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Quella voce che scava e ti ruggisce via: Mark Lanegan @ Estragon (BO) 24/03/12

Quella del 24 Marzo, all’Estragon di Bologna, non è stata una serata qualunque. Tra i tanti personaggi della musica e dello spettacolo che hanno calcato il palco del locale bolognese nei suoi brillanti venti anni di attività, Mark Lanegan è sicuramente uno dei più affascinanti e mitici.
Il concerto è sold out e la biglietteria chiusa; nell’enorme parcheggio e davanti all’ingresso c’è chi cammina con un cartello “compro biglietto”, andatura rassegnata e sguardo malinconico.
Dentro il caldo è torrido, la folla è attenta in attesa dell’inizio del live di colui che porta con sé pezzi di storia della musica rock. Si tratta di macigni, ingombranti, pesanti, che solo un uomo della sua stazza può sopportare con tale disinvoltura. La storia musicale di Lanegan nacque nella sua città natale, nel 1984 con il suo gruppo, gli Screaming Trees. Qualche anno dopo la band firmò per la prima etichetta: era la SST del chitarrista dei Black Flag. Parallelamente agli Screaming Trees, che pian piano cercavano popolarità, Lanegan intraprese la carriera solista con il suo primo album nel 1990: The winding sheet demarca una netta differenza tra il Lanegan cantautore ed il Lanegan membro di una band che tentava a fatica di trovare il successo.
Agli Screaming Trees si aggiunse Josh Homme (già con i Kyuss) mentre Lanegan incrociò il suo cammino con quello di altri musicisti della scena grunge dando forma ai Mad Season.
Il fenomeno grunge iniziava ad arrancare e nel 1997 gli Screaming Trees si sciolsero. Lanegan non rimase con le mani in mano e intraprense nuovamente la carriera solista con Scraps at midnight ed il successivo e I’ll take care of you contenente brani che tutt’ora risultano tra i più amati dell’artista statunitense.
La porta degli Screaming Trees si riaprì, poi si richiuse dopo ben poco, ma d’altra parte si spalancò il portone del desert rock firmato Queens of the stone age. Di nuovo con Josh Homme, al quale si aggiunsero Nick Olivieri (Kyuss) e Dave Grohl (Nirvana, Foo Fighters) e collaborazioni con PJ Harvey (che tornerà più avanti a collaborare con Lanegan). Seguì un nuovo disco solista, poi i precedenti incontri con Greg Dulli degli Afghan Whigs e Twilight Singers portarono alla creazione di un nuovo crepuscolare progetto dal nome Gutter Twin.
E’ datato 2006 il primo album in duetto con Isobel Campbell (ex voce dei Belle and Sebastian): il progetto riesce ad unire il diavolo e l’acqua santa, l’amaro vocione di Lanegan con la delicatezza della folk singer scozzese. Il sodalizio si ripetè per ben tre album, prima di dare corpo all’esordio discografico dei Gutter Twin.
Proprio negli stessi anni, Mark Lanegan riuscì a buttarsi in un’altra sfida che insieme al duo di producer di musica elettronica, Soulsavers, portò alla realizzazione di due album in un binomio tanto originale quanto impressionante.
In un mare di collaborazioni, a distanza di otto anni dal suo ultimo album solista (Bubblegum – 2004) in questo 2012 Mark Lanegan (con il nome Mark Lanegan Band) è tornato a pubblicare un disco, che riesce ancora a stupire. Blues Funeral è un album apprezzato dalla critica e dal pubblico, che riesce a fondere la tradizione blues e folk all’elettronica, il tutto senza perdere di autenticità e coerenza.
Il 24 Marzo a Bologna Mark Lanegan ha presentato il suo ultimo disco ma non ha potuto esimersi da raccogliere brani dalla sua sterminata carriera per riproporli ad un pubblico affezionato, che non perde l’occasione di vederlo ogni volta che passa in tour in Italia, paese che lo stesso Lanegan pare amare molto visto che sono tante le volte che ha suonato nella Penisola.
Con la sua band, Lanegan ha intonato con passione ogni brano. Il timbro inconfondibile è capace di scavare nelle anime di chi lo ascolta. Lanegan riesce a trovare il nero petrolio che scorre in ognuno di noi, lo rimesta al sangue ed ai sogni, poi lo soffia via con i suoi ruggiti. Il concerto è iniziato, non a caso, con The gravedigger’s song.
C’è qualcosa di impressionante nel Mark Lanegan persona: grande e grosso, un po’ curvo, con un’andatura rigida. Piede destro avanti, mano destra sul microfono. Lì, immobile per tutto il concerto. Lui e la voce, gli occhi spesso chiusi. Tra un brano e l’altro si asciuga il sudore, e con mio grande stupore talvolta risponde agli applausi con un cenno del volto, un apprezzamento, a suo modo un timido ringraziamento, un segno di complicità: siamo tutti lì per la stessa cosa. La musica.
A rileggere il succinto (ma comunque corposo) riassunto delle sue esperienze musicali, viene da pensare che quella di Lanegan sia una vita completamente immolata alla musica. Senza entrare in discorsi filosofici e personali che non possiamo conoscere, tra le tante collaborazioni e le varie produzioni musicali nelle quali è intervenuto nel corso degli anni, si può pensare che gli sia rimasto davvero poco tempo per realizzare qualsiasi altra cosa. Mark Lanegan è la musica. Un artista che incarna la sua arte, con essa si veste e si ciba.
Nel concerto i brani dell’ultimo Funeral Blues si sono alternati a vere e proprie chicche della carriera di Lanegan; forse non i brani più famosi, ma di certo primi per intensità. E’ stato il tempo di Resurrection song, Hit the City, Sleep with me, Methamphetamine Blues e persino Crawlspace degli Screaming Trees.
La musica di Lanegan diventa un mantra, scorre lenta sulle note del folk, sprofonda nelle scale blues, si erge negli assoli di chitarra.
I brani nuovi spiccano per la potenza dei bassi, delle basi elettroniche, di quella simbiosi che sulla carta non potrebbe reggere ma nella realtà risplende di un nero abbagliante. Ode to sad disco, Grey goes black, Bleeding Muddy Water, Harboview Hospital sono monumentali.
Al termine del concerto ci si ritrova spiazzati, come all’interruzione di un incantesimo. Non si sa che tipo di magia ti abbia pervaso le vene e la mente, ma ci si sente con qualcosa in più.
Credo che si tratti di un pezzo di storia, un pezzo di umanità. Perchè alla fine che cos’è la musica se non condivisione di storia di persone, di vite, di gioie e dolori? Che cos’è uno schivo gesto di saluto dal palco, se mi hai offerto la possibilità di vivere un briciolo della tua vita?
Non resta che andarsene, stretti nelle proprie spalle, con qualche domanda in più, ma un mondo di risposte in tasca, che solo pian piano riusciranno a svelarsi, giorno dopo giorno, canzone dopo canzone, di ricordo in ricordo, di emozione in emozione. (Si ringrazia l’Estragon)

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