 <?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Lost Highways &#187; Massimo Sannella</title>
	<atom:link href="http://www.losthighways.it/author/massimo-sannella/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.losthighways.it</link>
	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
	<lastBuildDate>Mon, 02 Nov 2026 14:55:23 +0000</lastBuildDate>
	<language>en-US</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.2.38</generator>
	<item>
		<title>Sometimes They Come Back – The Perfect Guardaroba</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2011/03/01/sometimes-they-come-back-the-perfect-guardaroba/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2011/03/01/sometimes-they-come-back-the-perfect-guardaroba/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 09:15:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Sannella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=13532</guid>
		<description><![CDATA[E’ proprio vero: “A volte ritornano”. Arriva inaspettato e quindi ancor più gradito, da una band che si credeva ormai – discograficamente &#8211;  consegnata al silenzio, questo condensato d’argento vivo che prende il nome di Sometimes They Come back, secondo album &#8211; sulla lunga distanza dal precedente Un.Tidy &#8211;  dei  The Perfect Guardaroba, agitatori sonici &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/THE_PERFECT_GUARDAROBA.jpg" alt="" width="200" height="200" />E’ proprio vero: “A volte ritornano”. Arriva inaspettato e quindi ancor più gradito, da una band che si credeva ormai – discograficamente &#8211;  consegnata al silenzio, questo condensato d’argento vivo che prende il nome di <strong><em>Sometimes They Come back</em></strong>, secondo album &#8211; sulla lunga distanza dal precedente <strong><em>Un.Tidy</em></strong> &#8211;  dei  The Perfect Guardaroba, agitatori sonici di un garage-punk che frulla a mille, l’evocazione dell’eroismo on stage del sintomo puro degli spiriti e delle gesta del più magniloquente e lurido linguaggio del rock.<br />
La classe non è acqua e i nostri rockers di Senigallia lo dimostrano ad ogni ruggito di traccia, in ogni schiacciata di pedaliera che è ormai l’attitudine perfetta e calibrata del loro tribale incedere nella musica, una musica che contiene un patrimonio di Mando Diao, The Hellacopters,Television, Dead Boys, Stooges, Ramones, e tutto il graffio indelebile del CbCb’s al 315 della Bowery Newyorkese, un impatto che non fa scambi o favori ad interferenze, quadrato come in un’interminabile live session che pare sempre sul punto di morire e invece ricomincia ogni volta a schizzare watt.<br />
Dieci traccianti di passione &amp; shake’n’roll che si coniugano perfettamente in un aggancio, un hookering di reale dinamismo estetico che percorre – come un brivido di febbre incontrollato – la schiena pelosa e sghemba dei ‘70s, con riff intriganti e scintille d’inquietudine, istinti pagani e sacrosanti scongiuri contro il flebile, mollaccione ed esangue cosmo indie; dentro gli accordi amplificati e i rumori primari un substrato di pensieri personali, amori sfigati, l’esistenziale che sta stretto o amicizie con la lampo, e mentre i TPG suonano e giocano, facendo risultare un loud di prima categoria, vene da pensare che l’idea – magari ci saranno state altre causali &#8211;  di aver fatto attenderci un po’ questo disco è stato un bene perché in questa aspettativa le “ottime cose” si sono pentuplicate e la radicalità rock ancor più sanguisuga. Vera.<br />
<strong><em>The Art Of Falling</em></strong>, <strong><em>Try Again</em></strong>, <strong><em>Rosie Palm</em></strong>, <strong><em>Misundestanding (disconight)</em>,</strong> <strong><em>Jump The Gun</em></strong>, e tutte le altre frecce soniche sono il naturale dissenso al silenzio, all’inamovibilità, inni allo stage diving, mentre a <strong><em>Expecting To Fly</em></strong> è stato delegato il rubino acustico dell’intero lotto, una chitarra acustica stropicciata appesa ad una voce ed un coro dalle colorazioni alcoliche, buone.<br />
I TPG non fanno nulla di speciale, ma hanno una qualità che la maggior totalità dei gruppi odierni sembra aver dimenticato: sanno scrivere canzoni e “suonare” come “qualcuno” comanda, e non solo riff.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Autoproduzione &#8211; 2011</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial;">Damiano (voce) &#8211; Becca (chitarra) &#8211; Rod (voce, basso) &#8211; Angelo (batteria)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>Altes Wassenwewrk</li>
