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Il ragazzo vuole sapere dov’è il bar: Lemmy Kilmister

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Le cose improvvise della vita. Quelle che ti capitano fra capo e collo e, per una ragione o per un’altra, ti lasciano senza parole.
Ero a spasso, di buon mattino, per le vie umide di una Parigi stranamente serena per essere una città colpita al cuore. Davanti a me la fila di turisti per entrare alla Sainte-Chapelle si allungava piano, un serpente con macchine fotografiche al posto delle squame, e alle mie spalle la Senna perdeva nei rumori del traffico il suono delle sue acque grigie. Mi gustavo la passeggiata che avevo in programma al mercato dei fiori quando mi arriva un messaggio sul telefonino.
Sarà il lavoro, mi dico, forse mia moglie che mi manda una foto della piccola nocciolina bionda che ci ha cambiato la vita.
Invece era mia sorella, residuato bellico come e più di me di un rock più vero di quello suonato in questi anni barbari. Un messaggio lapidario.
È morto Lemmy“.
E resti lì, sospeso, fra la Senna e il passato, perché non c’è bisogno di dire altro. Non c’è bisogno di aggiungere un cognome o una frase che qualifichi lo scomparso come il cantante di questa o quest’altra band. Esisteva un solo Lemmy e se n’è andato improvvisamente come entrò improvvisamente nella mia vita.
Flashback.
Fine degli anni ottanta, in casa mia girano nastri TDK rigorosamente pirata su cui sono incise canzoni, che mia nonna chiamava Rumori Strani, suonate da band con nomi ancora più strani: Bon Jovi, Poison, Mötley Crew, Skid Row. Per lei, amante imperitura è mai corrisposta di Julio Iglesias, quel nipote strambo e capellone è un mistero totale e la musica che ascolta un “frullato di rumori e stridii“.
Un pomeriggio d’inverno, non so come né perché, in una dalle mie peregrinazioni al locale negozio di dischi, vengo catturato da un disco con una copertina nera ed un mostro zannuto che guarda come a voler sbranare il mondo. Lo prendo, è un disco vecchio, del ’77, costa poco ed il nome della band gira da parecchio sulle riviste che leggo ma non ho mai ascoltato nulla dei Motörhead. È il caso di iniziare.
Arrivato a casa niente sarà più lo stesso.
Il mio senso della musica e della velocità cambia da così a pomì.
I Motörhead furono la prima band di rock esplicitamente pesante che ascoltai e non furono, per me, fondamentali come lo furono i miei adorati Metallica, quelli dei primi quattro album e non i fighetti dello showbiz che sono diventati poi, ma restarono un’entità a sè stante.
Diversi. Altri. Brutti davvero, sporchi, con un aspetto alquanto chiacchierato per i richiami ad un’estetica che pescava nella chincaglieria pseudo-nazi, cafoni al punto giusto e rumorosi. Ma davvero tanto rumorosi. E pensare che Lemmy, il loro storico frontman bassista, ha sempre dichiarato che i Motörhead erano solo una band di r’n’r.
Invece furono, per chi scrive, la prima bordata di cannone della rivoluzione musicale che stava per investire un ragazzino brufoloso della fine degli anni di plastica con una nonna appassionata di Julio Iglesias.
Fine del flashback.
Lemmy non era solo un cafone assurto al ruolo di icona ma una sorta di idolo estremo, un matto con un ghigno psicotico che suonava e cantava come un pitbull alla catena, un appassionato di storia militare con un senso dell’ironia spiazzante.
Molti articoli che ho letto parlavano del suo uso di droghe come se fosse una novità o un vanto, delle sue donne e dell’abuso di alcool, insomma il solito tris di bellavita che si accompagna ad un certo ambiente eppure quasi mai parlavano della sua attitudine rock.
In piedi davanti ad un’asta sistemata in maniera spropositatamente alta, la testa altezzosamente sollevata ed il basso ben piantato sulla pancia, Lemmy ringhiava nel microfono storie di sesso, droga, guerra, abusi passando da una figurazione tipicamente rock’n’roll ad un altra’esplicitamente punk, fino ad arrivare a quelle sonorità speed che hanno reso i Motörhead e il suo vocalist delle vere pietre miliari del metal.
Ora, durante le feste di Natale, Lemmy prende su e fa ciao ciao.
Ho visto una vignetta bellissima non ricordo dove. C’era San Pietro che guardava, nell’alto dei cieli, un occhio in un triangolo e, indicando uno strano tipo in stivali, pantaloni di pelle e aria incazzata, con un basso in una mano e una bottiglia di whisky vuota nell’altra diceva: “Hey boss! Il ragazzo nuovo vuole sapere dov’è il bar“.
Penso sia stato il necrologio più bello che io abbia mai letto.
Vorrei poter dire qualcosa anch’io ma, in verità, non mi va.
Posso però invitarvi ad ascoltare il loro primo disco, quel Motörhead così spiccatamente rock’n’roll, con accenni punk ma già proiettato verso altro, oppure 1916 ed Overkill, che molti reputano i loro capisaldi e che restano, tuttora, picchi inarrivabili della loro carriera musicale, persa poi fra scioglimenti, riabilitazioni, lutti.
Potrei invitarvi ad ascoltare una traccia qualsiasi delle collaborazioni con i più alti nomi del rock, magari quella mitragliata elettrica suonata coi Probot di Dave Grohl, oppure invitarvi a guardare un live sul tubo.
Ma in verità non mi va nemmeno questo.
Però, finito di scrivere qui, passo a bere una birra in memoria di Lemmy e, se vi va, potete venire con me. Se ci diamo dentro, potremmo gridare insieme un’ultima volta: “we are Motörhead, we play rock’n roll“.

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