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Un cowboy alieno ci stregherà col blues: intervista a Stella Burns (Gianluca Maria Sorace)

Stella Burns è il nuovo progetto musicale di Gianluca Maria Sorace, frontman degli Hollowblue. Twelve Record ha appena pubblicato il suo primo disco, Stella Burns Loves You. Un disco che profuma di blues e polvere di stelle: in questa lunga intervista Gianluca ci spiega perchè. Per ultima cosa abbiamo domandato a Gianluca di indicarci cinque brani che hanno influenzato l’esistenza di Stella Burns, offrendoci un’ottima rampa di lancio per il nostro viaggio.

Stella Burns è un cowboy menestrello. Ma è anche un po’ alieno nel suo modo d’essere. Un personaggio mitico per definizione, e forse per condanna. Quando lo hai incontrato come lo hai riconosciuto e come vi siete presentati?
Stella Burns è sempre stato una parte di me anche se non aveva un nome fino al 2010. Giocare con le personalità, quando lo si fa in campo sicuro, è divertente. Permette di evadere da quelle costrizioni di forma che ti autoimponi spesso senza neanche volere. E così capita che una mattina ti svegli e scopri di essere un cowboy proveniente dallo spazio.
Stella Burns utilizza il mio corpo ma ha spirito e personalità propri. Anche se talvolta è difficile capire il confine tra lui e me. Sicuramente avere una doppia personalità ti permette di vedere tutto quello che hai intorno con occhi nuovi e, in ambito musicale, poterti dedicare a stili che non avresti mai preso in considerazione. Per me il blues. Quello delle radici in particolare. Affrontato alla mia maniera, contaminandolo con tutto il mio bagaglio culturale raccolto finora.

Stella Burns Loves You. Dove nasce questo amore e perchè? Ma è davvero rivolto a tutti noi? Incondizionatamente?
Stella arriva dallo spazio. Si ritrova in un posto a lui sconosciuto. È abbastanza normale che dia amore incondizionato per averne in cambio. Per essere accettato. Certo è rischioso. L’amore è rischioso. Mettersi in gioco lo è sempre. Ma è l’unico modo per andare avanti e trarre piacere dalla vita. Stella ama tutti, sì. Il disco è sull’amore. Negli aspetti anche negativi che questo può generare. Ma il disco è dedicato alla
Sottile Signorina F perché l’amore è universale ma anche particolare.

Parlami di Stella, la splendida chitarra dalla quale il nostro mito non si separa mai.
La chitarra Stella è una chitarra americana destinata al mercato degli studenti. Vi sono moltissime varianti ma sono nate essenzialmente tutte come chitarre economiche. Usate dai bluesman che non potevano permettersi grandi chitarre, con il loro suono particolarmente sferragliante, definiscono uno stile.
La mia è del 1970, trovata su quel mercato strapieno di possibilità che è ebay. Non ho preso il nome dalla chitarra, come erroneamente è stato scritto da qualche parte, ma ho trovato la chitarra dopo aver trovato il mio nome. Una coincidenza come anche il cognome Burns. Solo dopo ho infatti realizzato che Burns è il cognome di Joey Burns dei Calexico e che la mamma di Bowie si chiamava Burns. Tutti accostamenti involontari che fanno piacere.

Per questo album hai cercato suoni autentici, splendidamente originali. Come ti sei attrezzato per questo e come hai basato le tue ricerche sui suoni?
Uno strumento che ha più di 50 anni, suonato da chissà quante persone, e che attraversa l’oceano per arrivare a casa tua, è uno strumento che, economico o pregiato che sia, ha una grande personalità. Cominci a suonarlo e senti che sei partito per qualche posto nuovo: è lui che ti guida, e di ciò avevo bisogno.
Così ho cominciato a raccogliere attraverso le aste on line un po’ di cose. Tutto molto economico devo dire. Banjo, mandolini, chitarre degli anni ’30 e ’60, vecchi microfoni, una cigar box guitar, un’autoharp, un farfisa degli anni ’50.

