Il bello dei Motorpsycho, nuovamente ridotti al duo fondatore composto da Bent Sæther e Hans Magnus Ryan, è che dopo oltre trent’anni hanno sempre la stessa urgente passione per la musica suonata, la scrittura di nuovi brani che scorrano esattamente come piace a loro, infischiandosene di eventuali accuse di sovrapproduzione, di ripetizione o addirittura involuzione stanca. Nulla del genere in questo album omonimo, che mette sui due piatti della bilancia pari voglia di ripercorre strade felicemente battute e bisogno di sperimentare soluzioni nuove. Così la programmatica Lucifer, bringer of light nei suoi dieci minuti e passa si sviluppa tra un pop rock che, tra gli accordi sospesi prog, strizza l’occhio a More than a feeling dei Boston e una lunga improvvisazione centrale fatta di continue invenzioni di frasi di chitarra, reiterate ritmicamente per lo spazio di due o quattro misure, raddoppiate e riverberate in sopra incisioni da space rock, che infine sfociano in un riff tolto ai Led Zeppelin di Phisycal Graffiti, attraverso cui ritrovare la canzone iniziale. Laird of hemly cambia del tutto registro con un’altra citazione del Dirigibile, stavolta è l’esotismo acustico di Friends, qui declinato con grande perizia e gusto raffinato evitando il rischio del già visto con un misterioso déja vu che proietta corde dense e metalliche in una dimensione onirica antica. L’hard rock arruffato di Stanley resta in ambito seventies, con un piglio melodico e un cantato ruvido e un assolo energico che trascina l’ascoltatore come ad un live scalmanato. La stessa forza anima le grezze traiettorie di The Comeback, coi suoi soli in rimbalzo, il drumming deciso e i riff corposi tolti ai migliori Yes del triplo live Yessongs. Diametralmente opposta la rarefazione pianistica di Kip Satie, omaggio al minimalismo impressionistico del grande compositore francese, con Hans al piano sorretto dagli effetti del mellotron suonato da Bent. È il preludio del cuore progressive dell’album che si affaccia prepotentemente sulla scena con la scala dinamica di Balthazaar, formula magica di oscuro stregone, incalzata da un ritmo infaticabile sotto un riff di frantumata ossessione, base di un duetto vorticoso tra chitarre e tastiere che rielaborano la frase iniziale in minimali quanto pulsanti variazioni, in una continua evoluzione dello scenario sonoro; fino a trovare un assolo rovente che rimanda all’approccio fisico di Ritchie Blackmore, attraverso un graffiante senso della misura e di lirismo estatico. Poi Bed of roses segna l’arrivo in un regno incantato dal suono vintage di una ipnotica filastrocca di mellotron sognanti, chitarre ovattate, cori distanti e voci filtrate da scatole di ottone. E come in una fiaba ancestrale e grottesca, il canto ieratico e ispirato di Thea Grant introduce la lunga suite Neotzar, come una fata rinchiusa da una strega che medita vendetta tra le ombre arcane della sua cella e rilassa i muscoli prima dell’azione. Così il tema melodico appena accennato da Thea diventa un’epica scorribanda con l’ingresso della band al completo: in realtà il duo titolare che si divide tutti gli strumenti ad esclusione della batteria affidata alle scattanti bacchette di Ingvald Vassbø. In trio si avviano verso il centro della composizione con un assolo ansiogeno di glissati pericolanti e scale avvitate risolte in riff roboanti. Si precipita in una landa desertica di fuochi fatui in cui i temi enunciati emanano un tenute bagliore, come nelle lunghe improvvisazioni di Moonchild nell’esordio dei King Crimson, in lentissima nascita a nuova vita, prima che un nuovo apprendista stregone giunga coi suoi passi sbilenchi a gettare l’intero orizzonte nel panico, narrato dal folle fuoco incrociato di chitarre e batterie infiammate. E si riparte in un assolo straripante che sarebbe piaciuto al Duane Allman dello storico Live At Fillmore East, per ritrovare le strofe iniziali e dichiarare un secondo avvento: “The second coming is here at last / Centuries have passed / A new redeemer is on his way / His minions are amassed“. E che musica suonerà questo nuovo redentore del terzo millennio? La risposta in Core Memory Corrupt è inequivocabile: rock’n’roll. Perché come canta ancora Neil Young, rock’n’roll will never die. Convinzione da sostenere con cauto ottimismo, visto l’andazzo generale, ma comunque da sostenere. Lo fanno di certo i Motorpsycho, incuranti del successo e di tendenze effimere. Al punto che Three Frightened Monkeys sembra ispirarsi agli esperimenti psichedelici dei Jefferson Airplane di Crown of creation e quel senso di deflagrazione che sin dalla copertina di quell’album animava la miscela del combo californiano, qui sostenuta da un ritmo travolgente che non ammette soste, neppure per i delicati fraseggi di tastiere che ne trapuntano il corso infaticabile, che anzi si gonfia in battiti pesanti nel vortice della jam. Si chiude il cerchio con la tenebrosa ballata Dead Of Winter, da intonare nella notte di una dura giornata, rimettendo ordine con vigore ai pensieri che ancora affollano la mente, come l’ultimo distico pinkfloydiano: “to the sun the world looks black / at this depth the abyss stares back“. Appena il tempo per l’ultimo assolo della buona notte, per il meritato riposo, convinti che “senex psittacus negligit ferulam”.
Credits
Label: NFGS – 2025
Line-up: Bent Sæther (lead & background vocals, electric & acoustic guitars, bass guitar, percussion, mellotron, synthesizers, electric piano, omnichord)
Hans Magnus Ryan (electric lead & rhythm guitars, mellotron, background vocals) – Mari Persen (strings) – Reine Fiske (electric guitar) – Olaf Olsen (drums) –
Ingvald Vassbø (drums) – Thea Grant (vocals)
Tracklist:
- Lucifer, Bringer Of Light
- Laird Of Heimly
- Stanley (Tonight’s The Night)
- The Comeback
- Kip Satie
- Balthazaar
- Bed Of Roses
- Neotzar (The Second Coming)
- Core Memory Corrupt
- Three Frightened Monkeys
- Dead Of Winter 05:23
Link: Sito Ufficiale
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