<li>The Art Of Falling</li>
<li>Sometimes They Come Back</li>
<li>Try Again</li>
<li>Rehab</li>
<li>Rosie Palm</li>
<li>So Much Better</li>
<li>Misunderstanding (disconight)</li>
<li>Expecting To Fly</li>
<li>Jump The Gun</li>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;">Links:</span><a href="http://www.theperfectguardaroba.com/">Sito Ufficiale</a>,<a href="http://www.myspace.com/theperfectguardaroba">MySpace</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.losthighways.it/2011/03/01/sometimes-they-come-back-the-perfect-guardaroba/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Geografia di un momento – Tomakin</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2011/03/01/geografia-di-un-momento-tomakin/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2011/03/01/geografia-di-un-momento-tomakin/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 09:12:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Sannella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=13528</guid>
		<description><![CDATA[Quante sotto gradazioni stilistiche del nero sballottano ancora in giro – come pezzi malconci condannati a girovagare nell’universo &#8211; perse nella scia di quella che fu la new wave e del suo contenitore formato da un otto ed uno zero? Quanti affanni puramente umani dentro e cellophanati fuori col fegato espressionisticamente esistenzialista e lo sguardo &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/TOMAKIN.jpg" alt="" width="200" height="180" />Quante sotto gradazioni stilistiche del nero sballottano ancora in giro – come pezzi malconci condannati a girovagare nell’universo &#8211; perse nella scia di quella che fu la new wave e del suo contenitore formato da un otto ed uno zero? Quanti affanni puramente umani dentro e cellophanati fuori col fegato espressionisticamente esistenzialista e lo sguardo poetico sul baricentro tra la sfiga e il mal di vivere, e quante band ancora &#8211; nel trafficatissimo underground – testarde s’insinuano, inclini, a tormentarsi e tormentare quella parte d’umanità che chiazze di sole se l’è conquistate?<br />
<strong><em>Geografia di un momento</em></strong> dei piemontesi Tomakin di quelle gradazioni stilistiche ne usano un buon tre quarti e le riversano in un pop-wave molto curato ma altresì prevedibilissimo in ogni suo passo e in ogni suo adeguamento percepibile; tante e sfruttate le luci e il brillio della forma canzone, fermo al palo il giusto e  reale salto per non rimanere aderenti allo stilema come un cerotto, ed effettivamente i nostri rischiano di non accontentare nessuno, peggio ancora di disperdere le intenzioni – magari sopite – di rintracciare una via mediana, un fuori pista dove possano prendere in considerazione nuovi territori musicali fuori dalla “calca seriale” che costipa il genere pop- wave, neo wave o romantic wave (scuro o diluito che sia).<br />
Ci sono melodie e ritornelli canticchiabili sull’onda revivalista in <strong><em>Amore Liquido</em></strong>, lo shake robotico di <strong><em>Collasso</em> </strong>che ripristina le dualità di un Camerini ante- litteram, lo spettinatissimo Robert Smith che balla con Garbo (ed è proprio lui in persona) in <strong><em>Siero</em></strong>, oppure Paolo Enrico Archetti Maestri (Yo Yo Mundi) che presta la sua coralità vocale nell’epica ballata da juke-box invernale nella traccia numero due della tracklist <strong><em>Bar Code</em></strong>; ma quell’intrigante stimolo ad entusiasmare la voracità del repeat sequenziale non perviene, un disco che si fa ascoltare con una spiritualità d’ascolto già satura e sfiziata che nella ruvida sincerità fa punto di riferimento al già sentito, allo stracotto.<br />
<strong><em>Geografia di un momento</em></strong> è l’esatto contrario di quello che il parterre emozionale delle novità si aspetta, di  “mestiere antico” dentro ne gira parecchio, ma sono quei giri fissi che non danno il benessere certificato di un “capogiro” esterrefatto. Oggi!</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Sciopero Records &#8211; 2011</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial;">Alessio Mazzei (voce, microsynth) &#8211; Daniel Joy Pistarino (sintetizzatori) &#8211; Giovanni Facelli (chitarre, voce, microsynt) &#8211; Denis Martino (basso) &#8211; Diego Pangolino (batteria, percussioni) &#8211; Valerio Gaglione (live crew)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>Quando sogno</li>
