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Da decenni e punti cardinali diversi: intervista ai The Winstons

intervista_thewinstons_IMG01_201604Abbiamo viaggiato con i “fratelli” da Canterbury al Giappone, dagli anni ’60 al presente dominato dal caos, ascoltando di tutto, da Mozart a Horace Silver.

The Winstons. Un album eccellente, un trio immaginario e reale, una copertina perfetta, la stampa in vinile e cassette. È un progetto ragionato o un incontro casuale? Alcuni brani hanno richiami espliciti, ad esempio l’incipit a tre voci di Nicotine freak è una gustosa reinvenzione della prima traccia del primo album dei Soft Machine, una scelta consapevole?
Linnon: Nicotine Freak è il giusto inizio del percorso sonoro di questo disco assolutamente non ragionato. Ognuno ha portato dei brani e li abbiamo lavorati insieme in poche session in studio. Unica direzione era seguire il nonsense psichedelico e la libertà d’azione che c’era in quel periodo storico che ha dato vita alle band del Canterbury Sound e dell’England del 68/69. Poi abbiamo reso le cose un po’ più spaziali. Di ragionato c’è ben poco in tutto il pacchetto.

Al primo ascolto dell’album ho pensato fosse materiale inedito di Robert Wyatt. È per questo che avete scelto di presentarvi con degli pseudonimi?
Rob: No, era per evitare che si appiccicassero delle etichette al gruppo per via delle provenienze musicali e si distogliesse l’attenzione dalla musica a favore del pour-parler giornalistico come spesso capita, e ha funzionato! Grazie dell’accostamento, non è un problema per noi.

Dunque nessuno di voi è nato a Canterbury o parla giapponese?!
Linnon: Veniamo tutti da decenni e punti cardinali diversi del paese anche se da posti dove si respira un po’ di campagna inglese. Giapponese lo stiamo masticando anche grazie al caro Gun Kawamura che ha scritto i testi in giapponese di un paio di brani del disco.

Potete indicare una manciata di brani di altre band/artisti delineando un immaginario percorso che porta ai Winstons?
Linnon: Interstellar overdrive (Pink Floyd) e Alifib (Robert Wyatt)
Enro: Blue Train (John Coltrane) e Golden Dawn (Goat)

Le registrazioni dell’album risalgono addirittura all’estate del 2013, come mai avete aspettato tanto per la pubblicazione?
Linnon: Abbiamo semplicemente aspettato l’etichetta giusta per farlo uscire e l’abbiamo trovata con l’AMS Records di Matthias Scheller. Non avevamo premura e ognuno aveva altri progetti a cui dedicarsi. Nel frattempo nei ritagli di tempo ci si vedeva in studio per psichedicizzarlo sempre più.

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La strumentazione vintage, le tastiere, la Davoli, il Phase 6 Superstereo, sono “strumenti di scena” funzionali alla vostra trasformazione nei fratelli Winstons o li amate a prescindere?
Enro: usiamo per necessità strumenti vecchi “plug-and-play” ma nessuno di noi è feticista. Linnon non ha neanche una batteria sua e gli unici strumenti che ha con sè sono un piano rhodes e una nord stage moderna. Io ho un paio di organi e qualche fiato, Rob un basso e una dodici corde elettrica senza custodia. Conosco dei veri malati del collezionismo vintage, ma sono anche quelli che tengono gli strumenti sotto 500 kg di coperte e li puliscono con l’aceto ogni volta che fanno un accordo. A confronto noi siamo dei veri cialtroni. Ma con orgoglio: lo strumento scassato è un vanto tutto Winstons.

L’intesa del trio è entusiasmante, ne è prova la vostra intercambiabilità, tanto nelle parti vocali che con gli strumenti, come vi dividete i compiti, c’è qualcuno che all’improvviso dice “questa parte la faccio io”?
Enro: Quello che facciamo dal vivo è più o meno quello che è nato in studio e i ruoli sono un po’ nati da sé in base alla composizione originaria del brano. Certo è che io come batterista faccio abbastanza schifo per cui so limitarmi da solo e come cantante sono felice di avere un ruolo un po’ più marginale rispetto a Rob e Linnon che hanno due voci, secondo me, sensazionali. Ci muoviamo tra l’autolimitazione e la libertà più assoluta: in tre si può perché c’è spazio anche di cambiare in corsa. Già in quattro o in cinque devi preordinare molto di più le cose.

