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Stato di grazia – Bisca

Bisca_Stato di grazia_copertinaIn un’epoca in cui la lotta di classe è sparita o bollata come odio sociale, il ritorno dei Bisca, che in fondo non sono mai davvero andati via, non può che essere accolto con entusiasmo. Anzi, con odio. Amore per l’odio. Quello che dichiara con lucida e spietata analisi Sergio ‘Serio’ Maglietta aka CarmelaBi Saxy Bomb (nome scioglilingua degno del più noto The artist formerly known as Prince). Un odio di qualità, sinonimo di lotta verso “il capitale e le sue puttane macho armate fino ai denti cariati, marci, che lo zucchero abbonda sul sorriso degli stolti“. Con una squadra rinforzata da Salvatore Rainone, Michele Iaccarino, Mauro Romano, Ciro Riccardi e Fulvio di Nocera, a dieci anni di distanza dal singolo Tartaglia e il Cavaliere fellone e dal disco Evoluzioni, il nuovo lavoro dei Bisca non potrebbe essere più esplicito, alimentando la nostra speranza che questo non sia per loro L’ultimo volo, titolo che posto in apertura potrebbe frenare le aspettative. Ma bastano poche note della chitarra di Elio 100 grammi e poi del sassofono di Serio per riaccendere la fiamma di un legame urticante e necessario: schiaffi in piena faccia per spronare ad affrontare la realtà per quella che è, ad occhi aperti e pugni chiusi. L’ingresso al basso di Mauro Romano dà una importante corposità alle trame urbane della formazione, lo confermano lo slapp e i passi felpati della riedizione de Lo sperma del diavolo, aggiornata con lampi di free jazz su ritmiche distopiche e un più marcato e aggressivo piglio rock. Del resto, questo è un album per odiare, cosa si può odiare di più del seme del male? Metafora di un capitalismo che ammazza le passioni in nome di un avido accumulo di cose di cui non abbiamo veramente bisogno. Ed è dunque una storia di opposizione che si innalza verso Luna, scorribanda notturna in un noir metropolitano, che trova piena rispondenza grafica nella copertina, a metà strada tra il Picasso di Guernica e la violenta Sin City di Frank Miller. Da quelle pagine pare uscire il funk jazz punk garage rock (e forse anche qualcos’altro che al momento mi sfugge) della tiratissima Il piano di Monk, che omaggia in maniera inedita il grande Thelonious, con fraseggi be bop del sax e un saporito scioglilingua calante che ricorda “il suo ritmo geometrico di alieno che sfacciato balla e suona anche dentro una tempesta ostinato e senza intoppo“. Ancora da Lo sperma del diavolo si ripesca La macchina, e la chitarra si fa ancor più meccanica, ruota d’ingranaggio di una produzione che non si ferma davanti a nulla (lo conferma tristemente quanto avviene in questi giorni di emergenza sanitaria e politica). Ma la più ampia sezione di fiati dà maggiore passionalità e speranza alla denuncia del ritornello, mentre l’assolo centrale si dilata sotto le frustate funky del basso di Romano su cui rimbalzano le zampate di Serio, con chiusura affidata all’assolo di 100 grammi con un vortice degno dei Funkadelic. Ma la vittoria contro la macchina è ancora lontana, ed ecco che l’oscurità ricopre tutto, dalle parti di ’round midnight, e la Notte trascorre insonne ed “elettrica di luci livide“, segni di un dolore urlato ai lampioni di una strada desolata, viscerale trasfigurazione di un’altra Notte di dieci anni prima (nell’album Evoluzioni), con quella voce di carta vetrata che spolpa le carni e quella tromba che s’infila nel dorso, sibilante e fumosa, quel sax denso come liquore, vischioso e rovente marchio sulla pelle. Come uscita chissà come da un congegno mal funzionante, schizofrenico, Sottattacco dell’idiozia zoppica ormai claudicante per le troppe bordate subite sotto le bombe di una comunicazione politica e mediatica che ottunde, per ridestarsi energicamente nella tirata rock finale, che è una vera e propria presa di coscienza salvifica. Dunque è chiaro, per come stanno le cose, non si può far altro che odiare, ed è liberatorio farlo: Amo odiare, è la dichiarazione di intenti politica e musicale dei Bisca, che abbracciano con entusiasmo l’energia del rock, per poi risalire alle sue origini blues, rileggendole in chiave urbana di inquietudine e nevrosi. Del resto il Nero è un colore adatto al blues, al canto di chi subisce, dai campi di cotone degli schiavisti fino ai pestaggi dei fascisti. Per questo la chiave sta nella danza frenetica, nel dimenare il corpo in gesto di ribellione, citando ancora una volta un fraseggio di Monk, nello ska sfrenato de Il black sciamano. Ma poi con una sghemba wave asfittica si torna a riflettere, a chiedersi Che senso ha quello che accade, “il silenzio dei perdenti“, e che senso hanno invece le parole, che peso hanno e che ruolo dovrebbero invece avere. Un’importanza sottolineata dalle dichiarazioni di Maglietta: “Io le allevo le mie parole ribelli. Così come ho imparato a coltivare la mia rabbia, a prenderla in consegna, a gustarla come si gusta una ciliegia“. Forse l’album avrebbe dovuto chiudersi qui, con questo interrogativo. La rilettura sovraccarica di ritmica di Cildren ov Babilon, da Guai a chi ci tocca (1994) del supergruppo Bisca 99 Posse, nasconde proprio la voce e le sue parole drammatiche e toccanti, ma questa è solo un valutazione personale, per un album promosso a pieni voti.

Credits

Label: SoundFly – 2020

Line-up:

Sergio Maglietta (Voce, Sax) – Elio 100gr Manzo (Chitarra, Cori) – Salvatore Rainone (Batteria) – Michele Iaccarino (Chitarra, Cori) – Mauro Romano (Basso, Cori) – Ciro Riccardi (Tromba)

Tracklist:

  1. L’ultimo volo
  2. Lo sperma del diavolo
  3. Luna
  4. Il piano di Monk
  5. La macchina
  6. Notte
  7. Sottattacco dell’idiozia
  8. Amo odiare
  9. Nero
  10. Il black sciamano
  11. Che senso ha
  12. Children ov Babilon

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