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	<title>Lost Highways &#187; Autostop</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>Una primavera sommersa</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 20:51:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Cristiano D’Anna]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostop]]></category>

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		<description><![CDATA[L’inverno ha salutato, ma lo ha fatto davvero? La primavera sembra mettere piede in casa, poi ci ripensa, torna indietro, torna il freddo, poi di nuovo caldo. Anche le condizioni atmosferiche sembrano indecise sul da farsi, in bilico tra grandi speranze e la schiuma dei giorni. Tra Dickens e Vian, una primavera confusa. Una primavera &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52180 aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Arthur_Schopenhauer_frasi_aforismi_celebri-1024x556.jpg" alt="Arthur_Schopenhauer_frasi_aforismi_celebri" width="618" height="336" /></p>
<p style="text-align: justify;">L’inverno ha salutato, ma lo ha fatto davvero? La primavera sembra mettere piede in casa, poi ci ripensa, torna indietro, torna il freddo, poi di nuovo caldo. Anche le condizioni atmosferiche sembrano indecise sul da farsi, in bilico tra grandi speranze e la schiuma dei giorni. Tra Dickens e Vian, una primavera confusa.<br />
Una primavera come il periscopio di un sommergibile: osserva il da farsi. Una primavera sommersa. Da Trasformazioni. Cambiamenti. Illusioni. Disillusioni.<br />
Tutto sembra diventato così labile, così diafano. Anche così veloce e lento allo stesso tempo.<br />
La quantistica del quotidiano. Anche io. Un quanto di sfida.<br />
Mi guardo allo specchio e vedo un uomo, forse ingrassato, barba bianca, occhi dietro gli occhiali e dietro quegli occhi il moccioso che correva lungo i giardinetti di via Ruoppolo.<br />
Da qualche parte mi sono fermato ed ho ricominciato, ma da qualche parte mi sono perso.<br />
Non sono Peter Pan, che cazzo credete?! Non è una crisi di mezza età. È solo un ritorno. Un parlare tra vecchi amici. Vi ho lasciati anni fa e vi ritrovo ora e non ditemi che siete uguali a ieri, come cantava la Consoli.<br />
Non ditemi che siete Peter Pan. Non lo siamo. Non lo sono, ma forse sono la sua ombra.<br />
In questi giorni è tornata Amalia e mi ha portato, direttamente dal Passato, le parole di una persona di un passato importante. Quelle parole a loro volta hanno portato musica, quella di Mauro Ermanno Giovanardi, e quella musica riflessioni. Sono giorni che ascolto quella musica e sono giorni che, tramite quella musica, mi ascolto.<br />
È assurdo come si cambia.<br />
Pensavo di riconoscermi tra alcune righe di <strong><em>Mambo Reazionario</em></strong> del buon Brunori ma <strong><em>Ha Ragione Schopenhauer</em></strong> è arrivata dritta sugli occhi inaspettata come un cazzotto. O come la somma di un addizione.<br />
I fattori sono i nostri giorni andati, le parole non dette, le belle passanti, per citare un poeta, che non siamo riusciti a trattenere. La somma è riflettere sulla nostra capacità di assorbire i colpi e l’imprevisto della Bellezza? Può darsi.<br />
Del resto <em>das schöne muss sterben,</em> diceva Schiller, ma forse anche no. Ciò che è bello forse non muore, forse si trasforma solamente.<br />
Ed allora perché non smettere di raccontarsi bugie?<br />
Perché non smettere di vergognarsi di ciò che eravamo, di ciò che ci piaceva?<br />
Inizio io, poi voi fate un po&#8217; come vi pare.<br />
Inizio. Così. Perché quel ragazzo ai giardinetti di via Ruoppolo non è poi così lontano dallo scarabocchio che è diventato.<br />
Confessioni in Do minore.<br />
Da dove iniziare?<br />
Prima di amare Giorgio Canali ho avuto anni in cui non mi cresceva la barba ed amavo Marco Masini. Dico davvero. Penso che <strong><em>Ci Vorrebbe il Mare</em></strong> sia una delle cose più leopardiane scritte da quando Leopardi è morto e questa non è una cosa da ridere. Magari sapessi scrivere io così.<br />
Penso dovremmo smettere di vergognarci dei nostri poster degli A-ha e di Sabrina Salerno. Prima di avere <strong>Critica Del Programma Di Gotha</strong> sulla scrivania, avevamo Postalmarket nascosto sotto al letto. Prima che sul muro della mia camera comparissero gli Iron Maiden, c’erano gli Spandau Ballet e, sì, dovrei smettere di vergognarmi di ammettere di aver scoperto troppo tardi i Duran Duran.<br />
Ci sono cose peggiori di cui vergognarsi.<br />
Guardo Sanremo ogni anno. Da che ho memoria. Da quando i miei erano ancora Mamma e Papà e non le foto ingiallite dal sole su una lastra di marmo. Me ne vergogno? Nemmeno per il cazzo.<br />
Penso che Sanremo sia la copia conforme della nostra società, che la rispecchi meravigliosamente nel suo alternare farsa a impegno, cerchiobottismo a buona volontà. E nel fare questo, è vero, tante cose fanno davvero cagare, ma vi si possono trovare anche tante piccole perle. Io le ho trovate e, se voi non lo avete fatto, o siete bugiardi o non avete orecchie.<br />
Dovrei vergognarmi di guardare Sanremo? No. Perché? Sapete che c’è? Vaffanculo.<br />
Sono stanco di vergognarmi di ciò che mi piaceva.<br />
Prima di seguire i CSI ad ogni loro concerto, fino a quando Giovanni Lindo Ferretti non ha dato di matto, ho amato Ligabue. Sono convinto che i primi quattro dischi siano imprescindibili. Sono stanco anche di dire che non bisogna fare paragoni.<br />
Eccome se bisogna farne.<br />
Li faceva Omero nell’Iliade &#8211; Agamennone faccia da cane, cuore di cervo! &#8211; perché dovrebbe essere proibito a noialtri annoiati mortali farne?<br />
Perché non dovrei dire che Ligabue poteva essere una sorta di Springsteen italiano e che Bob Dylan era un Fabrizio De André in minore? Non raccoglierò plauso? E sticazzi.<br />
Dovrei ascoltare la musica che ci fa battere il cuore ora, dimenticando quella che ci faceva battere il cuore allora? Quando non avevo amori trascurati e figli da baciare e fallimenti e successi e pianti e sorrisi e lutti e tatuaggi sulle spalle?<br />
E che senso avrebbe ascoltare musica allora?<br />
Che senso avrebbe farla.<br />
La musica.<br />
Non è solo ritmo e non è solo lacrima. È ritmo e lacrima, sangue e profumo di viole, vento tra i capelli e nodi di cravatta. Odio. Amore.<br />
Ricordi. Anche autocritica.<br />
Anche un giro in Si, mentre ti versi un altro gin tonic, come ora, perché no?<br />
Ascoltate ciò che amate, vecchi amici, e non deridete ciò che amavate.<br />
Deridereste voi stessi e già sono troppi quelli che ci prendono in giro per la faccia che abbiamo.<br />
Ascoltiamo ciò che siamo perché ciò che eravamo ieri non era male.<br />
Un bacio a tutti voi da questa primavera sommersa.</p>
<p style="text-align: justify;">P.s. Comunque io adoro Giovanni Lindo Ferretti per quel che è adesso. Ha il viso di un uomo felice.</p>
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		<title>Un&#8217; estate con Keith Richards</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Aug 2020 17:14:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostop]]></category>

