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	<title>Lost Highways &#187; Album</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>’A Verità &#8211; Sabba</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 20:40:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
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		<description><![CDATA[Salvatore Lampitelli, in arte Sabba, dopo anni di esperienze musicali al fianco di musicisti del calibro di Franco Del Prete e Daniele Sepe (lo abbiamo incrociato su queste pagine in Le nuove avventure di Capitan Capitone) approda all&#8217;esordio solista, scritto assieme a Paci Ciotola, che ne è anche produttore. Dieci canzoni che navigano sui mari increspati del &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Cover-A-verità-Sabba.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-53100" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Cover-A-verità-Sabba-200x200.jpg" alt="Cover - 'A verità - Sabba" width="200" height="200" /></a>Salvatore Lampitelli, in arte Sabba, dopo anni di esperienze musicali al fianco di musicisti del calibro di Franco Del Prete e Daniele Sepe (lo abbiamo incrociato su queste pagine in <a href="https://www.losthighways.it/2020/03/01/le-nuove-avventure-di-capitan-capitone-daniele-sepe/">Le nuove avventure di Capitan Capitone</a>) approda all&#8217;esordio solista, scritto assieme a Paci Ciotola, che ne è anche produttore. Dieci canzoni che navigano sui mari increspati del mondo black, dal gospel al funky, tra arrangiamenti eleganti come l&#8217;abito sfoggiato in copertina e ruvide, brutali immersioni in una realtà desolante, che innesca connessioni asfissianti sulla superficie delle cose fino a creare un tappeto di illusioni per seppellire lo spettro della solitudine, la perdita, la morte. A squarciare quel velo arriva <strong><em>’A verità</em></strong>, che una volta affrontata &#8220;<em>forse nun te fa male chiù&#8221;</em>, una ballata pianistica con quella melodia da lucciconi e fiammelle di accendini da ondeggiare sul prato di un grande concerto (accendini, sì, e non le luci fredde dei cellulari che li hanno quasi del tutto soppiantati). Ancora sul piano andante si fonda <strong><em>Tra milioni di spose</em></strong>, che tinge la notte di nero soul per poi squarciarla con lampi di acuti stellari &#8220;<em>ascpettan&#8217; ca esce &#8216;o sole</em>&#8220;, cercando la forza necessaria ad andare avanti in un crescendo pulsante. E dopo un inizio in minore, dolente, Sabba indossa lo smocking per il palco del grande show di <strong><em>Darling</em></strong>, col cantante che guadagna la ribalta sostenuto dal ritmo trascinante e i fiati di una big band, dando prova di versatilità teatrale, passando dai riflettori di un Ariston d&#8217;annata ai locali salseri cubani, per finire in un coro gospel che cita i Napoli Centrale di <strong><em>Campagna</em></strong>, &#8220;<em>chiove o jesce &#8216;o sole</em>&#8220;. Il sole. Ma lo specchio interiore in cui guarda Lampitelli lo costringe a tornare nel dolente soul blues di <strong><em>Guardame ’nfaccia</em></strong>, che si fa carico della catastrofe della guerra e tenta di esorcizzarla dando voce al dramma di un bambino che si chiede inerme &#8220;<em>se questa è una guerra noi abbiamo perso già</em>&#8220;: come non pensare al genocidio dei palestinesi? E allora il rithm&#8217;n&#8217;blues di <strong><em>Fenomeni</em></strong> volge lo sguardo alla deriva di una società dei consumi e dell&#8217;apparenza, dello sterile esibizionismo di social e talent (che l&#8217;autore ha conosciuto da vicino) strizzando l&#8217;occhio al funky, talvolta anche un po&#8217; ruffiano, di Zucchero, che qui diventa invece un trampolino di lancio per una vocalità spumeggiante e diretta, che unisce dialetto di strada a gustosi falsetti black. Ma l&#8217;insospettabile riferimento a <strong><em>Dune mosse</em></strong> di Zucchero (un ricordo sepolto anche per me) torna scavare nelle strofe slow blues di <strong><em>Ma’</em></strong>, doloroso perno tematico di un album che ruota intorno alla perdita della figura materna, simbolo di un vuoto esistenziale che solo l&#8217;apertura epica di una musica radiosa può colmare, sia pure per l&#8217;istante di una acuto, che lascia spazio alla chiusura di una lacrima dimessa. In cerca di equilibrio interiore <strong><em>100 fiori </em></strong>trova la leggerezza sapiente di un ritmo alla Lucio Dalla, una brezza che accompagna le piccole cose del quotidiano come il soffio di fiati vaporosi ma capaci di salire sulla giostra di un ritornello graffiante e al contempo piacione, da navigato cantante confidenziale che libera quando vuole una potenza tenorile. La morbida ballata <strong><em>Tira’ a campa’</em></strong> omaggia le voci potenti del Mario Musella negli Showmen e del Demetrio Stratos con I Ribelli, attraverso falsetti che potrebbero scivolare nel nazional-popolare anni &#8217;70 e invece travano un solo di chitarra viscerale eseguito da Alessandro Morlando che rimanda agli episodi più sanguigni di Gilmour. Lungo le stersse coordinate vocali si muove il lento blues gospel di <strong>Hey Jex</strong>, che scorre accorato sulle note profonde dell&#8217;arpeggio di una calda chitarra elettrica, perché &#8220;<em>per rinascere c&#8217;è bisogno di luce</em>&#8220;. L&#8217;interpretazione sofferta e di sana violenza, intesa come impeto incontenibile, della desolata e spettrale <strong><em>’A musica mia che r’è </em></strong>dei Napoli Centrale (dall&#8217;album <strong><em>Qualcosa ca nu&#8217; mmore</em></strong>, 1977), a un anno esatto dalla dolorosa scomparsa del compianto James Senese, assume un significato di particolare rilievo nella produzione di Sabba, che aveva già affiancato Franco Del Prete nei Sud Express. L’apertura per sola batteria affidata ad Alfonso Donadio, allievo proprio di Del Prete, che al termine dell&#8217;esecuzione non si trattiene dal gridare “<em>sempe, pe’ sempe!</em>”, va ben oltre l&#8217;omaggio sentito e trasforma l&#8217;intera cover in una preghiera appassionata, in cui il tema di sax è raccolto da un muro di chitarre, fischi e tastiere di drammatica tensione, fino a che Sabba interviene con voce spezzata e possente a intonare con foga selvaggia uno dei più dolorosi testi mai cantati da Senese, vincendo la sfida di raggiungere un livello di pathos per molti inarrivabile, affogando nei risucchi viscerali di un&#8217;elettrica tagliente come una spada affilata. È un esordio, ma è anche la consacrazione di un talento che merita di essere seguito con la massima attenzione.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span> Soundinside Records &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up:</span> Salvatore Lampitelli (voce solista, cori, chitarre, basso, pianoforte, programmazione, arrangiamenti) &#8211; Paci Ciotola (vocal producer, cori, chitarre, pianoforte, Rhodes, organo, synth, tastiere, programmazione, fischio, batteria aggiuntiva, archi aggiuntivi) &#8211; Alfonso Donadio (batteria) &#8211; Corrado Calignano (basso) &#8211; Alessandro Morlando (chitarre) &#8211; Peppe Folliero (chitarre) &#8211; Jex Sagristano (chitarre) &#8211; Giovanni Pagliaro (pianoforte, Rhodes) &#8211; Antonello Iannotta (percussioni, triangolo, chimes) &#8211; Nico Giordano (viola, arrangiamento archi, composizione) &#8211; Stella Manfredi (violino) &#8211; Rossella Graniero (violino) &#8211; Pasquale Termini (violoncello) &#8211; Antonio Farabella (sax baritono, arrangiamento fiati, composizione) &#8211; Mario Verace (sax tenore) &#8211; Donato Verace (tromba) &#8211; Santo Verde (trombone) &#8211; Giassel (voci) &#8211; Letizia Vitagliano (coro, direttrice del coro) &#8211; Raffaella Calafato (coro) &#8211; Silvestro Genovese (coro) &#8211; Flavia Castiglia (coro)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>&#8216;A Verità</li>
<li>Tra Milioni di Spose</li>
<li>Darling</li>
<li>Guardame ’nfaccia</li>
<li>Fenomeni</li>
<li>Ma&#8217;</li>
<li>100 fiori</li>
<li>Tira&#8217; a Campa&#8217;</li>
<li>Hey Jex</li>
<li>’A Musica Mia Che R’e’</li>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;"><br />
Link: <a href="https://www.mrsabba.com/">Sito Ufficiale</a><br />
<a href="https://www.facebook.com/salvatorelampitelliofficial">Facebook</a><br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/-oNzB8IWZfU?si=g-cSSwoy9q_NwlHR" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></span><br />
