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La musica è controinformazione – Intervista a Daniele Sepe

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Per celebrare adeguatamente il Primo maggio abbiamo raggiunto in video chiamata Daniele Sepe, un musicista che ha messo al centro della sua musica la lotta e l’impegno politico.

Oggi è il Primo maggio, è ancora la festa dei lavoratori?
Forse lo è più oggi in questa situazione tragica che col tutto il puttanaio che era diventato negli anni passati, forse da oggi può assumere di nuovo un significato originario, quello di vedere dove sbattere la testa, che non ci sia il “concertone” oggi è tutto guadagnato.

Dove dovremmo sbattere la testa?
Dobbiamo sbattere la testa di qualcun’altro nel muro! È sempre la vecchia storia, no? Anche la situazione in cui stiamo, per come è stata gestita questa disgrazia è evidente, in due mesi solo il papa ha fatto accenno alla storia: bisogna ridurre le spese militare, agli F35, la portaerei. La cosa più importante sarebbe investire nella sanità pubblica: l’ha detto il papa, non un pericoloso marxista… L’emergenza è stata gestita come se le cose normali fossero il principale veicolo di contagio, però poi stranamente le fabbriche si aprono e il virus fuori la porta degli stabilimenti arretra: Vade retro Satana! Però se vai a fare una corsa sul lungomare … Bisogna avere pazienza e rimettere in moto più che l’economia il cervello della gente.

Ci scontriamo con una informazione drogata che non aiuta…
Sicuramente, ma è sempre stata così, quando l’Italia è entrata nella prima guerra mondiale l’informazione era uguale, un bombardamento che ci diceva chi era il nemico, e il nemico non era il padrone, ma l’austriaco invasore. La stessa cosa nel ’39, il nemico era la Grecia, l’Albania, la Russia e non chi stava a Palazzo Venezia: ci sono voluti 5 anni di detriti e macerie affinché gli italiani capissero chi era il nemico. Oggi siamo nella stessa situazione di stupidità e ignoranza. E guarda che quando parlo di ignoranza e stupidità non mi riferisco a quelli con la quinta elementare, ma ai tanti laureati che spesso “so’ cchiù scieme” della media degli italiani. Una volta esisteva una cosa molto importante: la controinformazione. Con la mia musica per trent’anni ho tentato di fare controinformazione, quindi bisogna fare questo, con tanta pazienza.

A questo punto anticipo un argomento che avrei introdotto dopo: in questi giorni hai dichiarato che una decina di anni fa hai già affrontato una sorta di quarantena per via delle polemiche suscitate dal tuo album Fessbuk, in particolare per il brano Cronache di Napoli dove c’è un’aspra critica a Saviano e al “savianesimo”.
Il punto era questo: come oggi ci bombardano con un nemico che non si capisce bene chi è e qual è, può essere individuato con il runner o col vecchietto, o con la madre che porta il bambino in strada, allora il nemico era l’illegalità. C’erano navi che partivano per Palermo cariche di bambini e questa solfa che non finiva mai della legalità, la legalità, la legalità.

Perché, la legalità non ci vuole secondo te?
Ci vuole Giustizia! La legalità non ci vuole in una situazione di assoluta ingiustizia, perché la legge non è una cosa che viene calata dall’alto, da alieni che sanno il bene nostro qual è. La legge è una cosa che fondamentalmente fa e fa rispettare il più forte, ad esempio, quelli che sono gli aspetti legali e legislativi del mondo del lavoro, visto che oggi è il primo maggio, sono una grandissima ingiustizia, se noi pensiamo a tutti i contratti di lavoro, Co.Co.Co., Co.Co.Pro. ecc., abbiamo una serie infinita di gente senza garanzie che proprio in questo momento non ha diritto neppure a quei 600 Euro di merda che il governo darebbe. Quindi la Legge non è la Giustizia. Per la legge in America prima del 1860 esisteva la schiavitù, quindi non è che essendo legalisti si stava nel territorio della Giustizia. Della Legge a me non frega un cazzo, altrimenti non farei dischi a nome di un pirata.

