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Qu’Art de siécle: V.Capossela, Vox Club (Nonantola, MO) 26-12-2015

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Nebbia tra la partenza e la meta, tutt’intorno ad una strada uguale ad altre mille. Una metafora di vita, forse. Le luci appaiono fioche in lontananza, ma tu continua pure a fissare la linea bianca alla tua destra, solo quella perchè siamo in campagna e in questa striscia di asfalto stretta tra i campi non c’è nemmeno la linea di mezzeria. Tu continua a pensare che hai fame, di cibo, di vita, di gioia, di musica. Così arrivi a Nonantola, patria del kebab, terra dove gli anziani raccontano ancora antiche leggende su tortellini, lardo e trebbiatrici al lavoro. Luogo insolito all’incrocio di quattro vie che ha portato negli anni tantissimi musicisti in un locale con il nome da vecchio supereroe resistente: Vox.
La grande scritta sulla facciata del locale, una tra le più grandiose infrastrutture annoverate nella zona, si fa minuscola di fronte alla coda chilometrica che attende l’ingresso nel locale.
Mettiti in fila ed abbi pazienza, perchè Vinicio ti aspetta: è lui ad essere qui per te, non il contrario. Credici, davvero. La magia parte da qui, da quel rarissimo modo di esporsi e creare in sottile equilibrio tra egocentrismo e potentissimo ed abnorme dono altruista.
Venticinque anni di carriera musicale, venticinque anni di canti e pulsioni. Di fronte a certi artisti sul palco ci si trova a pensare “Incredibile… non può essere di questo mondo!”, ma ciò non accade, invece, di fronte a Vinicio Capossela. Pensa alla musica, alla gioia, al dolore, alla necessità di comunicare, alla necessità di coinvolgere, di unire per mezzo di note e poesie, scuotere, accarezzare, celebrare: questa non è musica, non è arte, se non l’arte di essere umani. Tutto splendidamente di questo mondo, farina del nostro sacco, senza scomodare i marziani.
In un locale strapieno, al limite della sopportazione, inizia il rito del ricongiungimento nel luogo-rifugio per anime inquiete: L’accolita dei rancorosi, perchè “ci intendiamo solo tra noi”.
Vinicio Capossela è sul palco insieme ad altri otto compagni di viaggio: Alessandro Asso Stefana alle chitarre, Vincenzo Vasi al theremin e ai campionatori, Mauro Ottolini al trombone, Glauco Zuppiroli al contrabbasso, Zeno De Rossi alla batteria, Achille Succi al clarinetto, Michele Vignali ai sassofoni, lo Spirito dei natali passati ai ricordi poetici.
Così, di ricordo in ricordo, si ripercorre la strada di questi venticinque anni. Questo concerto fa parte del tour Qu’Art de Siecle che, vestendo diversi panni, ha toccato città europee ed italiane (da Salonicco a Parigi, dal Teatro La Fenice di Venezia, al Vidia Club di Cesena). “Concerti a manovella“, “concerti per Naufraghi“, e “concerti per le Feste“, come questo “Giubileum” al Vox di Nonantola.
Il periodo del lavoro e la frequentazione nei bar e locali tra Reggio e Modena (viene citato il Florida) ispirarono All’una e trentacinque e Pongo sbronzo ma anche la delicatezza struggente di Una giornata senza pretese.
Ora però guarda il soffitto nero del Vox e pensa ad un cielo notturno nascosto dalle nuvole, i faretti intorno a te sono i lampioni di una piazza, il soppalco del locale è uno dei balconi dei palazzi intorno, il bar alle tue spalle è un chiosco con il vino acido nei fiaschi e coloro che si lamentano per la troppa ressa sono i vecchi che si scocciano di queste feste di paese, della banda di squinternati capace di richiamare sempre troppa gente, la stessa gentaglia che per troppo alcool o per troppo amore riappare dai fossi quando scorgono le prime luci del’alba. Nell’aria suona L’ultimo amore tra chitarre mariachi e profumi agrodolci.
Nella lunghissima scaletta trovano spazio anche altri tanti brani dagli esordi di Capossela: Che cos’è l’amor, Il ballo di San Vito, Corvo torvo, La notte se n’è andata e le immancabili sgangheratissime Al veglione e Canzone a manovella. Con la complicità del continuo cambio di copricapo e maschere, Marajà e Brucia Troia incendiano l’aria con forza devastante.
Capita appena due volte ogni cento anni che nella notte di Natale in cielo splenda la Luna piena, e così proprio quest’anno è capitato che la Signora Luna abbia rubato il palcoscenico alla biblica cometa indicando a noi la strada che forse un giorno scopriremo se essere giusta o sbagliata.
Sgualciti angoli di sogno trovano la tenera cura ne Il paradiso dei calzini e Sante Nicola mentre In clandestinità ci si lecca le ferite dell’incontro senza filtro tra Mr. Mall e Mr. Pall.
La splendida preghiera Ovunque proteggi ha il potere di fermare il tempo: il Vox è immobile, silenzioso, sospeso tra le note di piano, contrabbasso e i colpi lievi di batteria, dove la voce di Capossela si incammina mirando a quella perfezione umana, magico risultato di una ricca collezione di imperfezioni.
C’è stupore misto a stanchezza in queste tre ore di concerto che si concludono nella nostalgia della domanda Dove siamo rimasti a terra, Nutless? e nel poderoso risultato di tutto questo turbamento che da L’accolita dei rancorosi è giunto fino alla rivelazione e redenzione de L’uomo vivo (inno alla gioia).
Nulla sarebbe stato tale senza la poesia di Vinicio, senza la sua capacità di brandire l’indispensabile come fosse un’arma, ferendoci e ricucendoci continuamente. Nulla sarebbe stato tale senza la bravura e la passione di quei musicisti che hanno dispensato note come coriandoli a Carnevale, come neve finta a Natale, creando quell’illusione di felicità che poi ci si accorge essere vera. Grazie a quella tecnica devota all’immaginazione è possibile parlare di un concerto senza discutere affatto di musica, e menomale, perchè in fondo è di un viaggio che si doveva parlare, durato un Qu’Art de Siecle e tornato in quella terra dalla quale era partito, perchè come scrive Vincenzo Costantino Cinaski “prova a ritornare perché il ritorno dà senso al viaggio” (Le cento città). E fregatene della nebbia.

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