beck lo attraversa con una calma nuova, diversa da quella di <em><strong>Sea Change</strong></em>, meno disperata; diversa da quella di <em><strong>Morning Phase</strong></em>, meno luminosa. Qui la malinconia non è un abisso: è un paesaggio. Le chitarre acustiche sono legno che scricchiola, come se ogni nota fosse un passo su un ponte consumato. Le slide sono miraggi, riflessi che tremano nell’aria calda. Le tastiere respirano come in <em><strong>Morning Phase</strong></em>, ma con un vento più freddo, più sottile. Nigel Godrich non costruisce cattedrali: lascia che il suono si espanda come una stanza vuota. Gli archi di David Campbell non avvolgono, non consolano: sono filamenti, linee che sfiorano la voce e poi scompaiono. È un lavoro di sottrazione, di eleganza trattenuta, di silenzi che contano quanto le note. <em><strong>Disappearing Act</strong> </em>è una stanza dove la luce entra da una fessura. <em><strong>Slow Canyon</strong></em> è un sentiero che scende piano, con le chitarre che rotolano come pietre. <em><strong>Beyond The Light</strong></em> è un’auto che si allontana, lasciando solo la scia di un faro. <em><strong>In The Night</strong></em> è un oggetto sospeso, un sogno che non si ricorda al mattino ma lascia la sua sensazione. <em><strong>Falling Through My Hands</strong></em> è una scatola musicale che si apre da sola, rivelando un ricordo che non si voleva più toccare. Ogni brano è un microcosmo, un luogo dove Beck si ferma per guardare ciò che resta. E ciò che resta è sempre la stessa cosa: una solitudine che non ferisce, ma illumina. Rispetto a <em><strong>Sea Change</strong></em>, qui la tristezza non è più un precipizio: è un altopiano. Rispetto a <em><strong>Morning Phase</strong></em>, la luce non è dorata: è crepuscolare, come un tramonto che non promette nulla. Rispetto al disco di cover, <em><strong>Ride Lonesome</strong></em> è più personale: lì Beck interpretava, qui si espone. È il punto in cui queste tre strade si incontrano: la malinconia, la luce, la voce nuda. <em><strong>Ride Lonesome</strong></em> non cerca di stupire, non chiede di essere capito, non vuole essere immediato. Preferisce insinuarsi piano, poi travolgere. In un’epoca che corre, Beck si ferma. In un mondo che vuole colori saturi, lui offre ombre che brillano. La sua bellezza non è solo musicale: è una forma di verità. Una verità che arriva lenta, ma quando arriva, resta. Un’opera splendida. La più sincera che Beck abbia inciso da anni.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Capitol Records – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Beck Hansen (voce, chitarre, composizione, produzione) – Smokey Hormel (chitarra) – Jason Falkner (chitarra) – Joey Waronker (batteria, percussioni) – Justin Meldal-Johnsen (basso) –<br />
Roger Joseph Manning Jr (tastiere, synth) – David Campbell (archi, orchestrazioni) – Nigel Godrich (mixing).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Ride Lonesome<br />
2. Run Away<br />
3. In the Night<br />
4. Failed Words<br />
5. Bleed<br />
6. Disappearing Act<br />
7. For Your Love<br />
8. Slow Canyon<br />
9. It Ends Right Here<br />
10. Falling Through My Hands<br />
11. If You Don&#8217;t Know What Love Is<br />
12. Beyond the Light</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><a href="https://www.beck.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2>In the Night &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/XNYj8R1Aq3s?si=k6-ZiyrQg6CJt_rJ" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2>Supporta LostHighways</h2>
<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;">
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;"><strong>Beck</strong><em><br />
<strong>Ride Lonesome</strong></em></div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://amzn.to/4jdT4hR"><br />
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</a></p>
</div>
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		</item>
		<item>
		<title>Into The Waves &#8211; Maiah Wynne</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/09/19/into-the-waves-maiah-wynne/</link>