Sei un musicista e queste idee le metti in musica, proprio in questi giorni assieme al simpatico e intelligente Aldo Laurenza avete scritto Pandemonium, accompagnata da un video con immagini spettrali di Napoli deserta, parlaci di questa canzone.
Guarda, è nata così, perché con Aldo e altri amici della ciurma del Capitone ci sentiamo, chattiamo, scambiandoci le sensazioni di quello che stiamo vivendo. Aldo una mattina mi ha chiamato dicendomi “Daniele ho scritto una cosa, mandami una base perché vorrei fare un pezzo”. Lui non ha neanche un microfono o una scheda audio a casa, quindi ha registrato la voce col microfono di Whatsapp e mi ha mandato questa cosa che mi è sembrato inquadrasse bene la situazione. E forse è anche più bello così con quella voce un po’ gracchiante da telefonata, come quando un amico ti chiama e ti dice una cosa importante. Potrebbe essere vista e letta, come si dice oggi, in un’ottica complottista, ma nella realtà dei fatti quando uno usa tanto spesso l’espressione “distanziamento sociale” è una cosa inquietante, perché presuppone il fatto che la gente non sia vicina e non sia solidale. Come se non avesse la possibilità di organizzarsi, di discutere e di immaginare una maniera diversa di gestire la società. Che c’è di più di uno stato di polizia di quello che stiamo affrontando? Forse più che oggi, che la paura del contagio e del virus è ancora forte, quello che ha scritto Aldo sarà ancora più valido tra qualche mese, quando il virus sarà scomparso ma saremo nella merda socialmente, nel migliore dei casi come la Grecia di qualche anno fa. E in quel caso non cambierà molto, perché il tipo di repressione e controllo poliziesco che abbiamo avuto in questi due mesi sarà spostato dal contagio al contenimento della protesta sociale.

Come si riverbera tutto ciò sulla musica e cosa possono fare i musicisti?
>> Ho visto varie proposte tipo quella dell’albo dei musicisti: sono cose rispetto alle quali sono sempre stato perplesso e pure contrario, perché la metà dei musicisti che conosco, anche bravissimi, forse in un albo non potrebbero mai entrare, a cominciare da Matteo Salvatore o Enzo Del Re. Non saprei su quali parametri potrebbe fondarsi un albo sul genere di quello degli avvocati. Quello della musica è un mondo che vive sulla competizione estrema tra gli artisti, in cui vige abitualmente il mors tua vita mea: l’esperienza del Capitone è anche questo, una cosa bellissima dove spesso è venuto fuori questo ego che non finisce mai. Quello che servirebbe al mondo di musicisti sarebbe una visione e un atteggiamento comunitario, teso a garantire quelli che stanno peggio di noi, un fatto un po’ diverso. Io non so quanto i musicisti siano abituati ad avere una visione politica delle cose e non semplicemente romantica. Forse gli operai avevano un’altra coscienza, rispetto a queste cose. L’unica cosa che potremmo fare di concreto sarebbe organizzare una piattaforma sul futuro, per garantirci una serie di cose e proporre come ricominciare a suonare dal vivo. Penso, ad esempio, che se oggi alla FCA di Pomigliano possano lavorare, perché Confindustria ha detto che si può lavorare in una fabbrica in condizioni di sicurezza, allora possiamo anche fare concerti in condizioni di sicurezza. Penso a spazi come Piazza Plebiscito a Napoli, nei quali sarebbe possibile disporre sedie a distanza di sicurezza, con un personale che accompagni il pubblico al proprio posto e così continuare a fare musica dal vivo, almeno fino a quando non sarà completamente risolta questa epidemia. Da quel che si dice, almeno fino a gennaio non potremo suonare dal vivo e questa è una cosa inaccettabile: perché se posso andare al supermercato o in salumeria e stare a un metro e mezzo da un’altra persona, non capisco perché un concerto non si possa tenere, rispettando le medesime regole e precauzioni.

