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	<title>Lost Highways &#187; Live report</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>Una serata a metà tra l’Inghilterra e gli anni ’60: Roberto Dellera + Rodrigo D’Erasmo @ Kalinka (Carpi, MO) 16/12/11</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 08:37:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katia Arduini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando decidi che il 16 di dicembre ti devi addentrare tra i paesotti delle campagne emiliane il minimo che ti puoi aspettare è che la nebbia ti accompagni per tutto il tragitto. Stranamente però questa sera il cielo è limpido, anche grazie al vento che ha spazzato via tutta la foschia. Tutto calmo, quasi a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/dellera_live010112.jpg" alt="" width="300" height="225" />Quando decidi che il 16 di dicembre ti devi addentrare tra i paesotti delle campagne emiliane il minimo che ti puoi aspettare è che la nebbia ti accompagni per tutto il tragitto. Stranamente però questa sera il cielo è limpido, anche grazie al vento che ha spazzato via tutta la foschia. Tutto calmo, quasi a presagire le sensazioni che andrò a sperimentare più tardi. Così parto alla volta di Carpi per recarmi al Kalinka: stasera mi aspetta un appuntamento con il live di Roberto Dell’Era, accompagnato per l’occasione da Rodrigo D’Erasmo. <strong><em>Colonna sonora originale</em></strong>, l’album solista del bassista degli Afterhours, mi ha innamorata al primo ascolto e non vedo l’ora di scoprire come suona dal vivo. Un set chitarra/violino per portarci per un’ora e mezzo in viaggio tra le suggestioni create dalla musica.<br />
Il primo a salire sul palco è Ed, cantautore modenese che si rifà al sound anni’60 per il suo pop-rock molto british. Un set acustico basso/chitarra per presentare i brani tratti dal suo ultimo Ep, <strong><em>A Quick Goodbye</em></strong>.<br />
Tempo mezz’ora e il palco viene lasciato a Roberto Dell’Era, pronto per portarci a spasso tra le sue canzoni. Il viaggio parte con <strong><em>Il motivo di Sima</em></strong>, singolo scelto per presentare l’album. La ballad romantica ci trasporta tra le atmosfere molto sixties della musica di Dell’Era. L’istrionico artista porta sul palco la sua verve, il suo sound che pesca a piene mani dalle sonorità made in England. D’Erasmo si rivela un spalla perfetta: divertente e affiatato con il collega. Quella di Carpi è la data di rodaggio del tour che porterà Dell’Era in giro per tutta Italia e alcuni piccoli disguidi ci sono, ma il tutto rende lo spettacolo divertente, grazie alla capacità dei due artisti. Il concerto scorre via tra i brani tratti da <strong><em>Colonna sonora originale</em></strong> (<strong><em>The Tim e Tom theme</em></strong>, <strong><em>Le parole</em></strong>, <strong><em>Giorno dopo giorno</em></strong>, <strong><em>Oceano Pacifico blu</em></strong>), tra i quali trova spazio anche la celeberrima <strong><em>Ami lei o ami me?</em></strong>, brano che ci ha fatto conoscere Dell’Era come solista nel 2007. Ci presenta anche <strong><em>Due di noi</em></strong> e <strong><em>Tutti gli uomini del Presidente</em></strong>, brani che fanno parte dell’album <strong><em>I milanesi ammazzano il sabato</em></strong> degli Afterhours. Rodrigo D’Erasmo si alterna al microfono per stupirci con una bellissima cover di un brano degli Os Mutantes, band brasiliana di rock psichedelico famosa negli anni sessanta. Ci regalano anche una cover della splendida <strong><em>Gold day</em></strong> degli Sparklehorse, che va a completare una scaletta davvero ben assortita. Un’ora e mezza durante la quale il pubblico ha sempre avuto un sorriso stampato sulle labbra. Uno spettacolo a metà strada tra il rock e il beat che ha visto l’alternarsi di toni e sonorità proprio come accade nell’album registrato fra Inghilterra e Italia. Uno show che ha dimostrato (se mai ce ne fosse stato bisogno) che Roberto Dell’Era sa il fatto suo, fra l’energia rock e il mondo cantautorale anni ’60. Fludità nel cantato, coesione tra i due artisti sul palco e un Dell’Era che si è dimostrato perfetto nel ruolo di padrone di casa, capace di trasformare per una sera il “Kalika” in un club di Birmingham o Londra. (Foto di Katia Arduini)</p>
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		<title>Una serata emozionante ma non scintillante: Kaki King + The sleeping tree @ Apartamento Hoffman (Conegliano, TV) 06/12/11</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 08:33:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alice Riccato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando la mia amica M. mi ha proposto una serata musicale all’apartamento Hoffman per il concerto di Kaki King le ho detto subito SI. Il locale mi appare molto accogliente anche se illuminato con luci soffuse, tanti cuscini colorati, qualche poltroncina qui e là e di fronte al palco uno spazio dove accomodarsi a gambe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Kaki_King_live010112.jpg" alt="" width="300" height="188" />Quando la mia amica M. mi ha proposto una serata musicale all’apartamento Hoffman per il concerto di Kaki King le ho detto subito SI. Il locale mi appare molto accogliente anche se illuminato con luci soffuse, tanti cuscini colorati, qualche poltroncina qui e là e di fronte al palco uno spazio dove accomodarsi a gambe incrociate. Nell’attesa cantautorato di qualità, che mi ha fatto subito pensare <em>“sono a casa”</em>. Conoscevo quasi per niente la musica di questa chitarrista statunitense, di cui la mia ex coinquilina G. e altri amici mi avevano parlato molto bene.Ad aprire la serata, The sleeping tree, cantautore di Pordenone che a vederlo sembra un folletto di un piccolo boschetto irlandese. Sale sul palco imbracciando la sua chitarra a sei corde nera e un sorriso ritenuto per l’emozione che sia allargherà di lì a poco ma senza mai esplodere. Le sue influenze cantautorali sono fortemente anglo-irlandesi, ma Giulio Causin (questo il suo vero nome) le ha interiorizzate per raccontare le sue storie, in cui chi ascolta può immaginare di fermarsi ad osservare la danza di una foglia autunnale con una tazza di the caldo al profumo di miele tra le mani, simile al calore di un cuore pulsante d’amore che è un’eterna bugia (<strong><em>Love is an eternal lie</em></strong>). The sleeping tree lascia il palco con un inchino pronto a passare da protagonista a spettatore, seduto tra il pubblico trepidante. Qualche minuto di pausa, le tre chitarre sei, sette e dodici sono già pronte ad attenderla; Kaki King sale sul palco. Classe 1974, capelli corti, portamento un po’ mascolino che la fanno sembrare molto più giovane, con una grinta e una disinvoltura immediatamente percettibili.  La prima cosa che salta agli occhi sono le sue mani e in particolare le sue unghie, corte nella mano sinistra e molto lunghe in quella destra, questo le permette di non usare il plettro, per rendere il suono più naturale possibile. Per quasi tutta la prima parte del concerto imbraccia sempre la stessa chitarra, nera a cassa armonica chiusa dal suono tiepido e dalle poche sfumature, quasi a voler far emergere più la sua “bravura tecnica” che non l’anima delle canzoni, dando ampio spazio a molti virtuosismi proponendo brani dai ritmi veloci e poco incisivi. Nella seconda parte del live lo scenario muta completamente, Kaki cambia chitarra quasi ad ogni brano, da <strong><em>Chaos in the castle</em></strong> a <strong><em>Ritual dance</em></strong>, con in mezzo una passeggiata notturna illuminata dai lampioni di San Francisco (<strong><em>Night after sidewalk</em></strong>) concedendosi una capatina in un negozio di dischi aperto a suonare uno dei suoi brani più intensi dal titolo <strong><em>Neanderthal</em></strong>. Alle prime luci dell’alba di questo passeggiare notturno si ha la sensazione di risvegliarsi insieme a Christopher, il coraggioso protagonista di <strong><em>Into the wild</em></strong> sulle note di <strong><em>Doing the</em></strong><em> <strong>wrong thing</strong></em>, (il brano è contenuto nella colonna sonora del film).<br />