<iframe style="border: 0; width: 350px; height: 470px;" src="https://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/album=1432419995/size=large/bgcol=ffffff/linkcol=0687f5/tracklist=false/transparent=true/" width="300" height="150" seamless=""><a href="https://mistersabba.bandcamp.com/album/a-verit">&#8216;A verità by Sabba</a></iframe></p>
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		<title>Perfecth &#8211; Queens Of The Stone Age</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 21:23:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Guardiamoci allo specchio. Ancora una volta. In Villains Josh Homme ci invitava ad accettare la danza dei nostri demoni. Le luci erano basse, il groove irresistibile, il male aveva ancora qualcosa di seducente. Nove anni dopo la festa sembra finita. Le insegne al neon sono ancora accese, ma la pista da ballo è vuota. Restano &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-53107" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/QOSA_2026-200x200.jpeg" alt="QOSA_2026" width="200" height="200" />Guardiamoci allo specchio. Ancora una volta. In <strong><em><a href="https://www.losthighways.it/2017/09/04/villains-queens-of-the-stone-age-recensione/" target="_blank">Villains</a></em></strong> Josh Homme ci invitava ad accettare la danza dei nostri demoni. Le luci erano basse, il groove irresistibile, il male aveva ancora qualcosa di seducente. Nove anni dopo la festa sembra finita. Le insegne al neon sono ancora accese, ma la pista da ballo è vuota. Restano soltanto pensieri, cicatrici e quella strana sensazione che arriva quando smettiamo di scappare da noi stessi. C&#8217;è qualcosa di profondamente simbolico in quella &#8220;h&#8221; finale. <strong><em>Perfecth</em></strong> non è la perfezione, ma la sua versione incrinata. Un errore ortografico trasformato in manifesto. Nulla è perfetto, sembra suggerire Homme. Nemmeno l&#8217;amore. Nemmeno chi sopravvive alla fine di una storia. Dopo la rabbia corrosiva di<em><strong> In Times New Roman&#8230;</strong></em>, i Queens Of The Stone Age scelgono una strada più difficile: la vulnerabilità. <em><strong>It&#8217;s Only Love</strong></em> apre il disco come una stazione ferroviaria immersa nella nebbia. Archi, vento, presagi e quella &#8220;corda sporca&#8221; a cui il protagonista continua ad aggrapparsi. L&#8217;amore non è una salvezza. È un salto nel vuoto. Da qui prende forma un viaggio tra relazioni consumate e fantasmi ancora vivi. <em><strong>Insignificant Other</strong></em> ribalta il concetto di &#8220;persona importante&#8221; trasformandolo in assenza, con un groove malinconico che richiama tanto l&#8217;eleganza di <strong><em>Post Pop Depression</em></strong> quanto certe ombre seventies alla Fleetwood Mac. Quando Homme canta che tutti facciamo piani finché la vita non decide diversamente, sembra riassumere il cuore stesso dell&#8217;album. Il lato più rock emerge in <em><strong>Where The Goth Girls At?</strong></em>, costruita su riff ruvidi e una batteria martellante che riporta alla mente tanto il desert rock dei Queens quanto il boogie sporco degli  ZZ Top passati attraverso un filtro gotico. È un inno agli outsider, a chi continua a esistere anche quando il sole torna a splendere. Tra i momenti migliori figurano anche l&#8217;inquietante <strong>Mono</strong>, quasi un horror sonoro costruito su tensioni e allucinazioni, e <strong>From The Cliff</strong>, che trasforma l&#8217;amore in un atto di fede, un tuffo nel blu senza alcuna certezza. Poi arriva <em><strong>Sunday</strong></em>, recuperata dall&#8217;universo di <strong><em>Post Pop Depression</em></strong>, dove il fantasma di Bowie continua a camminare accanto a Homme, elegante e malinconico. Persino <em><strong>Easy Street</strong></em>, nata durante il periodo di <strong><em>Alive In The Catacombs</em></strong>, nasconde dietro il tono ironico una resa dei conti personale. Quando Homme ammette di non essere più l&#8217;uomo di un tempo, sembra chiudere definitivamente il capitolo dell&#8217;outlaw romantico che per anni ha abitato le sue canzoni. Il disco si chiude con <strong>Run Away From The Mob</strong>, dove la folla del titolo smette di essere soltanto una massa esterna e diventa il rumore dei nostri pensieri. L&#8217;apparizione di Dave Grohl alla batteria conferisce al finale una forza catartica che non offre risposte ma lascia intravedere una possibile riconciliazione. Se <strong><em>Villains</em></strong> trasformava il male in danza e <strong><em>In Times New Roman&#8230;</em></strong> il dolore in veleno, <strong><em>Perfecth</em></strong> accetta semplicemente di restare ferito. Non cerca la guarigione. Cerca la riparazione. Dopo quasi trent&#8217;anni di carriera, i Queens Of The Stone Age continuano a muoversi lungo la loro autostrada desertica, ma oggi guidano con uno sguardo diverso. Non osservano più l&#8217;orizzonte. Guardano le crepe sul parabrezza. Ed è proprio lì che trovano la loro verità più profonda. La perfezione non esiste. Esistono soltanto le sue cicatrici. E la bellezza inattesa che continua a filtrare attraverso di esse.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span> Matador &#8211; 2017</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span> Josh Homme (vocals, guitar, slide guitar) &#8211; Troy Van Leeuwen (guitar, backing vocals, Moog synthesizer) &#8211; Dean Fertita (keyboards, guitar, backing vocals, piano) &#8211; Michael Shuman (bass, backing vocals, cymbals) &#8211; Jon Theodore (Drums).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>01. It&#8217;s Only Love<br />
02. Insignificant Other<br />
03. Where The Goth Girls At?<br />
04. Mono<br />
05. From The Cliff<br />
06. Sunday<br />
07. Easy Street<br />
08. Phantom Limb<br />
09. Run Away From The Mob<br />
<span style="color: #971b7a;">Link: <a href="http://qotsa.com/" target="_blank">Sito ufficiale</a></span></p>
<h2>Easy Street &#8211; video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/6gm9IWUuus0?si=AAOYyivcZzBbbw91" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2>Supporta LostHighways</h2>
<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;">
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;"><strong>Queens Of The Stone Age</strong><em><br />
<strong>Perfecth</strong></em></div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://link.amazon/B06rtyTw2"><br />
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</a></p>
</div>
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		<title>Night Music &#8211; Bruno Bavota</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/10/27/night-music-bruno-bavota/</link>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2026 20:22:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[La notte, nella storia della musica, non è mai stata soltanto un&#8217;ora del giorno. È uno stato dell&#8217;anima. Nei Notturni di Chopin diventava il luogo della confessione e del desiderio, nella Sonata Al Chiaro di Luna di Beethoven il teatro di una malinconia senza approdo, nei Nocturnes di Debussy una materia liquida e sfuggente, fatta &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-53081" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/night_music_2026-200x200.jpg" alt="night_music_2026" width="200" height="200" />La notte, nella storia della musica, non è mai stata soltanto un&#8217;ora del giorno. È uno stato dell&#8217;anima. Nei <strong><em>Notturni</em></strong> di Chopin diventava il luogo della confessione e del desiderio, nella <strong><em>Sonata Al Chiaro di Luna</em> </strong>di Beethoven il teatro di una malinconia senza approdo, nei <strong><em>Nocturnes</em></strong> di Debussy una materia liquida e sfuggente, fatta di ombre e riflessi. Con <strong><em>Night Music</em></strong>, Bruno Bavota si inserisce in questa lunga tradizione senza replicarne il linguaggio, ma traducendola nella sensibilità del nostro tempo, là dove la musica classica incontra l&#8217;ambient e il minimalismo contemporaneo. C&#8217;è qualcosa di profondamente antico in questo disco. Eppure tutto parla al presente. Bavota non cerca il virtuosismo né la monumentalità. Si muove invece lungo il sentiero tracciato da Michael Nyman, Dustin O&#8217;Halloran, Ólafur Arnalds e dalla scuola della neoclassica contemporanea, ma ne alleggerisce ulteriormente il gesto. Le sue composizioni