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Energia nella città senza suoni e senza odori: Afterhours e Il Teatro degli Orrori @ Piazza del Duomo – L’Aquila 19/05/12

Quando un’esperienza è così forte, la smania di voler parlarne è direttamente proporzionale alla difficoltà che si incontra nel farlo. E’ difficile mettere a fuoco i punti, definire una direzione del racconto, riuscire a cogliere l’essenza perchè anche le sfumature giocano un ruolo importante.
Questo non sarà un report di un evento musicale, ma la descrizione di una serie di emozioni che hanno toccato la mia persona, quali con la leggerezza di un fiore, quali con prepotente e devastante presa; le stesse emozioni che ho riconosciuto nei volti di chi avevo intorno il 19 e il 20 Maggio 2012 a L’Aquila.
L’arrivo in città è ovviamente sconvolgente. Non ero mai stato in un luogo colpito da terremoto e la visione di carcasse di edifici e dell’immobile vita abbandonata al loro interno è stata per me un’esperienza completamente nuova. Forte, impressionante, la camminata lungo il viale che porta al centro della città è avvolta nell’umile silenzio di chi si trova a vivere il paradosso di trovarsi a tu per tu con un luogo che non c’è: la Casa dello Studente il cui crollo ha portato alla morte di otto miei coetanei la notte del 6 Aprile del 2009.
Lungo il viale la desolazione è toccante. Edifici inagibili abbandonati su entrambi i lati di una grande strada da poco asfaltata e molto poco trafficata: ancora non so quanto vedrò di così opprimente da lì a poco.
Avvicinandomi al centro storico tutto intorno a me cambia. La percezione è completamente differente. Gli edifici ora sono forti della propria possenza, ma ingabbiati come fiere pronte a fare altro male. Puntellati ed avvolti da legno, acciaio, nastri, i grandi palazzi del centro hanno perso la loro identità nella ragnatela che li stringe e li contiene. L’occhio li vede eretti; la mente li vede fragili nel loro nuovo scheletro esposto.
Sono vuoti, tutti. Regna il silenzio più dispotico e terrificante che abbia mai sentito. Camminando nella città silenziosa da alcuni portoni il freddo mi afferra le gambe. Un gelo diverso da ogni altro freddo che la pelle può percepire.
I più maestosi edifici sono ingabbiati ed umiliati, gli alberghi a quattro stelle li scorgi per caso nella ferrea omologazione della tragedia. Lungo la via principale pochi bar sono aperti al piano terreno degli edifici evidentemente più recenti o ristrutturati poco prima del sisma. Qualche bottega, tabaccheria e niente più, solo in una via. Il resto è desolazione testimoniata dalle centinaia di chiavi di abitazioni appese ad una recinzione in segno di protesta e speranza, quella di riprendersi in qualche modo ciò che il destino ha voluto si dovesse perdere.
C’è un clima irreale nella città che ad ora risulta difficile ritenere tale. Il termine stesso “città” prevede la presenza di una socialità consolidata in decenni, centinaia e centinaia di anni, che qui è venuta a perdersi nello sfollamento dovuto all’inagibilità di tutto ciò che mi circonda.
Piazza del Duomo è grande, e la sua bellezza riesce con forza a svelarsi nonostante le ferite che porta. Pur essendo ancora solo pomeriggio, sotto il palco brulicano tanti giovani in attesa di veder apparire le band ed i tecnici che lavorano al soundcheck pre-concerto. L’evento che si realizzerà questa sera è di enorme importanza: il primo spettacolo di carattere non strettamente cittadino prenderà vita all’interno della piazza, portando in essa giovani e non, da tutta la regione, da quelle limitrofe, ed anche oltre.
Le voci che si sentono sono espressione di tutta la geografia italiana, richiamata dalla musica, dalla cultura, ma non solo. Se da Bologna, Milano o Lecce ci si spinge a L’Aquila per un concerto, non lo si fa solo per la musica: lo si fa per vedere, per tentare di “capire”. I volti di tutti, aquilani e non, sono storditi da una situazione anomala, complici di un riappropriarsi di luoghi persi, consci del potenziale energetico che si ha dentro, utile a dare l’unica potenzialmente prolifica e benevola scossa a L’Aquila. La scossa del riscatto e della vita di una società che sa unirsi e vuole vivere nell’arte e nella bellezza dei rapporti umani, dell’autenticità.
La sera ed il buio non tardano ad arrivare, così come l’accendersi delle luci del palco nella piazza abbracciata da palazzi bui e silenziosi. La folla è enorme e sorprendente, molto probabilmente superiore ad ogni previsione. Le note taglienti de Il Teatro degli Orrori infiammano il pubblico. La forza della poesia e consapevolezza agisce nel migliore dei modi. Una festa lucida e partecipata che vuole essere faro e stimolo per tutti: Pierpaolo Capovilla dal palco saluta chi tra il pubblico è venuto per l’occasione direttamente dal Teatro Valle Occupato di Roma, ricordando degli sforzi fatti a Milano con il Macao, a Catania nel Teatro Coppola, sottolineando quanto in Italia si stia davvero muovendo qualcosa, nella cultura e nella sempre più diffusa e riconosciuta necessità di riprendere possesso dei luoghi, che devono essere fucina e laboratorio della società.