Purtroppo è una fase in cui sono evidenti diverse ambiguità di gestione.
Si. Ad esempio non condivido quelli che, grazie al solito vizio dei musicisti di pensare sempre e solo ai cazzi propri, hanno subito detto “ok, facciamo le cose in streaming”. Facendo le dirette da casa nostra perdiamo tutte le persone che fino all’altro ieri ci hanno permesso di lavorare, ovvero i tecnici, quelli che mi montavano il palco, che stavano dietro al mixer o alle luci. A questi che gli facciamo fare, niente? Quindi considero assolutamente inopportuno un tipo di soluzione di questo genere.

Certo! Torniamo, invece, all’esperienza del Capitone, cui hai fatto qualche cenno a proposito di un certo egoismo dei musicisti. Questo nome che hai dato al tuo alter ego, Capitan Capitone, è un nome recente ma lo potremmo applicare alla maggior parte dei tuoi lavori, in cui sei più che un mattatore una sorta di direttore d’orchestra. Ti piace coinvolgere e dare spazio a tante personalità diverse e guidarle verso una direzione che in definitiva è la tua. Ci sono stati molti cambi di formazione, nelle varie incarnazioni del Capitone, col quale sei ormai al terzo album: perché, c’è un problema legato ad egoismi e protagonismi che vogliono emergere o è semplicemente capitato nell’ambito delle normali dinamiche dei rapporti tra musicisti?
Prima del Capitone c’è stata la Brigada internazionale che aveva un po’ la stessa logica di collettivo. Ovviamente in un contesto in cui le persone coinvolte sono molte di più (già nel primo album del Capitone eravamo oltre la settantina) è tutto complicato. Perché emergono una serie di situazioni, anche psicologiche, dei personaggi. Ad esempio, all’inizio avevo proposto per i live che tutti fossero pagati allo stesso modo, una cosa equa ma illogica per il mondo della musica. Mentre preparavamo gli spettacoli, dissi che quelli che stavano sulla prima linea, i cantanti, non erano più importanti di quelli che stavano dietro alla macchina e suonavano. Proposi, e subito fui bloccato dalla prima linea, che quelli che stavano dietro fossero pagati addirittura di più! Perché la differenza è che mentre tu sei avanti a cantare solo il tuo pezzo, quelli dietro sono lì a suonare per i pezzi di tutti, a farsi il culo come un operaio. La risposta che mi diedero fu illuminante: “la gente viene per noi”. Una maniera del cazzo di intendere le cose. Forse la gente viene per te a Napoli, ma già se si suona a Palermo dove nessuno ti conosce la gente viene per altro: soprattutto per sentire la musica. E la musica non si fa senza i musicisti, quelli che comprano uno strumento, quelli che stanno dieci anni su una batteria o su un pianoforte per imparare a suonare. La mia era una visione un po’ marxista, del mondo al contrario, una Rivoluzione d’ottobre: l’operaio guadagna più del dirigente. Fui bloccato immediatamente. Però fortunatamente me ne fotto perché c’è tantissima gente capace in giro, per uno che perdi guadagni un nostromo che semmai è molto più capace, più bravo. Nell’ultimo disco ci sono voci stupende, a cominciare da Emilia Zamuner, Sabba, Ninì Caravano, Simona Boo, più quelli del vecchio Capitone, che sono comunque rimasti in tantissimi, Aldo Laurenza, Carmine degli ‘O Rom. Quindi, tornando al discorso di prima, al mondo della musica serve abbandonare tutte queste menate del cazzo, che non ci portano da nessuna parte. Abbiamo bisogno assolutamente gli uni degli altri. Spero che sia di “imparatura” la difficoltà in cui siamo oggi.