<li>Bar code</li>
<li>Amore liquido</li>
<li>Collasso</li>
<li>Maree</li>
<li>Joasia</li>
<li>La ragazza del ponente</li>
<li>New wave</li>
<li>Autoconvinzioni</li>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;">Links:</span><a href="http://www.myspace.com/tomakinofficial">MySpace</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.losthighways.it/2011/03/01/geografia-di-un-momento-tomakin/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ciò che l’anima non dice – Furyu</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2011/03/01/cio-che-l%e2%80%99anima-non-dice-furyu/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2011/03/01/cio-che-l%e2%80%99anima-non-dice-furyu/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 09:08:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Sannella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Single/EP/Self Released]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=13523</guid>
		<description><![CDATA[Chi non è avvezzo ad avventurarsi nei miasmi e nei malefici territoriali del rock metallizzato griderebbe “mamma li turchi”, ma noi, oramai abituati a ben più scottanti “gironi Danteschi”, abbiamo anticorpi corazzati e bandana mimetica, e dunque avanti la prossima band. Vengono da Bologna, sono i Furyu e subito ci mistificano la sorte con un &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/FURYU.jpg" alt="" width="200" height="200" />Chi non è avvezzo ad avventurarsi nei miasmi e nei malefici territoriali del rock metallizzato griderebbe “mamma li turchi”, ma noi, oramai abituati a ben più scottanti “gironi Danteschi”, abbiamo anticorpi corazzati e bandana mimetica, e dunque avanti la prossima band.<br />
Vengono da Bologna, sono i Furyu e subito ci mistificano la sorte con un segreto <strong><em>Ciò che l’anima non dice</em></strong>, un sei tracks aggrovigliato e multi-sensoriale “concept” dove si assaggiano le varie amperità del potere del dio Odino, un’escalation a “onde di calor bianco”  e “unguenti di note”, violenza e carezza che stordiscono e spaccano; dicevamo non metal da finisterre, ma un insieme di tonalità che vanno dal trash al regno occluso dai powerchord compressi a sangue, alll’epico rifferama dai risvolti progressive e alll’heavy sinfonico con inserti slappati a meraviglia, insomma il rock bombardato freneticamente che però messo così assume tutta l’apparenza di una lista da palinsesto, uno specifico “esercizio di stile” che una volta ascoltato, masticato e digerito, non se ne ricorda nemmeno il veloce passaggio.<br />
La tecnica esecutiva è a livelli top e tutto l’insieme resta lucido, nervoso ed impegnativo, tutti stati d’animo che vengono infilzati come perle sanguinolente di una, due, cento storie che sono “gracchiate” nel sottofondo dei registrati, messaggi foschi ed echi indelebili e smaniosi che, appunto, graffiano e stilettano ciò che l’anima umana non dice alla luce del sole; un’interpretazione “art” molto concettuale, un suono totale che è l’epitone della paranoia e del disagio.<br />
C’è tuttavia un’impressione piena di divagazioni letterarie, ma il cerchio si chiude in meno che non si dica.<br />
Recita il  bugiardino: “<em>Il termine Furyu, che in Giappone moderno significa ‘elegante’, era usato nelle poesie del tardo periodo Heian (Giappone 795 – 1185), per indicare una visione della vita aristocratica e nostalgica: letteralmente significa “vento ed acqua che scorre”. Lo Zen decise di farlo suo.”.</em> Un disco da prendere o lasciare, manna per metalliferi o indifferente per i non iniziati; quello che si può stilare a fine corsa è un giudizio emaciato e materiale: perfetto nella stesura ma di un “mondo” che appare anacronistico e dell’altro secolo.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Autoproduzione &#8211; 2011</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial;">G.Capitelli ( chitarre) &#8211; F. Melandri (chitarre) &#8211; M.Zappoli (basso) &#8211; R.Grechi (batteria) &#8211; D.Storelli (effetti)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>Illusione dei miei giorni</li>
<li>E poi la luce</li>
<li>Un momento: vado a fuoco</li>
<li>Finalmente io sono</li>
<li>La vastità del mio tempo</li>