In studio avete avuto la collaborazione di Xavier Iriondo Gemmi e Roberto D’Azzan, com’è andata?
Rob: In questo caso è stato una collaborazione a distanza, sono stati tra i primi tra i nostri amici che hanno ascoltato il materiale grezzo e che hanno espresso entusiasmo, è stato naturale invitare loro a partecipare. Non è un disco che voleva essere infarcito di guest star di proposito. Abbiamo semplicemente detto: “perché non fai una roba tipo così colà, mandami del materiale random e divertiti”. Noi abbiamo selezionato e tagliato ed incapsulato altre pietre preziose nella dentiera. Sono nostri amici e talenti speciali. Tutto qui.

Vi ho visti dal vivo al Godot Art Bistrot di Avellino, un posto speciale che mette a suo agio pubblico e musicisti. Quanto conta la location nelle vostre esibizioni e com’è la situazione in Italia?
Enro: Il discorso è complicato, è una domanda questa che vale per qualsiasi performance di qualsiasi tipo. Nel senso che io sono del parere che il “contesto” è la scatola dove si svolge il gioco e fa cambiare radicalmente la percezione d’ascolto perché incide sul comportamento umano più della musica stessa. Il contesto è talmente forte che può davvero influire radicalmente sul piano emotivo e ci sono studi sociologici avviati molto interessanti. Faccio un esempio sciocco: il pubblico che ascolta normalmente Beethoven in un auditorium istituzionale non sarà mai in condizione di poter comprendere, se messi nello stesso contesto, un concertone dei Motörhead (pace all’anima loro). Viceversa un quartetto d’archi, anche il più blasonato, farebbe una fatica enorme ad eseguire Mozart in un club medio o in un centro sociale qualsiasi. Eppure non è la musica a non avere valore di per sè o a non essere capace di coinvolgere: è il posto che cambia i connotati di ascolto. A me piacciono i posti che tentano la strada di accogliere “tutto” e che hanno una loro gentilezza che incentiva alla pazienza di ascolto. Il Godot è sicuramente uno di quei pochi esempi presenti nella Penisola.

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Avete percorso la Penisola seguendo un itinerario riprodotto, con divertente spirito patafisico, nel “Tomo I della Cosmologia Winstons, fig. 1″. Il tour era stato presentato come un evento isolato, invece dal 3 aprile di nuovo sui palchi: cosa vi ha spinto a tornare in pista, oltre all’anarchico interesse suscitato, c’è da sperare in un secondo album?
Enro: Sotto sotto siamo enciclopedici e la nostra storia aveva bisogno per forza di un “Tomo II”. Ma la nostra storia è sempre al presente perché il presente è attivo: il futuro è passivo, nel senso che “ti capita addosso” e ci fai poco. Se credi nel Caos, il futuro non è proprio oggetto di discussione.

Il vostro omaggio a Bowie è stato sentito quanto inaspettato: ci spiazzerete ancora? E in che misura le recenti perdite incidono sull’orientamento della scena attuale (se esiste), sia in termini di risposta dei musicisti che di riscoperta da parte del pubblico?
Rob: Non fa differenza, per nessuna delle avventure musicali di cui faccio parte, la formazione (gli ascolti) è ovviamente identica. Le prime due cose che mi vengono in mente potrebbero essere Surf’s up dei Beach Boys per la ricerca melodica complessa ma sempre pura e naturale e per il suono, le parole sono probabilmente assoggettate al fluire del suono e ne sono parte integrante, cosa rara qui da noi, più a mirare alla vibrazione cosmica e alle frequenze degli elementi che ad altro, mi sembra. Brian era al tempo già su altre ricerche estetiche e metafisiche come si sa.
Un altra cosa che mi viene in mente è Que pasa (the trio version) di Horace Silver, tenebrosa ma anche saltellante, con quella mano quasi funky, regolare ma emotivamente potente!

playlistLH by The Winstons

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