In occasione della recente uscita di Olimpo diverso, abbiamo incontrato l’autore di questo nuovo capitolo discografico per conoscerne la genesi ed i riferimenti della sua produzione, da ritenersi senza dubbio una costellazione lucente, con uno sguardo sinottico e come sempre sincero fino al midollo su quelle che sono le dinamiche della scena musicale.
A distanza di due anni da Mondo e antimondo, che aveva segnato un ritorno delicatamente fragoroso sulla scena, dai alle stampe questo Olimpo diverso, a fotografare una realtà ancora più ripiegata su sé stessa e che desta preoccupazione. Da dove nasce questo titolo e cosa o chi collocheresti in questo spazio generalmente meno terreno da cui guardare verso il basso?
Il titolo Olimpo diverso nasce fondamentalmente dal mio essere visionario che, chi mi conosce sa, da sempre lega le mie produzioni. Il mio lavoro si è sempre sviluppato come uno “slalom” tra scrittura e musica, facendo un grosso affidamento su una sorta di fattore X psichedelico, che ha il preciso scopo di legare la minestra che genero. L’umanità e la sua decadenza resta il grande tema, ma non basta. La mia attenzione spesso si sofferma sulla prevedibilità dei gesti delle persone, che ai miei occhi appare come un siparietto che inevitabilmente amplifico in ogni istante della mia vita, forse a causa del mio carattere pignolo e indubbiamente un po’ disilluso. Come ho già detto in precedenza in numerose interviste, oggi qualsiasi cosa è traducibile, è questo il motivo per il quale chi ascolta Olimpo diverso può tradurlo come meglio sente, trovando in ogni sua nota, in ogni parola cantata, la giusta chiave di lettura dei significati che nasconde. Ognuno di noi è diverso, ognuno di noi è uguale, forse è questa complessità che rende l’arte ancora viva, anche oggi in cui l’umanità pare prenda sempre più distanza da essa.
Da Per carità di stato alla title track, 15 anni che sembrano 15 secondi di fronte ad uno scenario sociale e politico che non sembra mutare di 1 millimetro. Esiste una reazione attuabile che non sia la rassegnazione all’immobilismo che sembra pregnare il presente?
Non lo so. Il nostro destino è segnato dalla nostra storia, credo sia un processo irreversibile. La rassegnazione è qualcosa che mi affascina moltissimo perché esalta il concetto di fine, ma in tutta onestà non sono in grado di dare un giudizio globale, forse perché in fondo in fondo, mi interessa molto meno di quello che sembra.
Più volte hai manifestato quella che è la tua distanza, vissuta serenamente e consapevolmente, dall’attuale industria discografica, capace di fagocitare e vomitare a tempi record quelli che sono sempre più prodotti e sempre meno artisti. Riesci a circoscrivere il periodo in cui ha preso avvio questa dinamica incontrollata, ad individuare il punto di discontinuità che ha fatto da separatore tra un prima ed un dopo?
Sicuramente nel 2008 qualcosa è accaduto. Successivamente è stato un lento divenire, parallelamente all’espansione della rete che ha distrutto tutto, ma questo mio pensiero ha il sapore della retorica, perché lo sappiamo già tutti. Di certo le etichette indipendenti hanno gettato nel cesso quella che era la possibilità di crescere, accettando e inchinandosi ai compromessi deviati dettati dalle major, ma c’è di più; facendo un’analisi realistica, ci sono tanti altri fattori che hanno influenzato questo processo di decadenza, quasi tutti per motivazioni economiche, mischiate alla mancanza di coraggio o di una visione programmatica mirata alla bellezza o all’eleganza. Quando il lavoro (quasi sempre fatto male) porta poco ricavo, la vista si annebbia, finendo per riconoscere solamente i compromessi, che privi di etica e di morale bussano alla porta. L’italiano medio è incapace di dire no, anzi, quasi sempre si autoconvince di percorrere la strada giusta.