Me lo auguro e faccio un grande in bocca al lupo a te e tutti i musicisti. Ora forse è il caso di passare a una domanda più leggera. Ci sono voluti anni di richieste da parte dei fan (me compreso) ma alla fine li hai fatti: i dischi in vinile! Neppure il tempo di metterli sui piatti a girare ed ecco che sei passato alla fiaschetta USB Stoorage, contenente i file HD dell’album. Ma insomma, con quale supporto dobbiamo ascoltarti?
[risate] Beh, io penso che la fiaschetta USB dal punto di vista della qualità dell’ascolto sia nettamente superiore al vinile, che lo leggo come una passione retrò, che ha più a che vedere con gli occhi che con le orecchie, però poiché la musica si ascolta con le orecchie il vinile ha dei limiti oggettivi, sennò nessuno si sarebbe messo lì a inventare il digitale. Limiti oggettivi che la musica liquida non ha. Quindi la fiaschetta può essere una soluzione valida, anche se non è conveniente dal punto di vista economico, perché i costi sono quadrupli rispetto alla stampa di un CD. Ma la stampa di un vinile costa sedici volte tanto. Non so quale sarà il futuro di questa cosa, però sicuramente credo che nessuno tornerebbe alla cassetta VHS per vedere un film, dicendo, non so, “il colore è molto più caldo”. Mi sembra strana questa passione giovanile per il vinile, è come se uno si innamorasse delle signore di 65 anni [risate].

Non è calzante il paragone, quelle che si vendono oggi sono quasi tutte edizioni e ristampe in vinile vergine 180 grammi, tirate a nuovo.
Si, ok, le puoi fare in 180 grammi, ma la verità è che noi ormai registriamo in digitale, che senso ha riversare su un supporto analogico una registrazione digitale? Non solo, ti dico che le competenze per registrare in analogico, su nastro, non esistono più. A Napoli una volta c’era, e spero ci sia ancora, un certo Massimo Del Giudice che ogni giorno faceva il giro degli studi di Napoli, dove tarava le macchine, gli Ampex, gli Studer, che andavano tarati ogni giorno per avere la qualità dovuta, faceva manutenzione a tutti i mixer analogici. Il digitale è stato una grande esperienza di democrazia, perché ha portato nelle mani di tutti soluzioni che prima si poteva permettere solo chi aveva un macchinario analogico miliardario. Oggi chi dice di avere il banco analogico mi fa bestemmiare tutti i santi, perché utilizzare un banco privo di manutenzione dà più guai che vantaggi. È come la motocicletta mia che si accende a pedale, se non sai accenderla e mettere a punto resti a piedi. Il digitale rimane la soluzione per portare la musica ad una qualità eccellente nelle mani di tutti. L’ascolto di un vinile presuppone che tu abbia un piatto, una testina e una puntina allo stato dell’arte, il che vuol dire passare da un lettore CD che costa 150 Euro, magari anche il migliore un Teac, a cifre come dieci o anche quindicimila Euro e non è proprio la stessa cosa. Però capisco, se proprio siete appassionati della copertina si potrebbero conservare l’impianto grafico del vinile, con all’interno il CD o la pennina USB con i file Flac, che oggi hanno la migliore qualità di ascolto: file a 96.000 khz, a 24 bit o a 32 bit addirittura, per un’esperienza di ascolto di qualità.

Però credo che oltre al supporto un certo limite nell’ascolto oggi sia negli impianti di riproduzione: io che ci tengo ho un impianto ben assemblato, con amplificatore, lettore, giradischi con una buona puntina, casse da pavimento e tutta una serie di accorgimenti, ma la maggior parte delle persone ascolta musica dalle casse del portatile, in cui la qualità audio è praticamente nulla…
Eh, lo so [ride], d’altronde pure noi, sai, quando facciamo i dischi, con gli amici tecnici, con Enzo Rizzo, Bob Fix, Gigi De Rienzo, siamo là per giorni a fare un mix, per decidere un riverbero, un suono di rullante e poi ogni tanto ci fermiamo e ci diciamo sconsolati “ma tanto quelli se lo sentono ‘ngopp’ ‘o telefonino, che lo facciamo a fare?” [risate] Beh, comunque, il primo limite dell’ascolto è semp’ ‘a cervella [risate], quello che scegli di ascoltare, perché è sempre meglio ascoltare una sinfonia di Beethoven o un assolo di Coltrane su un telefonino di merda che sentire una musica di merda su un impianto fantasmagorico. Il primo limite sta sempre qua [si indica la fronte] e poi arriva all’orecchio.

