Ci sono sipari che non calano mai. E Paolo Benvegnù è uno di questi. Le lame che in quell’orribile 31 dicembre 2024 hanno squarciato le viscere di chiunque lo amasse ancora accecano con la loro assenza di spiegazione. Non tace la sua anima enorme, nonostante i mesi passati, tutto risuona pulsante come è sempre stato. Ascoltarlo adesso estrae la lama dalla ferita ma non la pulisce del tutto. Eppure è l’unico modo per far sì che la sue parole, la sua poetica non si trasformino mai in una odiata tomba, ma restino culla per sempre. Come sempre.
Un ciclo di spettacoli raccontano il bellissimo ricordo dei Benvegnù affiancati dalla Orchestra Multietnica di Arezzo e da Neri Marcorè in quattro storiche date:
- 3 Agosto Foiano della Chiana (AR)- Festival delle Musiche- Piazza Matteotti
- 4 Agosto Fiesole (FI) – Estate Fiesolana- Teatro Romano
- 5 Agosto Pesaro- Anfiteatro del Parco Mirafiore
- 10 Agosto Perugia – Piazza IV Novembre
Abbiamo incontrato Luca “Roccia” Baldini, componente dei Benvegnù e storico collaboratore di Paolo Benvegnù, nonché fondatore della Orchestra Multietnica di Arezzo, per parlare di questi ultimi mesi, carichi di sofferenza e leniti in parte da un ricordo che non prenderà mai polvere.
Partirei subito focalizzandoci sul nuovo spettacolo, questo “Piccole fragilissime note,” che si dipana in quattro date ad agosto. Il titolo rimanda al primo disco solista di Paolo del 2004, “Piccoli fragilissimi film”, celebrato poi nel suo ventennale con la versione “reloaded”. Nella nostra ultima chiacchierata con Paolo di novembre emerse spesso il concetto di “stupore.” Era uno stupore in accezione positiva, legato al Premio Tenco ricevuto, agli attestati di stima e alla partecipazione di altri artisti al disco. Paolo ci raccontava che questo stupore si riversava anche nella dimensione live, dove ogni concerto veniva vissuto come un nuovo punto di partenza, senza certezze sul risultato finale. Era un vostro modo di essere sempre pronti a stupirvi e a stupire il pubblico. Questo stupore, purtroppo interrotto dagli eventi, continuerà a essere una componente vostra in questo nuovo spettacolo?
Certo. Anche iniziare un nuovo progetto in ricordo di Paolo Benvegnù è un modo per “ristupirci” insieme, in questo caso, con l’Orchestra Multietnica di Arezzo e con la partecipazione di Neri Marcorè. Lo stupore è il motore fondamentale di questo progetto, lo è sempre stato. Tutte le volte che ci vedevamo per partire o tornare da un concerto, in questo la nostra esperienza con Paolo era completa, lo stupore era una costante, dal momento in cui partivamo da casa fino a quando tornavamo. La bellezza di questo progetto è stata proprio quella di tornare bambini e stupirsi di ogni cosa che poteva succedere. Anche ora, ci stiamo aprendo allo stupore facendo incontrare virtualmente l’Orchestra Multietnica di Arezzo con Paolo, dato che lui si sentiva un po’ il cantante di quest’orchestra; anche con Neri Marcorè con cui non si è mai incontrato fisicamente è un modo per concretizzare questo incontro mancato per la crudeltà degli eventi. Per me, questo è un modo per chiudere un cerchio. Non è stato possibile farlo prima, ma ora, sul palco, ci ritroveremo in qualche modo con le sue parole, le sue emozioni, la sua poesia e la sua musica, anche se lui fisicamente non ci sarà. Questo ci servirà anche per elaborare collettivamente il lutto, abbracciandoci e facendoci forza.
Quanto è stato stupefacente raccogliere questa ondata di affetto dopo la scomparsa di Paolo? Nonostante fosse un artista di grande importanza, sicuramente uno dei più importanti della sua generazione (e non solo), i riconoscimenti sono stati dannatamente tardivi. Anche il premio Tenco è arrivato appena in tempo, se vogliamo…
Come diceva Paolo, scherzando, “dobbiamo puntare sul postumo”. In realtà, lo stupore qui è minore. Paolo aveva un suo pubblico, o meglio, un suo “privato,” perché parlava direttamente a ogni persona. Lui faceva sentire importante chiunque avesse davanti. Il suo scambio con le persone è sempre stato una delle sue forze. Certo, lo stupore c’è perché i numeri stanno aumentando, ma io farò di tutto perché continuino a crescere, perché Paolo non era solo un amico, ma un poeta, un filosofo di cui la cultura italiana ha assolutamente bisogno. Secondo me, l’attenzione verso la sua opera e il suo modo di vivere non deve perdersi, perché la sua etica professionale, la gentilezza e l’affetto sono cose sottovalutate oggi. Il suo modo di vivere è stato e sarà un esempio per me.
Ci hai accennato all’Orchestra Multietnica di Arezzo. Raccontaci di più su questa realtà che, trattandosi di un esempio di cooperazione in musica, avrebbe tanto da insegnare in una fase storica come quella attuale, dove le separazioni e i conflitti sono purtroppo sempre più pericolosi.