Questo nuovo lavoro porta con sé alcune incursioni elettroniche come in Topazia ed in Capire prima che accada. Com’è nata questa esigenza di sperimentazione in tale direzione?
Non è stata un’esigenza, ma farina del sacco di Michele Zanni, mio musicista e produttore. Mi sono sempre fidato delle sue sensazioni e dei suoi consigli perché, oltre che essere sempre concentrato sulle traiettorie del lavoro, possiede un enorme buon gusto, chimicamente molto affine al mio. È stata per me un’esperienza nuova, soprattutto per la mia mancanza di fascinazione verso l’elettronica (almeno come la si intende ed interpreta qui in Italia). Detto questo, introdurre in un mio album gocce di musica proveniente dai synth è stato quasi naturale. Ciò si è materializzato non per adeguarmi ai tempi che viviamo, dove gli strumenti classici vanno sempre più fuori moda, ma per una sorte di sfida personale. I tempi dispari di Capire prima che accada hanno contribuito e accentuato la mia predisposizione per l’anti-pop, il risultato è stato davvero stupefacente.
Il tuo processo creativo è sempre stato caratterizzato da un’estrema cura, quasi maniacale, dei dettagli sia a livello musicale che lessicale. Quali sono state, se vi sono state, nel corso di questi trent’anni quasi di carriera, le variazioni più significative in questo processo?
Le variazioni più importanti sono state nel capire che i produttori italiani della tanto amata scena “indie” nazionale fanno cagare. Prendere il quasi pieno controllo dei poteri artistici e produttivi dei miei lavori mi ha permesso di esaltare al massimo il suono di tutti i miei dischi ottenendo il massimo dei risultati. Quello che assieme ai miei collaboratori cerco è per prima cosa la perfetta sintonia con i fonici residenti degli studi in cui lavoro, ma il mio vero salto di qualità è stato cercare e trovare il totale controllo su tutto. In passato solo Antonio Cooper Cupertino fu in grado di capirmi fino in fondo, mentre con professionisti straordinari come Davide Cristiani e Andrea Scardovi ho imparato l’arte del registrare e di come farlo. Per ciò che riguarda invece la scrittura è sempre stata determinante la lettura. Più leggo e più divento bravo, questo è un dato di fatto, d’altra parte non potrebbe essere diversamente per chiunque. L’agilità con la quale mi districo con la lingua italiana applicata alla musica deriva semplicemente dalla costanza che ho maturato nel tempo accoppiata alla ricerca. Recentemente ho ascoltato alcuni dischi che sono in cima alle classifiche di gradimento dei portali on-line della musica perlopiù indie, rimanendo letteralmente scioccato dalla loro mediocrità. Ogni volta mi stupisco di come sia possibile che anch’io possa rientrare in queste classifiche, che santificano dei linguaggi così diversi, fatti di rime scontatissime strachiamate che non trasmettono né lasciano nulla, almeno a me. Forse la mia fortuna è stata quella di non essere mai andato di moda, contrariamente ad oggi dove sono invece i nomi che determinano attenzione e meriti e non i loro reali contenuti. Un teatrino nazional-popolare che puntualmente si ripresenta ogni anno, rinnovato di niente. Ieri era Dente, oggi è Andrea Lazlo De Simone, domani sarà Emma Nolde, una prevedibilità quasi comica, in perfetto Premio Tenco style. Ecco, questo è esattamente quell’orrore dal quale vorrei essere distante anni luce. Meglio perdere che vincere.
Se è vero che oggi le nuove generazioni che fruiscono musica non hanno esigenze, quando guardi il tuo pubblico durante i live, qual è la principale differenza che noti negli occhi delle prime file di spettatori?
Non guardo mai le prime file degli spettatori ai miei concerti, se lo facessi mi distrarrei. La concentrazione mi è sorella e mi obbliga a non pensare né a guardare ciò che realmente accade.
