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Domestic – Paul Armfield

paul_armfield_900Isola di Wight, britannico avamposto sul Canale della Manica, testuggine caparbia a difesa della costa spazzata dal vento, nonché luogo di un celebre e sventurato Festival. Quale luogo migliore per l’isolamento domestico di Paul Armfield? Ma attenzione, questo non è l’album di uno scorbutico misantropo, come dichiarato dallo stesso autore che, in cerca di un posto sicuro “dalla pazzia del mondo esterno, tra Brexit e crisi dei migranti” si è ritrovato a “scoprire un senso di pace e familiarità” con cui forgiare la chiave di volta del disco. Come l’antico Giano bifronte January volge contemporaneamente lo sguardo da un lato al dramma suscitato da quei temi, attraverso i bassi glissati dell’acustica e le tenebre vibranti della voce, dall’altro alla speranza del rifugio, nello sviluppo di avvolgente crescita del ritornello. Ecco allora che ci si ambienta subito e ci si mette comodi tra le morbide trame di I’m not here, un mantra sussurrato che ironicamente invita a non disturbare la pace appena ritrovata e che si ascolta volentieri come condividendo le gioie d’un vecchio amico. Ed è a lui che sembra rivolta la dolce invocazione You mentre il ticchettio di una vecchia sveglia e il morboso suono di un congegno difettoso puntano lo sguardo verso un’introspezione decadente che rimbomba tra le pareti ovattate di Home. Un porto sicuro oltre il quale può esserci solo lo smarrimento di Nowhere, grido d’allarme per una deriva che sembra inevitabile, “we aint’t goin’ nowhere“, annegando in doloroso rimpianto in aperture barocche che si aprono al fondo di sospensioni rarefatte. Ma la confidenza conviviale si ritrova intatta in Fledgling, con lo squillante cavaquinho di Giulio Cantore e quella melodiosa frase calante che rischiara tutto: un sole improvviso che illumina un giardino di un’epoca passata, che ricorda le atmosfere da corte rinascimentale di Ólöf Arnalds. Una distensione testimoniata dalle dolci note slide di Flagbearers, che scivolano sulle onde candide di un arrangiamento caldo e limpido cui fa da contraltare il timbro profondo di Armfield. Un timing teso e inquieto prepara invece gli affondi vocali di Wrong, coi suoi fraseggi all’unisono con la chitarra, memori di certi episodi dei Led Zeppelin, e con le sue vibrazioni spettrali che mutano di continuo le luci e le ombre vacillanti del brano. Una serenata al chiaro di luna ispanica è il preludio di una lenta danza messicana che in Heartache trasforma il salotto di casa nella pista di una bettola scalcinata ma silenziosa e assorta, in cui le passioni incrociano lo sguardo con malinconia. Le sognanti trame di Alone attingono alla West coast psichedelica di David Crosby, frantumando il giro armonico in pattern chiusi che si avvicendano sul letto sinistro di un organo lontano, mentre la lirica voce di Armfield intona l’ultimo pacifico richiamo, “Alone“. Ma si sbaglia, perché non si può essere davvero soli con musica così.

Credits

Etichetta: Popup-Records – 2020

Line-up: Paul Armfield (voce/chitarra) – Giulio Cantore (chitarra/cavaquinho) – Johann Polzer (batteria) – Max Braun (basso).

Tracklist:

  1. January
  2. I’m not here
  3. You
  4. Home
  5. Nowhere
  6. Fledgling
  7. Flagbearers
  8. Wrong
  9. Hearthache
  10. Alone

 

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