L’orchestra è nata nel 2007 da un corso di formazione musicale sul conflitto tra Israele e Palestina, quindi tra musica ebraica e araba. Il progetto vedeva coinvolti Enrico Fink per quanto riguarda la musica ebraica, e Jamal Ouassini, un musicista nordafricano, che tratta molto la musica araba. Da questo è nato un piccolo gruppo di persone, e poi insieme abbiamo cercato tramite le comunità di Arezzo, tramite i mediatori culturali, di incontrare delle persone che suonavano, che magari suonavano nel loro paese, che erano venuti qua ad Arezzo, oppure che erano di seconda generazione, oppure che vivevano semplicemente qua, e farli suonare insieme, raccontando la propria cultura attraverso la musica. Questo filo rosso, ha fatto sì che l’orchestra piano piano negli anni abbia creato un’atmosfera importante, tra l’altro dentro ci sono musicisti sia ebrei che musulmani, quindi c’è anche un incontro veramente importante di pace e di risonanza culturale. Ci teneva anche Paolo a cantare insieme a questa orchestra, che è praticamente un microcosmo di una città europea dei nostri tempi, che è formata da tantissime culture che riescono a dialogare insieme, riescono a raccontarsi e a migliorarsi l’uno con l’altro, quindi questo è un po’ quello che succederà su quel palco, insieme all’Orchestra Multietnica e a Neri Marcorè. Ci saranno anche le canzoni che Paolo ha sfiorato nel suo percorso di vita, quindi canteremo Ciampi, i Beatles.
Raccontaci un po ‘ della scaletta allora…
Suoneremo canzoni di altri artisti: De Andrè, Beatles, Paul Simon. Ci saranno alcune canzoni che cantava Paolo insieme all’Orchestra Multietnica, quindi che provengono dal mondo del Mediterraneo. Sarà un concerto completo e sarà non solo una veglia funebre all’aperto, ma anche una festa per Paolo.
Come sono nati i primi appuntamenti “Sfioriamoci”, ciclo di incontri che hanno visto alternarsi sul palco vari artisti che stimavano Paolo? È stato un avvicendarsi spontaneo o c’è stata una selezione?
Un po’ tutte e due. Mi sono preso sulle spalle l’organizzazione per portare avanti l’artista Paolo. A Firenze ho fatto un appello pubblico sui social, e chi voleva poteva venire a cantare, suonare o raccontare Paolo. Poi ho voluto organizzare una serata con amici musicisti “più altisonanti,” che avevano sfiorato Paolo negli ultimi tempi. Li ho chiamati e hanno accettato subito di partecipare gratuitamente a una serata al Mengo, che è stata bellissima. Abbiamo fatto eventi anche a Berlino e a Milano con Radio Popolare, e saremo a Monza il 5 settembre. Per me, come per Paolo, tutte le persone erano importanti. Queste situazioni ci hanno aiutato a superare il dolore, perché sul palco, anche se Paolo non c’è fisicamente, la sua anima vive attraverso le persone.
Paolo non solo ti sfiorava, non si limitava a questo, era capace di avvolgerti con i suoi abbracci, sapeva tenerti incollato alle sue labbra per ascoltare ogni singola sillaba che pronunciava ed era in grado di sconvolgerti con questa generosità enorme e la riscontravi anche nel fatto che riteneva chiunque incontrasse degno della sua attenzione, come se avesse sempre da imparare dalla persona che aveva davanti. E lo percepivi che non era un atto dovuto ma che era sentito, nel senso ti dava proprio la sensazione di esserti vicino. Qual è stato il vostro abbraccio più bello, se ti va di parlarne ovviamente?
Ce ne sono stati tanti, ma è difficile parlarne perché sono cose intime. Posso dirti due ricordi che tengo stretti. Il primo è che l’esperienza con lui non era solo il concerto, ma tutto il viaggio: un’esperienza piena di “cazzate, filosofia, musica, risate, incazzature,” che durava da quando partivamo a quando tornavamo. Aiutavamo a montare il palco, a smontare, e stavamo tre ore a parlare con le persone. L’altro ricordo è legato a un episodio dopo la sua cremazione. Un airone bianco, una cosa che non era mai successa, è venuto nel mio giardino, un po’ spettinato ed è rimasto lì per dieci giorni. Nonostante io sia materialista e non creda a queste cose, l’ho interpretato come una pacca sulla spalla da parte di Paolo, che mi diceva “forza, ci sono, vai avanti”. È stato un abbraccio non fisico, ma nell’anima, che vivo ancora.
Paolo definiva i Benvegnù come i suoi “compagni,” uno “splendido collettivo” che aveva imparato a parlare la stessa lingua. Mi viene da sottolineare un concetto bifronte che ruota attorno alla parola di “testimone”. Voi siete stati testimoni visivi, di vita, di un percorso lastricato di maioliche bellissime e quadri d’autore e colmata da riconoscimenti importanti, e migliaia di abbracci con il pubblico. Oggi siete chiamati a raccogliere invece un testimone per continuare a portare questa meraviglia creata e crearne di nuova. Ora, è più pesante per voi la responsabilità che sentite o è più ardente la fiamma sacra che vi spinge a continuare?