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		<description><![CDATA[Un&#8217; estate con Keith Richards, leggendo la sua autobiografia Life. In periodo pandemico sei condannato a pochi contatti sociali ovunque tu sia. Quindi la tua via d&#8217;uscita è una sola: un buon libro. Un libro che ti dia del tu. Un libro che sia onesto come un vecchio amico. Ma di quegli amici che ti &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/keith_richards_bio.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-45636" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/keith_richards_bio-1024x681.jpg" alt="keith_richards_bio" width="618" height="411" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Un&#8217; estate con Keith Richards, leggendo la sua autobiografia <strong>Life</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">In periodo pandemico sei condannato a pochi contatti sociali ovunque tu sia. Quindi la tua via d&#8217;uscita è una sola: un buon libro. Un libro che ti dia del tu. Un libro che sia onesto come un vecchio amico. Ma di quegli amici che ti sorprendono ogni volta che li ritrovi con le loro storie surreali, un po&#8217; da picari e guasconi. Storie che sanno di nostalgia di vecchi tempi e che raccontate nel modo giusto possono rientrare nella leggenda, ma anche nascondere una grande bugia che nessuno vuole svelare per preservare la mitologia. Ecco, la mia estate pandemica è ruotata intorno all&#8217;autobiografia di Keith Richards. Premetto che non sono un grossissimo fan di vecchia data dei Rolling Stones, li ho scoperti in tarda età e per anagrafica i miei miti rock giovanili provengono tutti dall&#8217;area Grunge.  Quindi la mia lettura è stata pulita, non viziata da alcuna aspettattiva. Non volevo alcuna risposta sui Rolling Stones. E&#8217; proprio questo approccio ha fatto sì che mi innamorassi di questo storytelling. La magia è il raccontare senza pelle, intimamente e onestamente tappe della vita di una rock star che ha vissuto mille vite ed è riuscito sempre a sfangarla. Si succedono aneddoti molto particolari su come e quando sono nati pezzi famosi dei Rolling Stones. Si entra in aspetti tecnici della costante esplorazione dell&#8217;universo chitarra da parte del Re dei Riff&#8230; le famose accordature aperte. Il suo rapporto viscerale con il blues. C&#8217;è l&#8217;amore con tutte le sue complicate storie, da Linda Keith ad Anita Pallenberg, fino a sua moglie Patti Hansen. C&#8217;è la droga, attraverso tutto il suo periodo di tossico dove ammette la sopravvivenza grazie ad una sua personale resistenza fisica e ad una sua capacità di non farsi mai prendere troppo la mano, non esalta mai la droga.  C&#8217;è l&#8217;amicizia attraverso il difficile rapporto con Mick Jagger che lo spinge a dischi solisti mai immaginati, e tutti i veri amici persi per strada, come Gram Parsons. C&#8217;è la famiglia, con le microstorie dei suoi figli. C&#8217;è il viaggio attraverso le sue mille dimore sparse nel mondo, menzione speciale per il celebre esilio a  Villa Nellcôte del 1971 dove fu registrato <strong><span class="st"><em>Exile on Main St</em>.</span></strong> C&#8217;è la morte, sia quando l&#8217;ha scansata per un pelo e sia quando gli ha tolto prematuramente il figlio Tara, il padre e la madre. Sono dissacrate o confermate con grande ironia tutte le leggende e storie raccontate sul suo conto. Una vita in bilico sulla follia, da fuorilegge romantico e non da vile imbroglione. Una vita da Pirata, dove la legge che vige è quella del mare, la rotta la decidono i venti e le stelle e tu devi solo stare attento a non affondare. In 500 pagine si attraversano una settantina di anni senza mai annoiarsi, c&#8217;è tanta ironia, c&#8217;è tutto uno stile di vita rock senza compromessi. Il talento e la spontaneità sono la vera essenza di questo grande artista.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Ciak, azione! Ogni ricordo ha una canzone</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2020 14:25:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Cristiano D’Anna]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostop]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>

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		<description><![CDATA[La cucina era abbastanza stretta anche per i canoni di allora. Ci stavano giusto un tavolo, quattro sedie intorno e una serie di stretti mobiletti bianchi da parete che lasciavano poco spazio a chi sedeva, poi c’era un vecchio frigorifero Radiomarelli sulla destra e, schiacciata in un angolo accanto al balcone all’inglese, una sedia a &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/dirty-dancing_Cinema-9907.jpg"><img class=" size-large wp-image-45628 aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/dirty-dancing_Cinema-9907-1024x676.jpg" alt="dirty-dancing_Cinema-9907" width="618" height="408" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La cucina era abbastanza stretta anche per i canoni di allora. Ci stavano giusto un tavolo, quattro sedie intorno e una serie di stretti mobiletti bianchi da parete che lasciavano poco spazio a chi sedeva, poi c’era un vecchio frigorifero Radiomarelli sulla destra e, schiacciata in un angolo accanto al balcone all’inglese, una sedia a donodolo in vimini che aveva visto giorni migliori. Io ricordo le mattine passate ad attaccare i trasferelli su quel tavolo color crema mentre nonna, ai fornelli nell’altro locale, rimestava il suo ragù e sua madre, perché io ho avuto una bisnonna, Nonna Vecchietta, lavorava all’uncinetto seduta su quella sedia di vimini.<br />
Erano anni strani gli anni ‘80.<br />
Mamma e papà non andavano d’accordo, io andavo a scuola dalle suore e molte cose che indossavo erano state indossate da alcuni cugini più grandi e sarebbero andate poi ai miei cugini più piccoli.<br />
Avevo due amiche: la penna e la musica. Con la prima disegnavo o scrivevo storie assurde di fantasmi e di alieni che invadevano Napoli mentre la seconda la prendevo da, beh, erano gli anni ‘80&#8230;gli anni di Superclassifica Show e di Maurizio Seimandi.<br />
Da allora, da quando andavo a scuola in grembiule blu e coccarda a quando ho imparato a rollare una canna come si deve, se la penna ha avuto periodi in cui è stata assente per un po’, la musica non mi ha lasciato un attimo.<br />
Non ho ricordi che non hanno una canzone appicciata sopra.<br />
Ricordo i pomeriggi in cucina di nonna ad ascoltare <strong><em>Take On Me</em> </strong>degli A-Ha che passava in televisione con quel suo video fatto a cartoni animati/fumetto.<br />
Ricordo quelle scene di quei primi video musicali così naïf, così primitivi.<br />
Sembra ieri e se chiudo gli occhi posso rivivere momenti importanti e momenti di vita quotidiana, ognuno con la sua canzone di riferimento come fossero dei flash forward di un film confuso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciak, azione!<br />
Zio torna da lavoro, si siede a tavola e guarda mia nonna: <em>&#8220;Oggi in tabaccheria mi hanno fatto una rapina, dice, hanno preso tutto. Sta fatica m’ha rutto ‘o cazzo&#8221;</em>. In sottofondo i Duran Duran cantano <strong><em>The Wild Boys</em></strong>. Da lì a poco avrebbe venduto la licenza e cambiato lavoro. Adesso ha due negozi di cianfrusaglie e le cose gli vanno bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciak, azione!<br />
Nonna sta togliendo le cose dalle buste della spesa ed ecco che mi allunga una confezione di costruzioni Lego Spazio. Ancora la ricordo e penso che quello sia stato il regalo più bello di sempre. Nemmeno Carolina, la mia prima chitarra, è stata dolce come il regalo che mi fece nonna. In sottofondo <strong><em>Baltimora</em></strong> canta Tazan Boy.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciak azione!<br />
Mia zia fa sedere mio padre sul divano, siamo appena tornati dalle vacanze estive ed i miei si stanno riavvicinando. Lui aveva lasciato la madre in una casa per anziani per stare con noi ad agosto. Zia lo guarda negli occhi e gli dice: <em>&#8220;Cicciariè mamm’t ‘o spitale nun’è stata bona&#8221;</em>. Papà sorride e le risponde che andrà a prenderla appena ci avrà salutati perché <em>“a vicchiarella mia fa semp’storie quando non ci sono”</em>. Zia gli prende la mano e gli dice: <em>&#8220;Cicciariè ma che hai capito? Mammeta è morta&#8221;</em>. Lui resta così un tempo che a me è sembrato un secondo ma forse era un&#8217;eternità, poi si aggrappa alla prima persona che aveva vicino e piange come un bambino. Il mio papà che piange. Ero io quella persona. Avevo dodici anni e lui era aggrappato a me a chiedere aiuto. Ricapiterà un’altra sola volta che mi guardasse come a chiedere aiuto, poche ore prima di morire. In televisione passano People From Ibiza di Sandy Marton.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciak, azione.<br />
È una tarda serata estiva e “K”, un amica di mia sorella, è venuta a stare una settimana da noi perché ha casini a casa. Siamo tutti e tre nel letto e sul comodino c’è una piccola lampada che emette una flebilissima luce giallognola. Dalla finestra entra solo il calore estivo della notte napoletana perché la stanza dà su un giardino interno lasciato negli anni ad insevaltichire.<br />
