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Un folk songwriter con ascendenze post-rock: intervista ad Antonio Firmani

ant_firmani_in0Siamo stati folgorati dall’album d’esordio We say goodbay, we always stay targato Antonio Firmani (già noto per l’esperienza  Jacob’s Room) and the Forth rows. Un sound molto particolare che coniuga ascendenze post-rock e cantautorato di matrice folk. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Antonio per esplorare gli aspetti del disco.

Partiamo dal titolo di questo primo album. We say goodbay, we always stay: cosa c’è dietro? Traccia per caso la linea concettuale di tutto il disco?
Assolutamente sì. Nel titolo è contenuta la linea concettuale del disco: la paralisi morale. Tutti i personaggi del disco ne sono affetti, tutti i personaggi sono come intrappolati, un po’ come nelle storie dei Dubliners di Joyce. C’è “We” nel titolo e non “I”, qualcuno c’i h visto un che di generazionale nel pronome, in verità non c’è una risposta giusta o una sbagliata, mi piacciono molto i titoli che si prestano a molteplici interpretazioni.

L’ep d’esordio si intitolava The 4th Row, ora si parla di 4th Rows in termini di band. C’è stato qualche cambiamento di line-up tra questo Ep e l’album? Quanto ha influito in termini di arrangimenti nel suono del progetto?
In questi due anni trascorsi fra l’ep e il disco sono successe molte cose. Il progetto inizialmente era partito come progetto solista, a un certo punto della strada ho avuto la fortuna di imbattermi in persone musicalmente ed umanamente eccezionali (Antonella Cerbone, Antonella Bianco e Luigi Fabozzi), s’è creata una bella alchimia e abbiamo deciso di diventare una band vera e propria. Dopo pochi mesi ci hanno dato la possibilità di incidere il nostro primo disco, è successo tutto molto velocemente. I brani li avevo pronti, anche perché, come detto anche in qualche altra intervista, al primo disco si lavora involontariamente per anni. Gli arrangiamenti non sono cambiati più di tanto, abbiamo gusti abbastanza simili, e ci piaceva l’idea di lasciare intatta quell’atmosfera così delicata. Forse i maggiori cambiamenti riguardano l’aspetto live, i concerti adesso sono sicuramente più energici, più vivi, forse live viene fuori maggiormente quel lato post-rock che magari nel disco abbiamo tenuto un po’ più a bada.

Un aspetto che colpisce del tuo progetto è la capacità di fondere in un equilibrio perfetto due attitudini: quella per un certo folk cantautorale di matrice Nick Drake e Jackson Browne, per intenderci, e quella per un post-rock di matrice nordica alla Sigur Rós. Cosa pensi a riguardo?
Ti ringrazio per gli accostamenti lusinghieri. Sì, la mia idea di base era proprio questa: portare le atmosfere dilatate e ariose del post- rock e del dream- pop all’interno della forma canzone, mi interessava fondere certe atmosfere proprie dei Sigur Rós, ma anche e soprattutto della tradizione italiana, morriconiana, con i testi e i colori tipici di un certo tipo di songwriting che poteva spaziare da quello appunto un po’ cupo di Drake, al lirismo di Dylan o Cohen allo Springsteen diretto e “workin’ class hero” di Born to run.

ant_firmani_in1Quale brano del disco ti piace di più suonare dal vivo?
Forse Supermela. E’ il brano a cui affettivamente sono più legato, mi ricorda un bel periodo della mia vita, forse è il brano che mi inorgoglisce di più.

Siete partenopei, Pino Daniele negli anni settanta importò un suono tipicamente americano, il rock-blues, nella tradizione della canzone napoletana. Non vi è mai venuto in mente di fondere il vostro approccio musicale con quello della tradizione della canzone napoletana?
A dire il vero mai. Ho sempre rispettato moltissimo la tradizione della canzone napoletana, ma non ho mai visto grossi punti di contatto, almeno fino ad ora, poi mai dire mai.

Parliamo della collaborazione di questo disco con Claudio Domestico (Gnut)?
Ho conosciuto Claudio qualche anno fa, gli facevo da opening act per un concerto. Da allora siamo rimasti in contatto. C’era questo brano del disco, Il professore, che avevo scritto una decina di anni prima, a 20 anni, che avevo rispolverato da poco. Lo feci sentire agli altri, e pensammo che la sua voce fosse perfetta per questa canzone e che il brano meritasse di finire sul disco. Claudio è stato gentilissimo e si è prestato senza problemi, è stato veramente disponibilissimo.

Mi è piaciuta tantissimo la copertina dell’album, come è nata questa scelta?
L’ha disegnata Anna Maria Saviano. Ci siamo affidati a lei perché è un’artista che stimiamo tantissimo, sia professionalmente che umanamente. Mi sono affidato a lei anche per la copertina dell’Ep precedente, è una garanzia. Per questo disco, visto il titolo, ci piaceva molto la metafora della “locked door”, una porta può avere tanti significati, anche qui un’immagine che si presta a più interpretazioni.

Tre parole per definire la tua musica.
Risposta non facile da dare. Così, su due piedi direi: delicata, nostalgica, sincera.

ant_firmani_in2Cinque canzoni che ti hanno influenzato maggiormente nel tuo modo di comporre la musica?
C’è una doverosa premessa da fare: vale per me quello che vale per molti cantautori, ovvero il fatto che molte delle mie canzone preferite o dei miei gruppi preferiti hanno influenzato poco o niente il mio modo di comporre, ad esempio a me piacciono moltissimo I Queen o i Pink Floyd e pure non se ne trova traccia in questo disco. Contrariamente, ci sono richiami, in alcune mie canzoni, ad artisti che ho ascoltato poco da ragazzo e che il mio percorso musicale mi ha portato ad approfondire adesso, non a caso prima parlavamo ad esempio di Nick Drake che è senza dubbio uno di questi. Detto questo, nella mia top five sicuramente metto Amie di Damien Rice, l’untitled #1 delle () dei Sigur Rós, che mi ha aperto un mondo, The Ghost of Tom Joad di Springsteen che ha influenzato tantissimo il mio modo di scrivere testi, (tutto quel disco a dire il vero, insieme a Nebraska, è stato uno di quelli che testualmente più mi ha influenzato), Nightwsimming dei R.E.M, e Don’t think twice it’s all right di Dylan.

The Inheritance of loss – Video

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