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Tra memoria e rinascita, il cuore dei Pineapple Thief rivisita il proprio passato in Retracing Our Steps: Intervista a Bruce Soord

thepineapplethief_int_2026Da oltre vent’anni Bruce Soord è una presenza familiare per i lettori di Losthighways.it, che nel corso dei decenni lo ha incontrato più volte seguendo da vicino l’evoluzione dei The Pineapple Thief. Con l’uscita di Retracing Our Steps, l’imponente antologia che ripercorre gli anni 2007–2014 della band attraverso nuovi mix, rarità e un ricco earbook, abbiamo colto l’occasione per tornare a dialogare con lui. Ne è nata una conversazione sincera e approfondita, in cui Soord rilegge quel periodo cruciale con uno sguardo nuovo, tra ricordi personali, sfide condivise e la consapevolezza di quanto quei dischi abbiano segnato la storia del gruppo.

Cosa ti ha spinto a tornare su quello specifico periodo dei The Pineapple Thief e a mettere insieme un’antologia così ampia come *Retracing Our Steps*? Perché questo è stato il momento giusto per guardare indietro a quegli anni?
Ricordo che qualche anno fa la mia etichetta, Kscope, mi chiese se fossi disposto a realizzare una serie di antologie, e naturalmente dissi di sì senza fermarmi un attimo a considerare la quantità di lavoro che avrebbe richiesto! Ho completato la prima era (1999–2006) qualche anno fa, quindi era il momento giusto per dedicarmi a questa, che ci porta fino a Magnolia del 2014, dopo il quale Gavin Harrison è entrato nella band.

L’earbook include un libro di 76 pagine scritto con Polly Glass, con ricordi personali e corrispondenza. Com’è stato tornare a quei momenti e cosa speri che i fan colgano da questa parte scritta?
È stato come una seduta di terapia! Ci siamo ritrovati lì, io, Jon e Steve, a parlare di cosa significasse sopravvivere in una band contro ogni previsione. Rivivere quei momenti fa davvero impressione: è notevole che siamo rimasti uniti. Avevamo pochissimi soldi, lavoravamo tutti a tempo pieno, cercavamo di bilanciare la vita familiare con il tentativo di emergere come band. Io non ero la persona più facile con cui stare, spesso, e devo davvero ringraziare Jon e Steve per avermi sopportato. Oggi molti notano quanto l’ambiente sia rilassato quando ci vedono lavorare quotidianamente. Ricordo sempre a tutti che è molto più semplice quando le cose vanno bene. Spero che leggendo le parole di Polly si possa capire cosa abbiamo attraversato per arrivare dove siamo oggi.

Hai remixato e rimasterizzato personalmente tutto il materiale per il 2025, inclusi i mix immersivi Dolby Atmos e 5.1. Secondo te, cosa aggiunge il formato Atmos all’esperienza d’ascolto di questi album?
Quando qualcuno viene nel mio studio, faccio sempre ascoltare prima un mix in stereo, poi in 5.1 e infine in Atmos. È sempre divertente vedere le loro facce quando passiamo all’Atmos: il suono ti avvolge e arriva anche dall’alto. Letteralmente, la musica proviene da ogni angolo della stanza. È un’esperienza d’ascolto incredibile.

Diversi album della raccolta includono bonus track e versioni alternative. Come hai scelto quali rarità includere e cosa rivelano questi materiali aggiuntivi sull’evoluzione della band in quel periodo?
Mentre lavoravo al cofanetto ho trovato parecchi brani nascosti, alcuni dei quali mi hanno davvero sorpreso – soprattutto pezzi come Open Water. Una cosa che capisci quando torni sul tuo passato è quanto la scrittura sia cambiata negli anni. Mi sono divertito ad ascoltare (la maggior parte!) dei brani, ma oggi non scriverei più in quel modo.

Uno dei dischi è interamente dedicato alle versioni acustiche. Cosa ti ha ispirato a rivedere questi brani in una forma così essenziale? Il processo ha cambiato il tuo rapporto con il materiale originale?
Sì, credo abbia dimostrato che (la maggior parte!) dei brani regge anche in versione spogliata, che è sempre il segno di una buona canzone. Se non puoi suonare un brano solo con una chitarra acustica, allora non funziona. Questi mix hanno anche permesso agli splendidi arrangiamenti orchestrali di Andrew Skeet di emergere maggiormente, soprattutto nei pezzi tratti da All The Wars e Magnolia.

Guardando al periodo 2007–2014 attraverso nuovi mix, materiale bonus e contenuti d’archivio, c’è qualcosa che ti ha sorpreso o colpito in modo diverso rispetto a quando quegli album uscirono per la prima volta?
Quando pubblichi un album è molto difficile avere una prospettiva chiara, perché sei completamente immerso nel processo. Non ascoltavo questi dischi da molto tempo, quindi ho potuto davvero apprezzarli, quasi come un ascoltatore alla prima esperienza. Con l’eccezione forse di uno o due brani in cui pensavo: “Bruce, ma cosa diavolo stavi pensando quando hai scritto questo?!”. Ho apprezzato quanto fossero buone le canzoni e come reggano ancora oggi. In particolare Someone Here Is Missing e Magnolia. Scusate se finisco l’intervista lodandomi da solo!

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