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Una forma di gioia, ancora: intervista ad Alessandro Grazian

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Foto di Alessandra Rinaudo

Il sistema musica di questi tempi bugiardi è avvolto dal delirio di numeri liquidi. Una realtà distorta che illumina la mediocrità e soffoca nell’ombra la creatività e la qualità. Eppure c’è chi percorre la strada dell’integrità, della ricerca, della sperimentazione, assecondando la fame di bellezza e la gioia di fare, sempre e nonostante tutto. Grazian è un disco da proteggere, da amare. Grazian è una storia. Una storia di tante storie. Canzone per canzone. Grazian è un cognome, quello di Alessandro, cantautore colto, raffinato, estremo a suo modo. Grazian è una forma di pudore, ma anche un’esplosione di grazia, tra tradizione e modernità. Il 7 novembre è uscito in digitale, ma il consenso di un pubblico attento lo ha reso vinile in edizione limitata. Ve lo raccontiamo nell’intervista a seguire.

Questo disco porta, a mo’ di vessillo di fierezza, il tuo cognome. Un disco eponimo, dunque. La scelta di evitare un titolo sembra suggerisce la volontà di una dichiarazione di identità molto forte ed insieme una rivendicazione di proprietà intellettuale. Nasconde altro ancora?
L’idea di non dare un titolo all’album e di pubblicare il disco usando il solo nome Grazian è nata già mentre scrivevo le canzoni e, strada facendo, ha preso sempre più significato. Pensarla in questo modo in fase di scrittura mi ha dato più libertà nell’approccio creativo: volevo che fosse un po’ un nuovo inizio. In verità volevo essere soprattutto minimale ed essenziale; volevo nascondermi un po’ dietro al mio cognome, come se non usare più il mio nome potesse essere una forma di pudore.

Il coraggio dell’autoproduzione conferma la rivendicazione di proprietà di cui sopra. Conoscendoti, conoscendo la pausa in cui hai protetto la tua vena cantautorale, si è trattato di una forma di resistenza, ma anche di una dichiarazione di intenti in un’era in cui vince chi finge. Qualcuno cantava di direzione ostinata e contraria.
Dieci anni fa, in piena esplosione Itpop, ho scelto di dedicarmi alla musica strumentale e mettere in stand-by la mia carriera da cantautore. Non è stata una scelta facile ma si è rivelata profondamente salutare perché facendo così ho protetto la mia vena di songwriter dalle insidie di nuove delusioni che avrebbero potuto portarmi ad un vicolo cieco nel quale sarei finito per smantellare il mio amore per le canzoni.
Dopo il mio ultimo tour a fine 2015, ho capito che le energie che ero in grado di dedicare con entusiasmo e determinazione alla mia carriera di cantautore erano quasi esaurite e non parlo di energie creative, ma di capacità di portare il peso di una costante autoproduzione.
Insomma, ero arrivato a quel punto in cui le band si sciolgono, ma essendo io un cantautore non potevo certo ricorrere a questa soluzione. A inizio 2016 ho voluto perciò scordarmi a tempo determinato di essere un cantautore e così, appena ho finito il mio ultimo tour, mi sono messo a lavorare anima e corpo a Torso Virile Colossale, il mio side-project che è una sorta di alter ego dove esprimo tutto un altro mio immaginario e tutta la mia vena da compositore di musica strumentale. Grazie a Torso Virile Colossale ho trovato altre opportunità professionali e artistiche suonando in Musei, Siti Archeologici, Cinema e altri spazi interessantissimi.
Le canzone, nel frattempo, è diventata qualcosa che mi accadeva di scrivere mentre lavoravo ad altro e questa è stata la migliore medicina per me. Tutto questo è accaduto lontano dai riflettori, guidato dalla volontà di scrivere solo quello che mi andava, ma l’ho fatto senza clamore, solo per me.