Quella del 6 dicembre è stata una serata emozionante ma non scintillante. Uno dei motivi è probabilmente la sua incapacità di coinvolgere adeguatamente il pubblico, forse perché il pubblico stesso e una parte della critica hanno sopravvalutato un po’ la sua musica.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie a Gianluigi per la preziosa collaborazione.</p>
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		<title>Il suono della sua unicità: Giuliano Dottori @ Festinalente (Aversa, NA) 13/01/12</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 08:45:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amalia Dell'Osso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[La musica non è un caso. Certe volte è una scelta, precisa e inequivocabile. Perché sai bene che saprà sorprenderti, e anche se la conosci non la metti dentro ad alcuna equazione della tua normalità. La conosci, come la più imprevedibile delle varianti. Imprevedibilità e non casualità. Non è assolutamente poco per un cantautore. Anzi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/dottori_live010112.jpg" alt="" width="300" height="197" />La musica non è un caso. Certe volte è una scelta, precisa e inequivocabile. Perché sai bene che saprà sorprenderti, e anche se la conosci non la metti dentro ad alcuna equazione della tua normalità. La conosci, come la più imprevedibile delle varianti. Imprevedibilità e non casualità. Non è assolutamente poco per un cantautore. Anzi, è il segreto, la più invidiabile delle alchimie, la più delicata delle combinazioni di causa-effetto.<br />
Giuliano Dottori emoziona. Vogliamo metterla così, semplificando? Emoziona tutte le volte in modo diverso. Lo conosci ma non lo inquadri. Altrimenti lo sminuiresti. Lo daresti per scontato. Invece lo scegli e lo lasci fare. Una sera di gennaio, umida sotto il peso apparente di un cielo gonfio che farà esplodere il suo blu nel domani. In provincia di Caserta, in un localino delizioso come il Festinalente di Aversa, guidato dalla direzione artistica di Nicola Mottola (Il cielo di Bagdad) per alcune serate.<br />
Per il cantautore milanese è appena la seconda tappa di un tour particolare, in solitaria, chitarra e voce.<br />
Lui ha deciso di incontrare il proprio pubblico in una dimensione intima, come se fosse casa. Perché in certi posti si sente a casa. Spoglia le sue canzoni, le lascia scivolare dal cuore alle mani, le lascia sbocciare nella bocca fino a nuovi colori, a nuove architetture di dolcezza e intensità. Un tour che segue il proprio corso parallelamente ad un progetto video che si avvale della collaborazione di <a href="http://www.frammentisimili.it/Foto/Home.html">Claudio Del Monte</a>: un concerto con otto canzoni (tra cui due cover e un inedito) registrato proprio a casa; ogni settimana viene lanciato un brano via <a href="http://www.youtube.com/user/livere">YouTube</a>, esattamente come vi capiterà di ritrovarlo ai concerti.<br />
Pizzica dai suoi due dischi, <strong><em>Lucida</em></strong> (2007) e <strong><em>Temporali e rivoluzioni</em></strong> (2009), e dal suo ep, <strong><em>Fantasmi</em></strong> (2010). Lo fa con la trasparenza degli spiriti puri, dei talenti che non temono la nudità. Qual è la parte più sacra di una canzone? Ecco, durante il suo set acustico forse vi lascia cogliere qualche risposta. Qualche, non tutte.<br />
<strong><em>Silenzi</em></strong>, <strong><em>Chiudi l’emergenza nello specchio</em></strong>, <strong><em>Catene e gioie fragili</em></strong>, <strong><em>Sirene e vampiri</em></strong>, <strong><em>Alibi</em></strong>, <strong><em>Tenerti stretto un ricordo</em></strong>, <strong><em>Nel cuore del vulcano</em></strong>, <strong><em>E’ stato come</em></strong> scorrono fluide, morbide eppure spigolose, come ciò che si mostra in tutta la sua essenza senza farsi del tutto afferrare. E trovano spazio due sapienti cover: <strong><em>Razzi Arpia Inferno e fiamme</em></strong> dei Verdena (<strong><em>Wow</em></strong>, 2011) e la meravigliosa <strong><em>Codex</em></strong> dei Radiohead (<strong><em>The king of Limbs</em></strong>, 2011), particolarmente adatta alle corde di Dottori, tanto da generare un gioco di riflessi tra la sua sensibilità e l’immaginario della band di Oxford. Ancora una volta <strong><em>Lucida </em></strong>si conferma il punto d’origine, lo scrigno delle verità sullo stile, il passato e il futuro di un cantautore come pochi, attualmente.<br />
Nel corso del concerto vengono presentati due inediti, <strong><em>Le vite degli altri</em></strong> e <strong><em>Angelina</em></strong> (titoli provvisori, viene specificato). Due splendide anticipazioni sulle direzioni che stanno seguendo i lavori per il terzo disco. I testi, l’uso della voce sono indizi su cui riflettere e su cui puntare per un nuovo capitolo di una carriera coerente e sempre fedele a quell’intimismo che sa arricchirsi di sguardi nuovi sul mondo intorno.<br />
Il pubblico chiede il bis. Così arriva il momento di <strong><em>Endorfina</em></strong> e <strong><em>Cuore di bue</em></strong>.<br />
Non è mai facile darsi, voce e chitarra, soli. In molti lo fanno. Ma in pochi sanno far brillare la propria <em>unicità</em> incontrando gli altri in una dimensione emozionale.<br />
Guardare Dottori, così padrone del proprio suono, fa pensare alla naturalezza di certi musicisti americani. Lui, proprio lui, al nostro De Gregori dovrebbe piacere molto.<br />
Piano, con tutta la delicatezza e la gentilezza di ogni passo, Dottori saprà andare lontano. E lontano è arrivare a toccare l’anima di chi t’ascolta. (<a href="http://www.losthighways.it/lost-gallery-2/2011/Giuliano%20Dottori%20@%20Festinalente%20%28Aversa,%20NA%29%2013-01-12/">Lost Gallery</a>)</p>
<p style="text-align: justify;">Giuliano Dottori tornerà in Campania giovedì 26 gennaio, al Doria 83 del Vomero (NA), per la precisione. Proseguirà il suo tour toccando Roma (Aleph, il 27) e Firenze (Lo Fai Lo Fi, il 28). E andrà avanti fino e febbraio e marzo, in giro per la Penisola: info al sito ufficiale <a href="www.giulianodottori.it">www.giulianodottori.it</a></p>
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		<title>Reflections: The Cure @ Royal Albert Hall (Londra) 15/11/11</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 16:15:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pasquale Pezzillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[The Cure_ Reflections_Londra, South Kensington_ 6.05 p.m. / 15.11.2011_ Questa volta è diverso. Non è un Martedì come gli altri. Non è un Novembre qualsiasi. E’già buio ma non è affatto tardi. C’è tempo ancora per un sospiro. Ci fermiamo al The Old Goat Tavern. Proprio dove nasce Kensington High Street. A pochi passi dai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/The-Cure-05.jpg" alt="" width="300" height="225" />The Cure_ Reflections_Londra, South Kensington_ 6.05 p.m. / 15.11.2011_<br />
