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Vagabondi, come tutti: intervista ai Leitmotiv

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Ormai da diversi anni seguiamo i Leitmotiv, band pugliese che con un personalissimo rock-folk teatrale ed irriverente è riuscita a guadagnarsi uno spazio solido nel panorama musicale. A sei mesi dall’uscita del loro ultimo album, I Vagabondi, abbiamo il piacere di presentare in anteprima il loro nuovo video (vedi in fondo all’intervista). Testa di paglia è un brano allegro, estivo se vogliamo, che ci parla però in modo intelligente delle tante paure indotte delle quali la società soffre.
Abbiamo raggiunto Giorgio Consoli, cantante della band, per rivolgergli alcune domande sul disco, sul video e sul brano che presentiamo.

Da L’audace bianco sporca il resto ne è passata di acqua sotto i ponti. Oltre agli anni, possiamo dire che è cambiata un po’ anche la vostra musica. Voi come vedete questo cambiamento fino a I Vagabondi? Provate a descriverlo dal vostro punto di vista.
É innegabile che la nostra musica sia cambiata dal primo album (frutto tra l’altro di un percorso di diversi anni, dagli esordi ai primi demo). Le ragioni principali sono due: il cambio di line up, in primis. Nei primi due album eravamo un quintetto e Giovanni Sileno, che ha lasciato Leitmotiv nel 2011, era il pianista, chitarrista e principale arrangiatore del gruppo allora. Capirete che il sound, restando un quartetto, è necessariamente cambiato. Ma non basta a spiegare quello che chiamerei processo di evoluzione normale. Siamo gli stessi spinti dalla curiosità folle per nuovi mondi musicali dell’album d’esordio, la differenza, e vengo al secondo punto, sta nella maturità e consapevolezza diverse. Alcune canzoni de L’Audace sono nate, come spesso nelle opere prime, senza starci troppo a pensare, con l’ingenuità spavalda degli esordi. I vagabondi però è il disco della maturità, di quattro persone che dopo anni sanno di sicuro maneggiare meglio il proprio mestiere. Ma attenzione: la carica folle dei Leitmotiv, se magari mitigata, è intatta!

Mi sembra che I Vagabondi abbia due anime. In una di queste noto un’evidente ma fluida virata verso il pop, o meglio, verso la ricerca di una più efficace e diretta comunicazione. E’ stato un processo spontaneo o frutto di una scelta precisa?
Sì, questa è una virata tutto sommato consapevole. Quando abbiamo iniziato, avevamo forse quasi fastidio per quella parola. Poi i Beatles e Battisti ci hanno fatto cambiare idea (scherzo!). Ci siamo accorti, e lo dici bene, che spesso la semplicità di messaggio e l’immediatezza costituiscono un ingrediente bellissimo e fondamentale per un brano di qualche minuto. Ma lasciamelo dire, ora è un processo consapevole ma non studiato a tavolino! É come se il percorso artistico abbia una sua naturalezza. In fondo però anche nel primo disco c’erano canzoni autenticamente “popolari” (penso a Le Bonheur). Ti accorgi “da grande” dell’esigenza di distillare la tua comunicazione, cercando di aprirla a quante più persone possibile. E poi parlo personalmente, mi sono innamorato via via della cantabilità di un brano.

Per altri brani noto invece la continua ricerca teatrale tipica dei Leitmotiv, brani che non sono solo canzoni ma si spingono verso un’altra dimensione. Avete inserito anche suoni elettronici. Come si sta evolvendo questa anima dei Leitmotiv?
La dimensione teatrale è spesso insita in un brano qualsiasi. L’interpretazione, secondo me, fa da medium, e rende più o meno evidente la sua teatralità insita. I cantastorie, i menestrelli, i cantanti folk sono teatrali ma in un modo diverso. È inevitabile, ma lo è dagli inizi, che avendo un cantante anche attore la cosa a volte risulti evidente, ma è solo uno degli ingredienti. Mi piace pensare che la parola cardine sia invece appunto ricerca. Avvicinarsi ai suoni elettronici e a quel mood credo sia stato inevitabile in questa nostra ottica di vagabondi curiosi. Dobbiamo anche stare al passo coi tempi!

Oggi abbiamo il piacere di presentare in anteprima il secondo video estratto da I Vagabondi. Di cosa parla il brano Testa di paglia? Quando è stato scritto?
É stato scritto interamente da Dino Semeraro, il nostro batterista, che negli anni s’è ormai scoperto, per nostra fortuna, polistrumentista. Per la prima volta in un nostro disco c’è un brano composto da lui (melodia e testo). E’ stato uno dei primi a nascere di questo album; Dino ce lo ha portato praticamente già pronto. Si notava un’urgenza emozionante (non amo lodare i nostri lavori, ma devo dirlo). É un brano di profonda attualità. Partendo da uno spunto di cronaca (il sindaco di Taranto visto con una rivoltella in tasca in una pubblica occasione), il brano è un grido d’accusa verso i tempi controversi e spaventosi (appunto) che stiamo attraversando. La paura è il primo effetto dell’ignoranza. E le due parole accostate sembrano farla da padrone nella società un po’ disumanizzata d’oggi.

Un brano solare ed allegro canta delle paure più naturali ed umane: nel video si vedono dei cartelli che certi “loschi figuri” seguono, portandoli poi a fare strani incontri. A chi si deve l’idea del video?
L’idea l’abbiamo sviscerata in tre: io, Dino appunto, e il regista del videoclip, il bravissimo Giovanni Blasi, di Agenzia Amigdala già in passato autore di lavori per noi (Pecore). Il punto di partenza sono stati appunto le maschere e i loschi figuri: la paura può farti trasformare in un attimo la persona che ti passa davanti in un potenziale criminale. Senza alcuna logica e senso.

