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Un altro concetto di psichedelia: intervista a Angelo Sicurella (Omosumo)

omosumo_in1Il vero caso della musica alternativa italiana di questi ultimi cinque anni sono gli Omosumo. Tra il disco d’esordio Surfin’Gaza e il secondo omonimo, questo giovane trio palermitano è riuscito  a proporre un modo nuovo di scrittura cantautorale italiana, totalmente immersa in atmosfere neo-psichedeliche, degne di band d’oltreoceano. Accanto a versi surreali si dipana un uso sapiente e raffinato dell’elettronica. Il sound degli Omosumo cattura l’immaginazione, è un viaggio ad occhi aperti.

Quali sono le principali differenze a livello di sound tra l’ultimo omonimo album e Surfin’Gaza? Sembra che in Omosumo ci sia più deriva pschedelica rispetto agli impeti afro-beat di Surfin’Gaza
Sì, siamo andati verso un altro concetto di psichedelia. Nel senso che un’affinità psichedelica già l’avevano brani come Waves o Surfing’gaza, titol track del nostro lavoro precedente, ma anche Ahimana e Atlantico. Tutte caratterizzate da un quid diverso brano per brano. Il sound qui è diventato più spesso, meno leggero, più pesante e più profondo sotto altri aspetti. Ci sono i riff delle chitarre taglienti con la precisione di una ghigliottina come in Sei rintocchi di campane o in Poco prima di andare, e un connubbio con l’elettronica che gioca un ruolo diverso rispetto al lavoro precedente, questa volta non la fa da padrona, ma lascia spazi diversi alle liriche della voce e ai giri di basso che camminano come le ruote di un carro verso un mondo preciso. Anche la voce ha un uso diverso qui. Vuole essere uno strumento.
Allo stesso modo, se in Surfin’Gaza il terreno da esplorare ci portava verso il mondo africano e mediorientale, e la bussola puntava a sud del sud e all’est dei deserti con dei connotati concettuali anche geograficamente definiti, in Omosumo la musica ha assecondato il concetto di esodo da parte di una quota della popolazione verso un’altra condizione dell’essere. La bussola si è fermata perché ha perso i connotati fisici e geografici, spingendosi verso quelli più astratti e astrali, si è persa la bussola come si è persa ogni unità di misura atta a definire ogni cosa, a cominciare dal concetto di tempo. La musica ha fatto in qualche modo parte di questo cambiamento.

La vostra scrittura è ricca di suggesioni, immagini surreali. I testi nascono in contemporanea alle strutture soniche dei pezzi? Vi pongo questa domanda perchè tra sound e versi c’è una sinergia incredibile che conduce ad un’intensa immersione armonica?
Questo è frutto della modalità di lavoro che abbiamo messo in atto a questo giro. Mesi di isolamento in campagna senza distrazioni. Tutto si fondeva con tutto. Testi nascevano contemporaneamente e parole completavano le frasi al capolinea musicale di un brano. Certe volte le strutture sonore assecondano la parola e a volte accade il contrario.

Come è nata Un pò di te?
Domanda secca! È nata dopo ore di lavoro sul riff principale dei synth, a cui è seguito un giro di accordi. Poi, un altro riff di synth e la struttura del brano. Abbiamo capito come volevamo cominciare e dove volevamo finire. Contestualmente la voce ha tracciato i punti fermi, dove la melodia è stata buona la prima. E, infine, le parole, centellinate passo dopo passo. Qui come in tutto il resto del disco non abbiamo voluto lasciare niente al caso.

Sempre più i syntetizzatori stanno diventando un elemento portante della nuova scena cantautorale italiana. Cosa permette in più l’uso dei synth rispetto agli altri strumenti?
Tratto i synth come se fossero una voce. Per me rappresentano in qualche modo un’estensione della mia vocalità. E il calore che passa dalle manopoline o anche la possibilità e i margini di errore, mi avvicinano umanamente all’uso della macchina. I colori e lo spessore di un suono in sintesi ha un carattere di indagine che mi eccita. Ma penso che ciò potrebbe dirlo anche un chitarrista, un bassista o un batterista del proprio strumento. Idem per chiunque altro. Credo che il mondo della musica sia fatto di indagine del suono e di un mondo da esplorare. Poi ognuno ha un modo diverso di rapportarsi al proprio strumento e al proprio modo di scrivere, dando così anche un valore diverso al senso dell’uso dei sintetizzatori così come dell’uso della parola. Siamo una band italiana con un preciso spirito di ricerca, non saprei con esattezza se proprio della scena cantautorale italiana.

Parliamo della artwork del disco? La trovo in perfetta linea con i contenuti del disco?
Anche noi abbiamo pensato la stessa cosa quando abbiamo visto Madre Blu, l’olio su tela di Fulvio Di Piazza, visionario pittore palermitano. Poco più che alla metà della lavorazione del disco sentivamo molta affinità con Fulvio e abbiamo chiesto a lui la copertina.

Vi sentite come sound più vicini a Battiato, ai Grizzly Bear o ai Radiohead? E perchè?
Sappiamo chi sono! Ci piacciono pure, a chi più e a chi meno del gruppo. Ma il lavoro che abbiamo voluto fare con OMOSUMO questa volta è stato come un esperimento. Volevamo isolarci per non concederci chance. Volevamo partire da noi per arrivare a noi. Pertanto, al di là di qualsiasi condizionamento che l’inconscio possa riservarci, abbiamo cercato di scoprire passo dopo passo una manualità artigianale nei confronti dei suoni. Potremmo essere vicini a tantissimi, e probabilmente lo siamo, ma mi piace pensare che siamo vicini a noi così come siamo adesso.

Il disco del 2016 che vi ha emozionato di più?
Blackstar potrebbe accomunarci.

Omosumo potrebbe essere la colonna sonora di un film del passato? Quale?
Da Blade Runner a Easy Rider (scena del cimitero, ad es.) passando per i Gremlins, Tron, Atto di forza. Potrei continuare con tutto quello che mi viene in mente. Spesso mi fisso che pezzi di brani potrebbero essere colonne sonore di pubblicità; di macchine ad esempio (uno dei miei desideri). Oppure immagino soltanto qualcuno che corre in una strada deserta con la musica di Forse No, o un’immagine di bosco, notturna, con Sei rintocchi di campane. Il viaggio di un’astronave con In cielo come gli angeli, il deserto in Tornerà la polvere, la glacialità e la delicatezza di Un po’ di te come un discorso tra lui e lei a fil di labbra, mentre tutto in torno è notte e si è soli come di fronte all’universo. Il Grande Sabbah con Sulle rive dell’Est.

Come sta andando il tour promozionale? Avete acquisito un vostro pubblico?
Il nostro live è ben diverso dai dischi che facciamo. Abbiamo un approccio aperto alle canzoni, ciò vuol dire che se nel disco hanno una struttura e un minutaggio, nei live tutto può cambiare e dilatarsi. Abbiamo sempre avuto un pubblico trasversale. C’è un pubblico che ci segue e che si cala nei meandri dei mondi che disegniamo. Vorremmo che fosse esponenzialmente sempre di più. A volte in quello che scriviamo non siamo così diretti e immediati, lo sappiamo e lo abbiamo scelto. Abbiamo un’idea precisa. E questo richiede anche il desiderio e la voglia di immergersi in un mondo per entrare a contatto con una dimensione. In questo caso la nostra. Suonare ai live è portare in giro il tuo pensiero e quello in cui credi. È la nostra vita e ci crediamo tanto.

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