Mia sorella dorme come un ghiro a bordo letto, Katia è al centro ed io all’altro bordo. Abbiamo parlato tanto, io e lei, di tante cose strane, dalle sigarette fumate di nascosto alla gelosia asfissiante del suo fidanzatino. All’improvviso manca la luce, un attimo di sorpresa poi sento che mi si avvicina, mi bacia sulle labbra e poi fa scivolare la lingua dentro a cercare la mia mentre struscia il ventre contro il mio. Un attimo di sorpresa poi la bacio anch&#8217;io, infilo le mani nel suo pigiama e le stringo le natiche. Le sento lisce come seta mentre la attraggo contro di me. Dalla radio a pile sul pavimento Eros Ramazzotti canta <em><strong>Musica È</strong></em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciak!, azione!<br />
Paola dall’altro lato del corridoio corre verso di me. Salta, la prendo da sotto le braccia e provo a sollevarla. Cadiamo come un grattacielo che capisce chi comanda fra lui e la forza di gravità. Mentre mia sorella si dimena, io giro il viso e sbatto di faccia. L’incisivo superiore destro urta le piastrelle fredde con un crack che ancora ricordo. Svengo. L’ultima cosa che sento è Rick Astley che dice <em>Nevergonnaghì</em>&#8230;! Poi il buio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni attimo rimasto per una ragione o per un&#8217;altra nella mia testa o sul mio corpo ha una sua canzone. Tutti i tatuaggi sul mio corpo hanno una canzone di riferimento.<br />
Ogni dettaglio, dal più insignificante, ha una musica ed una voce.<br />
La polvere sui miei libri ha una sua canzone e la mia vicina di casa, Marianna che mi rubò il cuore, ha una sua canzone; l’ape che si poggia su fiore nel vaso accanto al jukebox di Marina di Camerota ha una sua canzone ed ha una canzone anche la mia prima macchina, che non teneva il minimo, quella scassatissima Y10 per cui piansi il giorno in cui la rottamai.<br />
E la voce di mio padre che canta De Andrè; le pulizie sabato mattina, quando andai a vivere da solo, nella mansarda che fu il mio antro, mentre spazzo a terra nudo come un verme e cerco di combattere i sintomi del doposbornia mentre il sole si stampa sul tappeto che mi hanno regalato i Lemon Leaf, i ragazzi della Band in cui cantavo e dallo stereo esce la voce di Jeff Buckley che canta <strong><em>Lover Should You Come Over</em></strong>; e poi Gabriella che allunga le mani verso il microfono ed io la guardo di nascosto.<br />
E la cucina di nonna.<br />
Già, la cucina di nonna.<br />
Ogni fottuto attimo una cazzo di canzone.<br />
Se mai dovessi morire adesso, vorrei morire con una canzone nelle orecchie.<br />
Hai visto mai che dovessi ricordarla quando rinasco.<br />
Ah! E Ricordo le canzoni di <strong>Dirty Dancing</strong>!<br />
Tutte.<br />
Da <strong><em>These Arms On Mine</em></strong> fino a <em><strong>Time Of My Life</strong></em> e questo fa curriculum&#8230; e se non lo fa vaffanculo!</p>
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		<title>Roberto Camurri: Il nome della madre</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2020 13:54:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Molteni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostop]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>

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		<description><![CDATA[Roberto Camurri Il nome della madre NNEditore 2020 Questo libro è per chi batte le mani per vedere le piume verdi di un fagiano che si alza in volo, per chi si lascia cullare da una Canzone quasi d’amore, per chi non teme lo sguardo penetrante della strega di Fabbrico, e per chi ha creduto &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Roberto Camurri<br />
<strong>Il nome della madre</strong><br />
NNEditore<br />
2020<br />
<a href="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/il-nome-della-madre.jpg"><img class="alignnone wp-image-45619 size-full" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/il-nome-della-madre.jpg" alt="il nome della madre" width="318" height="499" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questo libro è per chi batte le mani per vedere le piume verdi di un fagiano che si alza in volo, per chi si lascia cullare da una Canzone quasi d’amore, per chi non teme lo sguardo penetrante della strega di Fabbrico, e per chi ha creduto di desiderare un futuro incerto, ma poi è rimasto a contemplare l’orizzonte di nuvola che segna il confine della sua pianura.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Un punto luce, quei piccoli diamanti il cui reticolo cristallino restituisce il chiarore come se al suo interno sostasse, inimagginabile, una stella: questo sono le 176 pagine di questa storia.<br />
Resta sotto pelle, dopo aver preso il loro fiato, la voglia di reinventare da capo il significato di tatto, essenza, coraggio, silenzio, autenticità.<br />
L&#8217;amore rotola attraverso le righe come una frana e come una frana lascia lì e porta via, in egual misura.<br />
L&#8217;amore: quello che conduce altrove senza prendere treni; quello che ti avrà cambiato per sempre; quello che devi inventarlo, non potendotene ricordare; quello che sale come lava dalla pancia ai pugni e non ricordi più com&#8217;era prima di fare quel male (quel bene?) lì.<br />
Dire una rivoluzione quando la rivoluzione è permettere alla normalità di resistere non è affatto semplice, così come non è semplice impedire al sentire di schierarsi anche dove sarebbe più opportuno aspettare, non capirci nulla, stare a vedere se il fumo del falò sale alto o si allarga, a dirci se la stagione sarà buona o cattiva. Se poi è proprio di normalità che stiamo parlando tutto si rivela straordinario, umile e straordinario, banale e meravigloso, prevedibile e impenetrabile.<br />
Il nascondiglio che da bambini teniamo nascosto a tutti è un segreto che con il tempo ci permetterà, una volta padri, di rompere il silenzio e franare in pace, ma lo scopriremo solo per caso, solo dopo avere contato il primo passo dopo mille messi lì per caso o anche solo per andare, pur di andare.<br />
La pianura &#8211; la terra, la nebbia, il vino &#8211; è una promessa, una cicatrice, un destino, delle volte una bugia: sono cose che non si possono scrivere sul retro di una cartolina, ma chiedono tempo e poesia e &#8211; ve lo garantisco &#8211; luce.</p>
<p><em><strong>Colonna sonora 1</strong></em></p>
<p>Francesco Guccini &#8211; Canzone delle domande consuete &#8211; <em><strong>Quello che non&#8230;</strong></em> EMI, 1990</p>
<p><iframe width="618" height="348" src="https://www.youtube.com/embed/NWptWkNa8YQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<blockquote><p>Rimanere così, annaspare nel niente, custodire i ricordi, carezzare le età;<br />
è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente del diritto alla felicità&#8230;</p></blockquote>
<p><em><strong>Colonna sonora 2</strong></em></p>
<p>Counting Crows &#8211; Mercury &#8211; <i><b>Recovering the Satellites</b></i>, 1996 UMG Recordings, Inc.</p>
<p><iframe width="618" height="464" src="https://www.youtube.com/embed/VP0BokJ-0yk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<blockquote><p>She is trapped inside a month of gray<br />
And they take a little every day<br />
She is a victim of her own responses<br />
Shackled to a heart that wants to settle<br />
And then runs away<br />