sembrano nascere nell&#8217;istante che precede il sonno, quando i pensieri si fanno meno nitidi e il mondo perde i propri contorni. Registrato nel silenzio del suo rifugio montano di Caposele, <strong><em>Night Music</em></strong> porta impresse le tracce fisiche dello spazio che lo ha generato. Il vecchio pianoforte Schiller non viene trattato come uno strumento perfetto da esibire, ma come una presenza viva e vulnerabile. Ogni vibrazione delle corde, ogni lieve imperfezione, ogni respiro della stanza diventa parte della composizione. Bavota non registra semplicemente delle note: registra il tempo che passa tra una nota e l&#8217;altra. La notte evocata dal titolo non è oscura né inquieta. È una notte contemplativa, quasi pascoliana. Una notte in cui il silenzio non rappresenta un&#8217;assenza ma una forma di ascolto. Come accadeva nelle esplorazioni ambient di Brian Eno, lo spazio sonoro assume un ruolo narrativo tanto quanto le melodie. Eppure Bavota resta sempre ancorato al pianoforte, al suo carattere umano, alla sua capacità di raccontare fragilità. Brani come <strong><em>We Still Have Time</em></strong> e <strong><em>Nightwalking</em></strong> aprono finestre verso territori più rarefatti, dove elettronica ed effetti si insinuano come foschia sopra un paesaggio notturno. Non c&#8217;è mai uno strappo netto tra acustico e artificiale: i due mondi si fondono come la luce della luna che cancella i confini tra gli oggetti. Altrove, in <strong><em>Without You</em></strong>, gli archi ampliano l&#8217;orizzonte emotivo, regalando al disco una dimensione quasi cinematografica, vicina alle colonne sonore interiori di Dustin O&#8217;Halloran. Ma il vero cuore dell&#8217;album forse risiede nella frase con cui lo stesso Bavota ne racconta la genesi: il tentativo di &#8220;trattenere qualcosa che sta già andando via&#8221;. È un&#8217;immagine che attraversa ogni brano come un fantasma gentile. <strong><em>Night Music</em></strong> è infatti il disco delle cose che sfuggono: i ricordi poco prima di svanire, le stagioni che cambiano, le persone che diventano memoria. Ogni composizione sembra voler arrestare quell&#8217;attimo impossibile in cui la presenza si trasforma in assenza. In questo senso Bavota raccoglie idealmente il testimone dei grandi musicisti della notte. Se Chopin inseguiva il tremore del cuore romantico e Debussy il movimento segreto delle ombre, <strong><em>Night Music</em> </strong>racconta la solitudine contemporanea attraverso il linguaggio del silenzio. Un silenzio abitato, vivo, pieno di echi. Come le stelle visibili soltanto quando il giorno arretra, queste composizioni rivelano la propria bellezza lentamente. Non chiedono attenzione. La meritano. E una volta terminato l&#8217;ascolto resta la sensazione rara di aver attraversato una notte intera senza accorgersi del passare del tempo, accompagnati soltanto da un pianoforte e dai suoi sogni.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Oscarson &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>All tracks composed and produced by Bruno Bavota<br />
String arrangement on &#8220;Without You&#8221; by K-Conjog</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>01. Notturno<br />
02. We Still Have Time<br />
03. Crossing the Bridge<br />
04. Night Music<br />
05. Another End<br />
06. Night Music II<br />
07. Nightwalking<br />
08. Summer Night<br />
09. Night Music III<br />
10. Without You<br />
11. Before Sleep<br />
12. Impromptu<br />
<span style="color: #971b7a;">Links:</span><a href="https://brunobavota.com/">Official Site</a></p>
<h2>We Still Have Time &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/Gv-3nEg_otI?si=keRliXlniXjCswan" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Fudge &#8211; Michael Kiwanuka</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/10/25/fudge-michael-kiwanuka/</link>
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		<pubDate>Sun, 25 Oct 2026 21:02:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Cosa facciamo quando la casa che ci ha protetto per anni diventa troppo comoda? Quando i ricordi non bastano più a indicarci la direzione? È allora che si parte, anche senza sapere dove si arriverà. Se Small Changes era il disco della memoria, dell&#8217;amore come rifugio e dei piccoli momenti capaci di fermare il tempo, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/kiwanuka_fudge.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-53062" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/kiwanuka_fudge-200x200.jpg" alt="kiwanuka_fudge" width="200" height="200" /></a>Cosa facciamo quando la casa che ci ha protetto per anni diventa troppo comoda? Quando i ricordi non bastano più a indicarci la direzione? È allora che si parte, anche senza sapere dove si arriverà. Se <strong><em><a href="https://www.losthighways.it/2024/12/31/small-changes-michael-kiwanuka/" target="_blank">Small Changes</a></em></strong> era il disco della memoria, dell&#8217;amore come rifugio e dei piccoli momenti capaci di fermare il tempo, <strong><em>Fudge</em></strong> è il disco dell&#8217;incertezza. Michael Kiwanuka abbandona il porto sicuro costruito insieme a Danger Mouse e Inflo e si rimete in cammino, alla ricerca di una voce ancora più sua. L&#8217;apertura di <em><strong>Summer Clothes</strong></em> suona come un commiato gentile. Non una rottura rabbiosa, ma il passo di un viandante che lascia una casa amata perché sente il bisogno di vedere cosa c&#8217;è oltre l&#8217;orizzonte. Il suono resta profondamente riconoscibile: soul, folk, psichedelia e archi avvolgenti. Ma c&#8217;è più aria tra le note, più polvere sulle pareti, più vita nelle imperfezioni. Brani come <em><strong>California</strong></em> e <em><strong>Stars</strong> </em>confermano l&#8217;innato talento melodico del songwriter londinese, sospeso tra la spiritualità di Marvin Gaye e il lirismo malinconico di Damon Albarn.Il cuore del disco pulsa però in <em><strong>Love In My Heart</strong></em>, dove Kiwanuka sembra mettere a nudo il nucleo stesso di questa ricerca. Gli archi avvolgenti e il crescendo psichedelico accompagnano una confessione semplice ma disarmante: sapere chi si vuole essere non significa sapere come diventarlo. È il momento in cui <strong><em>Fudge</em></strong> smette di essere soltanto una raccolta di canzoni e diventa il diario di un uomo che prova a ritrovare la propria direzione. Anche i testi cambiano prospettiva. Dove <strong><em>Small Changes</em></strong> trovava conforto nei ricordi, <strong><em>Fudge</em></strong> si confronta con il dubbio. Kiwanuka sembra sapere chi desidera diventare, ma non ancora quale strada percorrere per arrivarci. Ed è proprio questa fragilità a rendere il disco così umano. Ascoltato oggi, dopo l&#8217;ictus che ne ha ritardato l&#8217;uscita, <strong><em>Fudge</em></strong> assume inevitabilmente un significato ulteriore. Ma prima ancora di essere il disco della sopravvivenza, è il disco della ricerca. Di un artista che ha avuto il coraggio di lasciare una formula vincente per inseguire qualcosa di più vero. E mentre auguriamo a Michael Kiwanuka di completare il suo percorso di guarigione, resta una certezza: la vita lo ha messo duramente alla prova, ma non ci ha portato via la bellezza della sua voce né quel raro talento capace di trasformare dubbi e fragilità in pura anima musicale.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Polydor &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Michael Kiwanuka.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Summer Clothes<br />
2. California<br />
3. Just Another Moment<br />
4. Drowning In Your Heart<br />
5. Love In My Heart<br />
6. Across The Sky<br />
7. Stars<br />
8. Move In My Direction<br />
9. You Sent Me Flying<br />
10. Steve&#8217;s Paradise<br />
11. Sing<br />
12. Swings And Roundabouts<br />
13. Etching On The Fourth Side<br />
<span style="color: #971b7a;">Links:</span><a href="https://www.michaelkiwanuka.com/">Official Site</a></p>
<h2>California &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/pzAUHd6ZI7Y?si=V5KMfSLMqFUTbnte" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2>Supporta LostHighways</h2>
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;"><strong>Michael Kiwanuka</strong><em><br />
<strong>Fudge</strong></em></div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://link.amazon/B07bjdHU9"><br />
