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Inno alla libertà: intervista a P. Saporiti (Todo Modo)

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Tre musicisti mettono in gioco le proprie vite e tutto ciò che ne consegue: visioni, intuizioni, opposizioni, al sistema, al silenzio, alla fuga. Decidono che le similutudini e le affinità elettive diventino occasione di una nuova forma in cui far incanalare una passione, una vocazione, un mestiere: la musica. Nascono i Todo Modo ovvero l’incrocio umano e artistico tra Paolo Saporiti, Giorgio Prette e Xabier Iriondo, nomi già noti al pubblico per altre esperienze. Abbiamo incontrato Saporiti per conoscere più da vicino questa band al suo esordio discografico in uscita il 16 ottobre sotto l’egida della Goodfellas. Sciascia, Petri, il passato, il presente e la possibilità di scegliere profondamente la libertà. Questo e molto altro è stato al centro di un’interessante intervista. (Foto di Annapaola Martin).

Il nome che avete scelto è legato al romanzo di Sciascia e al film di Petri. Si tratta di opere che hanno avuto un significato preciso in chi le ha incontrate, così tanto da diventare simboliche per un progetto musicale. Vorrei mi raccontassi come si legano alle vostre vite (alludo proprio al momento in cui le avete scoperte) e come sono confluite nel vostro esordio discografico…
Due parole sulla storia della scelta del nostro nome, che inizia e finisce praticamente il giorno stesso del nostro primo incontro, o qualche giorno dopo. Non conoscevo Giorgio, l’avevo visto suonare poche volte da molto lontano e ascoltato un paio di volte ancora nei dischi degli Afterhours. Per quanto riguarda Xabier, invece, oserei dire che sono anni che condividiamo un percorso di ricerca, iniziato con la mia frequentazione del suo locale (Sound Metak) e legato soprattutto all’evoluzione della mia carriera solista, ma inevitabilmente anche alle sue scelte di arrangiatore e produttore artistico. Todo Modo è dunque il nome con cui Giorgio ci accolse quella mattina, la volta in cui ci siamo trovati a casa di Xabier per affrontare assieme la nostra nascita. Nulla era stato deciso o pianificato preventivamente, sapevamo ben poco l’uno dell’altro, soprattutto in relazione a quello che sarebbe poi stata l’interazione musicale del trio. Soltanto qualche intuizione, credo, che aveva spinto loro due a chiamare e a scegliere me piuttosto che un altro. Io non so spiegare bene poi quello che è successo a partire da quel giorno, se non facendo appello a quegli aspetti magici che nutrono le belle cose di noi uomini. Non avevo mai visto il film e neppure letto il libro, lo confesso. Giorgio sì, e forse Xabier, ma non saprei dire bene e non ne ricordo di sicuro i tempi. So solo che rilanciai una volta sola e con una sola proposta “le cattive madri”. In quei giorni ero appena stato a vedere una personale di Segantini ma i presupposti della scelta di Giorgio ci avevano ormai già convinti. Il film è pauroso, la profondità della recitazione e l’espressione dei contenuti sono magistrali e lo rendono un film unico nella sua capacità visionaria. Un piccolo capolavoro di arte e di analisi sociale, un compendio umano. La scrittura di Sciascia, neanche lo devo stare qua a dire… poesia pura. La cosa però che più mi ha colpito è stata la passione con cui Giorgio ci ha raccontato la sua di storia e gli elementi della sua posizione politica, etica, che traspariva dalla scelta stessa del film, il suo profondo interesse per il caso Moro, le Brigate Rosse, etc. Xabier lo conoscevo già nelle sue prese di posizione estreme. L’idea di fastidio che sgorga in ogni scena e che avvolge e permea ogni sguardo e nota dell’opera, perché anche questo di notevole c’è da dire al riguardo, la colonna sonora di Morricone ci hanno permeati fin dall’inizio e mi hanno pervaso, in pochissimo tempo, trasportandomi poi, in maniera quasi inconscia, a poter guardare, oggi, tutti i testi che ho scritto in così poco tempo e a poter riscontrare, in essi, una totale e magica adesione alle tematiche del film. Quasi avessi scritto io davvero, in sua funzione e vece, come una nuova colonna sonora ispirata dalle immagini, soltanto un poco più personale, tanto quanto un cantautore, quale io sono, avrebbe comunque potuto decidere di fare.