Per quanto Stella Burns si discosti in modo netto dal percorso degli Hollowblue, in un paio di brani ho sentito molto di quelle pieghe che la melodia prendeva nei tuoi precedenti lavori. Sbaglio?
Il processo di scrittura, ma sopratutto di rifinitura, è stato piuttosto lungo. Questo ha fatto sì che lo stile possa risultare non completamente omogeneo e che in alcuni casi siano emerse le mie esperienze e modi di scrittura utilizzati con gli Hollowblue. D’altro canto, se guardiamo indietro ai dischi degli Hollowblue, ci sarebbe anche da dire che si sente un po’ di Stella Burns in alcune loro canzoni! Ancor prima che Stella Burns esistesse.

Hollowblue è un progetto chiuso? Stella Burns è la sua evoluzione o lo sviluppo di una delle sue anime?
Hollowblue non è un progetto chiuso. Assolutamente. Abbiamo un po’ rallentato l’attività perché in questi ultimi anni la formazione ha subito diversi cambiamenti. Anche radicali. Siamo stati un trio per un po’ di tempo e ora di nuovo un quartetto. Abbiamo raggiunto un suono più scarno ed essenziale e abbiamo cominciato le registrazioni per il quarto disco. Credo sarà il disco più bello fatto finora. Abbiamo pronto un singolo con Lara Martelli e stiamo cercando di chiudere le registrazioni dell’album a breve. Ma non posso sovrapporre troppo le cose e quindi se ne parlerà un po’ più avanti nel 2014.

Nel disco ci sono state tante collaborazioni: come sono nate e quali proseguiranno nelle esibizioni dal vivo?
Nel disco mi sono circondato degli amici musicisti che stimo. A partire dagli Hollowblue ovviamente, Giancarlo Russo e Davide Malito Lenti. Ma anche Mario Franceschi e Franco Volpi che con Giancarlo e Davide saranno la mia base principale per i concerti. E poi Giampiero Sanzari dei Sursumcorda, Ellie Young, Filippo Ceccarini e la cantante scozzese Emma Morton in un duetto. Prima dell’uscita del disco ho suonato molto con il Reverendo Roberto Migliussi che devo ringraziare per la grossa spinta che mi ha dato nel portare in giro le canzoni dal vivo. Quelle che facevamo in concerto erano le stesse canzoni dell’album ma in una veste un po’ diversa, un po’ più aggressiva. Adesso ho invece l’esigenza di far ascoltare il disco così come è stato concepito. Con una atmosfera, con poche eccezioni, legata alla ballata acustica. A parte il concerto di presentazione a Livorno in cui eravamo in sette sul palco, ho due possibilità di formazione: a quattro (basso, piano, chitarre e banjo e batteria) o in duo (chitarra e pianoforte).

Parlaci dell’esperienza di crowfunding. Ancor prima dell’esplosione di MusicRaiser tu ti sei proposto con Pledgemusic, raccogliendo fondi anche dall’estero. Raccontaci meglio queste dinamiche ed il riscontro ottenuto oltre confine.
Qualche tempo fa Anthony Reynolds, caro amico con il quale ho collaborato per gli Hollowblue, e con il quale ho anche un intero album nel cassetto, mi ha invitato a fare il chitarrista per due suoi concerti e a suonare anche le mie canzoni. Alcuni testi non erano ancora pronti e ricordo che finii di scriverli sull’aereo per Parigi, dove poi Stella Burns ha debuttato.
La reazione del pubblico è stata molto bella. Grandi applausi ed entusiasmo. Pubblico attentissimo che ascoltava i testi in inglese e rideva alle mie sciocche battute. C’era anche qualche fan d’Oltralpe degli Hollowblue. In quell’occasione ho avuto ulteriore conferma che non ha senso, per il tipo di cose che faccio, pensare di rivolgermi solo all’Italia. Ecco così che quando ho deciso di raccogliere i soldi che mi servivano per il mixaggio e mastering (Rino Sassi al mixaggio e Jim Blackwood al mastering) ho provato attraverso il sito inglese Pledgemusic. Loro fanno una selezione dei progetti e allora ero l’unico musicista italiano ad essere sulla loro piattaforma. La prevalenza dei contributi è stata francese e inglese. È stato buffo mettere in vendita ad esempio delle polaroid autografate, ma è un po’ parte del gioco. Le persone che apprezzano il tuo lavoro sono contente di dare una mano. In fondo ho partecipato anche io come fan per altri musicisti.