Sappiamo bene quanto possa essere frustrante prendere le distanze dai propri progetti e quanto possa esserlo tornare a nutrirli senza troppe aspettative in termini di riscontro, sia per l’eccesso di proposte che per la mancanza di un circuito davvero alternativo al delirio dei numeri liquidi. Parlami dei pensieri, dei sentimenti che ti hanno attraversato nel tempo di scrittura e di registrazione di Grazian.
La realizzazione di questo album potrei dividerla in due fasi: una prima che va dal 2016 al 2020 nella quale ho voluto lasciami alla spalle la mia carriera di cantautore, disintossicandomi da una certa scena, scrivendo in libertà musica strumentale e approcciandomi alle canzoni quasi esclusivamente sperimentando forme e contenuti, senza nessun progetto di pubblicazione. Quando poi ho ricaricato le batterie, è iniziata una seconda fase, a partire dall’estate 2020, nella quale mi sono ritrovato a scrivere canzoni come Nonostante e Via Saterna che mi hanno fatto scattare la voglia di lavorare ad un nuovo album.
Il mio nuovo equilibrio raggiunto aveva a che fare con il fatto che, mentre scrivevo queste canzoni, mi sentivo libero di parlare di quello che volevo, senza dovere pensare di trovare necessariamente un fil rouge con il mio canzoniere del passato. In questo senso anche l’idea di uscire semplicemente con il nome Grazian mi ha aiutato a sentire meno il peso dell’eredità della mia vecchia avventura discografica.

Il disco suona denso, pieno, colto, ricco di variazioni. Tra virate rock, progressioni che sterzano impeccabili, inserti ariosi, riesci a stare in meraviglioso equilibrio tra la migliore tradizione della canzone italiana 60/70 e la modernità. Parlami di questo suono, degli arrangiamenti e delle orchestrazioni che hanno la tua firma.
Ho cercato di fare un album che rispecchiasse il mio amore per la musica che di volta in volta si rinnova con sfumature diverse. Da un certo punto di vista, credo che, come spirito, sia il mio disco più ‘fine anni ’70. I sassofoni tenori o contralti, ad esempio, non erano mai apparsi in un mio album ed è stato intrigante scrivere delle parti di arrangiamento per i fiati che poi sono state eseguite da Enrico Gabrielli. Ho mischiato molte reference, da Bacharach alla Motown, dalla new wave al pop psichedelico, dal rock cupo alle power ballad.
Non volevo però che fosse un disco troppo eterogeneo e quindi ho lavorato di cesello per amalgamare il più possibile tutto in fase di orchestrazione prima e in fase di registrazione poi. C’è stata grande cura nelle registrazioni per rendere il tutto più a fuoco possibile senza usare nessuna facile scorciatoia.

Raccontami anche come hai scelto i compagni di questa nuova avventura discografica.
Innanzitutto questo disco si è concretizzato grazie alla mia collaborazione con Davide Andreoni, un amico nonché uno dei miei musicisti preferiti in Italia. Davide è un grande talento con il quale ho totale affinità. Le registrazioni sono state curate in buona parte da lui e in alcuni brani abbiamo condiviso la produzione. Inoltre, appena ho iniziato a ragionare sull’idea di fare un disco, è stato Davide il mio primo interlocutore, colui che ha saputo ascoltare, consigliare e criticare dove è stato necessario.
Poi naturalmente sono una testa dura e la quasi totalità delle cose le ho volute fortemente io, ma comunque penso che dietro la riuscita di un’opera anche fortemente solitaria non possa mancare un complice, nel mio caso è stato Davide Andreoni.
Come era successo nel mio ultimo album di canzoni dieci anni fa, buona parte degli strumenti sono stati suonati da me ovvero chitarre/bassi/pianoforti/organi, ma non sono mancati altri musicisti come Enrico Gabrielli ai fiati (praticamente un fratello per me), Emanuele Alosi alla batteria (che aveva già suonato nel tour de L’Età più forte, ma mai in un mio disco di canzoni). Lo stesso Davide ha suonato alcune chitarre e organi e poi ci sono stati Franco Pratesi ai violini e Francesco Chimenti al pianoforte di uno shot (quel giorno è passato a trovarci in studio e gli ho chiesto al volo di suonare il pezzo).