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		<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 15:11:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Into the Waves è un album che si muove come una marea: avanza, si ritira, torna a colpire con una forza che non è mai solo sonora, ma emotiva. Ogni brano sembra una diversa forma dell’acqua: corrente, risacca, abisso, superficie che riflette e inganna. Maiah Wynne attraversa il trauma come si attraversa un oceano in tempesta, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52762" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/642008-200x200.jpg" alt="642008" width="200" height="200" />Into the Waves</em></strong> è un album che si muove come una marea: avanza, si ritira, torna a colpire con una forza che non è mai solo sonora, ma emotiva. Ogni brano sembra una diversa forma dell’acqua: corrente, risacca, abisso, superficie che riflette e inganna. Maiah Wynne attraversa il trauma come si attraversa un oceano in tempesta, lasciando che la musica diventi la rotta, la bussola, la zattera.  Registrato tra hotel, aeroporti e stanze temporanee, il disco conserva la fragilità dei luoghi di passaggio: è un lavoro nomade, ma mai disorientato. La sua voce — morbida, precisa, luminosa — è il filo che tiene insieme tutto: folk intimo, alternative rock atmosferico, arrangiamenti che sfiorano il cinema. E attorno a lei, una costellazione di presenze: Bethany Joyce, Avelyn Reynolds, Brooks Berg, Adam Brzycki, Randy Cooke, Henry Sheppard, e soprattutto Alex Lifeson, che porta nel disco una tensione elettrica che vibra come luce sott’acqua. Un ponte naturale con gli Envy of None, ma senza mai rubare il centro alla sua voce.  In alcuni passaggi, <strong><em>Into the Waves</em></strong> sembra riflettere la luce di altre artiste che hanno saputo trasformare la vulnerabilità in paesaggio sonoro. C’è una dolcezza che arriva come una corrente calma, una morbidezza che ricorda la prima Norah Jones: non nell’estetica jazz, ma nel modo in cui la voce di Maiah Wynne si posa sulle melodie come acqua su pietra, senza mai forzare, senza mai cercare il colpo di scena. È una delicatezza che non cede, che non si spezza, che accompagna. Poi, quando le onde si alzano, emerge una tensione più rituale, più fisica, più vicina alla furia luminosa di Florence and the Machine. Non è imitazione: è la stessa capacità di trasformare l’emozione in movimento, di far vibrare l’aria attorno alle parole, di far sembrare ogni crescendo una corsa verso la superficie dopo una lunga immersione. Brani come <strong><em>False Gods</em></strong> o <strong><em>Creatures in the Night</em></strong> hanno quella energia che pulsa come un cuore sotto l’acqua. E poi c’è l’elemento più misterioso, più lunare, più sospeso: un’eco lontana di Kate Bush. La ritrovi nei dettagli: nelle armonie che sembrano spirali, nelle linee vocali che si muovono come correnti imprevedibili, nelle atmosfere che non descrivono un’emozione ma la incarnano. <strong><em>In a Dream</em>, <em>Underwater</em>, <em>See the Water</em></strong> hanno quella qualità eterea che non appartiene alla terra, ma a un luogo intermedio — una stanza sommersa, un cielo riflesso, un fondale che respira. Maiah Wynne non somiglia a nessuna di loro, e proprio per questo le richiama: perché appartiene alla stessa famiglia di artiste che non usano la voce per cantare, ma per evocare.  <strong><em>Into the Waves</em></strong> non appartiene a un solo genere: è un delta, un punto in cui più correnti si incontrano. La produzione è essenziale ma mai povera: ogni strumento è una goccia che cade nel punto giusto, ogni silenzio è una pausa che respira. Le collaborazioni non decorano: ampliano. <strong><em>Into the Waves</em></strong> è un viaggio nell’acqua — quella che trascina, quella che cura, quella che riflette, quella che inganna. Un album che scorre, che cambia forma, che torna sempre a riva con qualcosa di nuovo. Maiah Wynne firma un’opera che non affoga mai: rimane sospesa, viva, luminosa. Una delle uscite più intense e sincere del 2026.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Kscope – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Maiah Wynne (voce, chitarra, dulcimer, piano, synth, composizione, produzione) – Bethany Joyce (violoncello) – Avelyn Reynolds (violino) – Brooks Berg (chitarra) – Adam Brzycki (batteria) –<br />
Randy Cooke (batteria) – Henry Sheppard (flicorno) – Alex Lifeson (chitarra ospite) – Justin Abel (missaggio, produzione aggiuntiva) – Alan Douches (mastering).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Nothing Stays The Same<br />
2. Satellites<br />
3. In A Dream<br />
4. Creatures In The Night<br />
5. False Gods<br />
6. Another Step (feat. Dan Avidan)<br />