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</a></p>
</div>
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		<title>Dopamine Chamber &#8211; Fontaines D.C.</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2026 20:15:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;è una linea sottile che attraversa Dublino e collega due epoche apparentemente lontane. Da una parte gli U2 di Achtung Baby e dello Zoo TV Tour, che all&#8217;inizio degli anni Novanta osservavano una società già stordita da televisioni accese ventiquattro ore su ventiquattro, da immagini che si accavallavano fino a perdere significato, da un telecomando &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-53038" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/fontaines-dopamine.jpg-200x200.jpg" alt="fontaines-dopamine.jpg" width="200" height="200" />C&#8217;è una linea sottile che attraversa Dublino e collega due epoche apparentemente lontane. Da una parte gli U2 di <strong><em>Achtung Baby</em></strong> e dello <em><strong>Zoo TV Tour</strong></em>, che all&#8217;inizio degli anni Novanta osservavano una società già stordita da televisioni accese ventiquattro ore su ventiquattro, da immagini che si accavallavano fino a perdere significato, da un telecomando capace di portarti nel giro di pochi secondi da una guerra in diretta a uno spettacolo comico. Dall&#8217;altra i Fontaines D.C., figli di un mondo in cui quel telecomando è scomparso. O peggio: è stato assorbito dentro di noi. Non esiste più il gesto liberatorio di cambiare canale. La trasmissione continua incessante. Scorriamo lo schermo e incontriamo crimini di guerra, pubblicità di farmaci dimagranti, dichiarazioni d&#8217;amore, chatbot, meme, tragedie e gattini. Tutto occupa lo stesso spazio emotivo. Tutto reclama la stessa attenzione. Tutto dura pochi secondi. È dentro questo paesaggio che nasce <strong><em>Dopamine Chamber</em></strong>, il quinto album dei Fontaines D.C., e forse anche il loro lavoro più ambizioso e inquietante. Più che un disco, una stanza. Più che una stanza, un universo mentale. Grian Chatten e compagni costruiscono quello che assomiglia al giardino dei Lotofagi dell&#8217;<em>Odissea</em>, il luogo in cui i viaggiatori smarrivano il desiderio di tornare a casa dopo aver assaggiato il frutto dell&#8217;oblio. Solo che nel XXI secolo il loto ha assunto nuove forme: feed infiniti, algoritmi, identità digitali, promesse di connessione permanente. La <strong><em>Dopamine Chamber</em></strong> diventa così il luogo dove il dolore non viene curato ma anestetizzato, dove il vuoto non viene colmato ma reso sopportabile attraverso una continua successione di stimoli. Lo suggerisce magnificamente <strong><em>One Man</em></strong>, probabilmente il cuore teorico dell&#8217;intero lavoro, quando Chatten canta: <em>&#8220;Dopamine chamber just trying to kill the pain / You can&#8217;t escape the feeling once you&#8217;ve given it a name&#8221;</em>. È una delle intuizioni più profonde del disco. Finché il disagio resta indistinto può essere sommerso dal rumore. Ma una volta che gli dai un nome non puoi più fingere che non esista. Musicalmente i Fontaines D.C. continuano il percorso iniziato con <strong><em>Romance</em></strong>, ma lo spingono molto più avanti. I sintetizzatori diventano architettura, atmosfera, paesaggio. Il post-punk degli esordi sopravvive come una memoria genetica che riaffiora tra le crepe del suono. Si percepiscono echi lontani di New Order, The Cure, Depeche Mode e perfino delle riflessioni tecnologiche di Steven Wilson in <strong><em>The Future Bites</em>,</strong> ma nulla suona come semplice citazione. Sono frammenti assorbiti e ricollocati dentro una nuova geografia emotiva. L&#8217;apertura di <strong><em>Six Shot Morning</em></strong> è già una dichiarazione di intenti. I synth sembrano galleggiare sopra una realtà deformata in cui <em>&#8220;Silicon Valley took a photograph&#8221;</em> e l&#8217;immortalità digitale evocata da <em>&#8220;You and me live for a million years&#8221;</em> assume i contorni di una minaccia più che di una promessa. L&#8217;eternità non è più spirituale. È archiviazione. Poi arriva <strong><em>Marianne</em></strong>, e con lei il vero canto delle sirene del disco. <em>&#8220;I can help you disappear&#8221;</em> viene sussurrato come una carezza, ma dietro quella promessa si nasconde una tentazione oscura. Sparire. Dissolversi. Abbandonarsi. Chatten trasforma la fuga in una forma di seduzione, ricordandoci quanto sia sottile il confine tra salvezza e rinuncia. È una dinamica che attraversa tutto il lavoro. Ogni brano sembra offrire una via d&#8217;uscita che però si rivela un vicolo cieco. Ogni spiraglio di luce nasconde una nuova ombra. I Fontaines mostrano continuamente la speranza ai loro ascoltatori, ma si rifiutano di consegnargliela davvero. E forse hanno ragione. Sarebbe disonesto raccontare una salvezza che nemmeno loro riescono a intravedere. Persino la trascinante <strong><em>Mimesis</em></strong>, con il suo irresistibile motore synth-pop, nasconde sotto la superficie una delle confessioni generazionali più amare del disco: <em>&#8220;Everybody&#8217;s depressed / we&#8217;re running on a wheel&#8221;</em>. Una ruota che gira senza avanzare, perfetta metafora di una società che continua a produrre movimento senza direzione. In questo scenario desolato emerge come un&#8217;apparizione <strong><em>Where Is Gone?</em></strong>, il duetto con Rosalía. Non una semplice collaborazione, ma un incontro tra fantasmi. Le orchestrazioni dal sapore morriconiano, le chitarre spagnole e l&#8217;intrecciarsi delle due voci trasformano il brano in una romantica allucinazione sospesa tra Nick Cave e PJ Harvey, un lento ballo tra le rovine di un mondo che sta dimenticando come amare. Eppure, ciò che rende <strong><em>Dopamine Chamber</em></strong> un disco straordinario non è la sua capacità di diagnosticare il presente. È il modo in cui riesce a farlo senza perdere umanità. Dietro i riferimenti all&#8217;intelligenza artificiale, ai social network, all&#8217;erosione dell&#8217;identità e alla dipendenza da stimoli continui, rimane sempre il battito irregolare di esseri umani che cercano disperatamente una forma di connessione autentica. <strong><em>Intimate</em></strong>, con i suoi riverberi spaziali e il suo senso di inquietudine sospesa, chiude il viaggio senza offrire alcuna catarsi. Non ci sono risposte. Non c&#8217;è redenzione. Solo il rumore bianco di una civiltà che continua a scorrere verso la prossima notifica. Trent&#8217;anni fa gli U2 intuivano che il pericolo fosse l&#8217;incapacità di distinguere la realtà dalla sua rappresentazione mediatica. I Fontaines D.C. raccolgono quella stessa intuizione e la trascinano nell&#8217;era dell&#8217;immersione totale, in un mondo in cui non esiste più alcun telecomando capace di interrompere la trasmissione. <strong><em>Dopamine Chamber</em></strong> è il suono di questa mutazione. Un disco magnifico e perturbante che osserva una generazione mentre confonde la connessione con la vicinanza, la simulazione con il desiderio e l&#8217;algoritmo con il destino. Nel loro personale giardino dei <em>Lotofagi</em>, i Fontaines D.C. ci invitano a guardare in faccia il nostro smarrimento contemporaneo. E nel farlo firmano probabilmente l&#8217;opera più compiuta della loro carriera, confermandosi non solo come una delle band più importanti del nostro tempo, ma come una delle poche ancora capaci di trasformare l&#8217;ansia del presente in poesia.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>XL Recordings – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span></p>
<p>Grian Chatten (voce) – Carlos O&#8217;Connell (chitarra) – Conor Curley (chitarra, tastiere) – Conor Deegan III (basso) – Tom Coll (batteria, percussioni)</p>
<p>Guest: Rosalía (voce in &#8220;Where Is Gone?&#8221;)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Six Shot Morning<br />
2. Marianne<br />
3. Happy For You<br />
4. Demolition<br />
5. Tongue<br />
6. Mimesis<br />
7. One Man<br />
8. Where Is Gone? (feat. Rosalía)<br />
9. You Miss Me<br />
10. Japan<br />
11. Intimate</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><a href="https://fontainesdc.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2>Where Is Gone? &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/JxS3kEhO4zk?si=qYJKcvlDj2BT6NeK" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;">
