Le prime note vibrano nell’aria, come un incedere di passi lenti, calibrati, decisi. Toglietevi la polvere dagli occhi e specchiatevi nella copertina lucida di Human Error, mentre la voce sintetizzata di Emil Moonstone introduce la visione desolata di War is a mistake. I colpi di batteria arrivano piano, poi aprono come a mitragliare l’anima, e immediatamente capisco di essere davanti a un disco che vuole farsi ascoltare, in ogni dettaglio. Alzo il volume in cuffia, le sonorità diventano piene, sottolineate da liriche brevi e dirette. “Every soul deserves to fly” mi riporta alla memoria una celebre “everyone deserves the chance to fly”, ma ancora non capisco perché la mia mente faccia un tale volo pindarico, da un disco alternative rock ad un musical di Broadway. Accantono per un attimo questa sensazione e mi lascio trasportare dalla voce intensa di Emil Moonstone che sembra quasi giocare con la musica della band, The Anomalies. Cambia registro, guida in maniera teatrale l’ascolto attraverso lo scenario apocalittico e salvifico di questo primo brano e subito dopo, con Stardust, delinea tutto il perimetro in cui il disco si muove: mostrare l’umana fragilità, nella sua dimensione globale, rappresentata dalla guerra, il più grande degli errori, e quella intima dove, come in uno specchio, ci riconosciamo imperfetti, incompiuti, e vagamente sognatori, nonostante le nostre cadute. La parola dreams è una costante nei testi, forse a sottolineare ciò che, in realtà, ci rende perfettamente umani.
Se la voce di Emil Moonstone seduce, al tempo stesso è la musica suonata dai The Anomalies che impone la direzione: le sonorità sono ricche e intense, sia nelle versioni che più guardano al desert rock che in quelle più melodiche. Se War is a mistake è a tratti ruvida e distorta, Stardust con delicata leggerezza sembra rompere l’oscurità tipica di altri brani e dilata immediatamente l’atmosfera, restando vagamente melodica. La polvere di certe strade di guerra diventa sabbia che accoglie una danza di anime nostalgiche e un tintinnare di polvere di stelle che si posa sulle nostre fragili esistenze.
La voce di Emil Moonstone torna a graffiare la pelle in due brani indubbiamente legati tra loro, la title track e Prison, più oscura l’una, quasi asfissiante l’altra, nonostante la breve entrata apparentemente melodica che subito diventa altro, grazie al canto quasi recitato che mi riporta a quella iniziale sensazione del primo ascolto del disco, con un tuffo carpiato nel mondo dei musicals, dove le voci narranti si sovrappongono alle atmosfere corali, per creare un’esperienza a tutto tondo. Credo sia proprio nello spoken singing che Emil Moonstone riesce a consolidare la propria identità e a dare alla musica quella dimensione teatrale, avvolgente, capace di renderti ascoltatore e spettatore al tempo stesso. Una musica visionaria, ricca di sfumature, fatta di immagini evocate da testi immediati e parole che ritornano in diversi brani, come “cage, peace, dreams, me myself” a rendere ancora più concreti i muri di certe prigioni entro cui ci muoviamo, che noi stessi costruiamo, ciascuno perso nella ricerca di qualcosa che salvi, che spieghi o semplicemente nel tentativo di accettare i nostri errori, come unico baluardo di autenticità. Human Error pone domande, ed è proprio quel continuo fare domande, anche non sapendo se mai si avranno risposte, parte stessa della natura evoluzionistica dell’umanità, è il motore della ricerca, della sfida al futuro, del perpetuo non accontentarsi anche di cose apparentemente funzionanti in questo temporaneo presente, è un mettersi avanti che solo i pionieri sanno come accadrà a volte quel domani migliore che auspichiamo.
Nella sua interezza, questo è un lavoro assolutamente accattivante, ben curato in ogni sfumatura di suoni e parole, un manifesto concreto e autentico che conclude i lavori di ricerca precedenti (Disappointed – 2018, Naked is man upon the Earth – )2023. Quasi una trilogia definita dall’autore stesso “una indagine sull’essere umano”.
Il tema è trasversale in ogni brano, ma è forse con Acid Rain che “every creature is scared inside” svela la dimensione più rappresentativa della fragilità: le paure che ognuno di noi vive e custodisce nelle prigioni più profonde dell’anima. E la musica diventa una marcia quasi oscura, il basso sottolinea l’incedere di quel “dark future that make us fade”. Poche liriche, cantate, narrate, per definire quella sorta di smarrimento che pervade tutto il disco e la musica di Emil Moonstone, che si muove sinuosa tra suoni elettronici e rimandi psichedelici.
A weary soul svela rime che funzionano benissimo con un ritmo impertinente che mi ha riportato a certe sonorità dei Cure. E poi si cambia direzione e registro vocale in Faded Tomorrow, quasi un dialogo a due voci, tra luci e ombre di dubbi esistenziali.
Alive apre con una melodia che pare quasi da film western, ma ben presto vira verso una dimensione più intima e psichedelica dove tutto ruota intorno a quel “just me”, come l’inizio e la fine di ogni riflessione. Il testo recitato rende ancor più inquietante questo discorso allo specchio, quasi paranoico. Boredome is sexy vuole suggerirci che ciò che ci completa, e che cerchiamo altrove, in realtà è dentro di noi. La dimensione introspettiva che pervade tutto il disco torna in modo quasi stridulo e disturbante per poi chiudere l’album con Fading Light, una inaspettata e delicata ninnananna, dove la voce sussurra domande, senza trovare risposte. E non è forse in questo continuo domandare, la più alta espressione della nostra umana fragilità, l’attraversare la vita perdendoci senza avere mai risposte?
Credits
Label: SelfReleased – 2026
Emil Moonstone – Voce Chitarra
Marcel Scarabo – Basso
Mino Andriani – Chitarra
Emanuele Laghi – Synth/Piano
Michele Testi – Batteria
Composizione, voci e testi: Emil Moonstone
Arrangiamenti: Emil Moonstone & The Anomalies
Produzione Artistica: Emil Moonstone
Missaggio e Mastering: Emil Moonstone
Tracklist
War Is a Mistake
Stardust
Human Error
Prison
A Weary Soul
Faded Tomorrow
Acid Rain
Alive
Boredom Is Sexy
Fading Ligh
Link
www.emoonstone.it
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