Todo Modo è un mondo di suoni in cui confluiscono tre diverse personalità artistiche. A quando e a dove risale la vostra conoscenza?
Come ben saprai, Giorgio e Xabier sono amici e collaborano da tanti anni. Hanno un’esperienza musicale e umana ormai consolidata, che immancabilmente ha fatto da ossatura a questo progetto, nel quale sento di essermi riuscito a inserire facilmente e con grande emozione e piacere, grazie soprattutto alla loro forte personalità e disponibilità, giungendo io, quasi come fossi una vergine da accompagnare e introdurre al loro mondo. Il mio è fatto di soli cantautori stranieri, per lo più, e di base anglofona nella stragrande maggioranza, scelta per me assoluta fino a qualche anno fa. Questo ha fatto sì che le mie influenze italiane siano tuttora quasi inconsistenti per cui il lavoro che loro due hanno svolto negli Afterhours mi è quasi totalmente sconosciuto. Arrivando loro due quindi più dal rock (Giorgio) e dal mondo della sperimentazione (Xabier), ho cercato io di entrare in questa nuova modalità’, nella maniera meno dolorosa per me ma anche meno scontata. A onor del vero però, e chi mi conosce lo sa bene, esiste da sempre, nel mio dna, un punto di vista profondamente conflittuale, stressato in ambito creativo negli ultimi anni. Credo che la miscela potente e originale di questo incontro derivi soprattutto da questo, dall’aver immaginato una commistione di un cantato melodico ma emotivamente storto come il mio e gravido di una rabbia e di un’aggressività intrinseche e del tutto particolari con un tessuto dirompente, una ritmica rocciosa e potente e un chitarrismo ancor più eclettico, nei suoni e nelle misure. Così siamo riusciti a forgiare, in poche settimane, un suono personale e unico, coerente seppur figlio dall’eterogeneità dei nostri gusti e ascolti. Sono anni che, io e Xabier, nel nostro piccolo stiamo rincorrendo una meta e forse questa si è venuta a tradurre anche nel lavoro dei Todo Modo.