7. See The Water<br />
8. Underwater<br />
9. Don’t Want To Say Goodbye<br />
10. Breathe<br />
11. Don’t Wait<br />
12. Girl Dinner</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><a href="https://www.maiahwynne.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2>Breathe &#8211; Video<br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/A8qdYNNcnjU?si=x3oG84OPfFK4ZC9P" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></h2>
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		<item>
		<title>This Mirror Weighs a Ton &#8211; Interpol</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/09/07/this-mirror-weighs-a-ton-interpol/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 18:44:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Entrando in una stanza, in cui lo specchio non riflette ancora il tuo volto ma già ti giudica. This Mirror Weighs a Ton nasce esattamente lì: nel secondo sospeso in cui la tua immagine non è ancora apparsa, ma la sua ombra sì. Gli Interpol tornano con un album che non reinventa la loro grammatica &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52723" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Interpol_This_Mirror_Weighs_a_Ton_album_cover_artwork_review_396-200x200.jpeg" alt="Interpol_This_Mirror_Weighs_a_Ton_album_cover_artwork_review_396" width="200" height="200" />Entrando in una stanza, in cui lo specchio non riflette ancora il tuo volto ma già ti giudica. <em><strong>This Mirror Weighs a Ton</strong></em> nasce esattamente lì: nel secondo sospeso in cui la tua immagine non è ancora apparsa, ma la sua ombra sì. Gli Interpol tornano con un album che non reinventa la loro grammatica — la affila. La piega. La osserva da dietro una telecamera di sicurezza, come se ogni nota fosse registrata da un occhio elettronico che non concede indulgenze. La copertina, <em><strong>Asymmetric Love Number 2</strong></em> di Addie Wagenknecht, è il primo indizio: un lampadario spione, un dispositivo di sorveglianza travestito da oggetto domestico. Sembra un drone che ha scelto di non volare, ma di restare sospeso sopra di noi, pronto a illuminare o a bruciare. È il cuore visivo del disco: un riflesso che pesa, un amore asimmetrico, un controllo che non è mai totale ma sempre insinuante. Paul Banks ha parlato di paternità, inquietudine, identità, tecnologia in una recente intervista. E questo album è la sua stanza degli specchi: ogni brano è un riflesso che non coincide mai del tutto con l’originale, come un Dorian Gray che non ha più paura di guardare il proprio ritratto. Dopo venticinque anni, nessuno pretende che gli Interpol diventino un’altra band. E infatti non lo fanno. Ma dentro la loro architettura — chitarre nervose, basso pulsante, batteria chirurgica, voce stentorea — qualcosa si muove. il disco è costruito come un specchio pesante, un oggetto che ti costringe a guardarti dentro. E la produzione di Andrew Wyatt e James Ford amplifica questa sensazione: archi, fiati, percussioni, synth, tutto concorre a creare un ambiente che non è solo sonoro, ma psicologico. La <em><strong>title track</strong> </em>è un rituale di smontaggio: parte da un telaio Interpol classico e lo disfa lentamente, come se qualcuno stesse manipolando la realtà con un joystick. Chitarre a spirale, texture deformate, lampi improvvisi: è un drone che scende in picchiata e poi risale, finché la voce di Banks non diventa il punto di gravità. <em><strong>See Out Loud</strong></em> è un brano che potrebbe stare sui primi due album, ma con una lucidità nuova. È un inseguimento: chitarra, basso e batteria corrono come tre vettori che si incrociano. Qui canta anche Daniel Kessler. È come se la band, per un attimo, si guardasse allo specchio e vedesse la propria versione del 2002. In <em><strong>Iron City</strong></em> Banks canta del Central Park, ma soprattutto di un dialogo con una intelligenza artificiale che governerà il mondo. È un brano che sembra scritto da un Orwell contemporaneo: un futuro che non è distopia, ma routine. La sua malinconia è cinematografica, come una New York vista attraverso una telecamera di sorveglianza. <em><strong>Wounded Soldier</strong></em> – Uno dei momenti più cupi e potenti del disco: suoni che rimbalzano nello spazio, un testo che parla di violenza, guerra, forse condotta con droni. <strong><em>So Rides the Reindeer</em> </strong>è<strong> </strong>Una ballata invernale, ma senza slitta. La neve c’è, il cervo pure, ma è un inverno interiore. Angolare, nervosa, con un ritmo che si apre come una porta automatica invece è <em><strong>Wake Up</strong></em>. Ricorda la frenesia controllata dei Talking Heads. <strong><em>This Mirror Weighs a Ton</em></strong> non è un album che reinventa gli Interpol. È un album che li rivela. Qui gli Interpol ampliano il loro suono senza tradirlo, consegnando un lavoro che appare oscuro, elegante, stratificato, e sorprendentemente compatto. Una delle loro opere migliori.