It&#8217;s a sin to be fading endlessly</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Sinossi</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Da quando sua moglie se n’è andata senza spiegazioni, Ettore vive da solo con il figlio piccolo a Fabbrico, nel cuore della pianura padana. L’assenza della moglie popola la mente di Ettore, che oscilla tra i teneri ricordi di lei, donna imperscrutabile e feroce, e gli sforzi furiosi di dimenticarla, di non vederla in ogni espressione del figlio, Pietro, che le assomiglia così tanto. Anni dopo sarà Pietro a ereditare questo vuoto, in perenne conflitto con il padre, con Fabbrico e i suoi campi vasti e opprimenti. Pietro vuole amare Miriam, la ragazza che lo fa sentire al sicuro, ma quella sicurezza lo spaventa, lasciandolo solo di fronte alle sue emozioni. E cresce nella speranza di trovare una traccia, un ricordo, un indizio per provare a capire la donna che li ha abbandonati e di cui lui non ha memoria, per poter immaginare un futuro, il suo, che continuamente gli sfugge.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dopo le storie di amicizia di A misura d’uomo, Roberto Camurri torna con un romanzo intimo e familiare, e con voce sincera e appassionata ci parla di sentimenti espressi a fatica, spesso condivisi in silenzio, che palpitano sotto la pelle dei personaggi guidandoli alla ricerca del loro posto nel mondo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Roberto Camurri</strong> è nato nel 1982, undici giorni dopo la finale dei Mondiali a Madrid. Vive a Parma ma è di Fabbrico, un paese triste e magnifico di cui è innamorato forse perché è riuscito a scappare. È sposato con Francesca e hanno una figlia. Lavora con i matti e crede ci sia un motivo, ma non vuole sapere quale. Scrive da pochi anni, anche se avrebbe voluto scrivere da sempre. A misura d’uomo è il suo primo romanzo.</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Domande che dovrei evitare</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Aug 2020 15:43:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Cristiano D’Anna]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostop]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>

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		<description><![CDATA[È da un po’ di tempo che mi chiedo cosa differenzia l’Arte dalla Comuncazine. La domanda sembra stupida ma, in realtà, sono stati versati fiumi di inchiostro in merito e trattarne qui, su una rivista di musica, sembra un po’ supponente. Ma per parare dove voglio andare a parare ho bisogno di lanciarvi quest’amo ed &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/achille_lauro.jpg"><img class=" size-full wp-image-45614 aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/achille_lauro.jpg" alt="achille_lauro" width="560" height="315" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">È da un po’ di tempo che mi chiedo cosa differenzia l’Arte dalla Comuncazine.<br />
La domanda sembra stupida ma, in realtà, sono stati versati fiumi di inchiostro in merito e trattarne qui, su una rivista di musica, sembra un po’ supponente. Ma per parare dove voglio andare a parare ho bisogno di lanciarvi quest’amo ed ho bisogno che voi abbocchiate.<br />
Cosa è Arte e cosa Comunicazione?<br />
È vero come il sole che un&#8217;opera d’arte comunica qualcosa, un sentimento o uno stato d’animo, ed è altresì vero che un manifesto pubblicitario ha come fine ultimo la vendita di un prodotto eppure, un manifesto pubblicitario è spesso un&#8217;espressione artistica.<br />
Il suo essere al servizio del mercato lo squalifica come forma di arte?<br />
Forse sì, mi dirà chi pensa di essere duro e puro. Però, da che io sappia, le foto di Oliviero Toscani per la campagna pubblicitaria Benetton agli albori degli anni ‘90 sono considerate opere d’arte e, al contempo, capolavori della Comunicazione.<br />
Allora cosa, dentro di noi, ci fa distinguere l’una dall’altra?<br />
Abbiamo ancora una coscienza in grado di capire l’Arte?<br />
Che poi “ Cosa è davvero Arte? “ è una domanda da testo di ontologia, da facoltà di filosofia.<br />
Un&#8217;artigiana come la mia amica Sabrina, china sul suo banco, gli occhi socchiusi a mettere a fuoco un particolare, dipinge meravigliosi piatti in ceramica nella sua bottega sulla costiera amalfitana, e quei piatti saranno poi venduti ai turisti a zonzo nelle loro camicie a fiori.<br />
Sabrina fa Arte o fa Merce? O entrambe le cose? Ma allora un artista è anche un mercante?<br />
Oppure, che so, un uomo dallo sguardo spiritato, sporco di colori ad olio, con una benda a coprire l’orecchio reciso, che aggredisce la tela come un leone la preda, e che poi ne parlerà a Theo come se fosse, quel suo scrivere al fratello, la parte finale dell’atto del dipingere, una sorta di Xanax antelitteram, ebbene l’arte di quell’uomo è Arte oppure è stata valutata arte solo a posteriori ed era solo la sua personale terapia contro i suoi propri demoni interiori? Dicono che quell’uomo abbia dipinto più di 800 quadri e che ne abbia venduto solo tre.<br />
È un artista? Un mercante fallito? Un matto autolesionista frocio e sociopatico?<br />
In questi giorni a Milano è stato censurato il manifesto del nuovo disco di Achille Lauro, che lo raffigurava come una bambola Barbie crocefissa ad una croce di chewing-gum.<br />
A prescindere da ciò che si pensa di Achille Lauro, e ammettendo che forse questo atto di censura gli ha anche fatto più pubblicità del manifesto stesso, tenendo presente la vostra risposta alla domanda su cosa differenzia l’arte dalla semplice comunicazione, la vera domanda che mi pongo è:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché è stato censurato? Che bisogno c’era?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Forse la raffigurazione di un uomo/bambola crocefisso come Cristo può offendere la sensibilità di qualcuno.<br />
Bene, ci sta.<br />
Allora perché, a suo tempo, non censurare anche le foto del cadavere di Ailan, il  piccolo bambino siriano il cui corpo fu gettato dal mare su una spiaggia turca? È stato solo pixellato, come se dei quadratini potessero proteggere la sensibilità di qualcuno. E di chi? Bastano dei pixel a salvare la nostra sensibilità?<br />
No, a mio avviso, è stato pixellato perché ne stemperassero il senso di sconfitta.<br />
Perché di quello si tratta, di sconfitta.<br />
Della Vita, dei Sogni, della Speranza, fate voi, tanto uno vale l’altro e tutto vale il tempo di un like ormai, ma sappiate una cosa, era anche la nostra, la nostra sconfitta.<br />
Quella che ci coglie quando ci rendiamo conto che abbiamo la possibilità di mangiare delle cazzo di fragole fuori stagione raccolte dagli Ailan sopravvissuti.<br />
Perché allora non censurare, a suo tempo, anche la foto di Berlusconi che accarezza il viso della Mondaini ai funerali di Vianello e sorride in favore di camera per la foto?<br />
Non offende la sensibilità del decoro che si deve a chi porta un lutto? Non è osceno tutto ciò? Non c’è oscenità in queste sconfitte?<br />
L’oscenità, già.<br />
La Censura che censura l’Arte è qualcosa di osceno, oh, lo è davvero, perché censurare l’arte è censurare uno stato d’animo, un&#8217;emozione, ma, forse, è più osceno ancora non saper dare una definizione reale di Oscenità.<br />
Era osceno il manifesto di Lauro?<br />
Di questi tempi in cui annegano e affondano bambini come macigni a due passi dalle spiagge dove i nostri bambini giocano a palla, in questi tempi in cui si chiede al citofono se sei uno spacciatore, in questi tempi in cui si tolgono 600€ ai bisognosi per darli poi in beneficenza e spacciarsi come benefattori, la beneficenza coi soldi degli altri, rubare ai poveri per dare ai poveri, ebbene, in tempi del genere, era il manifesto di un cantante dal volto tatuato, crocifisso su una croce di gomme da masticare, ad essere Osceno?<br />
Tra l’altro, ho avuto modo di ascoltare le canzoni di Achille Lauro e le trovo anche simpatiche, dei begli oggettini smaccatamente pop, che fanno ciò che devono fare le canzonette.<br />
Sinceramente io non capisco cosa spaventi di questi nuovi ragazzi della scena trap, se così si chiama quest’ultima gabbia.<br />
Ho letto articoli di giornalisti ed ascoltato speacker dichiaratamente progressisti, che si scagliavano contro le canzoni di Sfera Ebbasta subito dopo la tragedia in discoteca come se fossero le sue canzoni, e non la presenza di un gruppo di delinquenti, la causa della tragedia stessa.<br />
Quelle stesse persone che osannano le opere di Dè Andrè come le opere del più grande poeta della controcultura e del disagio sono i primi a non vedere, nei tatuaggi sul viso di questi due artisti, lo stesso disagio che c’era nella <strong><em>Canzone Del Maggio</em></strong> o ne <strong><em>Il Testamento Di Tito</em></strong>.<br />
Ormai ci si è imborghesiti.<br />
Qualcuno ha messo la cravatta, ha il leasing della macchina da pagare, il capufficio da imbonire, la strepitosa carriera da gestire, il sabato fa la spesa e scopa una volta a settimana, se va bene, va ai concerti dei Verdena per ricordarsi di avere ancora sangue che bolle e a quelli di Brunori per dimostrare di avere una coscienza di classe ma poi, quando qualcuno censura qualcosa, ci facciamo caso per il tempo di condividere la notizia su Instagram e poi via verso altre condivisioni.<br />