Non è facile fare i conti con il proprio passato, voi ci siete riusciti molto bene, mettendo in piedi un disco che svela una band compatta e dal sound personale. Parlami del passato, è stato un demone temuto?
Io faccio i conti col mio passato quasi quotidianamente, ma tu di sicuro non fai riferimento a questo e ai miei demoni, ma accennerai di sicuro all’ingombrante presenza/assenza dell’ancor fresca uscita dal gruppo degli Afterhours di Giorgio Prette e al rapporto che ancora Xabier Iriondo detiene con loro, soprattutto nella figura di Manuel Agnelli. Ebbene, io credo che la storia non si possa cancellare e che vada rispettata in quanto tale e raccontata per quello che è. Vera. A nessuno di noi è mai passato, neanche per l’anticamera del cervello, di voler combattere delle chimere o una guerra già persa perché giocata contro un enorme fantasma. La cosa che ci ha contraddistinto piuttosto, fino ad ora, a mio modo di vedere, sono i mulini a vento disseminati e ancora da affrontare, non i fantasmi o gli scheletri nell’armadio da sconfiggere, e la speranza che il nostro nuovo sogno possa essere ancora rispettato in quanto tale, proprio perché, seppur generato dalle ceneri di un progetto ancora vivo e di successo, punta dritto al cuore di un’indipendenza nei suoni e nelle fattezze. Mi offende molto difatti il tentativo che già alcuni tuoi colleghi hanno provato a far passare: trattare questo progetto come un side-project estemporaneo fine a se stesso, quando non lo è, andando a cercare sterili ed inutili similitudini, inevitabili sulla carta quanto inesistenti nei fatti, andando a spulciare tra le parti del nostro lavoro, tra il peso e l’originalità dei miei cantati e delle mie parole. Credo comunque però che proprio da lì derivi il nostro oggi, il nostro quotidiano e quindi che la direzione nel nostro domani dipenda inevitabilmente dalla nostra capacità di confrontarci con quel passato, che è un dato di fatto e che come tale va trattato. Da anni io lavoro su di me per poter arrivare un giorno alla libertà e questo progetto rappresenta esattamente questo, per me come per gli altri, credo. La libertà massima, raggiunta fino a oggi, del poter essere padri, figli, musicisti, uomini e madri, di poterla pensare in modo davvero diverso dagli altri e trasversale rispetto a una massa e a un Paese nel quale non ci riconosciamo proprio. Abbiamo stili di vita e credenze troppo diverse per poter restare invischiati e collusi, muti e silenti. L’immobilismo artistico e del sentire di questo Paese e, più in generale, l’immobilismo sociale e politico di questi anni, è vergognoso e mi spaventa oltre che inorridisce. Todo Modo, nella sua visione apocalittica, è più vivo che mai purtroppo, altro che la scena finale n cui tutti muoiono, compreso Moro, giustiziati da un partito che si doveva ripulire. Si estirpano le mele marce per inserirne soltanto di nuove e spesso peggiori perché ormai la dignità non vale più niente.

Giorgio prette definito come un delfino. Quest’immagine mi piace molto. Parlami della sua fame di libertà e delle forme che ha preso in Todo Modo…
Anche a me piace molto, moltissimo. È un’immagine che mi sono ritrovato per le mani un giorno in vacanza, quest’estate, mentre chattavo con Giorgio, appena conosciuto Tra gli emoticon di quel giorno, lui fece passare, tra le righe, un delfino, parlando della situazione che stava provando in un’isola al mare, per me immaginaria, dalla quale lo sentivo parlare, lontano e felice e ho adottato quell’immagine perchè l’ho trovata corrispondente all’uomo che sto imparando a conoscere anche oggi. Un grande bambino che ama ancora giocare con l’immagine di se stesso e che ha voglia di sentirsi cambiare. Se tanto mi dà tanto, credo che per anni lui sia rimasto in attesa di questo cambiamento, incastrato tra emozioni conflittuali, e sono molto felice di poter rappresentare per lui assieme a Xabier, con questo progetto, la messa a terra di una voglia di riscatto che so essere fondamentale ed epocale per la sua, come per la nostra, esistenza .

Xabier iriondo è un musicista poliedrico, innovativo. Cosa emerge più di tutto in questo nuovo progetto dal tuo punto di vista e dal suo, dal vostro?
Credo che anche per Xabier valga sempre di più la voglia e la necessità di essere tutto quello che è e che sa di dover essere (soprattutto un padre oltre che un musicista) o che spera ancora di poter diventare un giorno. Siamo sempre alla ricerca di una crescita in quanto artisti, di sicuro, ma soprattutto direi che oggi siamo uomini, ognuno con le sue esperienze familiari e di vita e questo si sente tantissimo, è potente, trasuda in tutto quello che facciamo e pensiamo e che immancabilmente abbiamo messo in questo disco. Non possiamo più soltanto immaginare o ipotizzare castelli entro cui continuare a muoverci, dobbiamo viverli e abitarli adesso. Siamo nel mezzo delle nostre vite e l’eredità che ci è stata lasciata è pesante nella sua inconsistenza e per la sua bruttura. Corruzione e malaffare la fanno da padrone ma ora tocca a noi. “Todo modo para buscar la voluntad divina”, questa è la cosa in sé e per sé.