Ti sei definito un lettore abbastanza onnivoro; quali sono i riferimenti principali che sono poi divenuti spunti per la tua produzione sia a livello letterario che a livello iconografico?
Mi piacciono tantissimo le biografie, sia di carattere musicale che politico. Anche il cinema ha l’enorme potere di destabilizzarmi positivamente, meglio se straniero, dove la traccia degli italiani appare solamente negli addetti ai lavori nei titoli di coda.
Si sente parlare sempre più spesso della grande truffa dei sold-out, in stadi riempiti in maniera artificiosa, mentre è sempre più complicato per la scena indipendente trovare spazi adeguati, sia per l’assenza di capacità imprenditoriali degli operatori di settore, in special modo a certe latitudini, sia per la carenza di spazi strutturali dedicati. Hai un’idea su come ribaltare questo stato di cose, inteso come chi deve o dovrebbe fare cosa? A tal riguardo è previsto un tour ad accompagnare questo nuovo lavoro e, se sì, che tipo di set hai immaginato?
No, non sono la persona giusta a cui chiedere queste cose, sono decisamente impreparato. Non ci sarà un vero e proprio tour, ma date sporadiche. Non avendo un’agenzia di booking e non garantendo il sold-out, non mi è più consentito suonare nei club dove negli anni avevo sempre suonato. Occasionalmente capiteremo in piccoli club con una nuova formazione, poiché da tempo non suono più, preferendo una scaletta con alcune novità non edite, mischiate a vecchi brani riarrangiati. Il mio scopo è quello di divertirmi, cercando di dare sempre un’alta qualità alle mie performance live, chi mi conosce lo sa. Spesso trovo maggior coinvolgimento emotivo suonando brani del tutto nuovi, inoltre non avendo con me la band che ha registrato l’album, mi sento di fare così.
Se dovessi individuare le 3 canzoni della tua intera produzione che meglio inquadrano il tuo percorso evolutivo e che vorresti fossero eterne, quali indicheresti?
Non lo so, nulla è eterno.
Qual è stato l’ultimo concerto a cui ti è capitato di assistere e che, se potessi, vorresti rivivere?
Non vado da molto tempo a concerti veri e propri, riflesso di una vita sociale non particolarmente vivace. Sono molto affezionato a concerti epici consumati da giovane negli anni ’90, e confesso che vorrei riviverli tutti, uno ad uno. In primis, Soundgarden visti tantissime volte, ma anche Stone Temple Pilots. Poi, impossibile dimenticare performance incredibili del giovane Beck, di Peaches, dei QOTSA, e della stratosferica e giovanissima Anna Calvi. Nella mia giovinezza vidi fantastiche band dell’underground statunitense che non dimenticherò mai, come Fugazi, Nebula, Screeming trees, Cowboy junkies, nonchè meravigliosi folk singer dei quali era impossibile non innamorarsi: primo fra tutti Elliott Smith, ma anche gente ancora viva e vegeta come Will Oldham, Bill Callhan e Iron and wine. L’anno scorso mi sono molto emozionato nell’ascoltare dal vivo gli Zu (miglior band italiana di sempre), ma anche Silvia Cignoli, è straordinaria. La considero un’eccellenza della musica italiana odierna; nella speranza che non diventi indie, intravedo in lei una carriera stupefacente assolutamente credibile, capace di tutto.
Un’ultima domanda. Percorrendo la tua carriera dagli inizi ad oggi, c’è qualcosa che faresti diversamente, non dico meglio, ma in maniera differente?
Fondamentalmente rifarei tutto, tuttavia è pur vero che ognuno di noi deve accettare ed essere grato al proprio destino e agli eventi che lo hanno condizionato. Onestamente il mio più grosso rimpianto è quello di non essermi occupato di musica classica, ma questo ve lo racconterò un’altra volta.
Lost Highways Seek your mood, Find your lost highways!