Qui si è perso qualcosa, amici miei.<br />
Cosa non lo so, ma qualcosa si è perso.<br />
E se qualcosa si è perso, come possiamo noi dare una definizione di Osceno che non concerna anche ciò che siamo diventati?<br />
Lasciamo perdere.<br />
Teniamoci le nostre censure quando arrivano.<br />
Forse conviene più a noi che ad Achille Lauro.</p>
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		<title>Elizabeth Strout : Olive, ancora lei</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2020/04/29/elizabeth-strout-olive-ancora-lei/</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2020 06:19:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Molteni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostop]]></category>

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		<description><![CDATA[Elizabeth Strout Olive, ancora lei traduzione Susanna Basso Giulio Einaudi Editore collana Supercoralli 2020 &#8220;Forse ci si innamora di chi ci salva la vita, anche se non si crede più che valga la pensa salvarla.&#8221; La vita fa così: non te la manda a dire. Non tiene le mani in tasca perché il suo schiaffo &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="author" style="text-align: center;">Elizabeth Strout<br />
<strong>Olive, ancora lei<br />
</strong></div>
<div class="author" style="text-align: center;">traduzione Susanna Basso</div>
<div class="author" style="text-align: center;">Giulio Einaudi Editore<br />
collana Supercoralli</div>
<div class="author" style="text-align: center;">2020</div>
<div class="author"></div>
<div class="author"><a href="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/strout.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-44708" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/strout-646x1024.jpg" alt="strout" width="618" height="980" /></a></div>
<div class="author">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Forse ci si innamora di chi ci salva la vita, anche se non si crede più che valga la pensa salvarla.&#8221;</em></p>
</blockquote>
</div>
<div class="author" style="text-align: justify;">
<p>La vita fa così: non te la manda a dire.<br />
Non tiene le mani in tasca perché il suo schiaffo potrebbe farti male.<br />
Non aspetta dietro l’angolo considerando l’ipotesi che a sbatterle contro perderesti l’equilibrio.<br />
Non ti corre dietro e non ti coccola se perdi il passo, la misura o la fortuna.<br />
Lei è quel che è: a te le parole per farne qualcosa, le gambe per correrla, la luce per guardarla, la delicatezza o la rabbia per piangerla; a te il gusto di dirla, il privilegio di darla, l’ostinazione di tenerla chiusa nelle tue quattro mura anche quando sai che è inevitabile, se ne andrà.<br />
Olive Kitteridge fa così: non te la manda a dire.<br />
È tornata ed è quel che è: solida, tremenda, più vecchia di qualche anno, burbera, disincantata, ingenua poiché limpida.<br />
Così Olive, se stessa senza fronzoli, di una bellezza maleducata, onesta, così simile alle fotografie che andiamo a riguardare quando abbiamo bisogno di avere fiducia, un posto, una trama.<br />
Olive e il suo modo autentico di frequentare il tempo, di occupare lo spazio, di avere a che fare con la memoria sono un dono, oggi, aprile 2020, sono un dono straordinario.<br />
La vecchiaia, la solitudine, la fede, gli abbandoni, i fallimenti.<br />
E l’amore, ah, l’amore: sempre lì a fare da bandolo, nel bene e nel male, disilluso o salvifico, deluso, prepotente, necessario, sognato o che stringe forte.<br />
La vita e Olive continuano ad annusarsi, a nutrirsi l’un l’altra, a tenersi a mente, a scegliersi.<br />
C’è una gran luce fra le pagine di questo libro e gli odori sono pungenti.<br />
Dire il crescere e farlo dire alla vecchiaia, agli acciacchi, alle sconfitte, ai finali di partita, alle carezze necessarie: è miracoloso, oggi, aprile 2020, sentire tanta empatia per le crepe che ci divorano prendere forma e stringere forte.<br />
Grazie Olive.<br />
Bentornata.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>“E Bob sedette sui talloni e aspettò che Helen restasse a occhi chiusi a lungo prima di trasferirsi sulla poltrona di fronte alla sua. Era indolenzito, come se avesse camminato molto più di quanto il suo fisico potesse sostenere, sentiva male da tutte le parti, e pensò: Ho l’anima indolenzita.<br />
</em><em>E capì che non bisognava mai prenderla alla leggera, la profonda solitudine della gente, che le scelte fatte per arginare quella voragine di buio esigevano molto rispetto.”</em></p>
</blockquote>
</div>
<div class="author" style="text-align: justify;"></div>
<div class="author" style="text-align: justify;"><strong>Colonna sonora 1:</strong></div>
<div class="author" style="text-align: justify;">Daniele Silvestri &#8211; &#8220;Acrobati&#8221; in Acrobati, Sony Music 2016</div>
<div class="author"></div>
<div class="author">
<p><iframe width="618" height="348" src="https://www.youtube.com/embed/80pk9nYE4jU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
</div>
<div class="author">
<blockquote><p>Disobbedire alla gravità<br />
Non credo che sia grave<br />
Non puoi chiamarla libertà<br />
Finchè non rischi di cadere</p></blockquote>
<p><strong>Colonna sonora 2:</strong></p>
<p>Grant Lee Buffalo &#8211; &#8220;Fuzzy&#8221; in Fuzzy, Slash 1993</p>
<p><iframe width="618" height="464" src="https://www.youtube.com/embed/qAi9-LRtYSU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<blockquote><p>And just when those big arms lift up<br />
Fall in love with no time to say it</p></blockquote>
</div>
<div class="book-detail__summary">
<div class="book-detail__summary__panel accordion">
<div class="book-detail__summary__panel__inner">
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Il libro</strong></em><br />
<em>Che ne è stato di Olive Kitteridge? Da quando l’abbiamo persa di vista, l’irresistibile eroina di Crosby nel Maine non si è mai mossa dalla sua asfittica cittadina costiera, e da lí ha continuato a guardare il mondo con la stessa burbera empatia. Sono passati gli anni, ma la vita non ha ancora finito con lei, né lei con la vita. C’è posto per un nuovo amore, nella sua vecchiaia, e amicizie profonde, e implacabili verità. Perché in un mondo dove tutto cambia, Olive è ancora lei.</em><br />
<em>Olive Kitteridge. Insegnante di matematica in pensione, vedova di Henry, il buon farmacista della cittadina fittizia di Crosby nel Maine, madre di Christopher, podologo a New York, figlio lontano in ogni senso, solo una «vecchia ciabatta» scorbutica per molti in paese; una donna scontrosa, irascibile, sconveniente, fin troppo franca, eppure infallibilmente sintonizzata sui movimenti dell’animo umano e intensamente sensibile alle sorti dei suoi consimili: è questa la creatura straordinaria che abbiamo conosciuto un decennio fa, quando la pubblicazione del volume di storie collegate che porta il suo nome l’ha consacrata a eroina letteraria fra le piú amate di ogni tempo ed è valsa alla sua artefice il Premio Pulitzer per la narrativa. In Olive, ancora lei, Elizabeth Strout riprende il filo da dove l’aveva lasciato e in questo nuovo «romanzo in racconti» ci narra il successivo decennio, l’estrema maturità di Olive, dunque. Ma in questa sua vecchiaia c’è una vita intera. Un nuovo amore, innanzitutto. Jack Kennison è un docente di Harvard ora in pensione, vedovo come Olive. A parte questo i due non hanno granché in comune, eppure la loro relazione ha la forza di chi si aggrappa alla vita, e le passioni che muovono i due amanti – la complicità e il desiderio raccontati in Travaglio, la rivalsa e la gelosia di Pedicure – ne trascendono i molti anni. Trascendere il tempo è però una battaglia che non si può vincere e racconto dopo racconto, anno dopo anno, Olive si trova ad affrontare nuove forme di perdita. Deve fare i conti con la propria maternità fallace in Bambini senza madre, con la decadenza fisica in Cuore, con la solitudine in Poeta. Ma contemporaneamente, e senza rinunciare al suo piglio irridente, leva, quasi a ogni racconto, una specie di quieta, tutta terrena speranza. La vita riserva qui piccoli momenti di rivelazione, istanti di comunione, brevi felicità. Succede, magicamente, in Luce, succede in Amica, dove l’incontro insperato con l’ultima compagna di strada è insieme un’appagante occasione di rincontro per i lettori di Elizabeth Strout.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Elizabeth Strout</strong> vive a New York ed è originaria del Maine. Ha insegnato letteratura e scrittura al Manhattan Community College per dieci anni e scrittura alla New School. Suoi racconti sono apparsi in numerose riviste, tra le quali il «New Yorker». Con &#8220;Amy e Isabelle&#8221; (2000), acclamato da pubblico e critica, e vero e proprio caso editoriale, il suo primo romanzo, è stata finalista al PEN/Faulkner Prize e all&#8217;Orange Prize, e ha vinto il Los Angeles Times Art Seidenbaum Award per l&#8217;opera prima e il Chicago Tribune Heartland Prize. Con la raccolta di racconti &#8220;Olive Kitteridge&#8221; (pubblicato in Italia per Fazi editore) ha vinto il Premio Pulitzer (2009), il Premio Bancarella (2010) e il Premio Mndello (2012).Tradotti e pubblicati in Italia (sempre per Fazi ed.) anche &#8220;Resta con me&#8221; e&#8221; I ragazzi Burgess&#8221; (2013). Per Einaudi ha pubblicato &#8220;Mi chiamo Lucy Barton&#8221; (2016) e &#8220;Tutto è possibile&#8221; (2017).</em></p>