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Torniamo all’album, e più precisamente al brano che gli dà il titolo: I Vagabondi. Chi sono questi vagabondi?
I vagabondi siamo noi: il musicante è di per sé un nomade. Se ha la fortuna di girovagare portando la propria musica in giro (come i commedianti del’600) per piazze e locali, si sente inevitabimente un vagabondo. E ne paga i pregiudizi della società tardi a morire. Se suoni per molti lo fai per passione ed hobby, figuriamoci per lavoro “serio”. Ma i vagabondi potrebbero essere anche i lavoratori precari che affollano questo mondo 2.0, laddove crescita e progresso sono appannaggio sempre più di pochi. Non c’è una risposta univoca in tal senso. Immagina una cartolina di un paesino poco affollato al Sud, o in tutto il Paese ormai, in orario “di lavoro”: i vagabondi (che il furbo e spietato sentire comune ama chiamare con disprezzo, senza approfondire la questione) spesso sono gli indiscussi protagonisti.

I Vagabondi è il vostro quarto disco. Senza permettermi di commentare le carte d’identità, domando: vi considerate ormai dei veterani? E’ possibile esserlo in questo scenario musicale degli anni duemila?
Questa è una domanda particolare! Se dicessi che puntiamo al pubblico teenager, mentirei! E allo stesso modo se ci reputassimo dei veterani la radice di “vecchio” (mancando della maestria che gli si riconosce) nella parola ci farebbe male. Ma certo in un’epoca in cui tutto cambia velocissimamente, in cui ascolti un brano e lo giudichi spesso dopo neanche un minuto, in cui ti bastano migliaia e migliaia di visualizzazioni ricevute a frutto di una ventina di concerti veri (in cui ti visualizzano fisicamente), noi, dopo dieci anni e quattro album, ci reputiamo una barca in controtendenza e con la sua storia. Mi piace pensare che gli anni non siano passati invano e che magari qualcuno dalle nostre parti ci abbia presi a modello. Facciamo così: siamo diventati più esperti, con una storia alle spalle e un’altra tutta da scrivere!

Recentemente avete intrapreso anche un live acustico. Di per sé non è una cosa particolarmente originale in quanto quasi tutte le band, per scelta o per necessità, spesso si devono confrontare con piccoli locali ben diversi dalle sale da concerti rock. Non sempre però questo è un male. La dimensione acustica talvolta può offrire un contatto molto più diretto ed umano con un “pubblico” che si scopre essere fatto di “persone”. Come vi approcciate a queste situazioni più intime?
L’approccio è completamente diverso. La nostra dimensione acustica, vederci per credere, stravolge il sound che ritrovi nei dischi. Basti pensare che la batteria completa (nostro cardine sonoro) non c’è (Dino Semeraro è alle chitarre). Ma non è solo questo. É come se la “quarta parete” (uso un termine teatrale per far riferimento al distacco tra spettatore e gruppo) cadesse: siamo noi a raccontarvi e cantarvi i brani in una veste prossima alla loro stesura originaria. Senza trucchi, luci, effetti, travestimenti (tutte cose che amiamo e che sono parte integrante dei Leitmotiv): puntiamo all’essenziale. E se lo fanno in molti, credo sia un’esigenza non solo legata ai problemi (che ci sono!) col vicinato: è una spinta quasi inevitabile vestire altri panni, più intimi.

A breve suonerete anche all’interno della rassegna estiva bolognese Pincherle Music Garden, di cui LostHighways è mediapartner. Bologna è una città universitaria, forse più di altre vi consente di incontrare tanti giovani pugliesi che per studio o per lavoro ora vivono lì. Giovani “vagabondi” anche loro. Voi invece siete radicati nella vostra terra?
Bologna è una piazza dai mille significati per noi: fu a Bologna il nostro primo vero concerto fuori dalla Puglia. E a Bologna c’è La Fabbrica: il gruppo di persone che ha creduto di più, nel settore indipendente musicale, al progetto Leitmotiv. Siamo carichi. E incontreremo, si spera, moltissimi vagabondi pugliesi fuorisede. I Leitmotiv invece hanno fatto anni fa una scelta che non sapremo mai se controproducente o sbagliata, ma di sicuro coraggiosa: vivere qui. Partire da qui. Scommettere sul nostro territorio e seminare qui in primis la nostra passione. É dura ma andiamo avanti, nella nostra terra. Ci ispira, ci fa arrabbiare e ci emoziona ancora. Ma attenzione: siamo cittadini del mondo. Non potremmo indossare come qualcuno le “felpe identitarie” perchè non basterebbero le città e i paesi e le frazioni!

I Vagabondi è uscito a gennaio di quest’anno. Siamo ormai in estate: giro di boa. Cosa vi eravate prefissati con questo disco? Quanti dei vostri obiettivi avete raggiunto e cosa vi manca ancora da raggiungere nei prossimi mesi?
Innanzitutto, abbiamo raggiunto un numero elevato di concerti (40!) nella prima parte del tour. Senza la visibilità di altri, senza essere “il gruppo indie del momento”, senza troppi fronzoli, aggiungerei. Il vagabondo non si fa troppe domande sennò non sarebbe tale. Abbiamo smesso di prefissarci qualcosa, ma abbiamo la stessa ambizione del 2004: suonare per quante più persone possibile, in quanti più posti possibile . Costruendo così la nostra storia e, perchè no, le nostre vite. É dura ma andiamo avanti, imperterriti e finchè ne avremo forze e voglia: mi sembra che un gruppo non ben definito canti che “vagare è resistenza e fa bene alla salute”!

Testa di paglia – VIDEO IN ANTEPRIMA ESCLUSIVA PER LOSTHIGHWAYS.it

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