Il live del Teatro degli Orrori è potente come al solito, ma l’occasione rende tutto ancora più intenso ed urgente. Più di un’ora di rock e poesia che si snoda soprattutto nei brani dell’ultimo album Il mondo nuovo e con solo qualche pezzo più vecchio (Compagna Teresa, Il turbamento della gelosia e la conclusiva La canzone di Tom). Forte dei più recenti, seppure largamente rodati, nuovi ingressi nella band, Il Teatro degli Orrori si conferma come una tra le migliori live band del rock italiano attuale: questa serata senza di loro non sarebbe stata altrettanto memorabile ed emozionante.
Nella piazza la gente è sempre in numero maggiore, non solo giovani ma anche famiglie, adulti di ogni età: è un evento vedere la propria città nuovamente pulsare di autentica energia.
La band di Manuel Agnelli sale sul palco accolta da un boato e tanti tanti applausi. Oltre la stima artistica, si respira una vera e propria stima umana e “politica” da parte del pubblico nei confronti di una band che non si ferma alle canzoni ma si sporge nel vasto campo dell’impegno.
Padania apre il concerto, struggente fotografia dello stato mentale in cui tutti ci troviamo imprigionati, chi più e chi meno consciamente. Tantissimi la cantano e la sentono propria.
In brani come La verità che ricordavo e Male di miele la rabbia è incarnata nelle movenze e nella gestualità di tutti i componenti della band sul palco: Manuel Agnelli, Xabier Iriondo e Giorgio Ciccarelli sono domatori di chitarre che ruggiscono ad ogni tocco; Giorgio Prette è un saldo pilota che detta i tempi di ogni curva in questo viaggio; defilato sul palco, il violino di Rodrigo D’Erasmo è coprotagonista d’eccezione della magia di tutte le strutture musicali, e poi si diffonde come una nuvola la maestria del basso di Roberto Dell’Era.
Costruire per distruggere e Ci sarà una bella luce sono emblematiche in questa cornice cittadina. Il breve reading delle parole di Salvatore Borsellino è ancora più potente in questa giornata che verrà tristemente ricordata per il vile attentato alla scuola Morvillo Falcone di Brindisi che ha spento la vita della giovane Melissa.
Il paese è reale suona come un monito, come un inno di identificazione per tutti i presenti che vibrano insieme. Vivere una piazza, uniti in una piazza, forti in una piazza. Non è uno sciopero, non è una “manifestazione” per come spesso la si intende; è una conquista interiore e territoriale: “Se ti han detto resta a casa, vola basso non scocciare […] Se hai solo voglia di pensare, che fra poco è primavera […] Io voglio far qualcosa che serva. Dir la verità è un atto d’amore, fatto per la nostra rabbia che muore”.
Forte come non mai Bye bye Bombay risuona nella gente. Cantare “io non tremo, è solo un po’ di me che se ne va” è destabilizzante e commovente, acquista significati che vanno oltre l’empatia che si può creare in un normale concerto.
Il primo bis deflagra di energia umana con Lasciami leccare l’adrenalina e Dea, per poi sciogliersi nella delicata quanto profonda Voglio una pelle splendida.
Il secondo bis suda passione con la struggente Pelle e va a chiudere il concerto con la sempre immensa Quello che non c’è.
La sinergia tra la piazza e la band è visibile: gli sguardi, gli applausi, la partecipazione. Qualcosa di speciale e unico si vive questa sera. Qualcosa che non potrà passare inosservato.
Ci vorrà tempo per vedere la piazza svuotata dalla gente comune, dai tecnici, persino dai giocolieri che durante il concerto disegnavano a mezz’aria scie e bagliori di fuoco.
Il giorno seguente sono rimasto a L’Aquila e dintorni. Ho girato molto in auto insieme ad amici. Ho visto frazioni più piccole, alcuni insediamenti del progetto C.A.S.E. ed i Moduli Abitativi Provvisori. Ho visto la precarietà sociale delle nuove case sicure. Ho visto che i veri ponti crollati a causa del terremoto sono quelli che raggruppano le persone in una deportazione salvifica che condanna ad altri dolori. Ho visto cani randagi, che camminavano a testa bassa e commercianti che ti sorridevano, davvero. Ho visto la voglia di reagire dei giovani nelle tante realtà associative aquilane.
Manuel Agnelli dal palco ha salutato dicendo: “Torneremo presto a L’Aquila”. Sarebbe bello che così facessero tutti coloro (e anche più) che sono stati nel capoluogo abruzzese quella sera a dare vita alla piazza. Non tanto per il troppo retorico “per non dimenticare”, ma per offrire l’energia che si possiede perchè è tutto ciò che abbiamo: è un dovere partecipare.
Non potranno raccontarci che è stato solo un concerto, non potranno ignorare il nostro desiderio di bellezza. (Lost Gallery)

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