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Partisan Records – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Paul Banks (voce, chitarra, testi) – Daniel Kessler (chitarra) – Sam Fogarino (batteria, percussioni) – Brad Truax (basso) – Brandon Curtis (tastiere, synth, arrangiamenti)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Produzione: </span><br />
Andrew Wyatt – James Ellis Ford (produzione) – David Fridmann (mix)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Artwork: </span><br />
Addie Wagenknecht – <em>Asymmetric Love Number 2</em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. This Mirror Weighs a Ton</p>
<p>2. See Out Loud</p>
<p>3. Iron City</p>
<p>4. Wounded Soldier</p>
<p>5. Wings on Fire</p>
<p>6. Ever the Actor</p>
<p>7. So Rides the Reindeer</p>
<p>8. Darling Thoughts</p>
<p>9. Wake Up</p>
<p>10. Enemy</p>
<p>11. Bird and the Serpent</p>
<p>12. Sudden</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><br />
<a href="https://interpolnyc.com" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2>This Mirror Weighs a Ton – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/KgJ8JBeJnXQ?si=l32KsV2rA3Jl6KMf" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2>Supporta LostHighways</h2>
<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;">
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>Interpol</strong><em><strong>This Mirror Weighs a Ton</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://amzn.to/4hc72PU" target="_blank"><br />
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</a></p>
</div>
<p>&#8220;`</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Soft Control &#8211; The Afghan Whigs</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/09/06/soft-control-the-afghan-whigs/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2026/09/06/soft-control-the-afghan-whigs/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 06 Sep 2026 18:43:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è una frase che gira da anni: Nevermind è più vicino all’allunaggio che a noi. È una battuta crudele, ma dice la verità. Gli anni ’90 sono un continente perduto, un luogo dove gli Afghan Whigs erano una delle bande più incandescenti dell’alt‑rock: chitarre che graffiavano il cielo, psicodrammi sudati, soul sporco che si mescolava &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52736" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/afghan-whigs-soft-control-200x200.jpg" alt="afghan-whigs-soft-control" width="200" height="200" />C’è una frase che gira da anni: <strong><em>Nevermind</em></strong> è più vicino all’allunaggio che a noi. È una battuta crudele, ma dice la verità. Gli anni ’90 sono un continente perduto, un luogo dove gli Afghan Whigs erano una delle bande più incandescenti dell’alt‑rock: chitarre che graffiavano il cielo, psicodrammi sudati, soul sporco che si mescolava al rumore. Oggi, quattro decenni dopo, <strong><em>Soft Control</em> </strong>arriva come un disco che non vuole più incendiare nulla. Preferisce bruciare lentamente, come una brace che non si spegne.  In <em><strong>Jungle Roux</strong> </em>e <em><strong>House of I</strong></em> gli Afghan Whigs ricordano chi erano — groove scuro, voce che minaccia e seduce, batteria di Patrick Keeler che tiene tutto vivo come un motore nervoso. Poi il disco si apre in un crepuscolo più morbido: pianoforti elettrici, synth vellutati, ballate che odorano di heartland anni ’80. <em><strong>My Lover</strong> </em>è un deserto notturno, <em><strong>Duvateen</strong></em> un ricordo del 1986,<em><strong> 77</strong></em> e <em><strong>Loose Talk</strong></em> scivolano in un pop adulto che gli Afghan Whigs giovani avrebbero forse deriso. A volte il disco rischia la prevedibilità, ma la voce di Dulli — ancora capace di trasformare una frase in un abisso — e la batteria di Keeler impediscono la caduta. Non è un ritorno alla furia, non è una rinascita: è una sopravvivenza elegante. Chi cerca la vecchia tempesta resterà deluso. Chi cerca slow soul in giacca di pelle, troverà la sua notte.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Royal Cream / BMG – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Greg Dulli (voce, chitarra, piano, composizione) – John Curley (basso) – Patrick Keeler (batteria, percussioni) – Christopher Thorn (chitarre, synth) – Rick Nelson (archi, arrangiamenti) –<br />