L’ultimo video (il secondo) tratto dal disco fa da cornice al brano You can’t be safe from the effect of love. Hai già pensato ad altri video o progetti paralleli che accompagneranno la promozione del disco?
Ho la grande fortuna di avere il supporto di amici di grande talento per la parte visuale che riguarda Stella. Francesca Corrias mi fotografa cogliendo esattamente quello che con le immagini voglio esprimere e Michele Faliani sta curando tutti i miei video. C’è una grande sintonia con entrambi. Con Michele la scelta nostra è stata di fare video dalla sceneggiatura semplice ma che rappresentino con pochi tratti l’universo di Stella. David Lynch ne fa parte così come anche un certo immaginario bucolico presente nel primo video
A little piece o blue. Ne abbiamo girati altri due e altri due ancora ne stiamo per girare.

Io trovo che l’immagine di questo cowboy-menestrello un po’ alieno sia bellissima, colma di poesia, ma anche splendidamente infantile. L’alieno, l’astronauta, il cowboy: classici dell’immaginario proprio dei bambini. Un gioco di chiaroscuro dove il candore di questa mitica simbologia si scontra con le torbide emozioni di Stella Burns, il blues appunto. Ti ritrovi in questa considerazione?
C
ondivido. Il cowboy è da sempre una delle figure della nostra infanzia. Stella Burns è un bambino che gioca a fare il cowboy su un pianeta non suo. E proprio perché non è il suo contesto abituale, mescola le carte, consapevolmente o meno. Partendo dal blues in modo un po’ naif per arrivare chissà dove (questo è in fondo solo il primo disco). Credo sia il gioco del rock’n’roll. O almeno di quella parte di rock che affonda le radici negli anni ’70. In questo sono assolutamente figlio del mio decennio di nascita. Identità confusa e smalto argento alle unghie.

Infine ti chiedo di elencarmi cinque brani musicali da proporre ai nostri lettori in una piccola playlist. Influenze, passioni, amori musicali, ovviamente spiegandoci perchè.
Fare una selezione di soli 5 brani non è stato semplice e ovviamente sono rimasti fuori tantissimi riferimenti…

 

Stella Burns’ playlist – streaming Spotify

I let love in – Nick Cave > Nick Cave è stato ed è molto importante per me. Lo è con gli Hollowblue e lo è adesso. In questa canzone con i Bad Seeds sembra riferirsi a Morricone e ad una certa andatura western. La ballata energica, questo modo di incedere… sono riferimenti che ho spesso in mente.
First we kiss – Anna Calvi > Anna Calvi l’ho scoperta quando ormai tutte le mie canzoni erano state scritte, ma lo stesso mi ha influenzato nella ricerca sonora. Ad un certo punto del percorso ho avuto la sensazione netta che molti stessero andando verso cose che anche io stavo cercando. Un suono vintage ai confini con gli anni ’50. Uno sguardo indietro per creare in realtà qualcosa senza tempo. Questa canzone è stata la mia sveglia mattutina per molti mesi.
Wash – Calexico > Calexico. A partire dal loro primo disco sono un’influenza importante. Una malinconia acustica e struggente. Le stesse caratteristiche che spesso ricerco anche io. Tempo fa sono andato ad un loro concerto e ho parlato per diversi minuti con Joey Burns. Persona molto gentile e affettuosa. Per un soffio non gli ho proposto di fondare The Burns Brothers!
Pinky’s dream – David Lynch featuring Karen O > David Lynch (qui con la cantantedegli Yeah Yeah Yeahs) mi influenza in un modo che non riesco bene a definire. Non ascolto molto la sua musica eppure è lo stesso un riferimento importante. Un immaginario che è sempre pronto a darmi nuovi stimoli.
The ecstasy of gold – Ennio Morricone > Ennio Morricone. Banale citarlo visto che c’è una canzone dedicata espressamente a lui e che si intitola Morricone, appunto. Questo pezzo è epico. Un’intelligenza compositiva eccezionale. I film di Leone ovviamente non sarebbero la stessa cosa senza la sua musica.

You can’t be safe from the effects of love – video

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