</div>
</div>
</div>
<div class="author"></div>
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		<title>Murder most foul</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2020 21:27:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Catia Manna]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostop]]></category>

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		<description><![CDATA[Un viaggio nelle sue canzoni significa non riposare mai. Si compie, tuttavia, con la calma necessaria, quella di chi non ha una meta e neppure una provenienza. Dovremmo essere così, senza radici, ma capaci di radicarci, già scomparsi eppure ancora lì e altrove. Da questa nuova canzone di Dylan, uscita a otto anni di distanza &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Dylan2.jpg"><img class=" size-medium wp-image-44542 aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Dylan2-300x169.jpg" alt="Dylan" width="300" height="169" /></a></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Un viaggio nelle sue canzoni significa non riposare mai. Si compie, tuttavia, con la calma necessaria, quella di chi non ha una meta e neppure una provenienza. Dovremmo essere così, senza radici, ma capaci di radicarci, già scomparsi eppure ancora lì e altrove. Da questa nuova canzone di Dylan, uscita a otto anni di distanza dall’ultimo inedito, mi aspettavo altri chilometri, immagini e parole spostate dal vento, leggerezza. Eccomi qui ad ascoltare l’aedo mentre racconta un passato che conosco già, ma il suo canto è ispirato, quindi ha un messaggio per me. Lo accompagna un <em>continuum</em> sonoro: gli accordi interi, spezzati o arpeggiati di un pianoforte che suona libero, le percussioni sussurrate di un piatto e i frammenti di un violino che chiameremo, per l’occasione, del ricordo. 22 novembre 1963. Era “<i>un giorno buio a Dallas&#8230;una buona giornata per vivere e una buona giornata per morire</i>”, come per tutti, ma lui, Kennedy “S<i>apete chi sono</i>?”. “<i>Certo che lo sappiamo</i>”. Il resto è storia nota. Colpi d’arma da fuoco uccisero una figura controversa, il presidente che si dedicò alla lotta per i diritti civili dei neri, quello di cui sembra parlare Dylan, ma anche quello della guerra in Vietnam, qualunque sia stata la sua idea iniziale. “<i>Migliaia di persone stavano guardando, nessuno vide nulla&#8230;il più grande trucco magico di sempre sotto il sole</i>”. Qui respiro, in quelle espressioni in cui vedo tutto: i miei piccoli trucchi magici, i maestri di magia, i grandi personaggi che hanno cambiato la storia. Dylan rievoca poi il periodo che seguì alla morte di Kennedy: ci sono i Beatles associati all’immagine di una bambina che scorre la ringhiera, gioca allo stesso modo, scivola via e si fa ricordare; poi il tempo scorre a Woodstock a cui Dylan non partecipò e ad Altamont, qualche mese dopo. “<i>Metti fuori la testa dalla finestra, lascia che i tempi passino</i>”: vivi tutto quel che puoi, la gioia e il dolore, vedrai il tempo passare, ma rimani sempre lì a respirare. Sono tanti, inoltre, i personaggi della storia americana citati nella canzone, alcuni di diritto, come Marilyn, altri noti come Johnson ed infine tante comparse, nomi che non ricollego a nulla, ma che vorrei conoscere. “<i>Negli ultimi anni lo hanno cercato</i>” torna a dire Dylan di Kennedy”; “<i>Solo i morti sono vivi&#8230;l’anima di una nazione è stata strappata via e sta in</i><i>i</i><i>ziando a decadere lentamente”. “Suona&#8230;gioca&#8230;suona..gioca</i>” esorta l’aedo per i momenti peggiori e lui lo fa citando canzoni. Si rivolge ad un Presidente, forse è già oggi, e dice “<i>Non si preoccupi Mr President, l’aiuto sta arrivando, i tuoi fratelli stanno arrivando, ci sarà un inferno da affrontare</i>”. La canzone è stata pubblicata il 27 marzo quando in America il peggio doveva ancora arrivare.</span></span></p>
<p>Link : <a href="http://www.bobdylan.com/">http://www.bobdylan.com/</a></p>
<p><iframe width="618" height="348" src="https://www.youtube.com/embed/3NbQkyvbw18?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
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		<item>
		<title>Bitches brew, il sabba di Miles Davis</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2020/03/31/bitches-brew-il-sabba-di-miles-davis/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Mar 2020 17:41:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostop]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Compie cinquant&#8217;anni una delle pietre miliari del jazz, Bitches brew, il doppio album, uscito per la Columbia Records il 30 marzo 1970, che segna un punto di non ritorno per la carriera di Miles Davis, rinnegando definitivamente quanto fatto fino a quel punto con una deciso rinnovamento artistico, che ha segnato nel bene e &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Miles-DAvis-Bitches-brew.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-44400" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Miles-DAvis-Bitches-brew-1024x536.jpg" alt="Miles DAvis - Bitches brew" width="618" height="323" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Compie cinquant&#8217;anni una delle pietre miliari del jazz, <strong><em>Bitches brew</em></strong>, il doppio album, uscito per la Columbia Records il 30 marzo 1970, che segna un punto di non ritorno per la carriera di Miles Davis, rinnegando definitivamente quanto fatto fino a quel punto con una deciso rinnovamento artistico, che ha segnato nel bene e nel male il corso della musica di un intero decennio. Come spesso accade, le innovazioni non trovano consenso unanime, malgrado il grande successo di pubblico (che non è più quello del circuito jazz, cui Davis è abituato, ed è in gran parte bianco, cosa che ha un peso considerevole nel contesto sociale degli USA degli anni &#8217;60 e in particolare per Davis). La critica, invece, lo massacra. Per i cultori l&#8217;album è il canto del cigno di Davis, basti citare il giudizio del compianto Arrigo Polillo, che pur riconoscendo in esso &#8220;il miglior disco del Davis elettronico&#8221; [quel che poteva dirsi elettronico negli anni, &#8217;70, da non confondersi con l&#8217;elettronica degli ultimi vent&#8217;anni], reputa comunque la svolta come un suicidio artistico, dopo il quale il &#8220;<em>trombettista ha seguito inesorabilmente la logica del mercato cui ha deciso di abituarsi</em>&#8220;. Un giudizio decisamente severo, di chi è rimasto spiazzato dalla brutalità di <strong><em>Bitches brew</em></strong>, che però a ben vedere non è un fulmine a ciel sereno. Lo preannunciano molti segni negli anni immediatamente precedenti, a partire dal più osteggiato (e quanto è vicino in questo Davis a Dylan) dai puristi: l&#8217;elettricità. L&#8217;uso di strumenti elettrici fa la sua comparsa nella discografia di Davis con Dave Holland e Chick Corea, che nell&#8217;album <strong><em>Filles de Kilimanjaro</em></strong> (1968), sostituiscono con basso e tastiere rispettivamente il contrabasso e il piano di Ron Carter