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;"><strong>Fontaines D.C.</strong><em><br />
<strong>Dopamine Chamber</strong></em></div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://link.amazon/B08kDqkRt"><br />
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</a></p>
</div>
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		<title>Lumina &#8211; C&#8217;mon Tigre</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2026 20:14:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Un caleidoscopio non inventa i colori. Li scompone, li rifrange, li ricompone in figure sempre nuove. Basta una minima rotazione perché ciò che sembrava familiare diventi improvvisamente altro. Da sempre i C&#8217;mon Tigre lavorano in questo spazio di trasformazione, dove musica, immagini, performance e suggestioni culturali provenienti da latitudini differenti si incontrano per generare forme &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-53024" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/CMTL-cover-1024x1024-200x200.jpg" alt="CMTL-cover-1024x1024" width="200" height="200" />Un caleidoscopio non inventa i colori. Li scompone, li rifrange, li ricompone in figure sempre nuove. Basta una minima rotazione perché ciò che sembrava familiare diventi improvvisamente altro. Da sempre i C&#8217;mon Tigre lavorano in questo spazio di trasformazione, dove musica, immagini, performance e suggestioni culturali provenienti da latitudini differenti si incontrano per generare forme imprevedibili. <strong><em>Lumina</em></strong> è forse la sintesi più compiuta di questa visione: un album che fa della luce non soltanto un tema evocativo, ma un vero principio compositivo.  La luce attraversa ogni cosa. Attraversa i suoni, le geografie, le tradizioni e persino il confine sempre più sfumato tra presenza umana e tecnologia. Le tredici tracce che compongono il disco sembrano infatti riflettere frammenti provenienti da mondi lontani, restituendoli sotto forma di una nuova lingua musicale che appartiene soltanto ai C&#8217;mon Tigre. Dopo anni trascorsi a ridefinire continuamente il proprio lessico sonoro, il collettivo compie qui un ulteriore passo in avanti. L&#8217;elettronica non rappresenta più uno degli ingredienti della miscela, ma la sua infrastruttura portante. Sequencer, arpeggiatori e pulsazioni sintetiche diventano il telaio su cui si intrecciano oud, vibrafono, xilofono, violoncello e percussioni, in un dialogo continuo tra materia organica e architettura digitale. Eppure sarebbe riduttivo descrivere <strong><em>Lumina</em></strong> come un disco elettronico. Piuttosto, sembra la reinvenzione contemporanea di un concetto di world music liberato da qualsiasi esotismo. Qui le tradizioni non vengono citate né collezionate come souvenir sonori, ma assorbite all&#8217;interno di una grammatica nuova che guarda alla cultura del club come esperienza comunitaria e rituale. È una musica che invita al movimento senza cercare necessariamente il dancefloor, che pulsa come un organismo collettivo e immagina la pista da ballo come uno spazio di connessione emotiva prima ancora che fisica. In questo senso i C&#8217;mon Tigre possono essere considerati una sorta di risposta italiana agli Animal Collective: entrambi hanno costruito universi sonori in cui l&#8217;organico e l&#8217;elettronico cessano di essere opposti, ma nel caso del collettivo bolognese questa fusione viene ulteriormente spinta verso una dimensione globale, dove jazz, suggestioni afro, strumenti tradizionali, ricerca elettronica e cultura del ritmo convivono all&#8217;interno di una stessa, affascinante visione. Brani come <strong><em>The Beautiful Glitch</em></strong> trasformano l&#8217;errore in possibilità creativa, mentre <strong><em>Driver Idle</em></strong> introduce le sfumature urbane della voce di Perry Maysun senza interrompere il flusso visionario dell&#8217;opera. <strong><em>Nanã</em></strong> e <strong><em>Burukê</em></strong> aprono finestre su orizzonti ancestrali che vengono immediatamente trasfigurati da una sensibilità futuristica. Più avanti, <strong><em>Ceiling Drip Gospel</em></strong> e <strong><em>We Were Here, Technically</em></strong> sembrano interrogarsi sulla memoria, sulla presenza e sul modo in cui la tecnologia modifica la nostra percezione del reale. In questa continua oscillazione tra corporeità e astrazione, i C&#8217;mon Tigre si muovono lungo coordinate che possono richiamare artisti come Bonobo, Floating Points o i Moderat più contemplativi, pur conservando una personalità autonoma e difficilmente assimilabile. La loro forza continua a risiedere proprio nell&#8217;incapacità di fermarsi dentro un genere preciso. Quando si arriva alle atmosfere sospese di <strong><em>Late Checkout</em></strong> e alla chiusura di <strong><em>K//A\K//A</em></strong>, resta la sensazione di aver attraversato un&#8217;installazione sonora più che una semplice raccolta di canzoni. Un luogo in cui la luce diventa linguaggio, il ritmo diventa rito e la tecnologia smette di essere un tema per trasformarsi in parte integrante dell&#8217;esperienza umana. Con <strong><em>Lumina</em></strong>, i C&#8217;mon Tigre continuano a fare ciò che hanno sempre fatto meglio: osservare il mondo attraverso un caleidoscopio e mostrarci figure che non avevamo ancora immaginato.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label:</span> CMT – Distribuzione digitale: Believe Digital – Distribuzione fisica: Modulor – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up:</span><br />
C&#8217;MON TIGRE (voce, chitarra, oud, synths, arpeggiatori, drum machines, produzione) – Marco Frattini (batteria) – Pasquale Mirra (vibrafono, xilofono) – Daniela Savoldi (violoncello) – Beppe Scardino / TYTO (voce, sintetizzatori, campionatore, flauto, synth bass, produzione) – Perry Maysun (voce in &#8220;Driver Idle&#8221;) – Caterina Yuka Sforza (voce in &#8220;Driver Idle&#8221;)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Enter<br />
2. The Beautiful Glitch<br />
3. Vanta<br />
4. Driver Idle<br />
5. Nanã<br />
6. Burukê<br />
7. Sawa<br />
8. Both Sides Of The Moon<br />
9. Riad<br />
10. Ceiling Drip Gospel<br />
11. We Were Here, Technically<br />
12. Late Checkout<br />
13. K//A\K//A</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><a href="https://www.cmontigre.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2>Vanta &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/IZogOf3_KYs?si=Ua7mXItL7USEuieA" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;">
<p><a href="https://link.amazon/B0di7Ywvt" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;"><strong>Fontaines D.C.</strong><em><br />
<strong>Dopamine Chamber</strong></em></div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://link.amazon/B0di7Ywvt"><br />
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</a></p>
</div>
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		<title>People Of The Moon &#8211; Nu Genea</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2026 20:12:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[I salti di scala dei Nu Genea, prima Nu Guinea, dal Golfo di Napoli al Mediterraneo intero, infine alla Luna, non più satellite freddo della terza pietra dal sole, ma falce luminosa che accoglie, sullo sfondo di un cosmo di pesca, l&#8217;umanità multietnica che si rinsalda in una nuova comunità aperta e coesa, nel segno &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Nu-Genea-People-of-the-moon.