Questa volta è diverso. Non è un Martedì come gli altri. Non è un Novembre qualsiasi. E’già buio ma non è affatto tardi. C’è tempo ancora per un sospiro. Ci fermiamo al The Old Goat Tavern. Proprio dove nasce Kensington High Street. A pochi passi dai Gardens ed Hyde Park. Una volta fuori, proseguendo verso Kensington Gore, veniamo naturalmente fagocitati dal tessuto urbano. Pochissimi minuti ed eccoci simmetricamente immersi nell’elemento. Da una parte, furoreggia illuminato a giorno all’interno dei Giardini Reali, l’Albert Memorial. Maestoso monumento neogotico fatto erigere in testimonianza di Alberto di Sassonia. Dall’altra, seduce senza sforzo alcuno, la suggestiva Royal Albert Hall of Arts and Sciences. Una fra le più incantevoli sale concerti dell’intero pianeta. La capienza è tale da poter ospitare circa 5.500 persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Eccoci. Finalmente.<br />
Alle 7.30 p.m. in punto i Cure terranno un live show molto atteso. Unica data in Europa. Londra.Un vero e proprio omaggio. Dedicato e rivolto a quei sostenitori intramontabili, agli innamorati di sempre.<br />
I tagliandi per questo mirabile evento sono andati venduti in poco meno di 3 minuti. On line. Tutto esaurito.  In ogni ordine di posto. Eppure ci siamo. Assolutamente assorbiti. Tra i fortunatissimi. Dalla delicata grazia del grande avvenimento.<br />
Gli individui intorno, seriosi e composti, guadagnano l’ingresso. Biglietto alla mano, seguiamo le indicazioni precise su di esso riportate. Door 9 &#8211; Stalls L &#8211; Row 9 &#8211; Seat 116.<br />
Impossibile non farsi ammaliare dal corridoio che conduce all’atrio dell’auditorium.<br />
Fanno mostra di sé le fotografie, epigrafate e in cornice, di tutti i più grandi artisti cui si possa pensare.<br />
Una volta dentro, l’impatto è devastante. Immanenza perpetua. Un senso di vertigine misto a distensione e pace. Il tipico vivo brusio, la meraviglia sgranata, si compiacciono vicendevolmente. Nei commenti entusiastici. In “Wow” sospinti da trepidazione.<br />
Il palco è scarno e dannatamente scheletrico. Sullo sfondo trionfa il celeberrimo organo della RAH. Il secondo fra i più grandi del mondo.<br />
I Cure eseguiranno integralmente i loro primi tre lavori. Seguiranno filologicamente tutto il corso del primo triennio di attività. Dal 1979 al 1981. Utilizzeranno amplificazione, strumentazione e scenografia distinte. Per appartenenza e riferimento alle succitate epoche. Alle diversificate line up dei tre specifici periodi in questione. La scaletta del concerto è evidentemente nota. Ricalcherà compiutamente la selezione ordinata delle tracce presenti sui tre Album.<br />
Pertanto, per<em><strong> Three Imaginary Boys</strong></em> [1979], salirà sul palcoscenico la primissima formazione. “The Cure Trio” &gt; Robert Smith:  Vocals &amp; Guitar / Simon Gallup: Bass / Jason Cooper: Drums.<br />
Per <em><strong>Seventeen Seconds</strong></em> [1980], “The Cure Quartet”  &gt;  Robert Smith: Vocals &amp; Guitar / Simon Gallup: Bass / Jason Cooper: Drums / Roger O&#8217;Donnell: Keys.<br />
In fine, per <em><strong>Faith</strong></em> [1981], “The Cure Quintet” &gt; Robert Smith: Vocals &amp; Guitar / Simon Gallup: Bass / Jason Cooper: Drums / Roger O&#8217;Donnell: Keys &amp; Percussion / Laurence Tolhurst: Keys &amp; Percussion.<br />
Previsti “Encore Set” del periodo.<br />
I Cure avevano già preparato i fans ad esperienze propedeutiche. Basti ricordare la magnifica doppia data al Tempodrom di Berlino. 11 e 12 Novembre 2002. Assolsero allora perfettamente la cosiddetta “Trilogia”. Suonando rispettivamente tutto <em><strong>Pornography</strong></em> [1982], <em><strong>Disintegration</strong></em> [1989] e <em><strong>Bloodflowers</strong></em> [2000].<br />
Ma questa volta è davvero diverso. Non è proprio un “concerto” come tutti gli altri. Lo percepiamo. E pensiamo. “Per riproporre il primo disco, a più di 30 anni di distanza, ci vuole fegato. Ci deve essere una coerenza disarmante. Immaginare di identificarsi ancora nei contenuti, non solo musicali, di quando si aveva 20 anni. Cantarli ed interpretarli con travolgente sentimento a 52”. Ma queste sono solo “irrilevanti” disquisizioni fra noi. Perché ad un certo punto le luci sempre più soffuse si spengono. Il buio aiuta. Ci si sveste dell’habitus da “teatro” e si comincia a rabbrividire.<br />
Urla, applausi, fischi, ululati. Fermento puro. Tutti in piedi. Boato quando Smith, Gallup e Cooper raggiungono il palco. Sono davvero in tre. Impossibile crederci. Proprio come 32 anni fa*.<br />
Smith al microfono spende solo queste parole: “Questo è il 1979”.<br />
Attaccano <em><strong>10:15 Saturday Night</strong></em>. Una violenta energia. Esecuzione impeccabile. Suono cristallino.  Essenziale. Una cattiveria impressionante. Voce intramontabile. Una vera macchina del tempo. Nessuna altra parola. Finisce una canzone, ne comincia un’altra. In perfetta collocazione discografica. Nessun dettaglio tralasciato. Da <strong><em>Foxy Lady</em></strong> di Hendrix a <em>The Weedy Burton</em>, ghost track dell’edizione originale di <em><strong>Three Imaginary Boys</strong></em> datata 5 Maggio 1979.</p>
<p style="text-align: justify;">Pausa.<br />
Dopo circa 40 minuti di set. Si riaccendono le luci in sala. Ci si muove per una pinta o per guadagnare i servizi. Incrociando gli sguardi ancora attoniti (appare quasi irriverente parlare) ci si rende conto di aver assistito a qualcosa di irripetibile. Dalla propria stanzetta, consumando cassette su cassette, alla Royal Albert Hall. Ad ascoltare – ipnotizzati &#8211; un album pazzesco.<br />
E’ oramai passato qualche minuto. Ci si riversa sui posti riservati. Personalmente, <strong><em>Subway Song</em></strong> continua a tormentarmi. <em><strong>Seven Nation Army</strong></em> dei White Stripes, oggi lo confermo più che mai, è un suo puro plagio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ennesimo ingresso della band. Questa volta in quattro. O’Donnell è già in posizione dietro la tastiera. Questo set presenta luci più dure ed un effetto fumo persistente. Ovviamente la prima è <strong><em>A Reflection</em></strong>. Canzone “istituzionale” che suggerisce il titolo all’intero spettacolo. <em>Play For Today</em> con tutta la RAH che fa il coro è indescrivibile. <strong><em>Secrets</em></strong>, <em><strong>In Your House</strong></em>, <strong><em>Three</em></strong>, sembrano un corpo unico.  I tessuti sonori sono infallibili.  Mentre sta per finire<em><strong> The Final Sound</strong></em> in molti sappiamo già cosa sta per accadere.<br />
Siamo di fronte alla realizzazione di un sogno. Difficile da spiegare cosa significhi ascoltare <em><strong>A Forest</strong></em> fra <strong><em>The Final Sound</em></strong> ed<strong><em> M</em></strong>. Come un singhiozzo sordo. Una pura specie di malinconia. Ti passano davanti significative “polaroid”. <strong><em>At Night</em></strong> un vero capolavoro. Chitarra dissonante e basso distorto si rispondono come sempre. Si trovano. Il ritmo cadenzato e batodico non varia mai. A questo punto lo show ha davvero toccato l’akme. Quando Smith canta “Someone has to be there” c’è solo poesia.<br />
Davvero l’oscurità che respira. Tutti danzano in un proprio soliloquio interiore. Spettacolare. Il punto è che qui non si tratta di ascoltare soltanto le canzoni di una band che ami. Qui c’è molto di più. Il coinvolgimento è complessamente autobiografico per la maggior parte dei presenti. Lo si può toccare. Si vedono lacrime scorrere. Ghigni sofferti e liberazione.<br />