Tu parli di calma e sofferenza nel tuo far musica. Mi colpisce questa voglia di dichiararlo, oggi più che mai. In un’era in cui sembra che tutto si muova per essere divorato e consumato velocemente dalla virtualità, tu sottolinei il lato più autentico della creazione e, prima ancora, dell’ispirazione. Parlamene… e dimmi come vive uno come te, come voi tre, il rapporto con l’esterno… con il sistema…
Appunto, credo che si stia delineando nelle mie parole, come viviamo noi. Sognando e sperando che le cose, tramite i nostri piccoli passi, le nostre piccole e grandi scelte, possano davvero cambiare. Io vivo le mie giornate alla ricerca della pienezza e dell’ispirazione, in ogni cosa che faccio. Questo è il mio mandato. Nel senso che tutto quello che faccio e sento lo vivo in attesa di un’assoluzione definitiva da parte di me stesso che riguarda la musica e le mie azioni e pensieri. Mi nutro sempre più profondamente di ogni cosa che incontro e sempre meno di quello che ero prima dell’incontro stesso. Leggo moltissimo, ascolto moltissimo. Guardo, osservo e cerco di crescere. È come se per me la vita fosse un distillato che trova poi un’espressione massima in una canzone, perchè questo è il mio ambito, il mio mondo, il mio ambiente naturale ma che fortunatamente diventa o è diventato il mio lavoro e la mia capacità di esprimermi in ogni cosa. La vita oggi ha questo valore per me, l’espressione massima di libertà nel pensare e nel sentire. Qui io trovo il mio centro, sempre di più, a fianco della donna che amo, di suo figlio, dei miei libri, dei miei dischi e delle mie chitarre, dei miei amici. Fino a qualche anno fa trovavo la verità soltanto in quello che usciva dalle canzoni e negli ascolti o nelle letture perchè ero ancora lontano da me stesso e sfiduciato e avevo bisogno di nascondermi nelle me paure, ora, col lavoro che ho fatto negli anni, so che quello che dico e scrivo e quello che sono aderiscono in maniera quasi totale, ogni mio singolo gesto, pensiero corrispondono a quello che provo dentro, nel profondo. L’atto creativo per me è questo, lasciare che l’interno si esprima, nel bene e nel male, nel nome della verità che può essere sì molteplice e situazionale ma pura ed eticamente schierata fino in fondo, come tutto l’essere umano. I porci devono stare a casa.

Parlami della lavorazione di questo disco, dai testi alle soluzioni sonore…
Todo Modo è un lavoro urgente, urgente nei fatti e nella messa a terra. Questo è il suo pregio e volendo può essere anche il suo difetto ma a noi piace così. Perché così si incastra o si è potuto incastrare tra le nostre vite, che vanno tanto veloce quanto la crescita dei bambini con cui ci confrontiamo quotidianamente (Xabier e Giorgio sono padri, io ne ricopro il ruolo a tratti, per ora, grazie alla mia compagna e al suo splendido bambino).