ed Herbie Hancock. Ma a cambiare in questa fase è soprattutto il suono della tromba di Miles, universalmente noto fino ad allora per la purezza lirica e cristallina, che si fa quasi sguaiata attraverso potenti amplificatori e pedali wah-wah (del resto Davis aveva progettato in quel periodo un album con Jimi Hendrix, purtroppo mai realizzato). Le ragioni della svolta sono state a lungo dibattute, tra pressioni discografiche, autentica voglia di cambiare e lusinghe di facili guadagni, ma forse la teoria più convincente è quella di Joseph Zawynul, che attribuisce all&#8217;influenza di Wayne Shorter l&#8217;evoluzione stilistica di Davis sul finire del decennio: &#8220;<em>dovete capire che Wayne è stato con Davis per sei anni e ha contribuito a far prendere forma a quella musica. E i pezzi che ha scritto ebbero anche l&#8217;effetto di modificare, in una certa misura, quello che Miles andava facendo. Tutto cominciò quando Wayne scrisse</em> <strong>Nefertiti</strong> [per l&#8217;album omonimo del secondo quintetto di Davis, registrato nell&#8217;estate del &#8217;67, n.d.a.] <em>Fu quello l&#8217;inizio di un mondo nuovo</em>&#8220;. E bisogna sottolineare, checché se ne dica, che quel mondo nuovo è davvero poco rock. La struttura delle performance (da <strong><em>Kind of blue</em></strong> in poi la performance stessa è la composizione, concetto che qui si manifesta a pieno) non ha nulla del rock più in voga. Tutto l&#8217;album è retto da una rutilante, tribale, debordante e tarantolata sezione ritmica, animata da un folto gruppo di musicisti composto da Lenny White (batteri), Jack DeJohnette (batteria), Don Alias (percussioni e batteria), Juma Santos (percussioni), Billy Cobham (batteria) e Airto Moreira (percussioni). Non ci sono ritornelli da cantare, né gustosi riff hard rock blues, complesse architetture armoniche, nè sviluppi melodici ammiccanti. Come ricorderà lo stesso Davis nella sua <em>Autobiografia</em> :&#8221;q<em>uello che suonammo per <strong>Bitches Brew</strong>, sarebbe impossibile scriverlo e farlo suonare ad un&#8217;orchestra, ed è per questo che non lo scrissi&#8230; tutto&#8230;</em>&#8220;. Ma è lo stesso Davis a generare il fraintendimento di una sua deriva rock affermando in quelle stesse pagine: &#8220;<em>cominciai a capire che i musicisti rock non sapevano niente della musica. Non la studiavano, non potevano studiare stili differenti, e di leggerla non se ne parlava nemmeno. Ma erano popolari e vendevano un mucchio di dischi perché davano al pubblico un certo sound e quello che voleva ascoltare. Così cominciai a pensare che se loro potevano raggiungere tutta questa gente e vendere tutti quei dischi senza nemmeno sapere che cosa stessero facendo, bene, potevo farlo anch&#8217;io e per di più meglio</em>&#8220;. Parole spietate e per certi versi opportunistiche, che avvalorano in parte le critiche di scadimento commerciale mosse al trombettista negli anni &#8217;70, ma che al contempo evidenziano una lettura distorta che Davis aveva del rock, di cui scimmiotta l&#8217;imperizia tecnica (addirittura nel disco <em><strong>In a silent way</strong> </em>dà istruzioni al chitarrista John McLughlin di suonare come se non sapesse suonare!), ma per realizzare quella che è la sua personale visione musicale. Ed è questo il segreto del successo dell&#8217;opera, che in fondo è ben più ostica della precedente produzione del musicista che, per quanto sia rimasta a lungo confinata nel &#8216;ristretto&#8217; ambito del genere jazz, risulta col senno di poi più &#8216;easy&#8217; di <strong><em>Bitches brew</em></strong>. Tutto si svolge all&#8217;insegno di una lunga improvvisazione, registrata nell&#8217;arco di poche sessioni ad agosto dell&#8217;anno prima, con appena esili canovacci, accordi e tempi da tenere, forniti prima di iniziare le performance da Davis alla nutrita formazione, completata da una schiera di mostri sacri da mozzare il fiato Wayne Shorter al sax soprano, Bennie Maupin al clarinetto basso, Joe Zawinul, Chick Corea e Larry Young al piano elettrico, John McLaughlin alla chitarra e Dave Holland e Harvey Brooks al basso. Un combo di quindici musicisti per un rito orgiastico senza tregua, né ripensamenti: una volta saliti sulla giostra bisogna correre fino alla fine. Catapultati dal caos metropolitano di New York a un primordiale deserto egiziano i musicisti si abbandonano alla pulsante e beduina <strong><em>Pharaoh&#8217;s Dance</em></strong>, da uno spunto di Zawinul, che occupa tutta la prima facciata del doppio vinile. Mentre la seconda è interamente occupata dalla lunghissima title track che si inerpica sulle dune di antiche sabbie per ben 27 minuti, con gli acuti distorti della tromba di Davis che riverberano nel vento di una tempesta, come dall&#8217;alto di una fortezza di fango presidiata da un drappello di uomini votati al martirio; che esce di soppiatto coperto dal buio della notte sulle note di quello che risulta essere il più fluido e avvolgente giro di basso dell&#8217;album. Restando nella metafora bellica/desertica, <strong><em>Spanish Key</em></strong> è il suono della carica di un&#8217;agguato tra le gole di un altipiano desolato, sospinto da infaticabili percussioni, che annuncia morte col tetro clarinetto di Maupin. <strong><em>John McLaughlin</em></strong>, con appena quattro minuti di durata diventa una sorta di <em>divertissement</em> per le doti di improvvisazione del chitarrista al quale è intitolata, mentre <strong><em>Miles Runs the Voodoo Down </em></strong>dà un&#8217;idea di cosa avrebbe voluto realizzare Davis collaborando con il più importante dei chitarristi rock, Jimi Hendrix. E dopo essersi battuta duramente l&#8217;orda di guerrieri torna alla base per dividere il bottino e ubriacarsi selvaggiamente, prima di raccogliersi in <strong><em>Sanctuary</em></strong>, in assorta, mistica meditazione.</p>
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		<title>Da un Capodanno di cinquant&#8217;anni fa, la Banda di Zingari di Jimi Hendrix</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Mar 2020 15:20:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo lo scioglimento degli Experience, che si esibiscono per l&#8217;ultima volta al Festival di Denver il 29 giugno del 1969, Hendrix sperimenta nuove possibilità e formazioni lungo tutto il corso dell&#8217;estate, dalle session allucinate nella residenza bucolica di Shokan (il bootleg che circola dal titolo Shokan Sunrise è una piccola e sconosciuta perla) fino alla performance &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Hendrix-Band-of-Gypsys.jpg"><img class=" size-medium wp-image-44334 aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Hendrix-Band-of-Gypsys-300x201.jpg" alt="Hendrix - Band of Gypsys" width="300" height="201" /></a>Dopo lo scioglimento degli Experience, che si esibiscono per l&#8217;ultima volta al Festival di Denver il 29 giugno del 1969, Hendrix sperimenta nuove possibilità e formazioni lungo tutto il corso dell&#8217;estate, dalle session allucinate nella residenza bucolica di Shokan (il bootleg che circola dal titolo <strong><em>Shokan Sunrise</em></strong> è una piccola e sconosciuta perla) fino alla performance stellare che chiude la tre giorni di Woodstock. Ma l&#8217;autunno americano arriva col suo rigore a infrangere certe ambizioni, che purtroppo non troveranno mai forma compiuta. Forse spinto dalla contestazione politica dei vari movimenti black, il chitarrista ritorna al trio, ma stavolta sceglie due musicisti di colore, Buddy Miles alla batteria e Bill Cox al basso che aveva già conosciuto all&#8217;epoca del servizio di leva. I rapporti di forza all&#8217;interno del trio sono poco diversi da quelli presenti negli Experience, ma differente è l&#8217;attitudine dei nuovi componenti. Il basso di Cox è decisamente solido e lineare, rifuggendo del tutto gli azzardi psichedelici di Redding, mentre il drumming di Miles è ben lontano dalle influenze jazz di Mitchell, preferendo uno stile più asciutto e diretto, funzionale alla dinamica funky che orienta la musica del trio. Ed è proprio il batterista ad imprimere una netta sterzata in tal senso grazie alle sue performance canore che aggiungono sensualità soul e grinta rhytm&#8217;n&#8217;blues