<li>Ciò che l’anima non dice</li>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;">Links:</span><a href="http://www.furyu.it">Sito Ufficiale</a>,<a href="http://www.myspace.com/projectfuryu">MySpace</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.losthighways.it/2011/03/01/cio-che-l%e2%80%99anima-non-dice-furyu/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Kaputt &#8211; Destroyer</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2011/02/18/kaputt-destroyer/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2011/02/18/kaputt-destroyer/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 18 Feb 2011 13:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Sannella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=13389</guid>
		<description><![CDATA[Pare che dei The New Pornographes, a Dan Bejar  &#8211; dentro lo scafandro del progetto Destroyer – rimanga poco o se non altro dettagli insignificanti, ed eccolo allora a rimuginare, inventare, stilizzare nuovi contegni sonori per mescolarli in quello che poi dovrebbe significare un suo rinascimento, il suo voltarsi indietro per guardare avanti, e Kaputt, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DESTROYER2011.jpg" alt="" width="200" height="200" />Pare che dei The New Pornographes, a Dan Bejar  &#8211; dentro lo scafandro del progetto Destroye<em>r</em> – rimanga poco o se non altro dettagli insignificanti, ed eccolo allora a rimuginare, inventare, stilizzare nuovi contegni sonori per mescolarli in quello che poi dovrebbe significare un suo rinascimento, il suo voltarsi indietro per guardare avanti, e <strong><em>Kaputt</em></strong>, nuovo e terzo disco della trasformazione customizzata, pare invece dimostrare che tali scelte spingano alla deriva, lontano dalla memoria collettiva di cultori musicali.<br />
Il cantautore di Vancouver, se si va a ripescare <strong><em>Trouble In Dreams</em></strong> che è predecessore di questo nuovo capitolo discografico, già faceva scontrare i suoi fan con inversioni ad U stilistiche che, se da un lato potevano inorgoglire le ingratitudini di sentori malinconici e gassosità ambient, dall’altro ingrassavano i sapori di un pop romantico forse da troppo tempo inespresso. E questo nuovo disco, come a rispettare le infinite eleganze sintetiche e lounge di un certo appannaggio clubbing, si tuffa a corpo morto nel centro degli anni 80, nel focus poco più che tiepido di quello “speech individualistico e confidenziale” che lascia infiniti dubbi e all’ascolto una ricerca spasmodica di sostanza vera e propria.<br />
Difficile da descrivere perché tanto diverso da se stesso (con lo scorrere delle tracce), l’indipendenza sonica che trama il tessuto compositivo dell’album è di quelle che si ama immediatamente o porta ad incarognirsi per il sussiego prolisso di un manierismo dandy (<strong><em>China town</em></strong>, <strong><em>Savage night at the opera</em></strong>, <strong><em>Kaputt</em></strong>) con sbocchi techno soulness (<strong><em>Song for America</em></strong>) o per la depression land aggrappata ai tasti di pianoforte liquido in (<strong><em>Suicide demo of Kara Walker</em></strong>), in concreto una lunga incursione in un passato remoto dove l’unica frenesia è quella rimasta sopita nei lustrini spenti di un Bowie allampanato e di un Bryan Ferry oscenamente impomatato.<br />
Se si avesse la coscienza marchettara del gioco a rimando si potrebbe dire “un disco dl sapore meravigliosamente antico”, ma la sincerità umana di annunciare un flop rigato da nove tracce è più forte e verace.<br />
Fermate il mondo, rivogliamo i The New Pornographes!</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Merge – 2011</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial;">Dan Bejart (voce, chitarra) &#8211; John Collins (basso) &#8211; Scott Morgan (basso)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>China Town</li>
<li>Blue eyes</li>
<li>Savage night at the opera</li>
<li>Suicide demo for Kara Walker</li>
<li>Poor in love</li>
<li>Kaputt</li>
<li>Downtown</li>
<li>Song for America</li>
<li>Bay of pigs</li>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;">Links:</span><a href="http://www.myspace.com/destroyer">MySpace</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.losthighways.it/2011/02/18/kaputt-destroyer/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Napa Asylum &#8211; Sic Alps</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2011/02/18/napa-asylum-sic-alps/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2011/02/18/napa-asylum-sic-alps/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 18 Feb 2011 12:19:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Sannella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=13393</guid>
