Home / Editoriali / Alla ricerca di un’illusione geniale e splendida: Dente e Matteo Toni @ Locomotiv (BO) 04/05/12

Alla ricerca di un’illusione geniale e splendida: Dente e Matteo Toni @ Locomotiv (BO) 04/05/12

Questa sera il pubblico è lì per lui: Giuseppe Peveri, in arte Dente. Il Locomotiv di Bologna è imbottito di carne umana (cervelli compresi) bramosa di musica, parole e divertimento.
Sarà per colpa della magia alla quale Dente ha abituato i suoi fans che fuori dal locale il paesaggio sembra imbiancato di neve?! Chissà, ma così come per le sue canzoni sostenute da musiche spensierate e leggere in realtà nascondono atroci ed amare verità dei sentimenti, anche per il paesaggio che abbiamo intorno, quella che vediamo ovviamente non è neve, ma stramaledettissimo polline dei pioppi.
La serata musicale inizia con il set d’apertura di Matteo Toni. Cantautore anomalo, anche lui si muove delicato e armato di parole buone, ma se Dente lo associamo alla sua chitarra acustica più per il solito clichè del “cantautore” piuttosto che per le sue doti chitarristiche, Matteo è estensione delle sue sei corde e loro lo sono delle dita della mano destra e dello slide nella sinistra. Un cantautore che suona slide: un Ben Harper “de noantri”? No. Matteo Toni non imita nessuno: questa è l’impressione predominante. Nell’inizio di serata la cosa che stupisce tutti è la coerenza di un progetto musicale che, anche solo in duo (sul palco Matteo è accompagnato dalla sola batteria), riesce ad apparire compatto e veramente completo. Le note di Matteo si muovono a tratti nel blues, per poi virare in un arcobaleno di colori, che ondeggia come mare. Ci si sente la natura (difficile da spiegare, ma è così), ci si sente l’onestà e la personalità. Osiamo? Ci si sente la bellezza. Voce delicata e graffiante quando serve, note strappate con forza ed altre accarezzate con passione. Capitano e poi Fluir (dall’ep d’esordio Qualcosa nel mio piccolo), Alle 4 del pomeriggio e poi Isola nera, per concludere con Bruce Lee vs Kareem Abdul Jabbar. Un live set breve nel quale l’energia è stata condensata in una manciata di brani.  La preziosa ritmica di Giulio Martinelli (così dinamica ed espressiva anche nel sudore e nel volto di Giulio) è sposa ideale della irreale pacatezza di Matteo seduto con la sua chitarra, immobile ma grondante note e parole.  Per tutti questi motivi, sarà un piacere vero, alimentato dalla curiosità, ascoltare fra qualche mese il primo album di Matteo Toni, ed insieme a me ci saranno molti di coloro che l’hanno visto esibirsi questa sera.
Ora è il tempo di Dente e la sua band. L’ingresso è da star, tra sorrisi, qualche urlo e tanti applausi.
Il pubblico di Dente è molto caloroso e fidelizzato. Simile a quello di un altro semi-idolo del più recente cantautorato italiano (Brunori), il pubblico è vario ma con prevalenza di volti freschissimi e molto giovani. Ciò che contraddistingue però queste due realtà è appunto la differenza sostanziale tra un progetto solista accompagnato da una band, e da quella di un progetto che espone molto il cantante ma mantiene tutta la band in un alto profilo. La scelta “solista” ovviamente è la più ardua perchè comporta molto più peso sulle spalle: bisogna essere infallibili, non solo creare buone canzoni ma studiare uno spettacolo live nei dettagli, renderlo equilibrato ed emozionante.
Dente è un bravo cantautore che, appigliandosi alla tradizione, ha saputo sfornare dischi di rara fattura, ma forse la dimensione live è quella che convince meno (almeno così è stato questa sera).
Se da un lato i brani in studio sono curati e fatti per essere tutti come piccole perle che declinano il significato dell’amore nelle sue sfumature più torbide e disincantate, nel live quell’intimità profonda e geniale si perde. Il cantautore deve lasciare i suoi brani al pubblico, ma deve essere anche capace di tenerseli stretti, rivendicare il suo diritto di essere ascoltato e non essere solo una delle tante voci che cantano in un locale affollato di persone che sanno a memoria i testi.
Il lato ridanciano e “diversamente spensierato” di Dente è sicuramente un valore aggiunto al suo progetto artistico, ma nel live troppo spesso prende il sopravvento, a riempire i vuoti, a cercare un dialogo effimero con il pubblico, che si trova lì per svagarsi ma anche per emozionarsi nel profondo.
Questa profondità difficilmente la si riesce a raggiungere persino nei brani più cinicamente toccanti della ricca scaletta del concerto.
Si parte piano con Cuore di pietra e Quel mazzolino per poi offrire un po’ del delicato ritmo di Giudizio universatile. Segue la morbida La settimana enigmatica e la bella A me piace lei.
Saldati suona ormai come un classico del repertorio (pur essendo un brano dell’ultimo Io tra di noi), seguita a ruota dalla colorata tastiera di Piccolo destino ridicolo.
Molleggiata e soffice Da Varese a quel paese convince nella sua semplicità, a differenza di Puntino sulla I che non riesce a raggiungere l’intensità che ci si aspetterebbe.
Con Baby building, Scanto di sirene, Io della bellezza non me ne faccio un cazzo (allungata nel finale) e Stella si fa un salto nei precedenti dischi del cantautore di Fidenza; Sogno trova finalmente il giusto equilibrio e la passione che rende il brano incantevole.
Buon appetito, altro classico perfetto, riesce a coinvolgere tutto il pubblico in un canto corale che precede la più sognante L’amore non è un’opinione. Il concerto si chiude con il tris vincente di Beato me, Le cose che contano e Vieni a vivere, il tutto tra i tanti applausi e sorrisi.
Il live di Dente e la sua band è sicuramente un’esperienza piacevole in particolare per la bellezza di alcuni brani, ma non può fare a meno di lasciare un po’ interdetti tutti coloro che, come me non hanno macinato ed interiorizzato a “memoria” con centinaia di ripetuti ascolti fino a perdere il senso, i brani di Giuseppe Peveri.
Mi aspettavo qualcosa di più: un maggiore magnetismo, un rapporto visibilmente più aperto con la band sul palco, forse qualche illuminazione-rivelazione che non ho avuto.
Cercavo una sorpresa. Tipo i piumini dei pioppi, che in realtà non sono polline; chi starnutisce alla loro vista in realtà non lo fa per colpa di quelli ma per via di altri (veri) pollini che nello stesso periodo sono volatili ed invisibili all’occhio. Un’illusione geniale e splendida: questo è ciò che si vorrebbe trovare in un concerto. (Foto di Emanuele Gessi)

Ti potrebbe interessare...

Flash-Mob-artisti

#senzalamusica, la protesta dei musicisti dalle piazze al Senato

La Festa della Musica quest’anno è stata più che altro un’occasione per ribadire le serie …

Leave a Reply