In alcuni brani ho sentito un impeto che a Benvegnù sarebbe piaciuto moltissimo. In qualche modo ti ha ispirato?
Sì, penso che dobbiamo tutti qualcosa a Paolo, mi sarebbe tanto piaciuto fargli ascoltare queste canzoni, purtroppo l’ultima volta che ci siamo visti è stato tre anni fa. Era bello chiacchierare con Paolo, mi faceva sentire meno solo e parte di qualcosa di più grande.

Cosa è cambiato nel modo di gestire la tua vocalità rispetto ai lavori precedenti?
Sono finalmente riuscito a fotografe un’attitudine nell’intenzione della voce che ho dal vivo ma che nei dischi ho sempre fatto fatica a fissare. Purtroppo nell’autoproduzione a volte è così: sei talmente impegnato a curare tutti i dettagli, ad assicurarti che ogni strumento dia il meglio che quando arrivi alla fine e giunge il momento di cantare… sei banalmente stanco, le ore in studio non bastano più, il budget è finito e le energie esaurite: è amaro da dire ma è successo in alcuni miei dischi. Questa volta ho deciso che non sarebbe andata così e quindi mi sono ritagliato da subito una settimana intera per me, per dedicarmi solo alle voci. Le ho registrate da solo, in campagna a Padova, nella cameretta di quando ero bambino, allestendo una piccola postazione con tutti i crismi affinché la ripresa fosse professionale.
A parte questo aspetto, confermo di avere ritrovato una vocalità più vicina all’irruenza dei miei esordi, credo di avere ritrovato il piacere di cantare.

Cosa ascoltavi e cosa leggevi negli anni in cui Grazian ha preso forma?
Questo album è figlio di un decennio di esperimenti e nutrimenti molteplici, anche schizofrenici, ma se vado a guardare le letture di questi ultimi dieci anni posso sintetizzare dicendo che ho di fatto smesso di leggere libri che rispondevano al mio bisogno di cercare risposte esistenziali ed identitarie. Mi sono dedicato invece da un lato a molta saggistica, soprattutto legata al Cinema, e poi c’è stata una fase nella quale sono finito a leggere con foga tanti libri più leggeri d’avventura di fine 800 e inizio 900 (La fluorescenza che viene dal mare che canto in Chiedi a Barabba viene ad esempio dal Corsaro Nero di Salgari, che di notte nell’oceano crede di vedere in fondo al mare in forma di fantasmi luminosi i fratelli uccisi da Wan Gult).
Credo che questo abbia risposto al mio bisogno di nutrirmi di storie perché volevo raccontare delle storie anch’io in questo album, mischiando biografia e fantasia. Riguardo alla musica, tra le cose che ho ascoltato di più durante la lavorazione del disco c’è senza dubbio Jonathan Bree, artista neozelandese pressoché sconosciuto in Italia che amo molto.

Cosa ti affascina in particolare di Dino Buzzati che fa capolino in Via Saterna?
Quella di Poema a Fumetti è una mia fissa da più di vent’anni, quando andai a Belluno a vedere una mostra dedicata a questa sua opera nella quale erano esposte le tavole originali disegnate da Dino Buzzati.
Da allora la storia di Orfi ed Eura, raccontata e disegnata da Buzzati, mi ha sempre intrigato e vivendo a Milano, da veneto trasferito nel capoluogo meneghino come lui, mi sono sempre sentito attratto da questa città e dall’idea di raccontarla con un tocco di realismo magico. Era solo questione di tempo. Via Saterna l’ho scritta il 15 agosto 2021 a Milano, me lo ricordo ancora.

Veniamo quindi ai temi delle canzoni. In primis, raccontano il tuo modo di vedere l’Amore.
Mi sono ritrovato a cantare l’amore, un tema che non è mai stato davvero al centro dei miei testi. Mi sentivo pronto per farlo ma naturalmente l’ho fatto a modo mio, raccontandone soprattutto la parte più scomoda e difficile ovvero quando le cose non vanno come vorremmo, quando ci si allontana, quando insomma amore fa rima con dolore. Da un lato un grande bisogno di amare e di essere amati, dall’altro un inquietudine esistenziale che penso ci tocchi più o meno tutti.