Ti rispondo personalmente: la fiamma è ardente e la responsabilità è forte, sento entrambe le cose sulle mie spalle. Cercherò di portare avanti il ricordo di Paolo nella maniera più corretta possibile. Non so in che modo, non è detto che continuerò a suonare, ma porterò avanti il suo ricordo perché Paolo va assolutamente ricordato. Sento questa responsabilità per lui, per la sua famiglia, per tutti i suoi amici e per lui come uomo, artista, filosofo e poeta. Non so in che forma o con chi, ma lo farò. Devo dire, però, che non giudicherò chi, all’interno del collettivo, deciderà di farsi da parte perché soffre troppo in questo momento, perché ognuno ha il suo modo di affrontare le situazioni. Io ho pensato, forse anche in maniera egoistica, che se affondavo io, affondava anche Paolo, e non volevo che succedesse. Di me mi importa poco, ma di Paolo mi importa tanto.
Se dovessi scattare una foto di un momento particolare, a volerlo cristallizzare, un evento, un live che porti nel cuore?
Ce ne sono tanti, ma uno che mi viene in mente è un live dove facevamo il pezzo Sempiterni sguardi e primati. Alla fine del pezzo, facevamo a due voci la parte finale e mi emozionavo al punto da piangere sul palco, ogni volta. Un altro è stata l’ultima data di “Piccoli e Fragilissimi sport”, che chiudeva il tour del 2005, dove eravamo vestiti da sportivi, io da pugile e lui da karateka. Un altro momento indimenticabile ancora è stato l’omaggio a Paolo che abbiamo fatto con Ermal Meta e Dario Brunori al concerto del Primo Maggio, dove ho trattenuto le lacrime per tutta la performance. L’ultima cosa che mi viene in mente, che non c’entra direttamente con Paolo, è un pezzo che Ermal Meta mi ha mandato, scritto per Paolo, chiamato Cosmico. Me l’ha mandato il pomeriggio stesso dell’8 luglio, prima della serata al Mengo e io non sono riuscito a trattenermi, perché parla di come gli artisti non appartengano a sé stessi, ma a tutti, e che Paolo è tornato nel cosmo.
In una sua canzone, una delle più belle e iconiche, Paolo parla di “superare resistenze” e poi nella seconda strofa “superare esistenze”. È quello che ci tocca fare per un dovere morale.
Esatto. Dobbiamo andare avanti, creare e camminare. A volte, sentire le cose è meglio che rifletterci troppo. Io mi sento di portare avanti la voce di Paolo.
Pensate a iniziative future, magari a un festival annuale?
Ci stiamo pensando. Non metto le mani avanti, so che mi butterò nelle cose e ne farò tante, probabilmente ne sbaglierò anche, ma tutto ciò che farò sarà onesto e fatto per lui, perché in questo mondo che sta andando allo sfacelo, Paolo ha importanza e deve rimanere importante.
Luca, pensi che nell’attuale panorama musicale italiano ci sia qualcuno che possa muoversi nel solco tracciato da Paolo, per profondità, ricerca ed empatia?
Non penso, perché ognuno è unico. Paolo era unico, come tanti altri artisti sono unici nel loro campo. Non penso che possa essere paragonato a nessun altro artista, così come non lo sono gli altri. Quello che faceva Paolo era quello che faceva Paolo, e quello che fa un altro artista è quello che fa un altro artista.
Nelle nostre ultime chiacchierate, Paolo ci raccontava del suo atteggiamento da leader quando era negli Scisma. Diceva di essere stato un po’ troppo maniacale e si attribuiva la responsabilità di alcune derive negative di quel gruppo. Parlava poi del nuovo collettivo dei Benvegnù come di un gruppo “pacifico” grazie alla maturità acquisita. Mi interessava capire le dinamiche del vostro processo creativo.
L’interazione era completa. La prima e l’ultima parola erano sempre le sue, perché aveva una profondità impressionante. C’era comunque collaborazione, soprattutto negli arrangiamenti e nella registrazione dei dischi, ed era molto più malleabile rispetto a prima. Paolo era sempre stato, per scelta, una persona che quando vedeva le cose diventare “capibili” o vicine alla massa, sentiva che c’era qualcosa di sbagliato. Questo perché cercava sempre la profondità, il trascendente, e quando entrava nella dimensione della normalità si sentiva “tarpato.” Lo ha fatto sia con gli Scisma, smettendo quando le cose stavano per decollare, sia con altri gruppi. La vedo come una cosa filosofica: quando stava per arrivare a qualcosa di più, tirava un passo indietro perché sentiva che doveva ancora studiare.
Luca, io ti ringrazio davvero per questo ricordo che fa bene al cuore, e che farà sicuramente bene a quelli che lo leggeranno. Ma vi auguro e vi prego di continuare, in qualsiasi forma, in qualsiasi modo, perché ne abbiamo bisogno…
Ci proveremo, questo è sicuro. Grazie a voi di LostHighways.
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