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Quando la linea trema: Massimo Volume @ Spazio211 (TO), 4/4/2014

Focalizzando dove si trova Spazio 211 di Torino viene da pensare al sopravvivere alla solitudine di quartiere. In zona via Cigna, camminando per le strade vuote schiacciate da palazzoni alti con le persiane chiuse, si sente il bisogno di un’oasi, un locale, un centro d’aggregazione, un luogo di manifestazioni culturali. E stasera venerdì 4 Aprile ci sono i Massimo Volume a portare la musica nello storico spazio.
Un gruppo formatosi nell’inverno del ’91 che si è sciolto e ritrovato, che ha fatto del parlato un’evocazione struggente e potente, lontano da modelli di band straniere. Nel 2014 è tornato sulla scena con
Aspettando i barbari: un altro affresco decadente di un “Noi” che sa sempre riflettere come uno specchio. Dymaxion song apre il concerto. Il suono inizia a serpeggiare da chitarre magistrali in una sala piena. Il pubblico aspetta la voce di Clementi come il ritorno di un vento profetico. Serio, fermo sul posto nella sua camicia con cravatta nera, sguardo marmoreo dritto davanti a sé. Aspettando i barbari è una deriva sonora ed il pubblico si lascia andare a questa morsa allo stomaco tra chitarre ossessive e il senso di un’attesa come liberazione, di qualunque genere, comunque degna del nostro affanno. “Gli uccelli sul tetto la notte lasciano impronte di metallo”: avanza mesta Compound nel tripudio di un basso che scava nella menti di chi si chiede se per imparare ad essere “normali” sia necessario cominciare ad esserlo. ”Da quanto tempo siamo qui?”. Con i piedi incollati a terra sotto il lapidario canto di Mimì e, allo stesso tempo, centrifugati dentro il rombare degli strumenti: ecco, questa è l’esperienza Massimo Volume. La cena è una di quelle canzoni desiderate fin dall’inizio, gridate dal pubblico. E quando inizia si assiste ad un convivio notturno febbrile. “Devoto a nessuno/ votato alla fuga”. È una realtà confessata liricamente nel testo e, chissà, forse o probabilmente vissuta da molti. E poi La bellezza violata, pezzo da Cattive Abitudini, un racconto musicato con la dolcezza e la nostalgia di chi guarda dall’esterno ma se lo sente anche sulla pelle. Si impone Dio delle zecche, mezza stoner, memoria di Danilo Dolci. Una chitarra introduce i corridoi di solitudine e routine de La città morta. Una voce che declama, incanta, ammalia il pubblico che è praticamente al ridosso del palco. È un piacere viversi il concerto in questa piccola sala capace di creare un’atmosfera così intima. Ruggisce Litio, si lascia ammaccare dalla batteria, il ritmo pestato e vacillante, mentre il basso martella i ricordi gridati come verità da non far sbiadire. “Torno sempre a te / In questi giorni inquieti torno sempre a te”. E quando il suono stride, si sconquassa anche la gente sotto al palco con Vic Chesnutt in una dolorosa ode musicata in singhiozzi metallici e synth soffocanti. Si richiama il volto, l’immagine tutta di una donna, Silvia Camagni, stretta nell’impossibilità dell’amore: “si lasciarono come tutte le cose destinate a dividersi / come il mare e la terra”, con la melodia che non demorde, resa sofferente da chitarre acide e allucinate. Il primo Dio esplode, viene giù, come pioggia dissetante, un’eco che dura per tutto l’intero brano, assieme alle chitarre che, in tensione, attraversano l‘immagine e la sensazione perfetta di Rimbaud ed i versi sfiniti di Emanuel Carnevali. La poesia resuscitata, tratteggiata sui profili di cose trascurabili, presta respiro alla musica che scioglie in canto lo sfogo di un groppo in gola. Clementi regala la stessa magia, come ogni volta dal vivo. “Camerieri, cantanti, attori bipolari, arguti figli di papà, Bukowski butterati/ Massa drogata”, questo fa parte di quel mondo da Dove sono stato. La valigia di Mimì è sempre lì ad aprirsi, con i vestiti stropicciati, non per farsi ammirare ma come testimonianza di vite altre, mescolate alla propria, col rispetto e la tristezza dovuta. Le immagini del passato scorrono con Le nostre ore contate, In un mondo dopo il mondo e Senza un posto dove dormire. Solo avendo letto i libri di Clementi si può provare ad entrare in sintonia con la malinconia di avere con sé ancora l’odore di posti, le espressioni di certi volti incontrati. Il noise di Fuoco fatuo chiude il concerto appena prima di Vedute dallo spazio. Quest’ultima è fatta di rumorismi presagi e “poi niente /assolutamente niente”. Batteria e basso toccano il fondo, assieme alla visione alienante, al desiderio di straniamento, di fuga nello spazio.
Il pubblico è sudato ed è buon segno.
Un gruppo maturo e consapevole del proprio stile, come pochi.

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