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-53003" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Nu-Genea-People-of-the-moon-200x200.jpg" alt="Nu Genea - People of the moon" width="200" height="200" /></a>I salti di scala dei Nu Genea, prima Nu Guinea, dal Golfo di Napoli al Mediterraneo intero, infine alla Luna, non più satellite freddo della terza pietra dal sole, ma falce luminosa che accoglie, sullo sfondo di un cosmo di pesca, l&#8217;umanità multietnica che si rinsalda in una nuova comunità aperta e coesa, nel segno del groove. E parte come premendo un interruttore <strong><em>Acelera</em></strong>, scritta assieme all&#8217;andalusa María José Llergo che ne tinge il fraseggio di vibrazioni latine, col suo basso di note glissate e pause ritmate che accende luci stroboscopiche sul dance floor lunare. Qui, come un moderno Tony Manero con la febbre del sabato sera, si fa largo con passo suadente e il suo timbro caldo da crooner piacione Tom Misch, che prende in mano la festa di <em><strong>Onenon</strong></em>, costruita su basso funky che discende dalla linee di Pino D’Angiò, cimentandosi anche in un delicato duetto alla chitarra con tastiere esotiche orientali. Dalle stesse parti si muovono le corde della mandola del maestro Scialdone a spremere il riff elastico di <em><strong>Puleza</strong></em>, invettiva arrabbiata per la voce acuta e potente di Fabiana Martone, protagonista di un quotidiano familiare che opprime con la sua impostazione patrircale che con legge non scritta costringe le donne a determinati compiti e pretende anche di controllarne l&#8217;aspetto suscitando il giustificato grido di insofferenza: &#8220;<em>Nu vestit janco, ma ch&#8217;hê &#8216;a fà? / Chillu russo è attillato / Pure &#8216;a gonna, no, no, no / E mo me manca &#8216;o respiro</em>&#8220;. Sul ritmo tribale che regge i sofferti climax vocali di Fabiana s&#8217;imbastisce anche una trama ascensionale dei sassofoni di Pietro Santangelo e Sergio Dileo, memore di analoghe esplorazioni di Paul McCandless degli Oregon e dei Soft Machine orfani di Wyatt. María José Llergo riprende il microfono per il ritmo di una danza malinconica al tramonto che tinge il groove di <em><strong>Celavì </strong></em>di rimpianto e nostalgia di un tempo perduto: &#8220;<em>Solo el sol hoy me puede encontrar / Yo que sé, solo quiero bailar</em>&#8220;. Ed ecco che nel momento più nero la tristezza viene spazzata via dal ritmo solare e la salutare briosa autoironia di <em><strong>Carè</strong></em>, in cui ancora Fabiana Martone lamenta con spigliata freschezza una invincibile stanchezza, la sensazione di crollare, cadere, dice il titolo partenopeo, però la soluzione talvolta non è lottare contro la caduta ma abbandonarsi ad essa per ritrovare la serenità smarrita: &#8220;<em>Tutt&#8221;e matine se sceta &#8216;stu core / I&#8217; stammatina nun me fido e nun voglio capí / Nun me fido e nun voglio sapé / Nun me fido e me sento &#8216;e cadé</em>&#8220;. <em>La title track</em> <strong>People</strong><em><strong> of the Moon </strong></em>è groove allo stato puro, con bassi pulsanti che allestiscono piattaforme di lancio, percussioni scattanti che battono il ritmo del ballo collettivo affidato all&#8217;incalzante coro femminile in cui militano María José Llergo, Cindy Pooch, Giulia Olivieri e Marika Pignalosa, per regalare la freschezza di cocktail ghiacciati agli assetati. Soffiando nella canna del Mizwad, sorta di cornamusa nordafricana, Marzouk Mejri traccia l&#8217;inciso berbero dell&#8217;accidiosa <em><strong>Ma tu che bbuò</strong></em>, che racconta con la graffiante ironia di Fabiana Martone il dietro le quinte della band: tema perfetto per scrollarsi di dosso seccature e richieste fastidiose. Ancora un pungente sarcasmo, che risale al primo Pino Daniele, arriva con <em><strong>Sciallà</strong></em>, dichiarazione bellicosa, dal ritmo frenetico e forte di un energico fraseggio dei fiati, che promette di spazzare via gli indesiderati in un ritornello senza mezze misure: &#8220;<em>A cchi me vò tuccà, fa capa e mmuro / A cchi me vò scuccià, cade isso sulo</em>&#8220;. <em><strong>Shway Shway</strong></em>, nell&#8217;interpretazione vocale della cantante franco-libanese Celinatique fa da contraltare esotico alle movenze sensuali di <strong><em>Onenon</em></strong>, portandosi dai club patinati alle rive sabbiose di un mare serale caldo e luccicoso, sul quale brillano le note vischiose delle tastiere del duo. La chiusura naviga sulla sponda occidentale dell&#8217;Atlantico verso il ritmo carioca di <strong><em>Ondas Do Mar </em></strong>affidato alle percussioni e la voce sinuosa del brasiliano Gabriel Andrade Do Prado, che guida la danza sulle spiagge di Rio, con un fraseggio di tastiera arpeggiato che sa tanto di anni &#8217;80 e una coda in dissolvenza che lascia immaginare un seguito succulento. Del resto il tour che ha portato i Nu Genea, con un combo mutevole di oltre dieci elementi, sui palchi di tutta l&#8217;Europa per chiudere i battenti alla prestigiosa Roundhouse di Londra ha consacrato una band che dopo la Luna può raggiungere qualsiasi traguardo.</p>
<h2 class="sectionhead" style="text-align: justify;">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span> NG Records &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>María José Llergo (voce) – Luigi Scialdone (basso, chitarra acustica, chitarra elettrica, mandola, mandolina, chitarra dodici corde) – Daniele Labbate (basso) – Matt Maltese (cori) – Federico Romeo (Batteria) – Marcello Giannini (chitarra elettrica) – Ciat Kafeet (effetti ad aria) – Tom Misch (voce, cori, chitarra elettrica) – Sergio Dileo (sassofono tenore) – Massimo Di Lena (sintetizzatori, tastiere, basso, batteria, percussioni, chitarra elettrica) – Fabiana Martone (voce) – Pietro Santangelo (sassofono soprano) – Daniele Bronzini (chitarra elettrica) – Stefano Ortisi (sassofoni) – Cindy Pooch (voce) – Linda Jozefowski (flauto traverso) – Eugène Feygelson (violino) – Giulia Olivieri (voce) – Marilù Martone (voce) – Marika Pignalosa (voce) – Marzouk Mejri (darbouka, mizwad) – Angela Martone (voce) – Céline &#8220;Celinatique&#8221; Khoury (voce) – Marco Castello (chitarra classica) – Gabriel Andrade Do Prado (percussioni, voce) – Lucio Aquilina (sintetizzatori, tastiere, percussioni, cori) – Malu Aliqun (Cuica) – Paolo Bianconcini (percussioni)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>Acelera</li>
<li>Onenon with Tom Misch</li>
<li>Puleza with Fabiana Martone</li>
<li>Celavì with María José Llergo</li>
<li>Carè</li>
<li>People of the Moon</li>
<li>Ma Tu Che Bbuò</li>
<li>Sciallà</li>
<li>Shway Shway with Celinatique</li>
<li>Ondas Do Mar with Gabriel Prado</li>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;"><br />
Link: <a href="https://www.instagram.com/nu_genea/">Instagram</a> <a href="https://www.facebook.com/NuGenea?locale=it_IT">Facebook</a></span><br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/9050w_j1x_k?si=vFIAcHVuy4eIaUE-" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe><br />
<iframe style="border: 0; width: 350px; height: 470px;" src="https://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/album=3140239899/size=large/bgcol=ffffff/linkcol=0687f5/tracklist=false/transparent=true/" width="300" height="150" seamless=""><a href="https://nugenea.bandcamp.com/album/people-of-the-moon">People of the Moon by Nu Genea</a></iframe></p>
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		<item>
		<title>Flame Folclòre &#8211; Cocanha</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/10/12/flame-folclore-cocanha/</link>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 15:19:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Le Cocanha sono Caroline Dufau e Lila Fraysse, voci in polifonia che cantano in lingua occitana, due ragazze agguerrite per le quali la tradizione è solo un pretesto per stabilire un legame con la terra e talune tematiche, ma l&#8217;uso di uno strumento antico quale il chicoten (noto anche come ttun-ttun o salterio a percussione, in &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Cocanha.