Jon Skibic (chitarra) – Oltre a contributi aggiuntivi di vari collaboratori alle tastiere, fiati e produzione.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Jungle Roux</p>
<p>2. House of I</p>
<p>3. My Lover</p>
<p>4. Duvateen</p>
<p>5. The Deepest Part of the Darkest Shadow</p>
<p>6. Memphis, Texas</p>
<p>7. 77</p>
<p>8. Loose Talk</p>
<p>9. Mariah Luster</p>
<p>10. A Simulation</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><br />
<a href="https://www.theafghanwhigs.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2>A Simulation – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/2eEWIteoVcU?si=_i9RIILuLp0H_BVh" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2>Supporta LostHighways</h2>
<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;">
<p><a href="https://amzn.to/4xeyYYu" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
<img style="width: 120px; height: auto; border-radius: 6px; margin-bottom: 10px;" src="https://m.media-amazon.com/images/W/BW_MEDIAX_AVIF_MEASUREMENT_1306696-T1/images/I/71+hWY6hK5L._AC_SL1500_.jpg" alt="The Afghan Whigs - Soft Control" /><br />
</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>The Afghan Whigs</strong><em><strong>Soft Control</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://amzn.to/4xeyYYu"><br />
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</a></p>
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		<title>Be Human &#8211; Bruno Bavota &amp; Violeta Vicci</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 12:12:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[La neo‑classica che torna a essere carne, respiro, imperfezione controllata. In un panorama neo‑classico sempre più levigato, dove la perfezione rischia di diventare stile, Be Human è un atto di sottrazione: un disco che non si progetta, ma si lascia accadere. Bavota e Vicci entrano in studio per registrare due brani e ne escono con &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52663" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/a1802768309_2-200x200.jpg" alt="a1802768309_2" width="200" height="200" />La neo‑classica che torna a essere carne, respiro, imperfezione controllata. In un panorama neo‑classico sempre più levigato, dove la perfezione rischia di diventare stile, <strong><em>Be Human</em></strong> è un atto di sottrazione: un disco che non si progetta, ma si lascia accadere. Bavota e Vicci entrano in studio per registrare due brani e ne escono con dieci. Una dinamica che ricorda la spontaneità dei primi esperimenti di Ólafur Arnalds e la nudità dei lavori iniziali di Goldmund, ma qui la scelta è ancora più radicale: registrare quasi tutto in take unici, senza editing invasivo, senza layering, senza la ricerca di una perfezione post‑produttiva. Il pianoforte di Bavota conserva quella purezza melodica che lo ha avvicinato, negli anni, alla scuola emotiva di Nils Frahm e Libray Tapes, ma in <strong><em>Be Human</em></strong> si fa ancora più essenziale, quasi un diario. Il violino e la voce di Vicci non accompagnano: respirano. Insieme costruiscono un linguaggio che ricorda la delicatezza di Hania Rani e la sospensione di A Winged Victory for the Sullen, ma senza la loro architettura ambient: qui tutto è immediato, vivo, non levigato. La stanza di registrazione non viene nascosta: il riverbero è reale, non aggiunto. Un ambiente piccolo, con riflessioni controllate, che restituisce una intimità quasi domestica. Non c’è la profondità artificiale dei riverberi Valhalla, né la spazialità costruita tipica della neo‑classica più recente: <strong><em>Be Human</em></strong> è un disco che non vuole sembrare grande, vuole sembrare vicino. <strong>Lumina</strong> è una luce che vibra, con un pianoforte che respira e un violino che entra come un soffio. <strong>Golden Raindrops</strong> è pioggia che consola, con dinamiche lasciate volutamente irregolari, senza compressione a livellare.  <strong>Moonrise</strong> è un cambio di colore del cielo, registrato con la stessa delicatezza dei primi lavori di Peter Broderick. <strong>Missing Rain</strong> è un vuoto che diventa ritmo, con la risonanza del pedale lasciata aperta come una confessione.La forza del disco sta nella sua assenza di artificio. Niente click track, niente quantizzazione, niente ricerca del “momento perfetto”. È musica che torna a essere gesto, incontro, presenza. Una neo‑classica che non vuole essere meditativa, né atmosferica, né cinematica: vuole essere umana. <strong><em>Be Human</em></strong> ci ricorda che la bellezza non nasce dalla perfezione, ma dall’ascolto reciproco. E che, a volte, la musica migliore è quella che non era prevista.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>bigo &amp; twigetti – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Bruno Bavota (pianoforte, composizione) –<br />
Violeta Vicci (violino, voce, composizione)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Lumina</p>
<p>2. Golden Raindrops</p>
<p>3. In Motion</p>
<p>4. Missing Rain</p>
<p>5. To The Stars</p>
<p>6. Mowlem Street</p>
<p>7. Afternoon Blues</p>
<p>8. Ever Changing World</p>
<p>9. Moonrise</p>
<p>10. Movement (Bonus Track)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><br />
<a href="https://bigoandtwigetti.bandcamp.com/" target="_blank">bigo &amp; twigetti – Official</a></p>
<h2>Missing Rain – Video</h2>
<p>&lt;<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/sy1t6hjVIyg?si=ru8nvsmBXuTLmUuH" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Lost Weekend &#8211; Phoebe Bridgers</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/08/26/lost-weekend-phoebe-bridgers/</link>
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		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 14:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è un momento, nella parabola di ogni artista, in cui la luce che li ha resi onnipresenti diventa troppo accecante. Phoebe Bridgers quel momento l’ha attraversato dopo Punisher e l’avventura con i boygenius: arene, Grammy, tour titanici, la metamorfosi da “indie darling” a figura pop riconoscibile ovunque. Poi, all’improvviso, il silenzio. Una sparizione quasi rituale, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52671" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/PB_Lost_weekend_cover_2026-198x200.jpg" alt="PB_Lost_weekend_cover_2026" width="198" height="200" />C’è un momento, nella parabola di ogni artista, in cui la luce che li ha resi onnipresenti diventa troppo accecante. Phoebe Bridgers quel momento l’ha attraversato dopo <strong><em>Punisher</em></strong> e l’avventura con i <a href="https://www.losthighways.it/2023/09/03/the-record-boygenius/" target="_blank">boygenius</a>: arene, Grammy, tour titanici, la metamorfosi da “indie darling” a figura pop riconoscibile ovunque. Poi, all’improvviso, il silenzio. Una sparizione quasi rituale, necessaria, mentre la sua vita privata diventava materia da social e il lutto per la morte del padre si insinuava in ogni gesto. <strong><em>Lost Weekend</em></strong> nasce da quel silenzio. Non come un ritorno, ma come una riemersione controllata, un gesto di autodeterminazione. Bridgers torna al centro della scena, ma con un disco che non chiede attenzione: la reclama con la precisione di chi ha imparato a nascondersi in piena vista. Fin dall’impatto vocoder dell’opener <strong><em>The Outside</em></strong> e dall’esplosione di fiati di <strong><em>Lost Boys</em></strong>, è chiaro che Bridgers sta giocando su un campo diverso. La costellazione di collaboratori è ampia, quasi vertiginosa: Christian Lee Hutson, Marshall Vore, Tony Berg, Rob Moose, Ethan Gruska, e poi Alex G, Blake Mills, Jon Brion, Maya Hawke, Mike Kinsella, Jack Antonoff, Bo Burnham, fino alle presenze mascherate come “Son‑John Johnson”. Non è un disco di ospiti: è un disco che usa gli ospiti come strumenti di espansione emotiva. La produzione è minuziosa, calibrata al millimetro. Le confessioni acustiche di <strong><em>Kill Me</em></strong>, le architetture impressionistiche di <strong><em>Panorama</em></strong>, l’energia piena di <strong><em>Bobby</em></strong>: ogni brano sembra costruito per essere ascoltato dentro, non accanto. Quando Bridgers canta “Dancing ourselves clean, late New Year’s Eve” in <strong><em>The Governor’s Waltz</em></strong>, senti davvero il countdown