<strong><em>Seventeen Seconds</em></strong> viene annunciata. E’ la linea di mezzo di questo intimissimo viaggio.<br />
Questo secondo atto è un abisso metafisico. Una linea profondissima tiene insieme tutta l’esecuzione.<br />
Visibilio commosso.</p>
<p style="text-align: justify;">Seconda pausa.<br />
“Queste luci non ci volevano proprio”. Siamo tutti smascherati. Non sono sicuro che una pinta possa bastare. Tutto troppo carico. Un concentrato denso di violenza, energia, delicatezza e versi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco arriva il fosco e primitivo momento. Ulteriore ingresso dei “Cinque” Cure. Il pubblico non ha ancora propriamente raggiunto i posti. C’è anche Tolhurst. Particolarissimo e sinistro personaggio. Membro fondatore dei Cure dal 1976 e batterista, percussionista, tastierista, fino alla fine degli anni 80. Riappare con Smith e soci nuovamente per il Vivid LIVE. Un festival musicale che si è tenuto il 31 Maggio e  il 1 Giugno 2011 al Sydney Opera House. Quella è stata la prima vera cornice all’interno della quale la filologia &#8220;The Cure &#8211; Reflections&#8221; sia stata mai eseguita.<br />
E’ il momento del 1981. Quindi di <em><strong>Faith</strong></em>. Album tenebroso. <em><strong>The Holy Hour</strong></em> ne è immagine perfetta. Quanto è difficile “attaccare” con un pezzo così? Subito dopo <strong><em>Primary</em></strong>. Uptime convulsivo e potente. Uno fra i pezzi più ricorrenti nei live dei Cure. <em><strong>All Cats Are Grey</strong></em> è maestosità. Quell’organo sullo sfondo. Nebbia fitta sul palco. Luce cobalto penetrante. Smith, come in <strong><em>The Funeral Party</em></strong>, canta soltanto. Non capita sovente. E quando succede, si sente profondamente. Linee come “I never thought that I would find myself [...] In the death cell a single note rings on and on”, quasi spaventano. La conclusione dell’esecuzione è affidata a <strong><em>Tolhurst</em></strong>. Note gravissime di pianoforte riverberato. Un tripudio. Contrastato freneticamente da <strong><em>Doubt</em></strong>.<br />
La soffertissima <em><strong>The Drowning Man</strong></em> nei suoi quasi sei minuti di alienazione ritmica e poi <em><strong>Faith</strong></em>. La pagina emotiva di <em><strong>Faith</strong></em> è un dono tra i più delicati. Poco meno di Sette minuti dilatatissimi. Uno squarcio di eternità per i fans.  Questa canzone è un inno. Sin dal suo primo verso. Fin dentro gli argini di ogni strofa. “Catch me if I fall / I&#8217;m losing hold / I can&#8217;t just carry on this way /And every time / I turn away / Lose another blind game /The idea of perfection holds me / Suddenly I see you change / Everything at once / The same / But the mountain never moves / [...] I went away alone / With nothing left / But Faith”. La chiusura è rituale. Un lento implodere fino all’ultimo sospiratissimo colpo di cassa.<br />
Restiamo tutti ammutoliti. E’ il ringraziamento composto, autentico e coinvolto di Smith che ci sveglia dal vagheggiamento. Meraviglioso. Non bastano certo tutti gli applausi. E’ una standing ovation colossale. Totale ammirazione. Non vorremmo lasciarli andare. Il terzo atto è concluso. Euforia.</p>
<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/the-cure-6.jpg" alt="" width="300" height="225" />Non è ancora finita.</p>
<p style="text-align: justify;">La pausa non è più lunga delle altre. I Cure rientreranno per ben tre volte ancora. Per un totale di 14 brani suppletivi. Eseguendo B-Sides e rarità assolute. Pescando dal “<strong><em>D-Day Demos</em></strong>” del 1977 canzoni come <em><strong>World War</strong></em>. Dal singolo <strong><em>Boys Don’t Cry</em></strong> del 1979 il lato B <em><strong>Plastic Passion</strong></em>. Passando a setaccio tutti i possibili retro 7” del 1981! <strong><em>Descent</em></strong>, <strong><em>Charlotte Sometimes</em></strong> ed ancora il suo lato B <em><strong>Splintered In Her Head</strong></em>.<br />
Lo stesso Robert Smith grattandosi il capo ammetterà di averci pensato tutta mattina. “Quale altro pezzo posso recuperare dal favoloso 1981 per lo spettacolo di questa sera?” Continuando fino a <em><strong>The Hanging Garden</strong></em> di <em><strong>Pornography</strong></em>. L’ultimo Encore, fra luci accese e una RAH in festa, è dedicato al 1983. Anno di <em><strong>Japanese Whispers</strong></em>. Le tracce estratte sono <em><strong>Let’s Go To Bed</strong></em>, <em><strong>The Walk</strong></em> e <em><strong>The Lovecats</strong></em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono le 11 p.m. passate!</p>
<p style="text-align: justify;">Circa tre ore effettive di spettacolo. Incredibile. L’affetto del pubblico è impressionante. I Cure ringraziano con visibile animo. L’entusiasmo è alle stelle. Una esperienza incommensurabile. La suggestione e la magia del luogo concorrono ulteriormente a segnare un solco profondo nella  nostra curva di esperienza. Scorgiamo Tim Burton allontanarsi verso l’uscita. Diamo un ultimo sguardo alla Hall che si sveste. E’ davvero splendida. Imponente. Nobile. Abbiamo appuntamento fuori con Jason Howes ed altri amici londinesi.<br />
Ingorgo intenso nell’atrio. Quasi impossibile buttare un occhio al Merchandising. Tutto saturo. Non fa freddo. Prenderemo da bere, poi un cab. Non ci sarà molto da dire sull’evento al quale abbiamo assistito. Ne usciamo consapevolmente travolti. La bravura tecnica di Smith alla chitarra è sconvolgente.I suoni perfetti. Gallup una furia. I Cure restano una Band di riferimento assoluto. E’ stato come ritornare al futuro. Hanno suonato con una foga insolente, sfacciata. Sfrontatissimi ed attuali. Coerenti e raffinatissimi.<br />
C’è ancora molto da chiedere. Molto da imparare. Come vedere Wagner da vivo. Siamo stati maledettamente fortunati stasera. Non è ancora mezzanotte. E’ ancora Martedì. 15 novembre 2011.<br />
Non è un martedì come gli altri.<br />
Non è un Novembre qualsiasi.<br />
“Rifletteteci”.</p>
<p style="text-align: justify;">Note_<br />
*La formazione originaria che ha partecipato alla registrazione di Three Imaginary Boys del 1979 era così composta: Robert Smith: Voce e Chitarra / Michael Dempsey: Basso / Lol Tolhurst: Batteria.</p>
<p style="text-align: justify;">Scaletta_The Cure &#8211; Reflections_<br />
15.11.2011_RAH_London_<br />
A]<br />
ThreeImaginaryBoys_ 5 Maggio 1979_<br />
1. 10:15 Saturday Night<br />
2. Accuracy<br />
3. Grinding Halt<br />
4. Another Day<br />
5. Object<br />
6. Subway Song<br />
7. Foxy Lady<br />
8. Meathook<br />
9. So What<br />
10. Fire In Cairo<br />
11. It&#8217;s Not You<br />
12. Three Imaginary Boys<br />
13. The Weedy Burton</p>
<p style="text-align: justify;">B]<br />
SeventeenSeconds_ 22 Aprile 1980_<br />
14. A Reflection<br />
15. Play For Today<br />
16. Secrets<br />
17. In Your House<br />
18. Three<br />
19. The Final Sound<br />
20. A Forest<br />
21. M<br />
22. At Night<br />
23. Seventeen Seconds</p>
<p style="text-align: justify;">C]<br />
Faith_ 14 aprile 1981_<br />
24. The Holy Hour<br />
25. Primary<br />
26. Other Voices<br />
27. All Cats Are Grey<br />
28. The Funeral Party<br />
29. Doubt<br />
30. The Drowning Man<br />
31. Faith</p>
<p style="text-align: justify;">1] ENCORE</p>
<p style="text-align: justify;">1. World War  [D-Day’s Demo, 1977]<br />
2. I&#8217;m Cold  [7”- Lato B di Jumping Someone Else’s Train, 1979]<br />