“Todo modo para buscar la voluntad divina” è una citazione dagli Esercizi spirituali di Loyola. Loyola, che diede vita all’ordine dei Gesuiti nel 500, sviluppò una tecnica meditativa che venne poi adottata, nei secoli a venire, per formare le alte dirigenze dei paesi occidentali. Comprimendo un poco tutti i fatti, l’idea, ancora attuale e che emerge nel tempo, è quella di un’élite che si autoconferma e che è disposta a tutto pur di non abbandonare le poltrone che ha conquistato, soprattutto col raggiro e lo sfruttamento delle conoscenze e dei divari di potere e ricchezza. Mi pare tanto di stare parlando ancora del mio Paese oggi, ma forse è un caso… Io non so se c’era davvero bisogno che un gruppo si chiamasse Todo Modo per riportare alla luce tutto questo (compreso il valore qualitativo intrinseco dei testi e del film, quindi di Sciascia e di Petri) ma se la cosa è toccata a noi ed è arrivata nelle nostre mani e cuori, alla fine va bene anche così. Ne sono felice e orgoglioso. Io ho scritto i testi tra il garage e il piano di casa, in ascensore, in fretta e furia, tra la macchina e lo studio, davanti agli altri, mentre ancora registravamo. Giorgio e Xabier hanno improvvisato per me e io ho elaborato per loro, per noi, delle linee melodiche che poi abbiamo avallato o meno. Altri brani sono nati in sala prove, lavorando tutti assieme. Il disco è frutto di un rapido e fulmineo incontro, un periodo estremamente intenso e fecondo, tra tre persone, di cui almeno due, hanno circa venticinque anni di esperienza alle spalle e questo non è poco…

Il testo che senti più rappresentativo del disco…
Giorgio dice Alle volte, Xabier non lo so, per meL’attentato ma solo perché mi piace molto identificarmi con questa figura di bambina che viene “abusata” e usata nei suoi sogni e azioni, per poter meglio mettere a frutto gli interessi degli adulti. Credo che il più grande tradimento nelle nostre città e vite sia stato perpetrato dalle nostre figure genitoriali fallimentari. Nonni esclusi. Per questo avrei intitolato il disco “le cattive madri”.

Il brano che live avrà più urgenza?
Staremo a vedere, anche perché tutto preme per uscire, quindi aspettiamo…

Dimmi del video di Soffocare. Alludo ai suoi luoghi, alla sua storia, alla sua regia…
La regia e l’idea sono di Marco Brindasso, una persona che ho imparato a conoscere e ad amare nei modi ultimamente e ad apprezzare fin da subito. Mi piace moltissimo, potrei anche per lui spendere l’immagine del delfino, non per niente è un grande amico di Giorgio, ma in più ha una connotazione “paterna-genitoriale” che un uomo “bello” di oggi sa e deve avere. Credo che con tutte le possibilità che abbiamo davanti, oggettive, il nostro dovere sia quello di migliorarci sempre e di vivere sempre di più per il bene comune. Marco questo mi sembra fare e incarnare. Ha un senso del bello inequivocabile, staremo a vedere il risultato, intanto ti posso dire che Giorgio, una volta seduti in pausa sul divano della scena, mi ha detto, in confidenza ma non credo se la prenderà: “é la prima volta che mi sento così libero nel fare un video”. É la stessa cosa che mi ha detto mentre registravamo il disco. É la stessa cosa che rincorro in ogni cosa che faccio e spero di contribuire anch’io a questo stato d’animo e dell’essere.

Una sola parola che possa dire di voi tre in questo disco.
Amicizia, ma inizio col fermarmi qui… anzi, aggiungo: arte.

Cosa vi aspettate da questo esordio?
Se dicessi l’essere capiti e accettati per quello che siamo, chiederei troppo?

Facciamo un gioco. Scegli cinque artisti, da invitare tutti insieme in una stanza, a cui faresti ascoltare il disco…
Jeff Buckley e suo padre, John Martyn, David Crosby e Stephen Stills oppure Dalì, De Chirico, Kubrick, Caravaggio, ma siamo già ben oltre i cinque di cui parlavi. Credo che inviterei chiunque, tutti ad ascoltarci, perché credo e vorrei che in tanti ricominciassero a credere. Sento e vivo troppa noia e abitudine intorno e tutto questo mi fa male. Non è morte quella che sento, che sarebbe già un bene perché una persona viva sente la morte, ma è abitudine, rassegnazione e lasciarsi vivere e questo mi uccide. È una cosa orribile. Ora poi, piuttosto che i miti contemporanei, sarei molto più interessato a rievocare Orfeo ed Euridice, Achille o Zeus, Apollo e Dioniso.

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