filtrare dalla stanza accanto. Il disco è pieno di minuscoli scarti che diventano rivelazioni: un kick drum che entra in <strong><em>I Can’t Wait</em></strong> come un’iniezione di vita, un banjo che tintinna in <strong><em>Still Standing</em></strong> come un fantasma benevolo, intermezzi ambient che aprono varchi tra una canzone e l’altra. Il titolo <em><strong>Lost Weeken</strong>d</em> è un manifesto: nel brano omonimo, la struttura implode e si ricompone in un collage digitale di batterie sovrapposte, mandolini frenetici, synth che si spostano come luci d’auto nella notte. È il momento più radicale della sua carriera, il punto in cui Bridgers smette di essere “solo” una songwriter e diventa architetta di spazio sonoro. La prima metà del disco è la versione più affilata del suo lavoro su <em><strong>Punisher</strong></em>: compatta, luminosa, immediata. La parte centrale è sorprendentemente aperta, quasi solare: <strong><em>The Governor’s Waltz</em></strong> è Bridgers al suo più lieve, <strong><em>Bobby</em></strong> è un inno alla vertigine del nuovo amore, scritto con una sincerità che non cerca difese. Ma il cuore del disco è altrove: nel lutto. La relazione turbolenta con il padre attraversa <strong><em>Lost Weekend</em></strong> come una corrente sotterranea. In <strong><em>Still Standing</em></strong> Bridgers seziona la memoria con una precisione chirurgica: la scena del lavandino, il sangue, il “sorry” rivolto alla persona sbagliata. Poi la frase che spezza il respiro: non posso immaginarti morto, ma lo sei ogni giorno. La morte, tema ricorrente nella sua discografia, qui diventa materia viva, non simbolo. È un’eredità che non ha scelto, un peso che deve imparare a portare senza lasciarsi schiacciare. Il pugno nel muro dell’opener ritorna nel finale, <strong><em>Lost Weekend (Reprise)</em></strong>, come un gesto ereditato: “I am my old man’s oldest son / I fought the wall, and the wall won.” Bridgers non cerca redenzione: cerca continuità, anche nella frattura. Eppure, nel crepuscolo del disco, qualcosa si scioglie. <strong><em>As Above</em></strong> è un urlo che contiene rabbia, gioia, sfida. Il finale è una promessa: andrà tutto bene, io e te. Mi ami, e non ti lascerò dimenticarlo. Non ancora. <strong><em>Lost Weekend</em></strong> è il disco più compiuto della carriera di Phoebe Bridgers. Un’opera che tiene insieme assenza e rinascita, la ferita e la sua cicatrice, la stanza d’albergo dove si beve per non pensare e il palco dove si ricomincia a respirare. È un album che non chiede di essere ascoltato: ti invita a restare, a guardare da fuori, a entrare quando sei pronto.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Dead Oceans – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Phoebe Bridgers (voce, chitarra, composizione) – Christian Lee Hutson (chitarra, composizione) – Tony Berg (chitarra, produzione) – Ethan Gruska (piano, synth, produzione) – Jack Antonoff (chitarra, synth, produzione) – Alex G (chitarra, composizione, produzione) – Marshall Vore (batteria, percussioni, composizione) – Rob Moose (archi, arrangiamenti) – Bo Burnham (voce, composizione)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>0. Best Dressed (hidden track)</p>
<p>1. The Outside</p>
<p>2. Lost Boys</p>
<p>3. Kill Me</p>
<p>4. The Governor’s Waltz</p>
<p>5. Bobby</p>
<p>6. Lost Weekend</p>
<p>7. Haunted</p>
<p>8. Panorama</p>
<p>9. Still Standing</p>
<p>10. Liberty Tree</p>
<p>11. Never Going Back!</p>
<p>12. Other Plans</p>
<p>13. Lost Parade</p>
<p>14. I Can’t Wait</p>
<p>15. As Above</p>
<p>16. Lost Weekend (Reprise)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span> <a href="https://phoebebridgers.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2>Can’t Wait – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/hU-gnl8WLP0?si=Thk8bk4gJ9Ihp5IO" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2>Supporta LostHighways</h2>
<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;"><a href="https://amzn.to/4xTDNH8l" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>Phoebe Bridgers</strong></p>
<p><em><strong>Lost Weekend</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://amzn.to/4xTDNH8"><br />
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</a></p>
</div>
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		<title>Bliss &#8211; Temples</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/08/24/bliss-temples/</link>