Tra i versi emerge una forma di sarcasmo che delinea una posizione critica e alternativa al sistema odierno di cui abbiamo parlato prima. Penso a Scontro Frontale, Voglio amarvi e Via Saterna, in particolare.
Sì, è così, il sarcasmo mi aiuta ad affrontare meglio l’amarezza che provo rispetto a tante cose, dalla politica alla società attuale, fino al campo della musica. Non sono mai stato un conformista ma non sono neppure mai stato un ribelle che si esprime sfasciando cose o facendo dissing: ho sempre e solo cercato di trasformare la mia rabbia in gesti creativi. Non ho mai permesso alla mia disillusione di corrodere le mie idee e la mia gioia nel fare.

Cuore è il singolo che hai scelto per aprire il sipario su Grazian. Mi parli dei motivi di questa scelta?
È un brano che contiene il mio passato e il mio presente, la mia vita prima di venire a Milano e il mio sguardo contemporaneo. Credo di aver sentito il bisogno di prendere un po’ per mano l’ascoltatore per guidarlo nel mio mondo fatto di ombre e luci, di ricordi e illusioni.

Non dovrei chiedertelo, ma lo faccio! Quale brano senti maggiormente rappresentativo di questa tua nuova fase artistica?
L’ultima canzone scritta per questo album è Scontro Frontale, per me rappresenta una novità in termini di scrittura e composizione. È nata giocando al pianoforte e cantandoci sopra un verso che avevo scritto tanto tempo fa ovvero La canzone d’autore è morta e il killer si sa chi è. È una canzone che amo anche suonare dal vivo, scelgo lei.

Voglio Amarvi mi ha subito colpita, per il suono in generale, per l’irruenza, la vocalità, le variazioni, l’acume. Rappresenta quello che una canzone dovrebbe avere, fare e sortire. Il centro di Grazian io lo vedo lì. Ovviamente è una percezione soggettiva!
Voglio Amarvi è una canzone che ho voluto fortemente inserire perché racconta un pezzo della mia vita importante anche se doloroso. La considero la mia elegia urbana.
Volevo esprimere anche un concetto ovvero che il mestiere d’artista non è sempre salvifico e sostenibile e a tratti somiglia ad un peso che si vorrebbe avere la forza di abbandonare.
Ho cercato di creare un’atmosfera da Spy Movie e così l’ho arrangiato pensando a John Barry.

Cosa è accaduto dopo l’uscita dell’album? Cosa vorresti accadesse nel tuo mondo ideale?
Dopo l’uscita dell’album, ho iniziato a ricevere bellissimi feedback che mi hanno davvero riempito di gioia. A distanze di quasi 3 mesi dall’uscita, ci sono ancora persone che mi scrivono per dirmi che continuano ad ascoltare le mie canzoni e, visti i tempi odierni nei quali tutto si consuma in fretta, mi sembra un grandissimo risultato. Dopo il 7 novembre, ho iniziato a portare dal vivo l’album con una band, sono stati concerti dei quali sono molto fiero perché sono riuscito a ricostruire live le atmosfere del disco grazie alla complicità dei musicisti Emanuele Alosi, Filippo La Marca, Giovanni Calella ed Enrico Gabrielli. In questi giorni sto iniziando la seconda parte del tour, quella da solo in acustico, un’occasione per andare al cuore delle canzoni e raccontarmi in atmosfere più intime. Un’altra cosa bella accaduta è legata alla realizzazione del vinile: all’inizio l’album è uscito come un’autoproduzione solo digitale, ma, grazie ad una campagna di pre- order andata benissimo, nel giro di un solo mese si sono create le condizioni per stampare il vinile in edizione limitata.
Nel mio mondo ideale vorrei poter vivere serenamente dei frutti del mio lavoro. Viviamo tempi di bulli prevaricatori, creatività vessata da tools di intelligenza artificiale e nubi nere all’orizzonte. Sarebbe bello, per dirla alla Battiato, che il mondo tornasse a quote più normali, ma la primavera tarda sempre di più ad arrivare.

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