3. Plastic Passion  [7” - Lato B di Boys Don’t Cry, 1979]                                                                                                     4. Boys Don&#8217;t Cry [7” - Giugno 1979]<br />
5. Killing An Arab [7” - Dicembre 1978]<br />
6. Jumping Someone Else&#8217;s Train [7” - Novembre 1979]<br />
7. Another Journey By Train [7”- Lato B di A Forest, Aprile 1980]</p>
<p style="text-align: justify;">2] ENCORE</p>
<p style="text-align: justify;">1. Descent [7” - Lato B di Primary, Maggio 1981]<br />
2. Splintered In Her Head [7” - Lato B di Charlotte Sometimes, Ottobre 1981]<br />
3. Charlotte Sometimes<br />
4. The Hanging Garden  [7” - A Single, Luglio 1982]</p>
<p style="text-align: justify;">3] ENCORE</p>
<p style="text-align: justify;">1. Let&#8217;s Go To Bed [Single da Japanise Whispers, Novembre 1982/ Luglio 1983]<br />
2. The Walk [Single da Japanese Wispers, Luglio 1983]<br />
3. The Lovecats [Single da Japanise Wispers, Ottobre 1983]</p>
<p style="text-align: justify;">(Foto di Roberta Accettulli)</p>
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		<title>La forza dell&#8217;immagine vera: Verdena @ Vox Club, Nonantola (MO) 07/12/11</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 09:47:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuele Gessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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		<description><![CDATA[La domenica mattina è fatta per pensare, specialmente se gli occhi si aprono inspiegabilmente alle 6.30. Piuttosto che maledirsi per questa non voluta levataccia, meglio impiegare il tempo in modo proficuo: pensare. Ancora nel letto, tra uno sbadiglio ed un braccio intorpidito, la mente corre verso l&#8217;ultimo pensiero della sera precedente, in questo caso alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/verdena_live121101-300x207.jpg" alt="" width="300" height="207" />La domenica mattina è fatta per pensare, specialmente se gli occhi si aprono inspiegabilmente alle 6.30. Piuttosto che maledirsi per questa non voluta levataccia, meglio impiegare il tempo in modo proficuo: pensare.<br />
Ancora nel letto, tra uno sbadiglio ed un braccio intorpidito, la mente corre verso l&#8217;ultimo pensiero della sera precedente, in questo caso alle ultime note ascoltate. La voce di Alberto Ferrari cantava <strong><em>Scegli me</em></strong> attraverso un video su YouTube; qualche sera fa, invece, i Verdena suonavano dal vivo al Vox Club di Nonantola.<br />
I concerti nei paesi di provincia hanno sempre un fascino particolare: il viaggio, la nebbia, le strade deserte, il giungere, essere insieme a tanta gente che è arrivata “in” un luogo ed “intorno” ad una musica. Strano e diverso rispetto alla più consumistica città dove tutto è a portata di mano, o al massimo, di qualche passo.<br />
In una società nella quale i cinquantenni vengono considerati giovani, io mi ritengo un pivellino, ma allora mi chiedo cos&#8217;ero ai tempi in cui mi avvicinavo ai primi concerti live, nei primi anni 2000.<br />
Tra le primissime band che incontrai, guardando dal basso verso l&#8217;alto del palco, c&#8217;erano proprio i Verdena, allora giovanissimi (pivelli pure loro). Mi affascinavano tantissimo, incarnavano tutto quel furore giovanile senza capo né coda, senza motivo, senza perchè, issato in aria da tante mani sudate durante un concerto. Tutto questo erano Alberto, Luca e Roberta: quasi dei fratelli per il giovane pubblico, perchè la musica ad una certa età può essere più familiare di chi condivide con te un tetto ed ogni pasto della giornata. Ricordo la rabbia, l&#8217;energia da sfogare con salti ed urli. La musica, non c&#8217;era altro in quel momento (oltre al pensiero di “difendere” le amiche e la morosa dalle troppe spinte e gomitate dei più esagitati ai quali si rispondeva con la stessa moneta). Momenti sordi nel sentire. Anche questo molto strano, difficile da spiegare ma cicatrizzato nei ricordi migliori.<br />
La sera del 7 Dicembre 2011 le cose erano diverse, ovviamente, anche la musica. Sempre loro e sempre diversi: anche chi li critica non può che accorgersi del viaggio parallelo di coerenza e creatività presente nella musica dei Verdena. Molti album, ep, brani pubblicati qua e là, sempre mutevoli, spiazzanti. Tutto ciò fa sì che un attuale concerto della band bergamasca risulti come un pattern schizoide, di quelle immagini che solo fissandole in un punto preciso dopo qualche secondo riesci a riconoscere una figura precisa, come per magia. Il punto da fissare in quella serata è stato il momento in cui Alberto ha smesso di suonare, è letteralmente schizzato: ha scosso la testa, ha lasciato cadere a terra la chitarra acustica, l&#8217;ha calciata, ha urlato verso i fonici, ha lanciato l&#8217;asciugamano, ha preso a calci altre cose dietro alla batteria di Luca e se ne è andato, <img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/verdena_live121103-207x300.jpg" alt="" width="207" height="300" />mentre Roberta sorrideva. Quello è il punto da fissare. Ricordo scene analoghe in passato (per intenderci, quando erano pivelli). Un po&#8217; è indubbiamente questione di carattere, ma c&#8217;è un&#8217;enorme differenza. Se prima, come ho detto, i Verdena incarnavano l&#8217;energia dei più giovani in ogni più cretina manifestazione, ora Alberto, Luca e Roberta sono cresciuti umanamente ed artisticamente, il pubblico è diverso. Di fronte al fatto di assistere si impone una riflessione. Ci sono i musicisti e gli artisti: due categorie estremamente differenti che a loro volta si dividono ulteriormente in base ai loro comportamenti. I primi prediligono la performance, possono incazzarsi per svariati motivi ma tentano sempre di “portare a casa” la serata; i secondi, e credo che Alberto rientri in questa categoria, non sempre si trattengono, perchè nel momento in cui sono sul palco, questi non vivono per la musica, ma è la musica che vive per loro. E credetemi, la differenza si nota.<br />
Tanti brani dall&#8217;enorme e complesso <strong><em>WOW</em></strong> (<strong><em>Le scarpe volanti</em></strong>, <strong><em>Il nulla di O.</em></strong>, <strong><em>E&#8217; solo lunedì</em></strong>, <strong><em>Badea Blues</em></strong>, <strong><em>Nuova luce</em></strong>, <strong><em>Lui gareggia</em></strong>, <strong><em>Scegli me</em></strong>, <strong><em>Miglioramento</em></strong>, <strong><em>Loniterp</em></strong>), molti altri da <strong><em>Requiem</em></strong> (<strong><em>Non prendere l&#8217;Acme, Eugenio</em></strong>, <strong><em>Caños</em></strong>, <strong><em>Don Calisto</em></strong>), qualcosa, forse poco, da <strong><em>Il suicidio del samurai</em></strong> (<strong><em>40 secondi di niente</em></strong>, <strong><em>Logorrea</em></strong>, <strong><em>Elefante</em></strong>), un brano dal primissimo ed omonimo <strong><em>Verdena</em></strong> (<strong><em>Dentro Sharon</em></strong>) e pure brani un po&#8217; più nascosti (tra i quali la bellissima <strong><em>Il tramonto degli stupidi</em></strong>).<br />
Un concerto potente, come sempre spinto dalla precisa forza di Luca alla batteria e Roberta al basso, fondamentali ed enormemente cresciuti negli anni. Specialmente per i brani dall&#8217;ultimo album, la presenza di Omid Jazi (sintetizzatore, chitarra e cori) offre quell&#8217;avvolgente suono pieno che caratterizza gli ultimi Verdena.<br />