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52972" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Cocanha-200x200.jpg" alt="Cocanha" width="200" height="200" /></a>Le Cocanha sono Caroline Dufau e Lila Fraysse, voci in polifonia che cantano in lingua occitana, due ragazze agguerrite per le quali la tradizione è solo un pretesto per stabilire un legame con la terra e talune tematiche, ma l&#8217;uso di uno strumento antico quale il chicoten (noto anche come ttun-ttun o salterio a percussione, in uso dal medioevo sui due versanti dei Pirenei), suonato con virtuosa versatilità da entrambe le musiciste, è funzionale al racconto di un presente di forza incontenibile e passione ardente, che abolisce il tradizionale flauto che divagava sui bordoni retti dai bastoncini in favore di un tratteggio melodico tutto vocale. <strong><em>Remenanuèch</em></strong>, agita la notte, in groppa a un bianco destriero, il cui dorso si allunga fino ad accogliere quattro cavalieri in fila nel video surreale e allucinato che accompagna il secondo singolo estratto dell&#8217;album, in cui la tradizione viene strapazzata come in una scorribanda notturna, passando dai bordoni e i fraseggi popolari a contrappunti di vocalità astratte e urla incontrollate di rabbiosa protesta. Il contrabbasso tagliente e fluido di <strong><em>Fòrabanda</em></strong> tende il dialogo a due voci divergenti che si inerpicano con scioltezza sulla più tortuosa delle salite di roccia nuda, accettando la sfida della lotta: &#8220;<em>Tots a París nos sèm trachats / De nòstra paura condicion</em>&#8220;. La cantilena ancestrale di <strong><em>Adissiatz Palhassonaira</em></strong> si dipana tra schiocchi delle dita, tastiere eteree e percussioni esplosive che la trasfigurano in scioglilingua di oscuri incantesimi, con le voci che corrono su due binari diversi a differente velocità, sostando a differenti stazioni, in una girandola spiazzante che ricorda le incursioni tribali di Mariam the Believer col duo Wildbirds &amp; Peacedrums. <strong><em>Clam</em></strong> s&#8217;impenna come conciso hard rock sul tempo martellante, deformando il sound degli strumenti acustici per lanciare le urla punk e liberatorie del duo, che si rincorrono in verticale dai silenziosi sussurri alle vette di acuti primordiali. <strong><em>La Majorana</em></strong> sviluppa un pattern ritmico tribale a rinnovare una danza medievale a due voci inscenando la frenesia di un rito collettivo. <strong><em>Au nòst&#8217; casalòt</em></strong> inizia come un&#8217;allegra filastrocca a due voci ma guadagna con l&#8217;ingresso delle corde appena distorte dei chicoten un aura quasi shoegaze, che incanta con la sua struttura circolare e ipnotica. <strong><em>Diuré tremblar</em></strong> arriva da lontano come una vecchia registrazione antropologica di Alan Lomax per piombare urlando nei violenti slogan vocali di <strong><em>Diuré samsir</em></strong>, da lanciare alla testa di un corteo partecipato e guidare la piazza alla rivolta. <strong><em>A l&#8217;amistat</em></strong> come una partitura perduta tratta da polverosi archivi riprende vita in un canto dapprima sussurrato di chi legge per la prima volta un testo ma se ne impossessa subito portandolo alla luce nella sua pienezza di melodia e struttura armonica. La title track <strong><em>Flame Folclòre</em></strong> ha un frizzante somiglianza che le nostrane villanelle, tradendo la sua origine popolare tradizionale e allo stesso tempo manifestando una presa molto forte sul presente di un ritmo incalzante e proclami politici da lanciare con forza ancora maggiore. <strong><em>Lo mes de mai</em></strong> ha il sapore dei campi coltivati da generazioni di contadini dalla schiena ricurva di fatica, le mani solcate da ruvidi calli, pronti a scrollarsi di dosso dolore e fatica al ritmo di una delicata danza da condurre in piazza tutti insieme col fresco della sera. <strong><em>Jana d&#8217;Aimet</em></strong> scaglia le sue grida infervorate al cielo, tramutandosi nel coro di schiere angeliche, congiunzione mistica con una Natura benigna, con in mente l&#8217;idillio del tema di <em>Mission</em> di Morricone, per un&#8217;umanità che non è più disposta ad accettare con rassegnazione gli eventi e tende le corde di archi pronti a colpire con frecce mortali. Le Cocahna impartiscono la grande lezione che la conoscenza del passato è la miglior guida per affrontare il presente con energica consapevolezza, con una potente musica suonata che non potrà essere spazzata via da nessuna innovazione elettronica né tantomeno dall&#8217;intelligenza artificiale, che intelligenza non è.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Caroline Dufau (voce, chicoten) &#8211; Lila Fraysse (voce, chicoten)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>Remenanuèch</li>
<li>Fòrabanda</li>
<li>Adissiatz Palhassonaira</li>
<li>Clam</li>
<li>La Majorana</li>
<li>Au nòst&#8217; casalòt</li>
<li>Diuré tremblar</li>
<li>Diuré samsir</li>
<li>A l&#8217;amistat</li>
<li>Flame Folclòre</li>
<li>Lo mes de mai</li>
<li>Jana d&#8217;Aimet</li>
</ol>
<p>Link: <a href="https://cocanha.net/">Sito Ufficiale</a><br />
<a href="https://www.facebook.com/cocanha.bal?locale=it_IT">Facebook</a><br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/4ZjLWkvQJ6U?si=RPPnNLHqxCSmZjWm" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe><br />
<iframe style="border: 0; width: 350px; height: 470px;" src="https://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/album=3271830832/size=large/bgcol=ffffff/linkcol=0687f5/tracklist=false/transparent=true/" width="300" height="150" seamless=""><a href="https://cocanha.bandcamp.com/album/flame-folcl-re">Flame Folclòre by Cocanha</a></iframe></p>
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		<item>
		<title>All Clouds Bring Not Rain &#8211; MEMORIALS</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 15:18:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Non tutte le nuvole portano pioggia e la vita stessa può essere una nuvola: titolo di album e prima canzone a comporre una filosofia di vita che il duo dei Memorials declina in un album che allarga l&#8217;orizzonte dell&#8217;esordio senza stravolgere la formula neo-vintage basata sul canto austero e ieratico e gli organi psichedelici di &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Memorials1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52121" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Memorials1-200x200.jpg" alt="Memorials" width="200" height="200" /></a>Non tutte le nuvole portano pioggia e la vita stessa può essere una nuvola: titolo di album e prima canzone a comporre una filosofia di vita che il duo dei Memorials declina in un album che allarga l&#8217;orizzonte dell&#8217;esordio senza stravolgere la formula neo-vintage basata sul canto austero e ieratico e gli organi psichedelici di Verity Susman, assieme al drumming sostenuto e il ritmo travolgente di Matthew Simms, conditi da imprevedibile quanto stuzzicante bizzarria. Così <strong><em>Life Could Be a Cloud</em></strong> si dipana tra evocativi cori ecclesiastici e impennate lisergiche incalzanti e allucinate. Lisergiche come il riff claustrofobico che accompagna le voci eteree di <strong><em>Cut Glass Hammer</em></strong> in cerca di un inno per freaks e apolidi da consumare ai margini più nascosti di un reale abbrutito che ha perso ogni contatto con la magia arcana. <strong><em>I Can&#8217;t See A Rainbow</em></strong> è una sognante ballata, versione sixties e malinconica di <strong><em>Over the rainbow</em></strong>, dall&#8217;incedere cantilenante che si dissolve nella coda danzante che proietta movenze antiche sulle volte di un salone lussuoso e decadente. Le fiamme dell&#8217;inferno risuonano nei tasti d&#8217;organo di <strong><em>Dropped Down The Well</em></strong> con batteria detonante e pulsazioni di basso al limite dell&#8217;arresto cardiaco, sventato solo dal raddoppio salvifico delle voci, per poi perdersi in divagazioni di acida concretezza. Il ritmo eighties di <strong><em>In The Weeds</em></strong> scompagina le carte in tavola con quel basso sintetico e le percussioni robotiche, un ritmo rotto dalla trama sanguinolenta dell&#8217;organo, frutto di una lama assassina che penetra le carni in ascolto, conducendo la musica in luoghi di sinistre e oscure incognite. Ma c&#8217;è anche spazio per una delicata ballata al piano, <strong><em>Reimagined River</em></strong>, che si allaga di gocce d&#8217;organo e luci catartiche. Ci pensa poi il drumming pestato di Simms a gettare le basi di un nuovo groove che mischia jazz, psichedelia e mistero in <strong><em>Mediocre Demon</em></strong> che si inoltra nei fumi variopinti di tastiere rotonde mentre Verity celebra il suo rituale magico come un&#8217;antica fattucchiera che piombi all&#8217;improvviso in una jam dei Greatful dead in acido. Ancora un pattern ritmico di Simms fa da trampolino per l&#8217;acre trama gotica di <strong><em>Bell Miner</em></strong> che pare emergere dalla celluloide di qualche vecchio film horror di Mario Bava e non dispiacerebbe ai romani Neoprimitivi. La tetra e al contempo sognante voce di Nico s&#8217;impossessa della trama dolente di <em><strong>Lemon Trees</strong></em>, che culla e acquieta con appagante dondolio minimalista per poi aprirsi con dolci sferzate e fiati ronzanti in epico ma misurato crescendo che s&#8217;invola nelle sconosciute frequenze del cosmo. Ma si torna sulla Terra per un giro spensierato sulle giostre di <strong><em>Watching The Moon</em></strong>, che omaggia l&#8217;energica cadenza degli Stereolab e raccoglie per strada una filastrocca da cortile da cui balza un assolo di vischiosi raggi laser. E i Velvet Underground &amp; Nico ritornano nella melodia di <strong><em>Wildly Remote</em></strong>, il suo arpeggio circolare e soffuso e la voce dolcissima, scossi dallo strano monologo di un extraterrestre, che conduce il duo nello stiloso club retrò di <strong><em>Holy Invisible</em></strong> con le sue luci guizzanti, i coretti funky, il basso blacxploitation, le chitarre grattuggiate, i riverberi stranianti, gli affondi diabolici della Scuola di Canterbury. Graditissima conferma di un duo talentuoso.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Fire Records &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Matthew Simms (Vocals, Electric Guitar, Acoustic Guitar, Bass, Drums, Percussion, Vibraphone, Autoharp, Trumpet, Piano, Synth) &#8211; Verity Susman (Vocals, Piano, Harpsichord, Tenor Saxophone, Soprano Saxophone, Bass Clarinet, Recorder, Synth)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>Life Could Be a Cloud</li>
