
Spina è un giovane cantautore originario della provincia di Salerno, ha lanciato il 27 Marzo Il mio posto migliore, un disco che vanta la produzione artistica di Claudio Domestico (Gnut) e Stefano Piro. Con un piccolo gioiello tra estetica punk, disagio generazionale e devozione per i Velvet Underground di Lou Reed, Spina racconta una storia personale di cura e tempo lento, lontano dall’ansia di prestazione di questi tempi voraci. Lo abbiamo incontato per conoscere meglio la sua delicatezza e la sua voglia di provarci.
Raccontami di te. Da dove arriva la tua passione per la musica, come ti sei formato e come sei arrivato al disco d’esordio…
La mia passione per la musica nasce fin da bambino, mia zia e mio padre avevano una scuola di musica e passavo i miei pomeriggi tra pianoforti, chitarre e violini. Piano piano li ho scoperti e me ne sono innamorato. Poi è venuto da sé continuare per questa strada durante l’adolescenza, formare le prime band, fare i primi concerti, fino ad arrivare a questo disco.
Quali sono le tue influenze musicali e in che modo hanno nutrito il tuo stile?
Parto dal blues, che ho scoperto molto presto grazie a mio padre. Da quello sono passato al rock anni 70, in particolare quando ho scoperto i Velvet Underground e Lou Reed, me ne sono subito innamorato e sicuramente ha influito molto sul mio modo di suonare e scrivere .
Il titolo del disco ha una valenza autobiografica, ma non solo. Me ne parli?
Chiaramente, nelle mie canzoni parlo dei miei problemi e delle mie lotte personali. Confrontandomi con i miei coetanei però, ho capito che non ero l’unico ad avere difficoltà nel trovare il mio posto nel mondo. A quel punto il disco ha preso un altro sapore per me in primis, diventando un qualcosa che non sentivo più soltanto “mio”.
Quali sono i temi de Il mio posto migliore?
In questo disco affronto relazioni complicate in famiglia, depressione e ansie verso il futuro. Ma parlo anche di amore e di speranza, ho capito che a volte bisogna essere più leggeri e prendersi meno sul serio per superare certi momenti.
Com’è nata la collaborazione con Claudio Domestico?
La collaborazione con Gnut è nata in piena pandemia, quando organizzò una Lab di Songwriting alla quale mi iscrissi, ma senza grandi aspettative. Lui si innamorò dei miei pezzi e, alla fine, decise di aiutarmi con la produzione di questo disco. Da questo è nata anche una grande amicizia che mi ha fatto crescere sia sul lato artistico che su quello personale.
Il disco è ricco di arrangiamenti. Mettono il vestito migliore al corpo delle canzoni… che nascono come? Parti dalla melodia, dal testo? E con quale strumento su tutti?
Di solito, musica e parole escono insieme. Il mio strumento principale è senza dubbio la chitarra (sono partito da lì), ma proprio in pandemia ho imparato anche a suonare il pianoforte, che oggi è diventato il mio preferito. Per gli arrangiamenti devo ringraziare le visioni di Claudio Gnut e Stefano Piro, che hanno preso le mie idee grezze e le hanno trasformate nelle canzoni che compongono il disco.
Cosa pensi del sistema musica in Italia? Ti senti in qualche modo parte di una scena alternativa o ti senti invece isolato?
Mi sento sicuramente parte di una scena alternativa, ma che a volte fa molta fatica ad emergere. È difficile trovare posti in cui suonare, è difficile emergere in mezzo al mare di musica che esce ogni venerdì, ma credo che la costanza e la perseveranza alla lunga paghino.
Anche la musica purtroppo è vittima delle logiche dell’algoritmo. C’è quella dopata e quella che resta ai margini del flusso. Tu come ti poni rispetto alla falsa verità dei social?
È molto facile cadere nell’ansia da social. È sicuramente un meccanismo malato, ma con il quale bisogna fare i conti prima o poi se si vuole fare questo mestiere. Il mio approccio è la sincerità: cerco di costruire meno possibile ed essere me stesso, così da vivermela in modo sereno e continuare a concentrarmi sulla musica.
Sta ritornando al centro del dibattito l’importanza della riconquista degli spazi in cui poter suonare e, in generale, stimolare una rinascita culturale. Cosa pensi di Suoni da Futuro e dell’attenzione che Manuel Agnelli sta cercando di accendere sui giovani musicisti?
Come dicevo prima, non è semplice per un esordiente trovare spazi che lo accolgano artisticamente. Realtà del genere sono molto preziose secondo me, una resistenza di cui abbiamo bisogno. Non è scontato potersi esibire in realtà come quella creata da Manuel Agnelli, e non vedo l’ora di salire sul palco di Germi il 2 maggio!
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