		<description><![CDATA[Con una formula “fuori tempo massimo”, intesa proprio come “fuori dal mondo e dai confini annessi”, il formato triangolare dei californiani Sic Alps – qui “sformato” per la discesa nella formazione dell’ex chitarra dei Comets On Fire Noel Von Harmonson – ha dato al mondo il suo terzo album: Napa Asylum, un taglio verticale di &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/sic_alps2011.jpg" alt="" width="200" height="200" />Con una formula “fuori tempo massimo”, intesa proprio come “fuori dal mondo e dai confini annessi”, il formato triangolare dei californiani Sic Alps – qui “sformato” per la discesa nella formazione dell’ex chitarra dei Comets On Fire Noel Von Harmonson – ha dato al mondo il suo terzo album: <strong><em>Napa Asylum</em></strong>, un taglio verticale di garage ecografico &#8211; senza saracinesca – psichedelico e lo-fi che procura “na rota metedrinica” da sfangare stravaccati con bibende a go-go liberi da ogni obbligo sociale ed umano.<br />
Sì, la glabra fustigazione di menefreghismo, cazzeggio, giuggiole senza brodo e fancazzismo sono le prime cose che si accostano a questo slittato almanacco di ben ventidue canzoni che istintivamente portano a storcere il naso, ma una volta scardinate le difese precostituite che si hanno in dotazione, si svela una continua e indolente “discesa paradisiaca” nel loro mondo raffazzonato e anti-eroe, un mondo in cui Barrett, Devendra Banhart, i Fab Four storditi, i Velvet di Nico e spremute di segala cornuta quanto basta giocano liberamente a suonare vintage con i coni sfondati e intrisi in tutta quella goduriosa istanza di libertà senza freni, senza stop da rispettare.<br />
Dal weird all’indie, passando per la moltitudine derivativa dell’humus slacker garage &amp; Co, la band scorrazza lisa e rattoppata in un deliro efficientissimo d’umori e ritmi in maggiore, vecchi tapes su 8 piste chissà come ritornati in vita e che riprendono aria, dolcezza e vento dentro un’accorata piacevolezza d’antan, tra i pavementiani sollazzi e gli allori ovattati della Castro Avenue di Frisco; Matt, Mike e Noel possono benissimo definirsi una “mina chiamata divagazione sui territori inespressi e voraci della concettualità dello sballo naturale”, uno sbattere in faccia e nelle orecchie le alienazioni, il noise di sogni e notti in bianco come una liberazione di una tribù generazionale che non riconosce più paternità, fedi e onde da cavalcare a pelo.<br />
Ci sono dentro tutte le vibes degli anni sessanta, un pizzico di Big Sur, il folk spennato <strong><em>Ball of fame</em></strong>, <strong><em>Low kid</em></strong>, la preghiera storta di looner <strong><em>Country medicine</em></strong>, le psichedelie allucinate di shake <strong><em>Zepp epp</em></strong> e le zampate beat <strong><em>Turtle soup</em></strong> e <strong><em>May ltd</em></strong>, che farebbero gola a Warhol.Tracce che sembrano trailer, suoni che paiono spilli, colori che accecano ricordi, ma quello che alla fine dimostra essere il riassunto di tutto è la paranoia urbana che, per una volta tanto, si tramuta in feeling e sensazioni, un rumoroso e serrato atto magico prêt-à-porter.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Drag City &#8211; 2011</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial;">Matt Hatman (voce, chitarra) &#8211; Mike Donovan (basso, batteria) &#8211; Noel Van Harmonson (chitarra, voce)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>Jolly</li>
<li>Eat happy</li>
<li>Cement surfboard</li>
<li>Country medicine</li>
<li>Do you want  to give $$?</li>
<li>Saint Peter writes his book</li>
<li>Zeppo Epp</li>
<li>Trip train</li>
<li>Ball of fame</li>
<li>Ranger</li>
<li>My my lai</li>
<li>Wake up, it’s over</li>
<li>Meter man</li>
<li>Occult display</li>
<li>Wasted a church</li>
<li>Turtle soup</li>
<li>The first white man to touch California soil</li>
<li>Super Max lament on the way</li>
<li>May Ltd</li>
<li>Low kid</li>
<li>March of the skyes</li>