Sono d’accordo. Questo mi fa pensare ad un altro tuo disco, Lavorare stanca, col quale qualche anno fa hai veramente vinto il Premio Tenco, non come dici ogni anno per scherzo [risate] …
… anche quest’anno ci sono caduti …

Continuano a caderci, è incredibile …
Vabbé, la volta storica è stata l’anno scorso quando addirittura è uscito un articolo su Il Mattino. Che poi il giornalista è pure un mio amico. Ma come, gli ho detto, ma non lo sai che ogni anno faccio questo scherzo?

Tornando a quel disco, c’è un brano bellissimo, Storia della musica popolare, in cui fai un’interessante analisi dell’evoluzione di quella che è stata la musica popolare, nel senso di “tradizionale”, rispetto a quella che è la musica popolare nei tempi moderni, a partire dalla seconda industrializzazione e poi il dopoguerra, il boom economico e via discorrendo, fino ad arrivare ad oggi. In un certo senso tu, che fai un certo tipo di musica, ed io, che magari ho un certo tipo di ascolti, siamo due radical non due popolari: come funziona questa separazione?
Funziona che la musica popolare devono farla i popolari, quelli che vanno a “zappare la terra”, no? Che è quello che dico in quel disco. Oggi un canto di lavoro che potremmo ascoltare durante la raccolta dei pomodori probabilmente non sarebbe più neppure in italiano, ma in arabo o in sikh. La musica popolare la fanno i popolari, ma questa cosa mi ha attirato le ire funeste di un sacco di addetti, mi ricordo litigi che non finivano mai anche all’interno dell’Istituto De Martino, retto da bravi compagni che hanno documentato la tradizione. Allora dissi che dovevano avere un atteggiamento diverso rispetto alla musica neo melodica napoletana, senza censure. Chi sta in un basso a Napoli si riconosce in quel tipo di musica, ma soprattutto in quel tipo di testo, perché la musica cambia così come cambia nello strumentario e nell’organologia, anche della musica colta o para colta: se si usava il mandolino cinquant’anni fa oggi nella musica pop o elettronica si usa altro ed è normale che nella musica popolare si approfitti di quegli strumenti. Mi riferisco, quindi, a testi che parlano di latitanza, di galera, di ragazze incinta a 18 anni, che non è una cosa che succede nei quartieri alti di questa città, ché a quella età le ragazze del Vomero stanno bene attente a non restare incinta. Quando vivi in una realtà proletaria o sotto proletaria, se ti identifichi in quel testo, in quella vita, è perché quella vita è la vita di tuo fratello, casomai, di tua sorella, la vita tua o la vita di papà che è latitante. Quindi non approvavo quel modo di vedere la cosa da radical chic, da borghese che dice “mah, questa musica non è popolare”, perché non è fatta con chitarra, mandolino e tammorra … e cacace ‘o cazz’. Non è che la musica popolare non esiste più, la musica popolare si trasforma, si adatta alla vita del proletariato, che disgraziatamente esiste ancora. La vera scomparsa della musica popolare (non come la intendono molti che si lamentano “non esiste più … i nonni nostri … come era una volta … non esiste più il pomodoro …”) significherebbe la scomparsa del proletariato dal pianeta: allora saremmo tutti pronti ad ascoltare altri tipi di cose perché avremo finalmente altre esigenze. “Quella” musica popolare continuerà ad esistere finché non faremo fuori le “capuzzelle” di cui parlavamo all’inizio della conversazione, le dovremmo schiantare.

Purtroppo è così, ci vorrebbe una rivoluzione. Passiamo ad altro. [gli mostro il Canzoniere illustrato]
Ah, che pietra emiliana [risate], un’altra pietra emiliana [cit. da Totò]

Il Canzoniere illustrato è un album a cui sono molto legato, anche dal punto di vista strettamente personale, perché mi ricorda un mio grande fallimento professionale, coinciso con l’uscita del disco …
Ah, me fa piacere [risate]

Eh, nonostante questo continuo ad ascoltarlo, perché è un grande disco, di cui faceste una splendida presentazione dal vivo al Teatro Trianon a Napoli.
Si, ma non ti preoccupare, è stato anche un grande fallimento mio …