al timbro meno versatile di Hendrix. I due cantano spesso affiancati, ma è quindi Buddy a ritagliarsi un ruolo da solista, che Jimi condivide per la prima volta in maniera tanto netta. In un paio di mesi il trio mette insieme un buon repertorio e riceve un prestigioso ingaggio allo storico Fillmore East, il teatro rock di Bill Graham a New York, per ben quattro concerti, tra la notte di San Silvestro del &#8217;69 e il Capodanno &#8217;70. Parte degli spettacoli confluiscono in <strong><em>Band of Gypsys</em></strong> che è il primo album solista di Hendrix e anche il suo primo live, pubblicato dalla Polydor negli Stati Uniti il 25 marzo del 1970. Sei tracce, sei nuovi brani, che viaggiano sulle ali di una tirata jam session funk rock. Che si dilatano all&#8217;insegna dell&#8217;improvvisazione come in <strong><em>We gotta live together</em></strong>, si infervorano nel dialogo serrato tra la Fender di Jimi e i vocalizzi ammiccanti di Miles, nella frenetica <strong><em>Message to love</em></strong> e nello shuffle andante di <strong><em>Who knows</em></strong>, mescolano il blues di <strong><em>Killing floor</em></strong> con le armonizzazioni del soul in <strong><em>Power to love</em></strong>, ritrovando anche la forma canzone nell&#8217;accorata e passionale <strong><em>Changes</em></strong>, scritta da Miles e introdotta da un gustoso stacco jazz, che coinvolge il pubblico in un crescendo ritmico trascinante. Ma il momento più alto dell&#8217;album e del trio resta la lunga protesta antimilitarista <strong><em>Machine gun</em></strong>, non a caso l&#8217;unica che Hendrix continuerà a suonare, in seguito, assieme ai ricostituiti Experience (con Cox al basso). Un blues marziale e straziante, degno di un figlio del voodoo, che atterisce il pubblico per oltre dodici minuti, sanguina copiosamente sotto i colpi di un mitra rullante, geme e urla un dolore universale, che parte naturalmente dal Viet Nam, ma riecheggia in tutte le infinite e atroci guerre combattute dall&#8217;uomo.</p>
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		<title>Gennaro Serio: Notturno di Gibilterra</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2020 18:13:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Molteni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostop]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>

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		<description><![CDATA[Gennaro Serio Notturno di Gibilterra ed. L&#8217;ORMA collana I TRABUCCHI 2020 Sabotare il giallo. Sorprendere la saggezza di spalle. Mischiare le carte prima che il mazzo sia stato del tutto raccolto. Guardare il dito mentre la luna si presta all’eclissi. Viaggiare un itinerario di seduzioni, all’inseguimento di un assassino, certi fantasmi, i cerchi nell’acqua dei &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="author" style="text-align: center;">Gennaro Serio<br />
<strong>Notturno di Gibilterra</strong></div>
<div class="author" style="text-align: center;">ed. L&#8217;ORMA<br />
collana I TRABUCCHI</div>
<div class="author" style="text-align: center;">2020</div>
<div class="author"></div>
<p><a href="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/notturno-di-gibilterra.jpg"><img class=" size-full wp-image-44325 aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/notturno-di-gibilterra.jpg" alt="notturno di gibilterra" width="443" height="658" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sabotare il giallo.<br />
Sorprendere la saggezza di spalle.<br />
Mischiare le carte prima che il mazzo sia stato del tutto raccolto.<br />
Guardare il dito mentre la luna si presta all’eclissi.<br />
Viaggiare un itinerario di seduzioni, all’inseguimento di un assassino, certi fantasmi, i cerchi nell’acqua dei canali.<br />
La letteratura è il bandolo, Dublino il tassello, Gibilterra l’approdo: i misteri collaterali di un caso senza mistero suggeriscono un’Odissea in cui il naufrago-eroe ha i tratti sconcertati dello scettico che, suo malgrado, finirà con lo scoprirsi poeta. Barcellona, Joyce, Samuel Riba e la pioggia, Platone, gli epitaffi, le notti di Carvalho, Poirot, Maigret, Padre Brown, Holmes, Ingravallo, Montalbano, Montale, Marlowe, Wolfe: ad aver letto &#8220;Dublinesque&#8221; di Enrique Vila-Matas sale alle labbra un sorriso e forse questo Soledad non l&#8217;aveva previsto (o forse sì?).<br />
Notturno di Gibilterra è un folle lungometraggio d’amore per la letteratura, di genere (il giallo) e non: un po’ Woody Allen (Ombre e nebbia), un po’ Bergman (Il posto delle fragole e Il settimo sigillo), Gennaro Serio ama – oso intuirlo &#8211; Joyce, Omero, i poeti, la campagna inglese, Jean-Claude Izzo.<br />
A non opporre resistenza, a lasciarsi condurre, Gennario Serio portandoci via da casa ci mostra una Casa dentro le cui mura libertà e passione possono essere ben più di un capriccio.</p>
<p style="text-align: left;"><em><strong>Colonna sonora 1:</strong></em></p>
<p style="text-align: left;"><span class="style-scope yt-formatted-string" dir="auto">Franz Ferdinand &#8211; &#8220;Ulysses&#8221; from &#8216;Tonight: Franz Ferdinand&#8217; released 2009 on Domino Record Co.</span></p>
<p><iframe width="618" height="348" src="https://www.youtube.com/embed/31sZ9xZr_Ew?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;"><em>Oh&#8230; Oh, then suddenly you know<br />
You&#8217;re never going home<br />
You&#8217;re never<br />
You&#8217;re never going home</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: left;"><em><strong>Colonna sonora 2:</strong></em></p>
<p style="text-align: left;">Radiohead &#8211; &#8220;Lotus flower&#8221; fron &#8220;The King Of Limbs&#8221; released 2011 (Colin Greenwood, Philip Selway, Ed O’Brien, Thom Yorke, Jonny Greenwood)</p>
<p><iframe width="618" height="348" src="https://www.youtube.com/embed/cfOa1a8hYP8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<blockquote><p><em>And all I want is the moon upon a stick</em><br />
<em> Dancing around the pit</em><br />
<em> Just to see what it is</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Sinossi</strong></em><br />
<em>Sospinto da uno stile versatile e sorprendente, Notturno di Gibilterra mette in atto un furibondo sabotaggio del genere più letto e amato: il giallo. Nell’appartata sala da tè del Grand Hotel Rodoreda di Barcellona, un giovane giornalista sta intervistando il celebre scrittore Enrique Vila-Matas. Ma, evidentemente, qualcosa va storto. Nella sala resta solo il cadavere dell’intervistatore, e Vila-Matas pare svanito nel nulla. Un detective scontroso, e fiero «nemico delle Lettere», si lancia all’inseguimento del supposto assassino con l’aiuto della sorella Soledad, medico legale e coltissima lettrice, che sembra invischiata nella vicenda più di quanto non dovrebbe. Si innesca così un congegno romanzesco composto di carteggi, referti, interviste, picaresche peripezie (e persino di un campionato mondiale dei detective letterari in cui si sfidano mostri sacri come Poirot, Montalbano, Maigret e Sherlock Holmes). Un «ipergiallo» giocoso e diabolico che attraverso una sapiente rete di divertiti omaggi e ghiotte citazioni porterà il lettore dai canali delle Fiandre al Baltico, dall’Accademia di Svezia alla Patagonia, per approdare infine a Gibilterra, dove marginali poeti allo sbando rivendicano uno spazio a quella materia incandescente che è la letteratura.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Gennaro Serio</strong> è nato a Napoli nel 1989. Vive attualmente a Roma dove lavora nella redazione del «manifesto». Scrive per varie testate tra cui «il Venerdì» e «Alias». Con Notturno di Gibilterra, il suo primo romanzo, ha ottenuto il più prestigioso riconoscimento italiano riservato agli inediti di scrittori esordienti, il Premio Italo Calvino. Questa la motivazione della giuria: «Per il coraggioso esperimento metaletterario condotto nel testo con lingua poliedrica, sulla scia dei modelli cosmopoliti di Vila-Matas e Bolaño. Un giallo sofisticato dal gusto ironico e parodistico che vede i protagonisti in viaggio per l’Europa dei luoghi di culto della scrittura terminando nella Gibilterra dell’immortale Molly Bloom».</em></p>
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