<li>Nathan Livingston Maddox</li>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;">Links:</span><a href="http://www.sicalps.com/">Sito Ufficiale</a>,<a href="http://www.myspace.com/sicalpsmusic/music">MySpace</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.losthighways.it/2011/02/18/napa-asylum-sic-alps/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Fifth – Blessed Child Opera</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2011/02/18/fifth-blessed-child-opera/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2011/02/18/fifth-blessed-child-opera/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 18 Feb 2011 12:15:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Sannella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=13386</guid>
		<description><![CDATA[Immaginatevi dentro un cubo di vetro sigillato mentre una pioggia ne sferza dolcemente le pareti, lasciatevi anche tranquillamente rigare le guance da lacrime di passione e amarezza se premono per uscire, è giunto il tempo di tirare le corde tese dell’emozione ed il sipario dell’anima scorrerà come un elemento naturale di bellezza. Non sempre lo &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/BLESSED_CHILD_OPERA2011.jpg" alt="" width="200" height="199" />Immaginatevi dentro un cubo di vetro sigillato mentre una pioggia ne sferza dolcemente le pareti, lasciatevi anche tranquillamente rigare le guance da lacrime di passione e amarezza se premono per uscire, è giunto il tempo di tirare le corde tese dell’emozione ed il sipario dell’anima scorrerà come un elemento naturale di bellezza.<br />
Non sempre lo spleen equivale a tappo  di un cromatismo pesto e mesto, ad uno stato paranoico che finisce sempre ad abbassare uno sguardo, altre versioni di questo stato d’animo latente arrivano a gocciare come una fresca rugiada su poesia e su di una sensuale corolla di canzoni che – agli opposti dell’enfasi – possono plagiarti ingombrantemente e felicemente il tuo vuoto dentro.<br />
Paolo Messere ritorna con il logos Blessed Child Opera, e <strong><em>Fifth</em> </strong>è il nuovo album che, alla sua dolcissima maniera, rappresenta l’immutato stato dell’arte di questa band, del suo raccontare tra le righe non scritte di voli, cadute e riprese acustiche che trasmettono un feeling delicato, confessionale se non addirittura intimo, con svolazzi jazz, caracollamenti tiepidi country looner, poca elettricità e archi che scremano pathos ed equilibrismi.<br />
Alla sua maniera, dicevamo, e con essa una libertà soffice che trova il potenziale in sensazioni all’ascolto notturne, chitarre acustiche che arieggiano la tristezza di <strong><em>Nothing is in place when it should</em></strong>, <strong><em>Lonely friend</em></strong>,  che mettono il cappello da cowboy dinoccolato in <strong><em>Falling</em> </strong>tra un banjo che strimpella a mandolino, un ritorno al centro degli anni ottanta per non perdere le radici in <strong><em>I will find</em></strong>, un fiore in bocca sotto stelle ficcanaso bagnate da archi nella stupenda ballad easy <strong><em>Between us</em></strong>, piccole movenze pop per <strong><em>Never to return on your</em></strong><em> <strong>steps</strong></em> ed infine il “delirio organizzato” di <strong><em>Promise circle</em></strong>, freejazz d’ance di clarinetti che esplodono, schizzano, beatificano un mantra interpretativo dal retrogusto ipnotico che nel suo giro vitale fa da diamante e castone all’intero lavoro discografico.<br />
E’ tutto chiaro, nel giro delle cose di classe i BCO hanno sempre avuto una corte di riferimento e nessuno della critica della “penna rossa” può trovare appigli o nei per pregiudicare una piccola opera d’arte alternative. Nella migliore delle ipotesi un difetto questo disco lo porta, è affascinante, figuriamoci il pregio.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Seahorse Recordings &#8211; 2011</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial;">Paolo Messere (vocals, acoustic and electric guitar, loop station, electronics) &#8211; Giacomo Salzano (bass) &#8211; Maurizio Vitale (drum)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>Nothing is in place when it should</li>
<li>Falling</li>
<li>Closed doors</li>
<li>Clear sky optimistic</li>
<li>Reflection after nothing</li>
<li>I will find</li>
<li>Ruby light</li>
<li>Between us</li>
<li>Keep me tight</li>
<li>Never to return on your steps</li>
<li>Lonely friend</li>
<li>Promise circle</li>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;">Links:</span><a href="http://www.blessedchildopera.com">Sito Ufficiale</a>,<a href="http://www.myspace.com/blessedchildopera">MySpace</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.losthighways.it/2011/02/18/fifth-blessed-child-opera/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