E&#8217; un piacere ritrovare una band a distanza di tanto tempo, vederla cambiata, cresciuta senza paura, e non aggrappata ad un solo target di pubblico. E’ bello immergersi, proprio grazie alla prova live, nella bellezza di un disco come <strong><em>WOW</em></strong>, e sentirsi battuti da una “marea che ha coperto le nostre teste”, torbida come i nostri pensieri cui solo la musica può dare un senso. (Foto di Emanuele Gessi)</p>
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		<title>Un artista unico: Mauro Ermanno Giovanardi @ Fuori Orario Taneto di Gattatico (RE) 12/11/11</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 08:57:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katia Arduini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci sono posti che hanno un alone di magia, che si portano dietro ricordi e il Fuori Orario è sicuramente uno di questi per quanto mi riguarda. Ogni volta che ci entro mi assalgono una marea di emozioni, come se un pezzo di cuore rimanesse davanti a quel palco dopo ogni concerto. E questa volta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/giovanardi_live011111.jpg" alt="" width="300" height="225" />Ci sono posti che hanno un alone di magia, che si portano dietro ricordi e il Fuori Orario è sicuramente uno di questi per quanto mi riguarda. Ogni volta che ci entro mi assalgono una marea di emozioni, come se un pezzo di cuore rimanesse davanti a quel palco dopo ogni concerto. E questa volta il cuore ce l’ho lasciato per un artista davvero unico, che sa emozionare come pochi: Mauro Ermanno Giovanardi.<br />
Ricordo la prima volta che l’ho visto dal vivo: era il 2003, ToraTora Festival in quel di Castelnovo Monti. Un vento gelido ci teneva compagnia. Giovanardi era con i La Crus, seduto su uno sgabello al centro del palco stretto nel suo giubbino di pelle nera. La sua voce era riuscita a scaldare la platea.<br />
Questa volta sarà da solo, senza quel Cesare Malfatti che per tanti anni ha formato con lui una delle band più valide in circolazione. Alle 23 sale sul palco per regalarci quasi due ore di emozioni. Parte col brano <strong><em>Se perdo anche te</em></strong> (cover di Gianni Morandi), tratto dal suo ultimo lavoro in studio <strong><em>Ho sognato troppo l’altra notte?</em></strong>. Un album incantevole, per certi versi anche magico, che stasera dal palco riversa tutta la sua bellezza sul pubblico. Parla d’amore Giovanardi, di quell’amore sensuale, delle sue tentazioni (<em><strong>Il diavolo</strong></em>, proposta in coppia con Violante Placido, che tornerà con lui per proporre il brano dell’Equipe 84 <em><strong>Bang Bang</strong></em>), dell’amore che anche se “non la cerco e dovunque la trovo, è parola di vento e bagliore” (<em><strong>Desiò</strong></em>). Dal vivo Joe dimostra di essere un artista eccezionale, che con la sua raffinatezza riesce a far rivivere i grandi cantautori reinterpretando brani come <em><strong>Inverno</strong></em> di Fabrizio De Andrè o<strong> </strong><em><strong>Io sono uno</strong></em> di Tenco, e con i suoi pezzi crea una linea di congiunzione, come se avesse rubato un po’ di quell’epoca per farcene dono. Con la sua musica senza tempo, con la sua voce calda e avvolgente incanta la platea. Passa con naturalezza da Cristina Donà, con una splendida interpretazione della sua <em><strong>Stelle buone</strong></em><em>,</em> a Demetrio Stratos presentando <strong>Chi mi aiuterà</strong> dei Ribelli, dai Non voglio che Clara (<strong>Le paure</strong>) a Patty Pravo (<em><strong>Se perdo te</strong></em>). In mezzo tanta poesia scaturita da brani come <em><strong>Un garofano nero</strong></em><em>, </em><em><strong>Testamento d’amore</strong></em><em>, </em><em><strong>Ricordare, Cuore a nudo</strong></em>. Brani che coprono quasi vent’anni di musica e di intensità regalate sempre con estrema maestria. Non può mancare <em><strong>Io confesso</strong></em>, presentato all’ultimo Festival di Sanremo e che ha rappresentato una sorta di chiusura di un ciclo. Il pubblico si innamora di Joe, del suo modo di muoversi, del suo sguardo rivolto chissà dove, come se stesse fissando qualcosa che solo lui può vedere, tanto da costringerlo a rientrare sul palco quattro volte. Il finale non può che essere affidato a <em><strong>Il vino</strong></em>, brano dei La Crus.<br />
Due ore che volano, che ti lasciano in bocca quel sapore che solo la Buona Musica può donare. Uno spettacolo offerto da un artista come pochi, di quelli che meriterebbero sicuramente molta più attenzione di quella che riescono ad ottenere. (Foto di Katia Arduini)</p>
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		<title>Una sospensione magica: Fleet Foxes @ Atlantico Live (RM) 17-11-11</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 16:37:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amalia Dell'Osso</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono band che arrivano al pubblico in maniera diretta, con la forza del talento, con il fervore delle composizioni, con l’intensità dei testi, con la dote rarissima dell’insieme. Sì, parlo di insieme. E chiamo in causa una serie di aggettivi di alto livello: armonioso, coeso, raro, unico, suggestivo. Di alto livello perché parlo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/fleet-foxes_live011111.jpg" alt="" width="300" height="212" />Ci sono band che arrivano al pubblico in maniera diretta, con la forza del talento, con il fervore delle composizioni, con l’intensità dei testi, con la dote rarissima dell’insieme. Sì, parlo di insieme. E chiamo in causa una serie di aggettivi di alto livello: armonioso, coeso, raro, unico, suggestivo. Di alto livello perché parlo di un gruppo che fa canzoni, e averne a proprio riguardo non è da poco. Tutto qui.<br />
Ci sono band che muovono i primi passi e attirano l’attenzione dei discografici senza lasciare ombra di dubbio. Accadde ai Fleet Foxes con quella navigata Sub Pop.<br />
Se si pensa al punto geografico delle loro origini viene da sorridere: Seattle.<br />
Specifico: viene da sorridere con un pizzico di sdegno ai seguaci post-litteram del grunge; viene da sorridere con il cuore gonfio di gioia a tutti quelli che il grunge l’hanno spogliato al tempo, conservando quella vena universale che rima con l’autenticità, pregio comune alla musica buona.<br />
Dicevamo, Seattle. E poi l’ep del 2006 che era già il diamante grezzo del loro successo a venire. Un disco omonimo dopo due anni e la consacrazione. Dopo ancora tre anni <strong><em>Helplessness Blues</em></strong>, come vogliamo metterla? La conferma? Non esattamente. La conferma arriva dai live. Impressionanti, piacevolissimi.<br />
I Fleet Foxes hanno toccato l’Italia per tre date nel corso di questo novembre: Roma (17), Bologna (19), Milano (20).<br />
Roma ha accolto le volpi all’Atlantico, in una frizzante serata d’autunno.<br />
Il palco si illumina presto, verso le 20.30 Alela Diane è già pronta a muovere i passi in una dimensione altra, di folk al femminile così sensato e credibile perché figlio proprio di una tradizione americana che non è rimasta “passato” ma che continua a rimanere viva e attuale, giovane e contemporanea. La cantautrice appare sicura, delicata, calda. Nei movimenti e nalla voce. Sei all’EUR o in qualche locale sperduto a valanghe di chilometri da qui? E’ questa la domanda che rimane addosso e che diventa più insistente durante l’esibizione dei Fleet Foxes.<br />
