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Gorillaz live @ Trieste, 25 luglio 2026

Gorillaz @ Trieste - Foto Alessio Cuccaro

Una folla di sedicimila persone riempie la monumentale Piazza Unità d’Italia, davanti a un palco che prende l’intero prospetto del Municipio, ed è un numero importante, in un mondo che ormai valuta tutto in termini di like, followers e visualizzazioni, perché è una folla trasversale che abbraccia molte generazioni, dai ragazzini agli anziani, tutti accorsi per il concerto concretissimo di una band virtuale partorita dal genio di Damon Albarn e Jamie Hewlett. I Gorillaz sono un quartetto di cartoon, ma sul palco diventano un combo scatenato di ben tredici elementi, cui si aggiungono di volta in volta ospiti che rendono impossibile tenerne il conto, in una performance estremamente umana e toccante, malgrado il ricorso ad effetti elettronici e suoni registrati, come alcune parti vocali per i brani dell’ultimo album The Mountain, centrato sul tema della morte e pertanto concepito proprio come rievocazione di alcune figure chiave con le quali la band è entrata in contatto negli anni, attraverso l’uso di registrazioni vocali, talvolta in apparenza insignificanti. È uno spettacolo musicale e ovviamente anche visuale, la fusione tra i suoni prodotti dall’orchestra pop che affolla il palco e le animazioni che scorrono sugli schermi giganti, in particolare quello centrale, è praticamente perfetta, a partire dalle scritta hindi “Montagna” e la montagna simbolica (è praticamente arte concettuale) che ricorre più volte durante il concerto e lo apre con l’eterea spiritualità del bansouri di Ajay Prasanna in The Mountain, breve istante di concentrazione prima di avviare il groove della band con la spoumeggiante The Happy Dictator, macinando ritmo irrefrenabile per circa due ore, grazie alla folta sezione ritmica a tre batteristi, tra cui spicca lo stile scoppiettante di Jaega Mckenna-Gordon, cui si aggiunge il suonatore di tabla Kayam Hussain. Le immagini reali o animate mostrano la deriva di una società ogni giorno più distopica, dominata dalle armi e votata alla distruzione; per questo anche Albarn sale sul palco con giubba e berretto militare, denunciando uno stato di cose che richiede una rapida e decisa inversione di tendenza, anche attraverso la musica, questa musica, che ci fa ballare parlando di morte, di Kids With Guns ma anche di crescita spirituale e amore. La scaletta gioca soprattutto con l’ultimo e coi primi album della band, Song Machine e Cracker island del tutto assenti, tenendo  sempre alta la tensione dai bassi ossessivi di TranzLast Living Souls, percossi dall’infaticabile Seye Adelekan, al fraseggio scanzonato di 19-2000 e le tastiere torbide di Rhinestone Eyes. Le onde caraibiche di Slow Country, il pathos sfuggente di El Mañana, che Damon intona stringendo le mani a un gruppo di ragazzine incredule in prima fila, guardandosi dritto negli occhi languidi, la dolcezza naif di On Melancholy Hill, le cui note delicate vengono cantate da tutti i presenti.
Kara Jackson sale sul palco per il dolente testo di Orange County, accompagnato dall’allegro e spensierato fischietto che esorcizza la morte, mentre il volto torvo di Mark E. Smith si mescola alle proiezioni psichedeliche che inondano di luce gli schermi per l’esplosione di Delirium, in cui Damon allarga le braccia e si lascia andare all’indietro come travolto da un’estasi inarrestabile. Si balla sfidando il caldo al ritmo dance di Strobelite (alla sua prima esecuzione in questo tour), con la club disco di Andromeda, coi battiti ansiogeni di She’s My Collar, tutte estratte da Humanz. Il rap di Posdnuos arriva a scandire la dinamica di Superfast Jellyfish, ma uno dei vertici del concerto si raggiunge quando il rock lo-fi di Kids With Guns viene scosso alle fondamenta come da un terremoto dalle potenti doti vocali di Michelle Ndegwa che abbandona la sua postazione di corista, condivisa con altri tre cantanti, e guadagna la ribalta per un’esplosione di vocalizzi e acuti degna di Clare Torry in The great gig in the sky, al punto che a pezzo quasi finito Damon non pago le si avvicina a testa bassa intimandole di continuare e lei si produce in una autentica deflagrazione. Yasiin Bey sala sul palco per il rap plasticoso di Stylo e ci resta per duettare con Omar Souleyman, che ha aperto il concerto con un bizzarro dj set, nella travolgente Damascus in fluida fusione di pop e Medio Oriente. Ancora una gioia fanciullesca invade la piazza alle note allegre di Dirty Harry e tutti si scatenano al groove di Feel Good Inc. cantata a squarciagola dai presenti, per la chiusura dei tempi regolamentari.
Il bis comincia col minimalismo introspettivo di Cloud of Unknowing, eseguita dal solo Albarn al piano col misurato ausilio dei feedback della chitarra del fidato Jeff Wootton. Si prosegue con Plastic Beach funestata da un improvviso calo di tensione dell’impianto, che comparta qualche minuto di tregua: Damon ne approfitta per scendere a firmare autografi tra le prime file, rassicurando il pubblico. L’energia elettrica ritorna in breve ed è la volta del pop sognante di The Shadowy Light, retto dal canto gutturale e melodioso dell’indiana Asha Bhosle, scomparsa ad aprile, cui la band dedica un partecipato tributo. Poi Albarn impugna una melodica, o diamonica che dir si voglia, e parte un tripudio perché tutti capiscono che è arrivato il momento del tempo spezzato e le traiettorie oblique di Clint Eastwood, la piazza esplode ancora una volta per il gran finale di un concerto che nutre la speranza urlando in coro:
I ain’t happy, I’m feeling glad
I got sunshine in a bag
I’m useless, but not for long
The future is comin’ on

Gorillaz @ Trieste - Foto Alessio Cuccaro 02

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