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Una primavera sommersa

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L’inverno ha salutato, ma lo ha fatto davvero? La primavera sembra mettere piede in casa, poi ci ripensa, torna indietro, torna il freddo, poi di nuovo caldo. Anche le condizioni atmosferiche sembrano indecise sul da farsi, in bilico tra grandi speranze e la schiuma dei giorni. Tra Dickens e Vian, una primavera confusa.
Una primavera come il periscopio di un sommergibile: osserva il da farsi. Una primavera sommersa. Da Trasformazioni. Cambiamenti. Illusioni. Disillusioni.
Tutto sembra diventato così labile, così diafano. Anche così veloce e lento allo stesso tempo.
La quantistica del quotidiano. Anche io. Un quanto di sfida.
Mi guardo allo specchio e vedo un uomo, forse ingrassato, barba bianca, occhi dietro gli occhiali e dietro quegli occhi il moccioso che correva lungo i giardinetti di via Ruoppolo.
Da qualche parte mi sono fermato ed ho ricominciato, ma da qualche parte mi sono perso.
Non sono Peter Pan, che cazzo credete?! Non è una crisi di mezza età. È solo un ritorno. Un parlare tra vecchi amici. Vi ho lasciati anni fa e vi ritrovo ora e non ditemi che siete uguali a ieri, come cantava la Consoli.
Non ditemi che siete Peter Pan. Non lo siamo. Non lo sono, ma forse sono la sua ombra.
In questi giorni è tornata Amalia e mi ha portato, direttamente dal Passato, le parole di una persona di un passato importante. Quelle parole a loro volta hanno portato musica, quella di Mauro Ermanno Giovanardi, e quella musica riflessioni. Sono giorni che ascolto quella musica e sono giorni che, tramite quella musica, mi ascolto.
È assurdo come si cambia.
Pensavo di riconoscermi tra alcune righe di Mambo Reazionario del buon Brunori ma Ha Ragione Schopenhauer è arrivata dritta sugli occhi inaspettata come un cazzotto. O come la somma di un addizione.
I fattori sono i nostri giorni andati, le parole non dette, le belle passanti, per citare un poeta, che non siamo riusciti a trattenere. La somma è riflettere sulla nostra capacità di assorbire i colpi e l’imprevisto della Bellezza? Può darsi.
Del resto das schöne muss sterben, diceva Schiller, ma forse anche no. Ciò che è bello forse non muore, forse si trasforma solamente.
Ed allora perché non smettere di raccontarsi bugie?
Perché non smettere di vergognarsi di ciò che eravamo, di ciò che ci piaceva?
Inizio io, poi voi fate un po’ come vi pare.
Inizio. Così. Perché quel ragazzo ai giardinetti di via Ruoppolo non è poi così lontano dallo scarabocchio che è diventato.
Confessioni in Do minore.
Da dove iniziare?
Prima di amare Giorgio Canali ho avuto anni in cui non mi cresceva la barba ed amavo Marco Masini. Dico davvero. Penso che Ci Vorrebbe il Mare sia una delle cose più leopardiane scritte da quando Leopardi è morto e questa non è una cosa da ridere. Magari sapessi scrivere io così.
Penso dovremmo smettere di vergognarci dei nostri poster degli A-ha e di Sabrina Salerno. Prima di avere Critica Del Programma Di Gotha sulla scrivania, avevamo Postalmarket nascosto sotto al letto. Prima che sul muro della mia camera comparissero gli Iron Maiden, c’erano gli Spandau Ballet e, sì, dovrei smettere di vergognarmi di ammettere di aver scoperto troppo tardi i Duran Duran.
Ci sono cose peggiori di cui vergognarsi.
Guardo Sanremo ogni anno. Da che ho memoria. Da quando i miei erano ancora Mamma e Papà e non le foto ingiallite dal sole su una lastra di marmo. Me ne vergogno? Nemmeno per il cazzo.
Penso che Sanremo sia la copia conforme della nostra società, che la rispecchi meravigliosamente nel suo alternare farsa a impegno, cerchiobottismo a buona volontà. E nel fare questo, è vero, tante cose fanno davvero cagare, ma vi si possono trovare anche tante piccole perle. Io le ho trovate e, se voi non lo avete fatto, o siete bugiardi o non avete orecchie.
Dovrei vergognarmi di guardare Sanremo? No. Perché? Sapete che c’è? Vaffanculo.
Sono stanco di vergognarmi di ciò che mi piaceva.
Prima di seguire i CSI ad ogni loro concerto, fino a quando Giovanni Lindo Ferretti non ha dato di matto, ho amato Ligabue. Sono convinto che i primi quattro dischi siano imprescindibili. Sono stanco anche di dire che non bisogna fare paragoni.
Eccome se bisogna farne.
Li faceva Omero nell’Iliade – Agamennone faccia da cane, cuore di cervo! – perché dovrebbe essere proibito a noialtri annoiati mortali farne?
Perché non dovrei dire che Ligabue poteva essere una sorta di Springsteen italiano e che Bob Dylan era un Fabrizio De André in minore? Non raccoglierò plauso? E sticazzi.
Dovrei ascoltare la musica che ci fa battere il cuore ora, dimenticando quella che ci faceva battere il cuore allora? Quando non avevo amori trascurati e figli da baciare e fallimenti e successi e pianti e sorrisi e lutti e tatuaggi sulle spalle?
E che senso avrebbe ascoltare musica allora?
Che senso avrebbe farla.
La musica.
Non è solo ritmo e non è solo lacrima. È ritmo e lacrima, sangue e profumo di viole, vento tra i capelli e nodi di cravatta. Odio. Amore.
Ricordi. Anche autocritica.
Anche un giro in Si, mentre ti versi un altro gin tonic, come ora, perché no?
Ascoltate ciò che amate, vecchi amici, e non deridete ciò che amavate.
Deridereste voi stessi e già sono troppi quelli che ci prendono in giro per la faccia che abbiamo.
Ascoltiamo ciò che siamo perché ciò che eravamo ieri non era male.
Un bacio a tutti voi da questa primavera sommersa.

P.s. Comunque io adoro Giovanni Lindo Ferretti per quel che è adesso. Ha il viso di un uomo felice.

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