Un blu denso e notturno accompagna il loro ingresso, felpato e silenzioso. Da quel momento è stata una curva sul tempo e sullo spazio, una sospensione onirica benefica. Ti aspettavi una magia, anche se forse era più forte la paura di una delusione. Invece, no. La magia c’è stata davvero. Hanno incantato gli orologi, hanno scardinato ogni sovrastuttura e preconcetto. Certo, sono figli diretti degli anni ’60-‘70, hanno nel sangue le lezioni di Bob Dylan, CSN&amp;Y e quell’onda della West Coast. Ma il punto è che non hanno nulla di derivativo, perché è l’attitudine che li spinge lontano fino a renderli una delle band più interessanti e valide attualmente. Le archittetture testuali, l’armonia corale, gli intrecci tra le parti che sviluppano un’evoluzione sonica suggestiva, il visual alle loro spalle, i movimenti, la pacatezza e il suo contrario mettono in scena un immaginario da vette surreali, fatte di neve-stelle cadenti, inverni in cui ricordare e incontrarsi, notti da cieli in movimento.<br />
Dove il folk corale intona favole dal profondo. Dove la nudità del suono passa per l’articolazione e l’intreccio. Dove la musica ha qualcosa di sublime e poco umano, di trascendente e mistico.<br />
La prima metà del concerto si è sciolta tra qualche difficoltà tecnica e un distacco che non si può definire freddezza, ma solo ricerca della chiave di volta di una concentrazione mirata alla precisione. Nella seconda metà c’è stata un’impennata sia nella resa che nell’osmosi con il pubblico, caloroso e attentissimo. Un pubblico variegato, nutrito di giovani e figure avanti negli anni. Chi scrive ritiene questo un dettaglio non irrilevante, ma finalmente significativo.<br />
Sublimi le intese tra Robin Pecknold e Skyler Skjelset, quest’ulitmo capace di dare convincenti sterzate rock in alcune parentesi godibilissime. Menzione speciale per Josh Tillman, cuore di puntualità e emotività la sua parte nel gruppo. Il suo stare alla batteria ha qualcosa di unico, che ha a che fare con lo stile! Morbido, avvolgente, impetuso, profondo, protagonista. Lui sembra il vero leader, guida il tempo con una sensualità del movimento che lo rende centro da cui le parti prendono luce, mentre il contributo corale innalza il colore così particolare dell’ugola di Pecknold.<br />
Il pubblico esulta e sembra abbracciarli sullo splendore di <strong><em>Mykonos</em></strong>, <strong><em>White Winter Hymnal</em></strong>, <strong><em>He Doesn&#8217;t Know Why</em></strong>, <strong><em>Sim Sala Bim</em></strong>, <strong><em>Grown Ocean</em></strong>. Tanto per citare solo alcuni dei momenti di un concerto splendido.<br />
Dov’eri durante quel concerto? Lì o a valanghe di chilometri lontano? Forse solo in quell’atrove di cui ha la chiave certa musica speciale. E quella dei Fleet Foxes lo è. (Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/foggypunk/sets/72157628042946759/">Marcello Linzalone</a>)</p>
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		<title>Le attese caldamente superate: Virginiana Miller @ Salotto Muzika c/o Arteria (BO) 09-11-11</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 10:01:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuele Gessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[“I Virginiana Miller non deludono mai”, più o meno questo mi è stato sempre detto, ma io ammetto che prima del Salotto Muzika di mercoledì scorso li avevo visti ed ascoltati live solo una volta in uno storico concerto all&#8217;Acquaragia di Mirandola (MO) insieme gli amici Perturbazione. Quella sera rimasi colpito, anche se la mia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/virginianamiller_live01111.jpg" alt="" width="300" height="193" />“I Virginiana Miller non deludono mai”, più o meno questo mi è stato sempre detto, ma io ammetto che prima del Salotto Muzika di mercoledì scorso li avevo visti ed ascoltati live solo una volta in uno storico concerto all&#8217;Acquaragia di Mirandola (MO) insieme gli amici Perturbazione. Quella sera rimasi colpito, anche se la mia attenzione era stata completamente assorbita dall&#8217;esibizione acustica ed estremamente intima della band di Rivoli.<br />
All&#8217;Arteria di Bologna, invece, ho potuto assistere con la dovuta attenzione ad un concerto dei Virginiana Miller, con orecchio quasi vergine: conosco così poco la discografia della band livornese che un po&#8217; me ne vergogno, ma l&#8217;evento in programma è stato l&#8217;occasione migliore per addentrarmi tra le loro note e parole.<br />
Quello dei Virginiana Miller è stato un live semi-acustico, con una formazione adattata e ridotta a 4/6. Chitarra, basso, batteria, voce e chitarra acustica: lo stretto necessario per scaldare una sala piena di gente seduta sul pavimento ed appoggiata alle grandi colonne di pietra e mattone.<br />
La serata è iniziata con l&#8217;esibizione dei La mela e Newton, band che orbita attorno la voce di Claudia Stella. I brani, di per sé interessanti, non sono tutti riusciti a realizzarsi completamente nella dimensione live. Mancava dello spessore nei suoni e nella comunicazione, che non può essere delegata esclusivamente alla cantante la cui eleganza rischia di apparire distanza. Sicuri di avere altre occasioni per ascoltarli e ricredersi di fronte ai progressi, dopo un lungo set di apertura, abbiamo salutato La mela e Newton mentre lasciavano il campo libero alla band di Simone Lenzi.<br />
La rituale intervista introduttiva del Salotto Muzika, realizzata direttamente sull&#8217;immancabile divanetto sotto-palco, ha messo in luce la spontaneità e cordialità del gruppo. Tra le tante cose, Simone Lenzi ha risposto alle curiosità riguardo all&#8217;incontro con il regista Paolo Virzì e l&#8217;annuncio della futura realizzazione di un film (<strong>La generazione</strong>) la cui sceneggiatura è ispirata al primo romanzo dell&#8217;autore e musicista livornese (il romanzo sarà pubblicato per Baldini, Castoldi e Dalai Editore).<br />
Un incontro intimo ed informale, per un concerto ancor più emozionante e vibrante. I Virginiana Miller, come poche band, sono riuscite a concretizzare la forma più autentica del progetto Salotto Muzika, nell&#8217;informalità e nel calore delle note e degli sguardi incrociati tra band e pubblico.<br />
Uno dopo l&#8217;altro i brani si sono rincorsi, forti della poesia e delle capacità tecniche di una band tra le più importanti della scena musicale italiana.<br />
La voce di Simone Lenzi, sicura ma anche timida protagonista, era cosa sola con le composizioni musicali : il rock dei Virginiana Miller in questa versione semi-acustica ha smussato ogni spigolo, arrotondando le figure pur riuscendo a graffiare. La parola chiave è “calore” per un live che ha coniugato la qualità musicale (una amalgama davvero perfetta) alla forza delle parole e delle immagini/emozioni evocate.<br />
Inutile citare un brano su tutti, perchè il flusso musicale era un qualcosa di unico, come onde del mare che arrivavano e si ritiravano, una dopo l&#8217;altra. Ed è così che infatti a fine concerto, seppur entusiasti, ci si è sentiti un po&#8217; spaesati, perchè quell&#8217;onda non tornava e chissà quando tornerà. L&#8217;onda ha lasciato sulla pelle qualcosa che non ci si vuole lavare via, ma se si sta in silenzio, continua a risuonare come l&#8217;affascinante sciabordio delle onde. Un suono che non  si dimentica, e si è disposti ad aspettare lo scorrere delle stagioni per poterlo ascoltare di nuovo. (<a href="http://www.losthighways.it/lost-gallery-2/2011/Virginiana%20Miller%20@%20Salozzo%20Muzika%20Arteria%20%28BO%29%2009-11-11/">Lost Gallery</a>)</p>