<li>Cut Glass Hammer</li>
<li>I Can&#8217;t See A Rainbow</li>
<li>Dropped Down The Well</li>
<li>In The Weeds</li>
<li>Reimagined River</li>
<li>Mediocre Demon</li>
<li>Bell Miner</li>
<li>Lemon Trees</li>
<li>Watching The Moon</li>
<li>Wildly Remote</li>
</ol>
<p>Holy Invisible 04:34Link: <a href="https://memorialsmusic.com/">Sito Ufficiale</a><br />
<a href="https://www.facebook.com/memorialsmusic">Facebook</a><iframe style="border: 0; width: 350px; height: 470px;" src="https://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/album=759653037/size=large/bgcol=ffffff/linkcol=0687f5/tracklist=false/transparent=true/" width="300" height="150" seamless=""><a href="https://memorialsmusic.bandcamp.com/album/all-clouds-bring-not-rain">All Clouds Bring Not Rain by MEMORIALS</a></iframe></p>
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		<title>Terrifying Angels &#8211; Pure Reason Revolution</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/10/04/terrifying-angels-pure-reason-revolution/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2026/10/04/terrifying-angels-pure-reason-revolution/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 12:34:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Esistono album che conquistano per impatto. Altri per stratificazione. Terrifying Angels appartiene a una terza categoria: quella dei dischi che si insinuano lentamente, trasformando la complessità in un&#8217;esperienza sorprendentemente naturale. Dopo le contemplazioni soffuse degli ultimi lavori, i Pure Reason Revolution scelgono di attraversare territori più inquieti. Non appesantiscono il suono, ma ne tendono i nervi. &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52901" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Pure-Reason-Revolution-576x576-200x200.jpg" alt="Pure-Reason-Revolution-576x576" width="200" height="200" />Esistono album che conquistano per impatto. Altri per stratificazione. <strong><em>Terrifying Angels</em></strong> appartiene a una terza categoria: quella dei dischi che si insinuano lentamente, trasformando la complessità in un&#8217;esperienza sorprendentemente naturale. Dopo le contemplazioni soffuse degli ultimi lavori, i Pure Reason Revolution scelgono di attraversare territori più inquieti. Non appesantiscono il suono, ma ne tendono i nervi. Le chitarre fremono sotto la superficie, le ombre si allungano, la luce diventa più incerta. Eppure, nel cuore di questo labirinto continua a battere quella bellezza malinconica che sa trasformare la tensione in melodia, un equilibrio raro che può ricordare il miglior Steven Wilson, ma che appartiene ormai soltanto a loro. Fin dall&#8217;iniziale <em><strong>Spin Like Fire</strong></em>, riff dal sapore grunge e atmosfere cupe vengono continuamente attraversati da aperture luminose, sintetizzatori discreti e dagli intrecci vocali tra Jon Courtney e Annicke Shireen che rappresentano ancora il marchio di fabbrica della band. Come accade nelle opere più riuscite dei Porcupine Tree, il peso e la leggerezza dialogano costantemente, creando un equilibrio fragile ma affascinante. La vera qualità di <strong><em>Terrifying Angels</em></strong> è la gestione dello spazio. In soli sette brani, il gruppo attraversa cinquanta minuti senza mai dare l&#8217;impressione di eccedere o trattenersi. Le composizioni più brevi, come <em><strong>Haywire Heart</strong></em>, funzionano come improvvise scariche di energia, mentre i lunghi brani che occupano il cuore e la coda dell&#8217;album dimostrano una maturità compositiva rara. La <em><strong>title track</strong></em> si sviluppa come una lenta spirale. Basso e batteria alimentano una tensione costante mentre le chitarre oscillano tra forza e sottrazione, evitando ogni tentazione di sovraccaricare il racconto sonoro. Le sue derive psichedeliche evocano tanto la maestosità sospesa dei Pink Floyd quanto certe esplorazioni atmosferiche dei primi Porcupine Tree. È progressive rock nel senso più nobile del termine: dinamico, cinematografico, sempre in movimento. Ancora più ambiziosa è <em><strong>Hold Your Wrath</strong></em>, quasi quindici minuti che alternano paesaggi eterei, melodie immediate e improvvise esplosioni elettriche. Un brano che potrebbe conquistare gli estimatori dell&#8217;ultimo Anathema, grazie a quella capacità di trasformare la malinconia in tensione emotiva, senza mai ricorrere alla pura esibizione tecnica. Tra questi estremi trovano spazio l&#8217;anima quasi stoner di <em><strong>Rumination Ruin</strong></em>, la delicatezza sospesa di <em><strong>Below Radiance</strong></em> e una scrittura che continua a privilegiare il dialogo tra accessibilità e ricerca. Fondamentale anche il lavoro di Bruce Soord in fase di missaggio, una presenza che si percepisce nella limpidezza del suono e che inevitabilmente richiama alcune delle atmosfere care ai suoi The Pineapple Thief. Ma sarebbe riduttivo parlare di <strong><em>Terrifying Angels</em></strong> come di una semplice somma di influenze. Se agli esordi i Pure Reason Revolution sembravano l&#8217;anello di congiunzione tra la psichedelia floydiana, il progressive moderno di Steven Wilson e una sensibilità quasi dream-pop, oggi quella miscela è diventata un linguaggio autonomo. Le ombre, le aperture melodiche, le fughe elettroniche e i momenti più contemplativi convivono con una naturalezza che appartiene soltanto a loro. <strong><em>Terrifying Angels</em></strong> non è un album pesante nel senso tradizionale del termine. È pesante nel modo in cui possono esserlo certi pensieri che ritornano quando il rumore si spegne. Un lavoro che non impressiona per volume o aggressività, ma per equilibrio, profondità e capacità di trasformare la complessità in emozione. I Pure Reason Revolution continuano così la loro seconda giovinezza artistica, dimostrando che l&#8217;evoluzione non passa necessariamente dalla rivoluzione, ma dalla capacità di affinare una voce già riconoscibile fino a renderla ancora più autentica.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>InsideOut Music – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Jon Courtney (voce, chitarre, basso, tastiere, percussioni, produzione) – Annicke Shireen (voce) – Greg Jong (chitarre) – Ravi Kesavaram (batteria) – Mariusz Duda (basso ospite) – Kristoffer Gildenlöw (basso ospite) – Bruce Soord (missaggio)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Spin Like Fire<br />
2. Black-Arrow Acrobats<br />
3. Haywire Heart<br />
4. Terrifying Angels<br />
5. Rumination Ruin<br />
6. Below Radiance<br />
7. Hold Your Wrath</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><a href="&gt;https://www.purereasonrevolutionofficial.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2 class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Spin Like Fire &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/xx_XAc8uk0U?si=3UkzOg-jpTuEChIB" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;">
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>Pure Reason Revolution</strong><em><strong>Terrifying Angels</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://link.amazon/B06A5OVgE" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
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</a></p>
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