Dopo dieci anni di attività i Savana Funk giungono a registrare un album, il sesto in carriera, nella città che li ha visti nascere, Bologna, grazie alla preziosa produzione di Tommaso Colliva, che aiuta il trio a mettere a segno un corposo centro, che segue tre anni intensi di singoli, concerti, esperimenti e partecipazioni, con dieci brani di sintesi grove e solida melodia.
Metta ha un suono torrido estivo sospinto da un ritmo fresco come una granita in spiaggia, segnata da una chitarra grassa e tagliente che disegna semplici frasi nella sabbia bagnata dal mare al tramonto. Bolodelic sorvola, con liquede planate della sei corde e drumming tribale, le vaste dune sahariane in cerca dell’accampamento nomade dei Tinariwen e quell’antico fraseggio africano che riecheggia nell’oggi. La title track Behind the eyes cammina sul filo di un bordone che prelude al duello di un vecchio western, primissimo piano alla Sergio Leone e l’eroe o il villain, chi può dirlo, riafferra il ricordo chiassoso del passaggio di una banda in festa, quello che l’ha condotto qui, alla resa dei conti e che risuona ancora nelle orecchie dopo che le armi fumanti hanno svolto il loro tragico compito. Ma nel deserto polveroso c’è anche una sala da ballo chiamata Heron, in cui i ritmi disco cassa rullante pompano frasi di asciutte epopee di frontiera, storie di lotte senza quartiere, perdite inconsolabili, vendette consumate come unico scopo della vita. Ah folie, viene da pensare, ed ecco che arrivano le parole, in un disco che si sarebbe fin qui ipotizzato tutto strumentale, per cantare con romantico rimpianto una rottura insanabile, “combien de mots inutiles on s’est dit“, mantre un ritmo frizzante spruzza di schiuma gli assoli densi dei fiati di Massimo Zanotti. Come in certe prove oblique dei Khruangbin, Baboon monta invece le sabbie mobili del deserto in un non luogo spiazzante fatto di ritmi spezzati di ascendenza reggae, bassi claustrofobici da prima new wave e follie varie di Blake C. S. Franchetto, intermezzi noise e deviazioni bizzarre, tra cui sguazza un fraseggio di lucide perle. Nasce da echi che disorientano Ou tu vas e trova una nuova voce francese dal timbro sofferto e gridato su un tempo sincopato che rimanda ai Police, innescando un refrain circolare che diventa una coda di note smorzate e venti vorticosi. Samsara scorre come sangue denso, funky oscuro che non sarebbe dispiaciuto a James Senese, appena rischiarato da un organo sghembo di sapore vintage. Lfen è il terzo ed ultimo episodio cantato, sempre da Youssef Ait Bouazza ma stavolta in lingua araba, che riporta il trio su coordinate desertiche nordafricane, tra invocazioni prolungate che alludono a sofferenze indicibili, battiti di chitarre ritmate, disegni tonanti sulle spesse pelli della batteria, luci tremule e riflessi argentati, scivolando nella notte come su bolle di sapone infrangibili. Savana sun si affaccia sulle coste del Mediterraneo con le chitarre di Aldo Betto pregne di melodia languida e pungente come negli Psyché, mentre un mesto flicorno alla punta di un molo, affidato al fiato di Giovanni Tamburini, molla gli ormeggi per navigare lentamente nel mare di una serena e silenziosa nostalgia. Dieci tracce e poche parole, se non quelle che servono, a confermare i Savana Funk come alfieri di un sound che un tempo avremmo detto terzomondista e mette in contatto genti diverse che oggi si guardano in cagnesco e odiano senza conoscersi. La musica unisce.
Credits
Label: No Music/Fuga – 2026
Line-up: Aldo Betto (Guitars, noise & sound design) – Blake C. S. Franchetto (Bass, Double bass) – Youssef Ait Bouazza (Drums, Vocals on #5, #7, #9)
Nicola Peruch (keyboards & sound design) – Max Castlunger (percussion) – Giovanni Tamburini (flugelhorn) – Massimo Zanotti (trombone, sick sax)
Tracklist:
- Metta
- Bolodelic
- Behind The Eyes
- Heron
- Ah, Folie
- Baboon
- Ou Tu Vas
- Samsara
- Lfen
- Savana Sun
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