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		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 08:27:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[La notte come punto di partenza. Kettering non è un luogo di miti, e forse per questo i Temples hanno sempre cercato altrove la loro identità. Dal debutto folgorante di Sun Structures, che li aveva proiettati nel cuore della nuova psichedelia britannica, la band ha attraversato anni di colori saturi e visioni caleidoscopiche(Volcano) fino alla parentesi &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52680" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Temples-album-Bliss-200x200.jpg" alt="Temples-album-Bliss" width="200" height="200" />La notte come punto di partenza. Kettering non è un luogo di miti, e forse per questo i Temples hanno sempre cercato altrove la loro identità. Dal debutto folgorante di <em><strong><a href="https://www.losthighways.it/2014/12/19/sun-restructured-temples/" target="_blank">Sun Structures</a></strong></em>, che li aveva proiettati nel cuore della nuova psichedelia britannica, la band ha attraversato anni di colori saturi e visioni caleidoscopiche(<a href="https://www.losthighways.it/2017/03/10/volcano-temples/" target="_blank"><em><strong>Volcano</strong></em></a>) fino alla parentesi irrisolta di <em><strong>Exotico</strong></em>. È da quella frattura che nasce Bliss: non un ritorno, ma una deviazione necessaria. Firmando con V2 e producendo tutto da sé, Bagshaw, Walmsley, Smith e Ottink si liberano da ogni vincolo. L’improvvisazione diventa metodo, la continuità tra i brani un principio estetico. E soprattutto, la band apre le porte alla memoria elettronica degli anni ’90: Massive Attack, Portishead, Underworld, Orbital, Prodigy, la notte europea che trasformava il dancefloor in introspezione. L’apertura, <em><strong>Jet Stream Heart</strong></em>, è un portale: pulsazioni orientali, campioni, voce filtrata che scivola sopra un groove da club europeo. <em><strong>Revelations</strong></em> porta il sacro nel beat con cori e canto gregoriano, mentre <em><strong>Blue Flame</strong></em> congela il trip‑hop in una malinconia al neon. La band osa con <em><strong>Waiting On The Echoes</strong></em>, tra drum’n’bass e rave, e ritrova un groove nervoso in <em><strong>Megalith</strong></em>, dove la psichedelia incontra un’ombra post‑punk. <em><strong>Vendetta</strong></em> arriva come una scarica controllata: un brano teso, pulsante, che unisce trance e ombre synth in un momento di liberazione perfettamente calibrato. Il vertice emotivo è <em><strong>Jaguar</strong></em>: break altissimi, un coro balearico, una nostalgia da Café Del Mar che profuma di fughe interiori. <em><strong>Fantasy Realm</strong></em> chiude il cerchio con un euro‑pop gelido, quasi irreale, come l’ultimo fotogramma di un sogno. <strong><em>Bliss</em></strong> è un disco che non scappa: ritorna, scava, attraversa la notte per ritrovare un centro. Dalla luce di <strong><em>Sun Structures</em></strong> alla penombra elettronica di oggi, i Temples dimostrano che correre via e correre verso sé stessi, a volte, è la stessa traiettoria.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>V2 Records – 2024</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>James Bagshaw (voce, chitarre, produzione) &#8211; Thomas Walmsley (basso, synth) &#8211; Adam Smith (tastiere, chitarre) &#8211; Rens Ottink (batteria, percussioni).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Jet Stream Heart</p>
<p>2. Revelations</p>
<p>3. Megalith</p>
<p>4. Glimmer</p>
<p>5. Blue Flame</p>
<p>6. Vendetta</p>
<p>7. Jaguar</p>
<p>8. Horizon</p>
<p>9. Waiting On The Echoes</p>
<p>10. Fantasy Realm</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><br />
<a href="https://www.templestheband.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2 class="sectionhead">Vendetta &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/j4j5zPsiNOk?si=TY20e32TqR4oDpsW" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2>Supporta LostHighways</h2>
<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;">
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;"><strong>Temples</strong><em><strong>Bliss</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://amzn.to/4cUNKMm"><br />
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</a></p>
</div>
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