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Il rock tentacolare di una super-band: intervista agli O.R.k.

ORK2Il rock non morirà mai grazie a progetti come quello degli O.R.k., dove si intrecciano esperienze musicali diverse di generazioni diverse per dare vita ad un crossover incredibilmente fresco e moderno. Quattro continenti come Lorenzo Esposito Fornasari aka Lef (Obake), Carmelo Pipitone (Marta sui Tubi),  Colin Edwin (Porcupine tree) e Pat Mastelotto (King Crimson) si sono incrociati lunga la faglia della rete dove hanno generato un terremoto d’idee. Abbiamo incontrato Lef e Carmelo.

Con Soul of an Octopus possiamo dire che gli O.R.k. non sono più un side-project ma una vera band che ha trovato la sua identità di suono?
LEF: Per noi questo era abbastanza chiaro sin dall’inizio in realtà. Diciamo che l’incertezza era presente nel primo giro di email quando ancora non avevamo buttato giù un minimo stralcio di idea musicale su cui lavorare… sì, insomma, mettere su un progetto musicale è un po’ come iniziare una relazione sentimentale, è molto una questione di chimica: o c’è o non c’è. Nel momento in cui abbiamo buttato giù le prime idee ogni dubbio è svanito e con il primo tour prima in Europa poi in Sud America siamo diventati, musicalmente e a livello personale, una band a tutti gli effetti e non più un progetto parallelo ed estemporaneo.

Il titolo del disco si ispira al libro omonimo di Sy Montogomery? Quali sono le tematiche affrontate nei testi delle canzoni?
LEF: No, in realtà. E per quanto possa sembrare un concept album non lo è.. siamo partiti come sempre dalla musica, incluse le linee vocali che inizialmente erano improvvisate senza un testo. Poi sono arrivate le parole. Alla fine dei giochi, quando il disco era pronto e mixato, abbiamo notato che molti dei nostri testi contenevano riferimenti acquatici.. da lì l’idea del titolo e dell’artwork disegnato poi da Nanà Oktopus Dalla Porta.

Siete usciti da quel suono anni novanta che caratterizzava il vostro primo lavoro. Si respira un suono originale grazie alla versatilità artistica dei membri della band. Mi riferisco ad esempio al caleidoscopio di colori che emanano la voce di Lef e le chitarre di Carmelo…
CARMELO: Quando hai a che fare con dei veri professionisti tutto diventa più semplice! Devi solo concentrarti al meglio sulle cose che puoi effettivamente apportare, senza fronzoli, cercando di migliorare il tuo stile e magari deviare verso una nuova strada, solo per il gusto di vedere cosa hai davvero imparato, poi se piace anche al resto della band, allora il gioco è fatto!

Avete lavorato al disco in luoghi separati rimbalzandovi le tracce attraverso la rete o li avete composti insieme direttametne in studio?
LEF: come per il primo disco abbiamo lavorato a distanza. Diciamo che il gioco del botta e risposta è a noi molto congeniale non solo per ovvie ragioni logistiche, abitando in nazioni/continenti diversi, ma anche perché permette di ragionare, sedimentare e apportare le modifiche solo quando ci si trova nel mood giusto.

Come è nata I’m afraid of Americans nella duplice versione inglese e spagnolo? Ci sono riferimenti all’attuale scena politica degli USA?
LEF: Dopo l’elezione di Trump abbiamo deciso di inserire questo tributo a Bowie in scaletta nel tour fatto lo scorso Marzo e abbiamo cambiato il protagonista del brano, non più Jonny ma Donny. Solitamente preferiamo tener lontano il mondo della politica dalla nostra produzione musicale, in questo caso abbiamo invece sentito l’urgenza di prendere una posizione pubblicamente. La versione in spagnolo era doverosa visto il rapporto Trump-Mexico, abbiamo suonato a Ciudad de Mexico l’anno scorso e abbiamo molti amici che abitano o provengono da la.

I membri della band provengono da generazioni diverse. Questa sinergia spazio-temporale come viene vissuta in termini artistici ma anche umani a livello di rapporti interpersonali nella band?
CARMELO: Stranamente e fortunatamente è come se fossimo coetanei. Ragioniamo da band quindi nessuno di noi impone agli altri le proprie idee, forse è questo il trucco. Siamo prima di tutto amici che si divertono a comporre insieme nella totale trasparenza, anche se è ovvio che uno come Pat, ma anche Colin, già solo per le cose che hanno visto e per le esperienze che hanno vissuto, ti fanno capire che forse ti manca ancora qualche annetto di esperienza in più per riuscire a comprendere del tutto il loro punto di vista, non solo sulla musica ma nella vita in generale. E’ davvero piacevole ascoltarli parlare e personalmente rimango affascinato dall’umiltà e dalla disponibilità al confronto che li contraddistingue.

Progetti live?
LEF: Pensiamo a tante cose, metterle in pratica è un po più complicato, almeno fino a che zio Robert Fripp continua a fare mesi e mesi di date dei KC :-). Comunque abbiamo in programma altri tour da qui al prossimo anno e in Gennaio gireremo quasi tutta l’Europa.

Cinque pezzi del passato che potrebbero rappresentare il sound di Soul of an Octopus?
CARMELO: Vancouver/J. Buckley, Little wonder/Bowie, Big black dog/Motorpsycho, Never the machine forever/Soundgarden, Temptation/Tom Waits

Album – streaming

I’M AFRAID OF AMERICANS – video

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