<p style="text-align: justify;">Si ringrazia Giovanni Gigantino de La Fabbrica per la collaborazione.</p>
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		<title>Catarsi live: Pineda @ Caivano Arte Auditorium (NA) 05/11/11</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 08:51:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vladimiro Vacca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[A soli 25 minuti di auto. Attraversando strade deserte di provincia. Un veloce parcheggio. Un magnifico auditorium come una magnifica cattedrale nel deserto. Il Caivano Arte Auditorium è lo spazio per ascoltare musica di qualità nell’area partenopea. Settecento posti per vivere suggestioni sonore quasi come all’Hammersmith Apollo di Londra. Ospita il primo atto di RassegnaMO!, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/pineda-live.jpg" alt="" width="300" height="225" />A soli 25 minuti di auto. Attraversando strade deserte di provincia. Un veloce parcheggio. Un magnifico auditorium come una magnifica cattedrale nel deserto. Il Caivano Arte Auditorium è lo spazio per ascoltare musica di qualità nell’area partenopea. Settecento posti per vivere suggestioni sonore quasi come all’Hammersmith Apollo di Londra. Ospita il primo atto di RassegnaMO!, organizzata dal mitico Giuseppe Capua (Dj Bondage). Forse siamo al  punto di inizio per riportare il rock che conta a Caivano, in passato patria di uno dei festival storici della Campania. A Napoli e dintorni ci sono delle strutture fantastiche, è un vero peccato abbandonarle, non hanno nulla da invidiare a palazzetti di discutibile acustica del Nord. L&#8217;auditorium ha offerto la cornice migliore per il concerto dei Pineda. Le luci si sono spente e ci siamo trovati magicamente negli anni sessanta e settanta. Un viaggio mentale tra suggestioni psichedeliche e impeti progressive dove la melodia non è mai estinta. Vedere Umberto Giardini a proprio agio alla batteria non sorprende. E’ preciso e professionale come sempre ed inoltre si vede che è felice di suonare con due eccellenti musicisti come Floriano Bocchino e Steven Marci Marzo Maracas. Su quel palco si respira una sintonia musicale ed emozionale da brividi anche quando c’è il silenzio della pausa tra un brano ed un altro. Interamente riproposto tutto il disco omonimo d’esordio. Ascoltare questo lavoro eseguito dal vivo è come partecipare ad un  flusso emozionale e collettivo d’altri tempi. La sequenza <strong><em>Give me some well-dressed reason, Domino</em></strong> e <strong><em>Human behaviour</em></strong> è un tunnel spazio-temporale da cui si esce sconvolti. Questa sera ho capito forse quello che provavano i ragazzi degli anni settanta quando assistevano ad un concerto degli Emerson, Lake &amp; Palmer o degli Yes. Mentre i Calibro 35 sono un’ esperienza live  da colonna sonora di film seventy, i Pineda lo fanno un nuovo film direttamente da quegli anni. I Pineda live sono catarsi pura dalle scorie della vita quotidiana. Da non perdere assolutamente.</p>
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		<title>Paura e delirio a Parma: The Death of Anna Karina + Bologna Violenta @ Onirica (PR) 07/10/11</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 15:37:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katia Arduini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[Il cielo emiliano si è scurito in questa serata d’inizio ottobre. La (troppo) lunga estate sembra essersi convinta a lasciare il posto all&#8217;autunno. L&#8217;atmosfera sembra essere la più adatta per il concerto che mi sta attendendo: The Death of Anna Karina + Bologna Violenta. Parto alla volta di Parma con un po’ di dubbi sulla serata: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/bolognaviolenta_live011011.jpg" alt="" width="300" height="225" />Il cielo emiliano si è scurito in questa serata d’inizio ottobre. La (troppo) lunga estate sembra essersi convinta a lasciare il posto all&#8217;autunno. L&#8217;atmosfera sembra essere la più adatta per il concerto che mi sta attendendo: The Death of Anna Karina + Bologna Violenta.<br />
Parto alla volta di Parma con un po’ di dubbi sulla serata: ormai conosco benissimo Manzan e so cosa aspettarmi ogni volta che sale sul palco, ma i miei concittadini The Death of Anna Karina non li conosco così bene. Chissà se saranno in grado di confermare anche dal vivo la forza che hanno su disco.<br />
Nonostante il nome, il circolo Onirica non ha proprio un aspetto così “sognante“. Sembra piuttosto di essere sul set di un film horror, tra maschere giganti appese al muro e pupazzetti inquietanti che penzolano dal soffitto. Sicuramente è adatto per la serata.<br />
Verso le 23.30 salgono sul palco i The Death of Anna Karina. Nonostante il palco veramente minuscolo per cinque musicisti (cantante, chitarrista e bassista hanno rischiato la vita più volte durante il live!), lo screamo dei correggesi si abbatte sul pubblico come un muro di suono. La batteria picchia pesante, la chitarra graffia con le sue note che sembrano artigli presi in prestito dal felino che dà il nome al loro ultimo album, <strong><em>Lacrima/Pantera</em></strong>. <strong><em>Gli errori e di fronte a noi il nulla, Sparate sempre prima di strisciare, Quello che non c&#8217;è, Per scherzo </em></strong>sono brani che ipnotizzano il pubblico. La voce di Andrea Ghiacci declama e urla testi pieni di rabbia e disperazione. Peccato solo che a volte gli strumenti la coprano quasi totalmente. Quaranta minuti circa che scorrono via intensi e si chiudono <strong><em>Il vile omicidio</em></strong>, introdotto da un breve discorso del chitarrista della band sul caso di Federico Aldrovandi. La band emiliana ha dimostrato di saperci davvero fare, impressionando il pubblico con le loro doti di grandi musicisti.<br />
Il tempo di liberare il palco e arriva il momento per Nicola Manzan di calarsi nei panni di Bologna Violenta. Ormai il suo progetto non ha più bisogno di presentazioni: da più di un anno porta in giro per tutta Italia il suo <strong><em>Il nuovissimo mondo</em></strong>, album tra i più dissacranti e interessanti usciti nel corso del 2010. Ultimamente ha esportato la sua musica anche in Europa, con alcuni concerti in Inghilterra, Germania e Francia. Queste sono le ultime date live per l’artista trevigiano, che si chiuderà in studio per regalarci nel 2012 il nuovo attesissimo album. Manzan non tradisce mai: un vero animale da palcoscenico che, con i suo siparietti, coinvolge il pubblico che risponde entusiasta alle sue sferzate grind. <strong><em>Il sommo fallo, Maledetta dal demonio, Morte, Trapianti giapponesi </em></strong>sono brani che ormai conosciamo benissimo e sono diventati una sorta di marchio di fabbrica del Manzan sound. Se durante le prime date la gente rimaneva quasi sconvolta dai quaranta minuti di puro <em>rumore </em>che ti scaraventa addosso un live di Bologna Violenta, adesso ti accorgi osservando le facce di chi ti sta intorno che il progetto ha davvero colpito nel segno.<br />
Il circolo Onirica è stato in grado di riunire sullo stesso palco due delle realtà più innovative che abbiamo in Italia. Una band che con i suoi testi ha scritto un vero e proprio manifesto della nostra generazione e un artista che questo manifesto ce l’ha sbattuto in faccia a suon di chitarra e violino distorto. Una serata davvero particolare che, per una notte, ha risvegliato anche l’aristocratica Parma. (Foto di Katia Arduini)</p>
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