… appunto questa era la mia domanda, com’è possibile che un così bel disco, accompagnato dal lavoro di tanti bravi fumettisti e disegnatori che ne hanno illustrato i brani, sia un fallimento editoriale?
Fu un fallimento editoriale perché essendo venduto come disco, nelle Feltrinelli, allora Amazon non era importante come oggi, non c’era un contenitore apposito per questo tipo di pubblicazione. E poiché non era stato presentato come libro di fumetti come allegato CD, ma come CD con allegato libro di fumetti non sapevano dove metterlo e quindi non si trovava. Ho stampato una quantità di copie che mi è costata l’ira di Dio e non ho venduto niente, sono ancora pieno di pacchi a casa, che non mi porto più nemmeno ai concerti perché sono troppo pesanti e io abito al quinto piano senza ascensore. È stato un errore di marketing. Però rimane per me una bellissima storia. Quando mi ritrovo, come nel Capitone, con tanta gente che vuole suonare con me, musicisti veramente fantastici, e poi con tanti grandi disegnatori, come il compianto Akab, Cangiano, Altan, che fece la copertina, che si misero a disposizione solo per stima nei miei confronti, allora vale la pena realizzare questi progetti anche in perdita.

In appendice al Canzoniere c’era il primo capitolo di un’autobiografia rimasta poi incompiuta, vedremo mai i restanti capitoli?
Per scaramanzia a un certo punto mi son fermato [risate] Non mi piace sto fatto, pare che già sto per chiudere baracca e burattini.

Ok, forse è meglio, non si sa mai. Però pochi giorni fa, hai compiuto sessant’anni, una bella cifra tonda, ti senti di fare dei bilanci, per le soddisfazioni avute, ma anche per qualche rimpianto? Rifaresti tutto, cambieresti qualcosa?
L’unico rimpianto che ho è quello di non essere riuscito in questi anni a suonare bene quanto avrei voluto. Quando sei più giovane e sei incosciente e irresponsabile, casomai ti senti pure di essere il Padreterno e non lo sei, ma quando arrivi a una certa età, ascolti un disco di Bach o di Sonny Rollins, e capisci che non sarai mai a quel livello, perché il Padreterno così ha deciso, beh quello è un rimpianto. Però nello stesso tempo sono più che soddisfatto e contentissimo che tante persone capaci e bravissime, a cominciare da Stefano Bollani a cui devo proprio tanto, hanno fiducia in me e il mio modo di suonare piace più a loro che a me. Ho raccolto molte cose che sognavo. Se penso di aver fatto la colonna sonora di un film di Terry Gilliam, dico cazzo ho fatto una cosa con uno che rimane un riferimento assoluto nel mondo del cinema, quindi non mi posso lamentare. E tutto questo continuando a vivere a Napoli, nel buco del culo del mondo, non inseguendo le cose là dove nascono e si fanno, andando a vivere a New York o a Berlino. Sono riuscito a fare tutto quello che puoi fare continuando a vivere qua, fottendotene pure del tuo mestiere. Non ho questa ambizione, preferisco andare a mare [sul mitico Capitone, n.d.i.], sulla motocicletta, a fare una passeggiata, piuttosto che stare a casa ad accaparrarmi il like, il mi piace o il follower, cose di cui non mi importa nulla. Voglio stare al mare, già mi è andata di lusso. Però non ci fermiamo. Sto missando il disco con Kronosisma, il quartetto di Roberto Gatto, di cui facciamo parte io, Pierpaolo Ranieri e Tommy De Paola, e credo sia un bellissimo disco. Devo missare inoltre il disco su Frank Zappa con Dean Bowman e Amid Drake, registrato dal vivo. Per me aver suonato con Dean Bowman, il meglio di quello che esisteva negli anni ’90 a New York, e con Amid Drake, la miglior batteria in contesti reggae e jazz … insomma, je so’ cuntento. Quello che mi dispiace è che nella realtà napoletana tanti musicisti siano a volte duri nei miei confronti; mi pare strano ad esempio che per il mio compleanno mi arrivino gli auguri di Manu Katché e casomai gente con cui sei stato a contatto per tanto tempo non ti caga proprio. Però quella è Napoli e te la tieni insieme con la bellezza del mare. Però, nun me pozz’ allamentà!

Foto di Daniele Poli

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